“thedarksideofthelight”

Là dove tutto è luce, le ombre non sono soltanto dei riflessi.
La parte oscura della luce si definisce nei contorni percorsi da segni grafici ripetuti e infiniti come onde.


Anche l’icona scelta da Thea Tini, per la sua partecipazione alla Biennale di Venezia Arte, è un riflesso pieno di luce.
La Reggenza –sempre plurale a San Marino – come metafora di trasparenza e partecipazione: luce in-azione
nelle illumi-NAZIONI, per parafrasare i titoli del padiglione sammarinese e quello generale dell’edizione 2011 della Biennale.

I profili di due figuranti, che per un giorno hanno indossato gli abiti da cerimonia della suprema magistratura sammarinese- attraversati da onde di scrittura, riportano al senso di appartenenza al territorio, un sentimento tipico e nobile di chi è nato e vive nella più antica repubblica del mondo.

Antonio Prenna, giornalista
http://www.theatini.com/SitoWeb/Spec_Biennale_2011/Spec_Biennale.htm

DE CHIRICO

Credo di aver incrociato il Pictor Optimus per le calli veneziane durante la Biennale del 1976, incontro sporadicissimo, nemmeno il tempo di avvertire la presenza del maestro che già aveva svoltato l’angolo, ma non ne sono del tutto sicuro. Era lui?  Era proprio De Chirico?

PANNAGGI

Nel 1978 alla biennale di Venezia ho acquistato un catalogo che parlava di ambientazioni artistiche, installazioni, arredamento, scritto da Germano Celant. Tra le tante proposte ce n’era una che negli anni era destinata a diventare per me una sorta di orizzonte mitico: la casa Zampini, realizzata negli anni 20 a Esanatoglia, un paesino vicino Matelica, da un futurista che si chiamava Ivo Pannaggi.  Pannaggi era un maceratese, vissuto per anni a Oslo che nell’ultima parte della vita era tornato nella cittadina marchigiana.  Era l’ultimo dei futuristi, come titolava un servizio che avevo visto sulla terza rete regionale.  Quella casa avevo proprio voglia di vederla, ma Esanatoglia è stata sempre fuori dalle mie mete.  Pannaggi, quand’ero liceale, lo incontravo lungo il corso di Macerata, mentre passeggiava vecchio e un po’ zoppicante, col suo bastoncino da dandy. Aveva un ciuffo di capelli crespi legati sulla testa, molto stravagante e dei gran baffoni. Un paio di volte ci parlai, lui mi prendeva sottobraccio e mi raccontava delle serate futuriste e vedevo che cercava di stupire me giovane curioso. E ci riusciva benissimo. Mi prendeva sottobraccio, mi chiedeva di accompagnarlo in su e in giù, lungo il corso, come si faceva un tempo. Ma della casa Zampini ne ebbi notizia molto tempo dopo averlo incontrato. Altrimenti gliel’avrei chiesto. Una casa in stile futurista negli anni 20 lì in provincia era qualcosa di incredibile. Cercando poi recentemente notizie su Pannaggi sul web leggo che gli elementi principali di questo straordinario esperimento di architettura d’interni di si trova nel Museo di Macerata. Finalmente un sabato ho trovato il tempo di vedere l’anticamera della casa Zampini. La parte curiosa della mia storia è che quell’opera è lì da non so da quanto tempo.

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TRATTO DAL ROMANZO “LONG ISLAND”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un the indiano, quasi insapore. Questo mi concedo come risarcimento nelle pause del mio intenso pregare notturno. Ormai dormire è solo un ricordo. Le notti greche sono lunghe, valicarne l’erta, piena d’insidie irrazionali, sempre un’avventura. Le imboscate notturne, in questa primordiale spiritualità fatta di formule ripetitive, si manifestano spesso per il troppo lucido ragionare durante il giorno, senza riuscire a staccare mai realmente l’attenzione dalla questione primaria della perdita del ritmo della veglia e del riposo. Ci penso sempre, ci penso troppo, ma è inevitabile, non riesco a fare altro. Distrazioni poche e solo di routine qui sull’isola. Le visioni arrivano sempre senza preavviso e se prego si allontanano.

Dormire – rifletto – è in fondo un agitarsi del personale pensiero selvaggio, capace di consentire di scaricare le tensioni della vita cosciente. Quasi si tratti di una specie di download. Questo lo sanno tutti, ma è un privilegio della vita normale che non mi è più concesso. Dormire era quella dolce abitudine che chiudeva il sipario della storia quotidiana, quello scivolare nei labirinti della mente, come superare, a volte, le rapide di un fiume di montagna, in altre di lasciarsi semplicemente andare alle visioni automatiche della fase rem, fuori da ogni controllo. Anche questo tutti l’hanno sperimentato. E’ nella natura degli uomini perdersi nei sentieri che si biforcano,1 no?

Un dolce ricordo dormire, si. Niente di più. Ricordo la dolcezza di certi sogni, ma senza nessuna nostalgia. Non provo amarezza, né risentimento verso la fatalità che mi ha portato fino a questo punto, mi dico spesso:

Che vuoi farci? Succede…”.

