TANZ TANGO

La fine del mondo: c’è niente di più bello? Per uomini e donne è un fondaco da strapazzo, ma per gli innocenti e per gli sprovveduti è il bazar delle meraviglie; non foss’altro per la cannuccio di finto avorio dove si vede il leone di San marco; mentre rovesciando il posacarte, nevica su San pietro anche d’agosto. Tutto c’è di tutto: un lume a petrolio, il cavaliere del Cigno e Otello che strangola Desdemona; sul banco tra la bottiglia coi baffi del Re galantuomo e la caraffa bianca col ritratto di Pio IX, fra almanacchi e lunari, lo Speculum lapidarum di Camillo Lonardi pesarese, dedicato a Cesare Borgia, specchio d’ogni virtù. E ben in vista, ma nessuno abboccava, la tabacchiera di Napoleone. [Fabio Tombari, Fine del mondo Ercole al bivio, Editrice Fortuna 1986]

Dentro la mucca di floyce  c’è tutto quello che sedimentava in me in quei primi metà 90, quando i ragazzi giù a seattle indossavano camicioni da boscaiolo (le portavamo qualche anno prima anche noi, ripudiandole quasi subito) e  sulle chitarre diventavano furiosi e se si gettavano dal palco sul pubblico si aspettavano  di essere raccolti, tanto i locali erano piccoli e gremiti, come a londra nella mia personale (memorabile) notte del punk raccontata altrove, la suggestione sedimentaria  partiva da quel brano di Tombari posta in esergo, il libro me l’aveva regalato nel dicembre 1987 proprio il grande vecchio di Rio Salso, ero andato a intervistarlo per la Rai di Ancona e quel suo pezzo l’avevo letto in trasmissione,   l’avevo in mente quando ho pensato al mio guazzabuglio video successivo

o almeno quel tutto, quell’aleph, che ho sempre inseguito d’istinto, ginsberg e il suo mantra, il kaddish per la madre morta e la grande madre terra atomica del disco della mucca, gli orizzonti verso il mare percorsi da nuvole veloci citazione dalle immagini di un documentarista francese che mi piaceva molto (un’impresa ritrovare il nome del regista scrivendo su google parole-chiave come nuvole velocizzate documentarista francese, tanto non me lo ricordo e quando lo ricorderò sarà sempre troppo tardi), e ancora ci sono le ceneri che tornano cenere sulle immagini del trattamento ludovico van,  “è buffo come i colori del vero mondo, diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo”,  non sono proprio le stesse, vigliacco se riesco a trovarle quelle esplosioni di stazioni di carburante, quella terra smossa da scoppi intensi sulla musica di bowie, poi ancora il paesaggio di quella magica stagione dopo il giugno 1993, dalle parti di rimini verso arezzo,  con quelle nuvole che scorrono sul letto del fiume detto piccolo mare, marecula, dove tonino guerra  ha ambientato tante sue storie (l’anno era proprio quello delle peregrinazioni in valmarecchia), quelle nuvole che son copiate dalle sequenze di quell’altro regista francese (che tanto non mi ricordo come si chiama) che si vedono poco dopo,  intanto ginsberg continua con il  suo mantra e sfuma verso” atom hearth mother” (la copertina del vinile è inquadrato da una telecamera da studio,  l’immagine della mucca si è un po’ sbiadita per il sole che entrava dall’angolo di san leo nel vecchio ufficio) le chitarre universali dei pink floyd si ascoltano come un refrain (che sempre  miritornainmente lungo i decenni e non perde di smalto) mentre ” una mucca che veniva giù per la strada”, l’incipit inquietante di dedalus e le” belle lose veldi”, la mamma aveva un odore più buono del babbo (questo è joyce) gli suonava una tarantella per farlo ballare eccetera,  eccole arrivare le immagini del regista di cui non ricordo più il nome  e mentre continua  il solito mantra ginsbergiano che ha fatto pure a castelporziano ecc l’ho raccontato più volte, una lama di luce attraversa veloce  l’orizzonte l’immagine è fissa ma accelerata, hey father death I’m flying home hey poor man you’re alone, hey old daddy, I know where I’m going (fine prima parte) nella seconda – realizzata tempo dopo – ginsberg è davvero a castelpoziano con la sua camicia bianca da professore americano, continua inesorabile nel suo blues (serviva in quell’estate del festival dei poeti sulla spiaggia verso ostia a calmare anime ribollenti assemblee universitarie, aule magne piene di fumo dove tutti urlavano “scemo, scemo“),  mentre la ballerina di pina bausch danza nella neve con un vestitino a fiori (nel link si trova  piuttosto in là, a 37′) intanto cominciano a sovrapporsi immagini estranee (abe sada dell‘impero dei sensi, ancora l’infiorata della ballerina tra le neve che scende), poi esplode il tanz tango der sufi pulp pound, ecco tarantino nella sua forma pura (la musica!)  alternato al lamento dell’imperatrice di pina, continua così fino a ezra pound- recuperato da qualche archivio- che legge i cantos sulla musicadi nusrat fateh ali khan dal film maledetto natural born killers, (sempre di tarantino o comunque con il suo tocco, che faceva il paio allora con forrest gump io sono la luna con i piedi sulla falce d’argento (sovrapposte le ballerine di wuppertal che sbattono stracci per terra, alzano polvere, stacchi su pound a rapallo sugli scogli, la ballerina nella neve con la sua musica -proprio sua scelta dalla bausch- ipnotica, seducente avvolgente, la scena è ripresa dalla tv con una camerina high8 che allora sembrava il massimo che c’era, la neve sferza i capelli neri della ragazza dal vestito delizioso), sovrapposizioni da ultimo tango, brando e maria si inseguono con gli sguardi (c’è un effetto elettronico vintage),  intanto ritorna tarantino dal libro di ezechiele  

25:17. “il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te.”  

(ezechiele è detto in inglese mentre le immagini sono ancora quelle decadenti dell’appartamento parigino, peccaminoso e casto, di bertolucci), ma il nome di quel regista francese non lo ricordoproprio e non posso metterlo tra i tag.

Madre dal cuore atomico

Roger Waters e David Gilmour ha trascorso 40 anni giocando a questo album 1970 in giù, l’etichettatura è pomposo, eccessivo, imbarazzante, un punto basso nella storia creativa della band. Non sono proprio male, ma non sono esattamente a destra sia. Sì, l’album si allunga a sei la sua parte title track attraverso un lato intero LP, e sì, quella suite meandri selvaggiamente e apparentemente senza scopo, come se lo stanno facendo man mano che andare avanti, ma distrarsi quasi costantemente. Ma “Atom Heart Mother”, tutti e sei i movimenti al minimo mostra la band sviluppare idee nuove e divertenti, consapevolmente allontanandosi dalla etichetta di space rock erano stati sellati con. In questo caso, gettarono un’orchestra e un coro, come i cavi, e la fanfara corno e armonie corali suggeriscono le modalità ancora più ambizioso per tutto quel decennio.  La seconda metà prende in prestito l’idea meno produttive da Ummagumma e divide tra doveri songwriting della band. I risultati sono un po ‘meglio, però, e quasi uniformemente folk. In particolare, Waters ‘”se” sta tra le sue migliori composizioni, e con la sua voce bassa e pianoforte ventilata di Richard Wright, la canzone porta effettivamente alla mente Nick Drake i primi due dischi. Stranamente, non è mai Pink Floyd fatto un pieno psych-folk album in vena di “se” e di Gilmour “Sun Fat Old”, che diventa ancora più di una vergogna quando finiscono Heart Mother Atom con “Colazione Psychedelic di Alan”, un cut- e-incolla assemblaggio di suoni che non si fonde in gran parte di qualcosa.

pastemagazine

(traduzione automatica google translate)

NOTA  nella mia vita atom heart mother resta epocale e l’ho ascoltato in autostrada anche stamattina (2011) che son 41 anni dalla pubblicazione, checchè ne dica paste, tiè

IO

29 dicembre 2008

ciao giuseppe ho letto il tuo HITLER all’inizio dell’anno, strano libro il tuo, una lettura obliqua direi del personaggio, quasi in presa diretta

Ti ringrazio del giudizio, che non so se positivo o negativo. Io ho tentato una lettura metafisica di Hitler, che non fosse quella che lo identifica col Male assoluto, bensì con il vuoto di essere e con l’elemento di erosione dell’umano, dell’empatia. Poi non so se si è capito, se gli esiti del testo sono risultati all’altezza delle intenzioni. E’ un libro che mi ha cavato il sangue. Doveva intitolarsi: “Io”.