Mi infastidisce però la mia perenne spossatezza psico-fisica: senza dormire è difficile ricaricarsi, avverto costantemente uno sfinimento che non mi piace per niente ma che cerco di tenere a bada con una disciplina fatta di esercizi, da svolgere con regolarità.

Essenziali grammatiche del corpo e della mente, necessari in un ambiente limitato come questo, come camminare, fare calcoli senza prendere appunti, imparare a memoria poesie e leggi costituzionali (ma vanno bene anche le norme del codice penale o di qualsiasi altra normazione), sollevare pesi, nuotare e infine – soprattutto di notte – pregare.

Ho pur diritto di concedermi un modo per ritrovare l’equilibrio, no?

Anche questo mi ripeto spesso, quando si vive quasi in costante solitudine si finisce per ragionarsi addosso. Porsi delle domande, rispondersi come se a farlo fosse un interlocutore. I miei soliloqui non mi creano inquietudine, mi capitava di farli anche quando ero in auto. Penso sia normale farlo.

Anche l’esercitare la memoria è parte della disciplina. Allenare la mente con il ricordo, non dimenticarsi le minuterie, di quanto è capitato tre giorni fa o un mese indietro oppure quindici anni prima.

Pregare è lo stesso: è come riempire di silenzio le parole. Mi aiuta a non disperdere la ragione per motivi che non riesco ancora a capire fino in fondo, mi aiuta anche non pensare ai miei ultimi sette anni.

Li conto: uno, due, tre quattro.

Cinque già mi tocca pronunciarlo sottovoce. E’ dura arrivare a sette. Come di notte, dall’una fino al mattino è tutto in salita.

Il prossimo marzo saranno due gli anni che mi separano dal mio arrivo qui a Long Island, l’isola del Mar Egeo che ha preso il nome dell’artista inglese della land art, Richard Long, il dinoccolato land-artista che traccia spirali nella sabbia d’Algeria e dei deserti di tutto il mondo (ma l’Algeria –chissà perché, forse per la polvere che Long solleva con i piedi in un filmato che ho visto sul web- l’Algeria mi è rimasta molto impresso), lo sciamano very english che sposta sassi creando così sentieri ma che non portano da nessuna parte e che con l’acqua versata sulla terra polverosa genera linee di pensiero.

Inoltre Long Island – questa Long Island mediterranea – condivide solo l’assonanza con l’isola di fronte a New York: il nome greco nemmeno lo conosco.

Prima di chiamarsi Long Island era The Foundation, come nei romanzi più famosi di Isaac Asimov. Una stravaganza del primo proprietario britannico che negli anni 50 aveva rilevato questo scoglio per farne un luogo d’arte. Sotto i veneziani era un lazzaretto. Ce ne sono diversi nel mar Egeo. Mura e torrette per difendersi dal male che si respirava, così questo è stato un luogo di quarantena e alcune parti sono state ricostruite, altre lasciate – secondo le nostalgie inglesi – decadere.

Alla morte dell’eccentrico signore britannico – ricchissimo e generoso mecenate che sulle intuizioni delle tendenze artistiche che avrebbero venduto di più, s’era fatto una fortuna – gli eredi avevano creato una fondazione proprio con quel nome – The Foundation – che dava il nome all’isola, secondo il volere dell’illustre fondatore che a Londra commerciava in arte moderna. Chiamare l’isola ora con questo nuovo nome ha decretato un successo senza precedenti dell’iniziativa legata al nome di Richard Long.

L’isola è chiamata in tutti e due i modi ma il riferimento ad Asimov sta perdendo attrattive rispetto all’altro.

Fuggo le insidie notturne delle ore più silenziose – ma qui è sempre silenzio a parte il rumore delle onde e degli uccelli marini -con un lento sgranare il rosario d’avorio che ho comprato in un piccolo negozio d’antiquariato proprio a Londra, anni fa.

E’ stato meno di dodici mesi prima della deriva che caratterizza il mio presente, nell’agosto 1998.

Così prego. Anche con le dita. Non solo con le labbra e il cuore.

Quando ho acquistato il rosario – era un pomeriggio piovoso che sembrava già di fine estate – non potevo immaginare che l’avrei usato principalmente a questo scopo.

Ero entrato in quel sottoscala dalle parti di Notting Hill, dopo aver visto in vetrina dei bastoni da passeggio molto interessanti.

Ce ne sono sempre in questi piccoli negozi d’antichità, di solito vicino all’ingresso, insieme agli ombrelli.

Le teste di drago mi avevano colpito, accanto alle solite impugnature con teste di cani da caccia, con il muso allungato e l’aspetto rassicurante del miglior amico dell’uomo, qualcuno più stravagante degli altri con la lingua di fuori.

I bastoni da passeggio li collezionava mio padre. Per questo li avevo notati. E’ una specie di deformazione continuare la sua raccolta, come si rispetta una tradizione. La mamma diceva sempre che papà non doveva sfidare la sorte con quella sua passione.

Che non ti debbano servire…”, lo apostrofava.

Mio padre alzava le spalle ascoltando quelle parole, per quante volte lei gli aveva ripetuto quella frase, diventata in famiglia proverbiale.