“io” come fossimo tutti degli hitler era titolo tosto…il mio non è giudizio negativo anzi…

Mondadori non ha voluto “Io”. Per me era fondamentale: l'”io” è il Divisore, la funzione che separa uomo da uomo. Il progetto occidentale per me è l’ipertrofia dell'”io” e culmina proprio in colui che separa, che è Hitler: infatti, oltre la supposta separazione, che è quella dei campi, io fermo la vista mia e del lettore…Ma vallo a dire agli editor…

leggendo era “fastidioso” riconoscersi nelle sofferenze di hitler, soprattutto in quella specie di ricovero…naturalmente notevole le parti del lupo…mi ricordava una poesia di mariella mehr:

Ancora ti prospera il fogliame intorno al cuore
e una fresca presa di sale
impregna il tuo sguardo.

Di me nessuno vuol sapere,
di chi io sia la spezia
e di quale amore la durata.

Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.

Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.

Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare,

e scorre via il resto di ogni ora.

Non conoscevo Mariella Mehr: ti ringrazio per la segnalazione! La postura, essenzialmente, è quella, in generale, al di là del lupo:

“Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare”

questo è ciò che custodisce “io” al suo centro, per me, e prepara il parto di Hitler… Straordinaria poesia! Grazie…

oh la là caro giuseppe m’era sfuggito il tuo nuovo  libro appena uscito, di solito sono informatissimo e in questo caso è imperdonabile visto che ci siamo anche “parlati” stamattina, ho letto la recensione sul giornale appena lo trovo, lo prendo, leggo e ti dico

Ehi, grazie, Antonio! Con la speranza che non ti deluda, a me sembra un ingombrante “fallimento”!
Intanto auguroni per un bel 2009!!!!

caro giuseppe, auguri siamo già a quella data…ieri ho comprato il tuo deprofundis…ho fatto l’esperimento che ho letto sul foglio…vado a pag.69…alla terza riga citi burroughs… bene, buon segno…a fine settanta o inzio ottanta, non mi ricordo mai, l’ho visto l’esimio burroughs a castelporziano…ondeggiava sul microfono dicendo cose turpissime…con la sua voce roca, ondeggiava…”inzuppate la bandiera ameeeericaaanaaa nell’eroina e poi suuuuucchiatela”…che spasso vederlo e nello stesso momento comprare un suo libro alle solite bancarelle…quindi se citi burroughs mi cogli nel vivo…doveva venire a riccione nel 1996, al cocoricò che aveva un privè sofisticato…m’ero attrezzato per andarci a tutti i costi…invece non ne fecero niente…peccato…poi ieri sera tra un don camillo e un letterman e i pink floyd di relics ho cominciato a leggerti…strano effetto la lettura sapendo che poi t’avrei scritto…ho letto di tuo padre…chi non ha perso il padre non sa nulla del Padre…quando il mio morì lo vegliai e verso l’alba – era agosto e per me è il mese migliore sia per nascere che per morire- gli dicevo- lui morto-“cazzo fai lì mortu-mortu, andiamo a farci una partita a scopa?


Beh, l’aneddoto su Burroughs è impagabile, anche se non penso si trattasse di Castel Porziano, non mi pare ci fosse, c’erano Ginsberg e Amiri Baraka… Che cazzo di vita fai? Satellitare onnivora? Don Camillo, Letterman, PF! Quanta energia hai?
Sul padre: io non so fino a che punto sono riuscito interiormente a realizzare quell’opera che dici, cioè a sentire il padre come Padre. Conosco solo la dolcezza inerme di quella veglia affannata e traumatica, che coinvolse anche mia sorella, la quale ha voluto essere espunta dal testo. Non so – da allora mi chiedo che rapporto ho con il dolore: è tutto così mutato… Riesco solo a osservare. Questo manda in crisi la scrittura. Da un lato, la tentazione è il silenzio, non sento più l’impulso dalla necessità di una traduzione del dolore; dall’altra, intuisco una strada, che non ho mai percorso e che muterebbe completamente la mia scrittura, ma mi pare di non avere né testa né cuore sufficientemente ampi per percorrerla…
Comunque grazie di questo bellissimo messaggio: ha dato senso alla mia giornata!

ah che meraviglia dare senso attraverso la parola scritta…non male…castelporziano era proprio la spiaggia del minestrone e burroughs era là col suo vestito buono con la sua voce strascicata…avevo tutti i suoi libri meno quello comprato al banchetto che dovrebbe essere RAGAZZI SELVAGGI…il cut-up mi entusiasmava…giorni febbrili avanti e indietro roma-ostia…anche in lambretta…che serate…troppo forte…c’era evtuscenko, un altro messicano o che cavolo era…dario bellezza…gli italiani fischiati…e ginsberg col suo mantra che calmò tutti…c’è un film di quelle serate ma burroughs non c’è nel film…lo recuperai nell’archivio rai quando ci ho lavorato nei primi 90…il film è di andrea andermann che era amico di moravia…sono stato all’università a roma in quegli  anni…lettere: indirizzo demo-etno-antropoligico che sembra così altisonante…stavo all’occupazione della facoltà nel febbraio 1977…ho rubato al preside carlo salinari delle forbici che chissà che fine hanno fatto…ho dormito sotto la scrivania di quel gran critico letterario…per la lettura sel deprofundis oggi sono alle formiche…mi piace leggere lento…ci sono dei passi tremendi che se son realtà,  con la scrittura diventano un’altra cosa...

Sì, sì: conosco quel film e Antonio Porta non mi raccontò di Burroughs. o che studiò con Ginsberg ed Evtushenko, al secondo giorno, il modo per non essere aggrediti, si divertiva moltissimo. Il colpo lo fece Cordelli, che non avvisò che il previsto concerto di Patti Smith non si sarebbe tenuto, altrimenti ci sarebbe stato un quarto della folla. Le immagini del film sono memorabili. La tipa autistica messa accanto alla Maraini che legge, la donna delle pulizie dei cessi sulla spiaggia, quelli che dormono di giorno sotto la pedana… Indimenticabile…
Conclusione: sono nato con 10 anni di ritardo, cazzo…

ho ritrovato il libro di burroughs comprato a castelporziano, non ragazzi selvaggi ma la morbida macchina…la data: 30 giugno 1979… oltre alla data è riportata la frase della bandiera americana inzuppata nell’eroina ecc…



ho letto un pezzo tuo su NUOVI ARGOMENTI, ero sicuro di avere qualcosa d’altro di tuo, non so niente di te, conosco solo la tua scrittura…

mai in ritardo caro gius

1.583 PAROLE DOPO LA LETTURA DEL TRAUMA E LO SCIAMANO

caro giuseppe so che ti scriverò assai perché la scrittura è un fluxus che segue visioni che segue ascolti che segue letture che segue una serie di foto fatte col cellulare per l’album che voglio chiamare BABEL su facebook…visioni letture ascolti anche frammentari anzi decisamente frammentari solo in casa e non m’annoio nemmeno un po’, ascoltando un vecchio cd del 2000 (titolo: good looking blues, voce femminile dice: must have been the devil who changed my mind, c’è una tromba e dell’ elettronica di fondo, di quelle atmosfere non propriamente cupe, nemmeno drum’bass, ritmo tipico dell’epoca e nemmeno aphex twin)…l’ascolto di questo cd adesso è decisamente predominante…moglie fuori, figlia fuori…la prima ad una festa di canzoni revival a casa di certi amici di amici della provincia più profonda…l’anno scorso andai a casa degli amici (quest’anno il posto è diverso ed è a casa degli amici degli amici ed io non vado per certi rancori legati ai tempi delle scazzottate fascisti/comunisti) -anch’io andai chiamiamola alla prima edizione del canto-revival che molto successo riscosse- c’era tutta la piazza e anche la sindaca -e mi sono poi chiesto per settimane perché ancora dobbiamo tormentarci con il ragazzo che come me amava eccetera, perché sempre luciobattisti claudiobaglioni commuovono? e non una sana cantata di anarchy in uk, perché? l’età mia e di tutti loro è la stessa, stupida questione la mia e senza risposta…ha acceso dibattiti serrati in famiglia, ognuno a dire la sua…nessuno invece conosce la musica che sto ascoltando tra quella gente (il gruppo si chiama LAIKA)…