A cinquantadue anni però papà l’avrebbe davvero utilizzati quei bastoni così eleganti, raccolti solo per capriccio collezionistico. Ero poco più che un adolescente quando cadde malamente dalle scale di casa. Venne giù di peso. Ricordo ancora il rumore della caduta e il grido del babbo. Si era fratturato un ginocchio e fu costretto al gesso per diverso tempo – un tempo che mi sembrò lunghissimo – e ad una severa rieducazione. Per quanto poi cercasse di nasconderlo, un poco zoppicava e si aiutava proprio con i bastoni della collezione. Li cambiava spesso, come se volesse solo provarli, stringerli in mano, per apprezzarli meglio, avvertirne la forza, non per trovare un sostegno alle sue incertezze.

Il mio ingresso nel negozietto londinese fu accompagnato dal suono di un campanello, sopra la porta. Dal retro, da dove si ascoltava lontana la voce di uno speaker radiofonico che annunciava il secondo atto del Rigoletto, era comparso il padrone. Un uomo dai capelli radi e gli occhi piccoli ma di statura imponente. Riempiva la porta con la sua mole. Si pose dietro un tavolo che faceva da bancone con un gesto elegante, da uomo di buone maniere. Fece solo un cenno del capo, entrando; il suo non sembrava nemmeno un saluto, con una pezza azzurrina puliva i suoi occhialetti rotondi. Abbassò il capo subito dopo, considerandomi forse più un fastidio che una parte rilevante della sua attività professionale, almeno in quel momento. Mugugnai una specie di risposta un po’ in inglese, un po’ in italiano. L’uomo non rispose, continuando con meticolosità la pulizia delle sue lenti. Intanto l’opera aveva preso un bel ritmo ma rimaneva in lontananza, di sottofondo. Cominciai allora a curiosare in giro. C’era di tutto. Raccolte di riviste scientifiche, cappelli, cuscini con ricami insoliti, uno richiamava addirittura motivi futuristi, bigiotteria sovietica, vecchi volumi –forse rari – dei polizieschi di Sherlock Holmes, pipe – per rimanere in tema- mappamondi e fermacarte dalle forme eleganti. Da Belle Epoque. Elefanti, mongolfiere, aerei da guerra, coltellini, tarocchi e dadi.

Regnava un eclettismo che nella casa di qualcuno avrei trovato persino imbarazzante. Statuette di Lenin e Stalin, alcune in coppia, palline da golf con su scritto il nome del club, alcune con delle macchie d’erba, animali fossili intrappolati nella roccia e souvenir dell’India in ceramica, numeri sparsi di Esquire, di Playboy, di Granta e una lunga serie di colossei di grandezza diversa, guanti da pilota, qualche bottiglia di birra e un album di carte telefoniche dell’isola Saint Lucia, nei Caraibi. Una celebrava il nobel per la letteratura di Derek Walcott, dell’anno prima. Mi venne in mente quella sua poesia in cui scrive che alla fine della frase la pioggia comincerà a cadere. Qualcosa di simile dovevo aver pensato anch’io davanti al negozio, prima di entrare, perché ancora non pioveva tanto forte, quella pioggerella londinese che non bagna davvero. Solo quando ero entrato e il campanello si era fatto sentire, cominciò a cadere una pioggia battente. Strano avere in mente la poesia di Walcott poco prima della scoperta del catalogo, quella poesia che tanto mi piaceva e imbattermi sulla sua immagine subito dopo. Strana associazione, pensai sfogliando quell’album di stupide carte telefoniche plastificate. Forse quel bazar anglosassone possedeva una sua logica e quell’uomo così grigio- che continuava indifferente nella sua ostinata pulizia mentre Rigoletto eccetera- chissà quante storie aveva da raccontare.

Già. Le storie. La mia vera passione. La passione che si era trasformata in un lavoro. Lavoravo allora nell’ufficio stampa di una casa editrice italiana piuttosto importante. All’università mi piaceva leggere le interviste degli scrittori. Adesso mi capitava spesso di farne io. Non ero a Londra per caso, anche se mi accompagnava Maria Grazia, la donna che era diventata da un paio di mesi mia moglie. Univo il piacere di essere nella capitale più stimolante dell’Occidente con la donna che amavo e un impegno di lavoro.

La sera ci sarebbe stata la presentazione del nuovo romanzo di Irvine Welsh, astro nascente – anzi più che affermato – della letteratura di lingua inglese.

Dovevo sbrigarmi: Maria Grazia era da Harrods a comprarsi un vestito-maschera per la serata in uno di quei locali, a metà tra discoteca e pub, tipici di Londra, dove si sarebbero esibiti band e dj. Le presentazioni dei libri da qualche anno erano più un happening che una noiosa conferenza-stampa.

Occorreva continuare nella ricognizione per arrivare almeno ad un acquisto. Me lo dettava la mia coscienza: ormai non potevo uscire di lì a mani vuote, tanto più che la pioggia non smetteva di cadere. Gli oggetti erano disposti su mobiletti e tavolini e piccole scrivanie di taglio romantico.

I bastoni erano sempre lì vicino all’ingresso, li avevo un po’ lasciati in disparte, distratto da quell’amalgama di oggetti che sembravano esposti come si trattasse di una mostra, non per essere venduti.

C’era una tale quantità di stimoli visivi e tattili, in un’apparente disordine, che faticavo a concentrarmi su qualcosa da acquistare.

Prima di rifugiarmi nel negozio di antiquariato ero stato da un collega dell’ufficio stampa di Irvine Welsh. Avevamo deciso una prima strategia per il lancio del suo nuovo romanzo. Per me era il grande salto in avanti. Dopo essermi occupato solo di autori italiani – anche importanti – adesso curavo l’edizione del nuovo scoppiettante volume di Welsh, un autore che mi piaceva molto e che aveva un bel successo, soprattutto dopo l’uscita del film Trainspotting, tratto da uno dei primi romanzi. Avevo letto tutto quello che avevo trovato dello scrittore scozzese. Welsh all’incontro di Notting Hill non si era visto come eravamo d’accordo ma sarebbe stato presente la sera alla festa. Dovevo intervistare Welsh per mettere poi a disposizione della stampa le sue riflessioni, riprese in un momento particolare.

In quel 1998 il dibattito culturale era incentrato sul concetto di fine, di lì a poco, come si diceva allora, avremmo varcato la soglia del nuovo millennio. Il Novecento – il secolo breve, il secolo crudele, il secolo del fantasma nella macchina – avrebbe esaurito la sua spinta propulsiva, diventando un lungo capitolo di storia e niente più. Non sarebbe stato più attualità: l’idea della fine si coniugava alla perfezione con quei tempi confusi.

Welsh seguiva la corrente, un po’ per ispirazione, un po’ per facili opportunismi commerciali (la violenza vende sempre): insieme a pochi altri riusciva a raccontare nei suoi libri storie che parlavano dei tempi correnti, con un linguaggio originale-fatto anche di audaci grafismi- che coniugava il cinema, le arti visive, la musica di tendenza.

Forse lì dentro quel negozietto avrei potuto trovare un qualcosa da portare allo scrittore. Giusto per essere gentili. Senza nessuno scopo secondario, come quando si va a cena da amici e una bottiglia di vino è scontato portarsela appresso. Così. Un gesto fine a se stesso, da tenere per me.

Aprii dei cassetti con discrezione, l’uomo alzò per un attimo lo sguardo, che riabbassò subito come per darmi il permesso di curiosare dove volevo.

In uno dei cassetti trovai un’infinità di quei badge che i punk infilzavano con una spilla sui giubbotti di cuoio o sulle giacche. Numerosi quelli dedicati alle band di fine anni 70: i Dictators, Eddie & the Hot Rods, gli Stranglers, Siouxsie e naturalmente i Sex Pistols, ce erano altri che descrivevano un universo di formule ambigue e dissonanti come svastiche, simboli dell’anarchia e figure sovietiche insieme a frasi altrettanto ambigue oppure semplicemente dei titoli di canzoni.

Avrei portato a Welsh una di quelle patacche. Scelsi i Dictators perché mi avevano colpito subito. La prima scelta di solito è quella azzeccata.

L’uomo continuava nella sua opera di pulizia come se quella fosse la cosa più importante da fare al mondo, ogni tanto alzavo lo guardavo dagli specchi cercando di incrociare la sua attenzione, almeno per chiedere-se non altro a gesti o con uno sguardo d’intesa- il prezzo. Quello non mi guardava neppure.

Continuai nella mia ricognizione. M’ero attaccato alla giacca la spalletta per non dimenticarla.

Il luogo mi ricordava sempre più una di quelle stanze delle meraviglie del ‘500, certamente con meno pretese, in un’atmosfera meno austera e seriosa di quei primi esperimenti di raccolta ragionata di reperti, ma la disposizione generale era dello stesso tipo.

Arrivai in un angolo dove c’era una bella scrivania di mogano che aveva conosciuto tempi migliori, borbottando tra me in modo che l’uomo mi sentisse- ma senza per questo richiedere propriamente una risposta.

Aveva bisogno di un restauro ma era comunque molto bella, con delle colonnine neoclassiche e dei cassetti a scomparsa.

Accarezzai il legno. C’era della polvere, ma non così tanta da crearmi problemi. La polvere di solito mi infastidisce ma in quell’ambiente aveva un suo fascino. Sfregai le dita tra loro. Era polvere fina, appena una patina. Segno che non era un posto del tutto abbandonato al suo destino, quello.

Mia moglie mi trascura, anzi in negozio viene lo stretto necessario e forse si vede, dice che non sopporta la moltitudine di questi oggetti, come si trattasse di una folla, mia moglie odia gli assembramenti”, disse l’uomo con un sorriso ambiguo, quasi a scusarsi della polvere. Non aveva detto una sola parola in tutto quel tempo e quella specie di confessione suonava persino indiscreta.

Ah fa niente – risposi -, sono sposato da poco e non so ancora come sono fatte le mogli, conosco le ragazze, quelle si… le mogli sono una categoria a parti?

Ho il sospetto che lo siano-dissi, dopo un breve silenzio, con ironia- non so ancora se la donna che ho sposato, rimarrà uguale a se stessa, come la conosco adesso, oppure se si trasformerà in qualche altra cosa.”

Interessante il suo punto di vista, sir, sembra conoscere bene le mogli invece”, rispose lui.