forse solo un altro nel paese può conoscerli, uno che sta tra i miei “amici” di facebook, tipo eclettico – mi può esser figlio o nipote – autore un saggio su dante gabriel rossetti e sta facendo una sua ricerca su la sindrome di stendhal a berlino…forse lui…certamente gli altri staranno ora cantando un pezzo di patty pravo che sarebbe comunque scelta sofisticata…la figlia invece ormai esce tutte le sere e torna alle 2,30/3 e la mattina faccio fatica a svegliarla per richiamarla ai suoi doveri… è in seconda liceo, studia il greco, legge dostoevski, suona in un gruppo di tutte ragazze che si son chiamate COTTON FACTORY, è una brava figliola, vive il suo tempo, io ero molto peggio, ma a me sembra che perda tempo in quella specie di intrattenimento che non so come chiamare ma che forse “cazzeggio” rende bene (il correttore automatico riporta sempre “pazzeggio”)…la musica continua…ma voglio tornare al pezzo 5 (stesso titolo del cd)…frammenti della tv accesa di là in camera da letto (la tv bandita dai luoghi della chiacchiera, a tavola e sui divani)…quando passo -negli intervalli di scrittura -vedo sarkozy che sostiene la sua su gaza…cambio canale: ancora letterman…biff, l’assistente di studio, gli tira contro continuamente delle scarpe come il giornalista egiziano a bush…tra i film vedo che c’è DON CAMILLO MONSIGNORE, ma evito…li conosco a memoria i film tratti da guareschi…ma un pezzettino non guasterebbe…sguardo veloce alla tv mentre la notte avanza e la casa diventa fredda…adesso c’è louis de funès contro fantomas…non so mai se mi fa ridere il vecchio louis ma l’effetto nostalgia è sempre all’agguato…dopo il pezzo 5 il cd è un crescendo di trombe jazzate……tutto questo giusto per dire del momento cosmico venuto dopo la lettura del capitolo 3 –il trauma e lo sciamano…fumato nel frammento sigarilli davidoff… quello che di nome si chiamava zino, morto vecchissimo e sempre in gamba con un negozio a ginevra dove sogno di entrare prima o poirimetto il pezzo 5…in copertina c’è proprio la cagnetta mandata in orbita all’inizio dell’avventura spaziale…la musica è fatta di ritmi vagamente sciamanici che mi richiamano il testo del deprofundis…li conosco bene gli sciamani per tutto quel levi-strauss e margaret mead e malinowski e ernesto de martino studiati all’università…impressionante la sequela di parole dello sciamano che descrivono con la parole che gli vengono dai morti uno status, gusti, scatti nervosi, momenti assoluti, passaggi temporali di un’esistenza – la tua – dove la fiction rappresenta la realtà perché nessuno parla senza incepparsi – spesso mi chiedo questo pensando ai dialoghi dei romanzi o dei film: non ci sono le incertezze nel parlato…non ci sono esitazioni…i ragionamenti filano via lisci…così lo sciamano…impossibile abbia usato nella realtà quelle parole…così con la dottoressa necroscopia del capitolo precedente…tu dici: io sono lo scrittore giuseppe genna…parlato e scrittura si incontrano…la realtà diventa una finzione di parole ben dette…il parlato invece non è mai come ai convegni…ci sono continue interruzioni…non è nemmeno un talk-show…me ne accorgo sempre a casa quando cerco di coordinare un pensiero che non riesco spesso a concludere perché ragionamenti troppo complessi non sono propri della quotidianità… è la prima volta che mi capita di fondere davvero scrittura e lettura con la realtà del giorno corrente e di commentare poi con altra scrittura con un’operazione fine a se stessa per il gusto di vivere il momento magico dove la scrittura si sovrappone alla realtà…poi un sobbalzo…ci sono certe oblique coincidenze con una storia che ho immagino da qualche anno, dove c’è un tipo che dopo un’eclisse di sole acquista il potere di vedere e parlare con i morti (!!!)…ha colloqui filosofici estenuanti con le ombre…i morti non sanno di esserlo davvero e parlano ad una tale velocità che è difficile captare tutto…il tipo non dorme più perché le ombre si rendono evidenti di notte –un classico-mentre di giorno sono soltanto presenze ecc…assiste all’eclisse in francia, a carnac, dove si trova con michel houellebecq (!!!) per girare un booktrailer per le particelle elementari…l’eclisse avviene l’11 agosto 1999…fine millennio…fine presunta di un’epoca…il tipo su suggerimento di un amico si rifugia su un’isola greca, sede di una fondazione inglese ecc ecc, dove ci sono percorsi creati da richard long, perché i morti hanno una specie di terrore per l’acqua ecc ecc quindi pensa che salto ho fatto: lo sciamano parla con i morti! Houellebecq! …scrittura, lettura, ancora scrittura e ancora salto al pezzo 5 del cd e la notte continua…

la domanda è: le storie sono state tutte scritte?

ALLEGATO
Nascosto in un libro dimenticato in soffitta, in uno di quei libri pieni di pieghe e con le pagine ingiallite che ricordi di aver sfogliato quando eri ragazzino- ed erano già vecchi quei volumi -, nel libro c’è un foglio azzurrino dove si racconta la stessa storia che stai vivendo.
Riconosci le parole, ti riconosci nel racconto.

Guardando in tv, distrattamente, un programma di storia, di quelli con le interviste interrotte ad arte e le immagini che commentano il parlato, ti accorgi di ascoltare parole che un tempo conoscevi bene, ma che ora sembrano disperse. Le riconosci lo stesso ma non sai più se le apprezzi o meno. Raccontano in sequenza le tue sequenze. Ti stupisci di apprezzarne la costruzione logica. I rimandi. Le connessioni tra i fatti. Non è propriamente la tua biografia, è una delle tante storie già scritte da qualche parte che assomiglia alla tua. Stessi passaggi temporali sottolineati dalle dissolvenze, lo stesso tappeto sonoro.
Per strada ti fermi davanti ad una libreria e i titoli dei volumi esposti ti sono già noti, anche se è la prima volta che li vedi. Entri nella libreria. Sfogli il primo volume che ti capita sotto mano, la copertina ti ricorda qualcosa: un disegno infantile – guarda che strano – uno di quelli che facevi da bambino anche tu. Apri una pagina a caso e ti riconosci nel racconto. Anche se la storia è ambientata in qualche landa desolata dove non sei mai stato, quella landa spazzata da una pioggia feroce ti appartiene. Là dove il protagonista vive un amore contrastato e da dove ancora quell’innamorato respinto parte alla ricerca di se stesso, portandosi dietro una fotografia stropicciata del suo amore, una foto custodita gelosamente nel portafoglio. Il ragazzo la mostra alle persone sbagliate. Per quanto lui sia ingenuamente fiducioso, gli altri sono truffaldini e pieni di malizia. Qualcuno poi lo aggredisce in un vicolo scuro. Lo vediamo disteso per terra con il volto pieno di lividi, i lividi lui li vedrà specchiandosi nella vetrina di un bar malfamato, dopo che si è rialzato a fatica. Rientrerà nella pensioncina che lo ospita, pulirà le ferite allo specchio di un bagno sudicio. Quando si specchia vedi il tuo volto.
In altre occasioni sei in treno e ascolti un compagno di viaggio che racconta al telefono una sua vicenda intima. Con ampi gesti, quel viaggiatore sottolinea i passaggi più vivaci del suo racconto, ma senza quasi parlare, usando frasi incomplete, con molti incisi. Tutti si, ah, ho capito e quella storia sai di averla già sentita.
Allora capisci di averla già vissuta. Una storia già scritta. La tua storia. Una delle tante.

Già. Un minuscolo sedimento di narratività che si insinua nelle viscere profonde della terra dove vivi e raggiunge silenzioso la radice di tutte le storie. Le vivifica aggiungendo un frammento narrativo dopo l’altro.

Tutte le storie sono già dentro di noi. Tutte ci appartengono e molto spesso si ripetono con le stesse movenze. Le stesse battute. Gli stessi sviluppi. E’ quasi tragico, è quasi divertente.