In realtà l’ho letto in un libro, un capitolo era intitolato proprio “Quando la donna si trasforma in moglie”, ma non mi è mai sembrata un’espressione molto gentile verso le donne, non crede?

Già”, l’uomo tornò silenzioso ai suoi occhiali ed io alla scrivania di mogano.

Nella mia perlustrazione sfiorai una delle colonnine che ornavano la parte superiore della scrivania. Si avvertì un tac. Un congegno si era attivato.

L’uomo alzò la testa ma non si scompose. Non era la prima volta evidentemente che un cliente riusciva ad aprire quel cassetto segreto. Lo vidi che continuava a sorridere in quel suo modo sornione, complice ma indifferente, come a dire “so come va a finire”.

Con uno scatto si aprì uno scomparto laterale dove scoprii il rosario.

L’antiquario alzò lo sguardo.

Ah, quello…”, disse, lasciando sospeso il seguito. Era compiaciuto della mia scoperta. Presi in mano il rosario, rigirandolo tra le dita, senza riuscire ad afferrarlo davvero, tanto è sfuggente la sua natura. Un rosario puoi stringerlo anche con forza, ma la sua conformazione ti costringe a passare da un grano all’altro. Avvicinai gli occhi quasi piegandomi e sentendomi attratto da quel simbolo di devozione, quasi rapito dal misterioso carisma che trasmetteva al tatto e alla vista.

Rividi allora la nonna che pregava sottovoce vicino alla finestra della sua camera da letto. Possedeva un rosario del tutto simile a quello. Grani grossi con venature di ambra. Stringendolo, dopo quella modalità di scoperta, avevo rivissuto un momento della mia infanzia, che lasciavo sepolta sotto i detriti di pochi decenni.

La nonna scomparve quasi subito quando sentii il cellulare vibrare in tasca. Era Maria Grazia. Aveva comprato un vestito tigrato e mi avrebbe aspettato in un bar italiano davanti ad Harrods. Dissi arrivo tra poco, amore, voltando le spalle all’uomo.

Ricordo poi la contrattazione con l’antiquario. Ormai volevo quell’oggetto e dimenticai i bastoni con le teste di drago. Ho pochi ricordi dell’infanzia: quello della nonna, con i capelli bianchi e il rosario tra le dita mentre prega, è molto vivido.

Quella mia stretta invece definiva una sensazione effimera ed eterna allo stesso tempo. Stringi un grano. Ti sfugge. Ne stringi un altro. Ti sfugge anche quello. Passi allora al successivo in un gioco infinito, senza un vero inizio, senza una fine definitiva. Per questo lo comprai nonostante il prezzo richiesto dall’antiquario mi sembrasse un po’ eccessivo.

150 pounds? Sta scherzando, vero?”, esclamai con l’espressione più offesa che riuscivo ad avere.

Guardi, gentile amico, che quello è avorio”, fece lui.

All’inizio cercai di mostrami indeciso. Non sono bravissimo in questo genere di cose, ma ho capito in linea di massima come si fa.

Stavo però commettendo l’errore fondamentale: avevo in mano da troppo tempo l’oggetto. Il venditore capisce quella vostra debolezza del momento, quel vostro desiderioche supera ogni considerazione logica.

E’ appartenuto ad una signora di Milano…”, disse a sorpresa l’antiquario, come a rivelare un segreto.

Si era trasferita qui a Londra dopo una delusione d’amore…”, continuò quell’uomo un po’ grigio, ma che si dimostrava pieno di sorprese.

La scrivania era sua…ho lasciato appositamente nel cassetto il rosario-sempre suo – in attesa che qualcuno, come lei, lo aprisse per caso…”, filosofeggiava persino, gigioneggiando un po’. Probabilmente di sentiva molto snob, membro di un club esclusivo, con durissime selezioni d’ingresso.

M’aveva anche raccontato di come gli oggetti di pregio della signora di Milano fossero stati venduti dai suoi nipoti – i figli di un fratello – , alla sua morte, e di come con quella vendita avessero finanziato un magic bus, di quelli che in periodo hippy, partivano da Londra e dopo migliaia di chilometri arrivavano in India, passando per l’Iran e l’Afghanistan, in quegli anni in cui era ancora possibile, almeno prima del 1978, quando il paese fu invaso dai russi. L’inizio della fine dell’impero sovietico.

L’oggetto –il rosario –riusciva a trasmettermi suggestioni straordinarie: dai pomeriggi della nonna fino alla casa della signora milanese con i nipoti hippy. Non potevo lasciarmelo sfuggire. Sentivo che dovevo comprarlo.

Forse – molto più semplicemente – l’antiquario era un bravo affabulatore.

Conosceva i tempi giusti. I silenzi. Il momento in cui colpire nel segno.

Alla fine lo presi per 90 sterline, compreso il badge dei Dictators.

Avvenne un fatto sconcertante: al momento di firmare la ricevuta della carta di credito, un raggio di sole prepotente illuminò il negozio, come se a illuminarlo fosse un faro posto sul pianerottolo che portava in quel sottoscala.

La dura pioggia era finita.

Lo interpretai come un segno, uno dei tanti di cui mi accorgevo, soprattutto dopo la morte di mio padre una decina di anni prima.

Mi rendevo conto di fenomeni -per lo più atmosferici ma non solo- di cui prima non mi accorgevo o non gli davo quella importanza: arcobaleni, scie in cielo, rumori della natura, venti improvvisi sul viso come carezze. Li interpretavo come una forma di saluto o di presenza del mio padre morto all’improvviso in una notte di ferragosto.

All’uscita dal negozio una sorpresa ancora più grande: nel cielo c’era disegnato un arcobaleno di proporzioni gigantesche, sopra Notting Hill vedevo la perfetta perfezione dei gas e del pulviscolo e nelle rifrazioni multicolori era scritta la Grande Poesia che tutto compenetra e ogni mistero o dubbio o curiosità permette di capire.

Era un segno. Ero sicuro di questo.

Ora uso il rosario per le mie quasi-preghiere nelle ore notturne qui a Long Island, quasi a rivivere quel momento in cui il cielo si era tutto colorato. Per strada in quel momento passava un ragazzo nero con una grande radio sulle spalle che mandava note dissonanti, ritmi forsennati. Per un attimo la strada sembrò trasformarsi nel set di un musical, o così parve a me. Un paio di ragazze accennarono un ballo che era più un agitare le braccia e le gambe in modo scomposto, ma lo stesso l’idea era quella del musical. Fu solo un attimo, forse lo avevo solo immaginato. Il carnevale di Notting Hill poteva continuare. In tasca stringevo il rosario.

La ripetizione ossessiva delle formule che pronuncio sottovoce. Frammenti di parole sacre. Parole che pronuncio come se non dovessi fare altro. Come senza conoscere il vero significato delle parole. Dal momento in cui mi sdraio per riposare rigiro tra le mani il rosario dai grani d’avorio e d’ambra. Nel dormiveglia comincio a pregare ormai d’abitudine. Non ci sono richieste di aiuto, di serenità o persino promesse di bontà. Le parole sono pronunciate in modo automatico. Meccanico. Come si trattasse di assolvere ad un dovere. Se razionalizzo non vedo nei confronti di chi devo assolvere a questo dovere. Quando prego rivolgo comunque il viso verso l’alto.

Preghiere cattoliche, di quelle mandate a memoria da bambino, ascoltando la nonna oppure imparate al catechismo.

Intanto vedo mia madre mentre si china su di me e con la gentilezza e la pazienza tipiche delle mamme mi insegna a congiungere le mani e a rivolgerle verso l’alto.

Come dentro una bolla d’aria dove la respirazione risulta difficoltosa, l’apnea del sacro circoscrive il mio intenso pregare notturno. La mia è una qualche forma di difesa per avere a disposizione uno spazio puro ed immacolato, dove non sia possibile peccare – sbagliare forse è l’espressione esatta– perché non c’è modo di fare altro che pregare. Lo spazio nella bolla d’aria è occupato solo dalla preghiera. Il tempo si dilata. E’ un esercizio che mi ha insegnato Chico per tenere a bada le ombre della terraferma. Sull’isola non mi servirebbe pregare ma mi è rimasta come rasserenante abitudine.

Chico sta scrivendo una sua antropologia delle ombre che è un sunto delle parole da lui dette in quella notte a Venezia nel 2001, alla Biennale.

Lo racconterò più avanti di quel girovagare tra le calli del labirinto veneziano: senza l’incontro con Chico Buarque de Hollanda tutto quello che sto vivendo ora non ci sarebbe stato. Non finirò mai di ringraziarlo.

Mi sono accorto che pregando dimentico le sequenze esatte delle formule, così le sovrappongo. Piena di grazia, luce perpetua, ora e sempre, pane quotidiano, così sia. Così sia. I grani del rosario sono lisci al tatto.

Anche la loro semplicità mi aveva spinto all’acquisto.

E’ avorio pregiato, lavorato in una qualche missione africana prima della guerra…le zanne dell’elefante dovevano essere uno spettacolo a vedersi…

è quasi trasparente e forse c’è un miscuglio di ambra”, aveva detto l’antiquario, abbassando lo sguardo ad arte.

Le sue parole, dette in quel modo mellifluo, nascondevano l’ansia di sbarazzarsi di quell’oggetto, che forse da anni non riusciva a vendere. Se non m’avesse assalito la fretta di raggiungere Maria Grazia da Harrods avrei lavorato su quella debolezza per strappare un prezzo migliore. La fretta è sempre una cattiva compagnia.

Il rosario, forse e chissà da quanto tempo, l’aveva addirittura dimenticato e la storia della signora milanese e dei nipoti hippy poteva essere una sua invenzione, per rendere avvincente la decisione di acquistarlo. Ci sono oggetti che portano altrove, non sono la fattezza o il materiale usato, il colore, la consistenza che rendono desiderabile il loro possesso ma la forza di evocazione che trasmettono. Non è la loro preziosità o rarità o qualità propria a renderli attraenti, piuttosto la giostra di racconti che si può fare attorno a loro. In fondo è un gioco della mente che si fa da bambini. La maestra ti spinge a descrivere l’itinerario della moneta che chissà quali tortuosi percorsi ha avuto prima di giungere nelle tue mani e chissà quanta strada percorrerà ancora dopo che avrai speso il soldino per comprarci un gelato. Così immagini personaggi, situazioni esotiche, il corollario di varianti narrative che sono, per via dell’età, piuttosto semplici e limitate ma comunque efficaci. Entri nel gioco e la moneta ti porta a ripercorrere strade, valichi di montagna, pianure, paesaggi che mutano di continuo, dalla città al mare, passando per le colline.