Perdona, Antonio: sono costretto a essere laconicissimo – la mia vita è in sisma, in questo momento (problemi di grana, di alimentazione, prossimo futuro in bilico).
Dico solo una cosa: tu devi scrivere quel libro. Hai una prosa impressionante. Sei capace di 200.000 registri e velocità differenti. Non pensarci nemmeno: scrivi e basta, poi si trova l’editore. Troppa esperienza, troppa storia personale coniugate a un istinto ritmico e immaginale potente. Buttati.

il tempo come susseguirsi di eventi è davvero strano, spesso ti ritrovi a rifare le stesse azioni senza volerlo…insomma sono stato travolto da letture, dal lavoro, dai miei andirivieni…ho letto il tuo libro e sono contento che sia capitato con queste nostre comunicazioni…grazie ancora delle belle parole sulla mia scrittura…ciao so long

***

questo pezzo non è propriamente un’intervista,  rileggendolo a distanza di qualche anno può sembrarlo, almeno all’inizio con il tipico alternarsi di domande e risposte, comunque mi piace inserirlo tra le mie  interviste perchè genna risponde (sembra lo sventurato e invece è il miserabile, come ama definirsi)

il titolo IO richiama naturalmente a come genna voleva chiamare il suo hitler e poi al fatto che l’intervista-colloquio si trasforma in qualcos’altro, con una decisa preponderanza di mia scrittura, non più solo genna quindi ma io

in realtà devo dire che è stato proprio per colpa  di giuseppe genna se mi sono iscritto a facebook nel dicembre 2008, complice un articolo su IL GIORNALE  “Una vera e propria macchina culturale instancabile è Giuseppe Genna, veterano del web e tra i primi a diventare facebookini (termine che sostituirà sanbabilini nella nostra Italietta delle lettere?).”,scriveva gian paolo serino

“thedarksideofthelight”

Là dove tutto è luce, le ombre non sono soltanto dei riflessi.
La parte oscura della luce si definisce nei contorni percorsi da segni grafici ripetuti e infiniti come onde.


Anche l’icona scelta da Thea Tini, per la sua partecipazione alla Biennale di Venezia Arte, è un riflesso pieno di luce.
La Reggenza –sempre plurale a San Marino – come metafora di trasparenza e partecipazione: luce in-azione
nelle illumi-NAZIONI, per parafrasare i titoli del padiglione sammarinese e quello generale dell’edizione 2011 della Biennale.

I profili di due figuranti, che per un giorno hanno indossato gli abiti da cerimonia della suprema magistratura sammarinese- attraversati da onde di scrittura, riportano al senso di appartenenza al territorio, un sentimento tipico e nobile di chi è nato e vive nella più antica repubblica del mondo.

Antonio Prenna, giornalista
http://www.theatini.com/SitoWeb/Spec_Biennale_2011/Spec_Biennale.htm

ROSI

L’ho incrociato alla fine d’un incontro drammatico. Il suo ultimo incontro. La mia prima regia d’uno scontro pugilatorio.

In onda addirittura in diretta su un canale nazionale di sport. Solo un’altra volta ho lavorato sullo sport in diretta: era una partita di qualificazioni dei mondiali e la Nazionale di San Marino si scontrava con la Croazia. Mi dicono che nelle terre dalmate hanno visto quella partita numerosi. Questo incontro qui di pugilato non so quanti lo vedranno.

Abbiamo lavorato senza ritorno della diretta. Quasi come lavorare al buio. Il conduttore – m’hanno poi riferito – chiamava immagini, ralenti, cercava particolari che non potevamo rimandare. Sulle immagini del match risaltava il vuoto della platea, come se la boxe non interessasse punto più nessuno. Forse bisogna rassegnarsi. [1]

L’ingresso di Rosi è segnato retoricamente dallo stacchetto di Rocky. Non se ne può fare a meno. We are the champions dei Queen per le vittorie -non importa se sul campo di calcio o sulle piste dei gran premi-, Money dei Pink Floyd quando si parla di soldi e Rocky per ogni buon ingresso sul ring. Non si sfugge. 

I fiati, le trombe…ta ta tadada ta ta sparati dall’impianto nel palazzetto…ma il pugile non è pronto, l’inquadratura è ferma, statica –non muoverti, eccolo, eccolo, dico all’operatore- ferma sul punto da dove uscirà.

Sull’attesa del suo ingresso si consumano minuti che in televisione sono la noia raccontata in tutta la sua azzerante magnificenza di contenuto visivo, segnico, espressivo.

Riparte lo stacchetto dopo qualche incertezza. Rosi, per primo, passa tra le sedie desolatamente vuote. Riprendi stretto, riprendi stretto, stringi su di lui che avanza, dico ancora all’operatore.