Per questo insisto a tirarmi dietro nei miei traslochi (ma forse quest’ultimo sull’isola è quello definitivo) un paio di scatole piene di ogni tipo di oggetti-ricordo-di-qualcosa. Ci sono anche degli orribili souvenir in ottone dell’Egitto, residui e rovine del mio tempo passato, che, proprio per la loro forza evocativa, hanno perso la loro oggettiva bruttezza.

In quel momento il rosario mi riportava sia alla nonna, sia alle avventure hippy di quei ragazzi milanesi, partiti secoli fa da Londra per raggiungere l’Oriente via terra.

Un viaggio molto lungo. Pieno di sole. Di polvere. Di incontri. Come negli on-the-road al cinema che negli anni 60 costituivano quasi un genere a parte. Avevo dimenticato per un attimo il motivo per cui ero a Londra in quel fine agosto: era sufficiente per far diventare parte della mia vita la corona d’avorio che continuo a rigirarmi tra le dita, notte dopo notte.

Doveva essere anche bravo ad improvvisare, l’antiquario, ma la storia della signora e dei nipoti doveva averla nel repertorio, da tenere in serbo per le grandi occasioni, l’aveva di sicuro raccontata molte altre volte, forse arricchendola di particolari.

Mi disse poi delle comitive colorate che partivano su questi bus variopinti, pieni di buone vibrazioni, di alcuni suoi amici, diventati poi, finito quel Grand Tour dagli itinerari differenti rispetto a quelli tra 700 e 800, rispettabilissimi gentlemen, mi raccontò delle partenze da Piccadilly, con il codazzo di adepti di Hare Krsna che suonavano tamburi e campanelli, cantando nenie, e lo diceva con troppa enfasi per non essere partecipe di una nostalgia acquattata in qualche angolo di noia quotidiana.

Mi disse delle riviste undergound in vendita allora.

Se vuole nel retro ho una raccolta rilegata di una di quelle riviste, si chiamava OZ , sono molto ricercate, sa? Farebbe un ottimo affare

Forse anche lui aveva intrapreso quel viaggio in Oriente, magari dopo aver letto Herman Hesse, su uno di quei mezzi. Mi mostrò da un album dei volantini dai colori psichedelici che annunciavano concerti dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane ad Hyde Park , insieme ad altri che illustravano l’itinerario fino a Bombay di quei fantastici carrozzoni tutti gialli con disegni rossi, come il sottomarino dei Beatles. Magic bus. Era proprio un nome azzeccato: dovevo essere davvero magico, sempre se tutto filava liscio.

Gli occhi dell’uomo si erano fatti opachi, un po’ acquosi. Solo con l’espressione esprimeva tenerezza verso quel periodo e questo sentimento non si addiceva alla sua imponenza: un omaccione che nasconde lati patetici è quanto mento ambiguo, ma era un’ambiguità che mi lasciava indifferente. Se fingeva non si poteva che dirgli che era davvero bravo, se diceva sul serio era solo da ammirare.

Come si chiamava la signora?”, chiesi in modo distratto.

Lorenza…”, rispose con noncuranza, come si trattasse di un’amica comune.

Come me…”, dissi, ma mi sarei mangiato la lingua, sapevo che non dovevo dirlo, rischiavo di mostrare io una certa debolezza, arrivati a quel punto della trattativa, anzi della schermaglia, perché di soldi non si era ancora parlato. L’antiquario recuperava terreno con abilità.

Vede? E’ un segno del destino…”, fece lui, piuttosto furbescamente, cogliendo un nesso misterioso e pieno di fascino, che m’avrebbe spinto sicuramente all’acquisto.

Ci fu un silenzio per me imbarazzante in quel momento. Si doveva concludere l’affare in qualche modo.

150 sterline, non un penny di meno.”, sparò lui

Mi sembra caro…mi faccia un prezzo ragionevole…”, risposi.

Spendere denaro per rispondere ad un segno del destino non ha prezzo…”, disse l’antiquario, mettendosi gli occhiali per osservare meglio il rosario, dopo avermelo finalmente tolto dalle mani.

Probabilmente quella era una frase che si riservava per occasioni come quella. Assomigliava troppo ad uno slogan pubblicitario.

Con una gestualità frutto di una lunga esperienza in quel tipo di contrattazione, dove non conta il valore proprio di ciò che si vende, ma l’universo di rimandi che il desiderio di possesso crea, disse, mostrando l’oggetto in un modo esageratamente plateale:

Quello che si vende qui è sempre un desiderio.”

Altri tempi. Altra musica. Allora giravo spesso in Europa. Londra, Parigi, Milano, qualche volta Barcellona, E quell’occasione a Londra era davvero speciale. La sera incontrai Welsh e Maria Grazia si divertì moltissimo. Potevo dire di essere felice.