Dietro di lui avanza dopo un po’ lo sfidante, Robert Roselia, viso camuso, lungo, con poche espressioni, capelli a spazzola, non si notano tatuaggi, il fisico ben modellato, non tozzo come quello di Rosi che è un quasi cinquantenne.

Poi l’incontro. Le immagini a stacco, dissolvenze solo in chiusura di ripresa, con  la telecamera dall’alto, quella fissa che inquadra il ring (un po’ storto perché non è esattamente centrata, visto che il ring è stato montato prima delle telecamere). C’è anche la ragazza che solleva il cartello con il numero della ripresa. L’incontro è anche avvincente. Due larga su totale va a stringere, la tre già stretta sul piano americano, poi ancora due a figura intera per consentire di seguire il gioco di gambe che è tutta lì la boxe nel gioco delle gambe saltellanti sul ring.

Finito ko Rosi aveva strabuzzato gli occhi, roteato lo sguardo all’interno di sé, costretto a guardarsi l’anima con quella vista interna, in cerca di ossigeno. Nel momento in cui forse la vita ti scorre davanti come i fotogrammi fuori fuoco di un film. Ci aveva messo del tempo a riprendersi il pugile umbro. Il francese l’aveva colpito di taglio poco prima, Rosi aveva mostrato la nuca all’arbitro, il francese – campione anche di kickboxing –  esperto di colpi micidiali, non s’era scomposto, quello che poi con un unodue nemmeno irresistibile l’aveva steso all’undicesima ripresa, l’arbitro sembrava essere dalla parte di quest’ultimo, mai dalla parte di Rosi.

L’immagine del pugile al tappeto che rimandavamo era impallata un po’ da tutti, ho detto all’ operatore sul ring di andargli sotto. Momenti drammatici quelli. L’uomo restava disteso. I medici gli stavano addosso, fornendo le prime cure. Poi Rosi si è rialzato. Gli occhi non più roteanti, ma lo stesso assenti, liquidi, mortificati. Poi l’uscita di scena in ambulanza. Ero accanto all’operatore che cercava la documentazione del presente.

Quelle immagini le ho riviste in un programma sportivo della Terza Rete. Io ero dietro la ripresa e non mi si vede, ho rivissuto la scena perché ero lì a testimoniare giornalisticamente che quanto avviene occorre sentirne il sapore direttamente. 

Sulla Repubblica un articolo parla dell’incontro. Ci sono polemiche successive. Rosi accusa il francese di aver messo una sostanza irritante sui guantoni. Così si spiega una sua congiuntivite che l’ha disturbato durante il match. Non si parla dei colpi di taglio. Forse è difficile dimostrarne l’esecuzione. La Gendarmeria (siamo a San Marino è i carabinieri sono gendarmi) chiede il giorno la registrazione dell’incontro per verificare dubbi e incertezze.

A casa commento l’incontro leggendo  Mi sono fatto una piccola rassegna stampa. Il Giornale ne ha parlato, anche il Messaggero riporta la cronaca, per non parlare della Gazzetta dello Sport ovviamente. Ma l’articolo migliore è quello della Repubblica che si spinge a citare Scorsese. 

Finisce fra ospedali, sospetti e sequestri l’ultimo spettacolo di Gianfranco Rosi. Venerdì sera, al penultimo round della sfida col francese Robert Roselia per la corona intercontinentale  dei medi IBF, un sinistro d’incontro col suo avversario lo trova completamente scoperto. Una botta micidiale che trasforma l’eroico 49enne in un bambolone di pezza. Rosi, che ne ha viste di tutti i colori, smette di vedere qualunque colore e va giù come al cinematografo. Nemmeno Scorsese avrebbe reso meglio un ko.

 Vedi? dico a mia moglie sono meglio di Scorsese.

Mi riferisco ai miei stacchi, alle immagini che il mixer ha composto sul mio chiamare le camere, sul mio vedere il risultato in onda.

Seeeeee, ti piacerebbe eh? dice lei ridendomi dietro.

Ma l’articolo non fa riferimento alla ripresa televisiva eh? insisto io. Mi schernisco, faccio un po’ l’offeso, in famiglia succedono sempre piccole schermaglie fatte di frasi smozzicate.

 Ma s’era capito, che ti credevi eh? taglia corto lei.


[1]        Altri tempi quelli in cui Babbu mi svegliava nel cuore della notte per guardare gli scontri di Cassius Clay, in mondovisione via satellite.