Ora invece mi sono ridotto a sgranare quel rosario ogni notte qui su un’isola dell’Egeo, divenuta un’opera d’arte, grazie agli interventi del profeta della land art Richard Long.

Non che sia spiacevole essere qui. Forse è anche il sogno di molti.

L’orizzonte ben delimitato. Il mare sotto casa. Caldo abbastanza ma con i giusti passaggi climatici; i ritmi stagionali che danno il sapore della discontinuità del tempo trascorso; senza la piattezza di una mono-stagione.

Niente traffico, giusto il passaggio dei pescherecci e degli yacht. Molto silenzio. Molto sole. Molto tempo per sé.

Però continuo a pregare tutte le notti.

Finito un giro, ne ricomincio un altro, mentre sorseggio il the insapore che ho preparato con lentezza.

Le dita non si staccano dal contatto con i grani lisci.

Penso al microcosmo raccontato da quelle piccole sfere d’avorio.

Le conto mentalmente, poi ricomincio da capo.

Ho sempre pensato che anche la sequenza dei numeri assomigli ad una preghiera. Unità, trinità, sette volte sette, l’infinito ricominciare di nuovo dall’inizio.

Cercare una finitezza irraggiungibile, incommensurabile, fatale.

Cercare una formula – una vera formula aritmetica come la base per l’altezza diviso due che definisce lo spazio circoscritto da due linee che partono da un punto e mai più – mai più – sono destinate ad incontrarsi.

Ho sempre creduto molto ai segni casuali. Venditore o non venditore. Comprai il rosario senza più farmi influenzare dai suoi modi all’apparenza gentili (tipicamente english), senza farmi raccontare più niente da quell’uomo che cominciava a sembrarmi non più tanto bonario, con la meticolosità maniaca nel gesto di pulire lenti, con quelle movenze che dovevano essere o molto studiate o spontanee fino alla sfrontatezza. Senza mezze misure.

Lui avrebbe volentieri continuato. Uscii in quel pomeriggio londinese così strano, così pieno di cose e di presagi, trasfigurato nella luminosità da quei repentini cambi di clima, caratteristici di quel periodo, nel sud dell’Inghilterra, senza nemmeno salutare. Senza voltarmi. Ho sempre pensato che tornare sui propri passi porti in qualche modo sfortuna.

Sentivo lo sguardo dell’uomo alle mie spalle, con la coda dell’occhio intravidi, in uno specchio all’ingresso, ancora il suo sorriso sarcastico.

Forse mi aveva imbrogliato e non mi importava: la vista dell’arcobaleno mi portò fuori dalla cupezza di fondo dall’antiquario e se non avevo fatto un affare, ero comunque contento del mio acquisto.

La storia di Lorenza magari se l’era inventata lì per lì per affascinarmi, unendo storie ascoltate o vissute o lette da qualche parte.

Uscendo misi la mano destra in tasca per sentire la levigatezza dei grani d’avorio.

E’ un gesto che continuo a fare nel cuore della notte da molte settimane e mesi ormai. Pregare riesce a calmarmi.

Il the indiano è una sorta di rito.

La lentezza con cui lo preparo.

Riempire il bollitore d’acqua.

Accendere il fuoco.

Aspettare che l’acqua raggiunga l’esatta temperatura di ebollizione.

Fare bollire l’acqua solo per un po’.

Il rumore dell’acqua che bolle per un attimo.

Ascoltare il rumore delle bolle.

Ripetersi che quando si ha coscienza dei gesti minuti vuol dire che si è ancora vivi e coscienti.

Ripetersi genera assuefazione.

Assuefarsi alla ritualità per sfuggire la confusione del dormiveglia.

Riempire poi la tazza.

Mischiare all’acqua bollita le erbe del the indiano.

Filtrare l’acqua.

Lasciarla raffreddare appena un po’ per non scottarsi la lingua e il palato. Sgradevole sensazione scottarsi.

Innaturale.

Intanto prego. Il Signore è con te, santo il tuo nome, adesso e nell’ora.

Questa è appunto l’ora. Allora mi dirigo verso la veranda. Guardo la luna che si specchia sul mare, quando c’è la luna.

Quando non c’è guardo le stelle. Quelle luci che vengono da un lontanissimo spazio-tempo, capace di riempire le notti estive dell’adolescenza di ragionamenti profondi.

Complici le parole dei poeti romantici, studiati al liceo.

Mi assale il pensiero (lo dico con un’espressione classica), persino banale, dell’infinito in questi momenti. Guardando la profondità del cielo stellato, ma è solo un attimo.

Facile perdersi, in quell’oscurità, ma facile anche ritrovarsi, se si fa uno sforzo di leggerezza. Le preghiere che continuo a formulare tra me, mi aiutano a non pensare ed allo stesso tempo a cercare una sorta di pace interiore, ormai svanita da anni.

Dio non riesce ad ascoltare le preghiere di tutti, di questo sono sicuro. Sarebbe una tale discordante polifonia di suppliche, di ansie, di richieste o anche di gioia, che l’orecchio divino si rifiuterebbe di ascoltarle tutte.

Spero ascolti le mie però qualche volta, lo spero davvero.

Regina del cielo, mio custode, mio angelo, sia fatta la tua volontà. Mi pento e mi dolgo. Signore, oh Signore.

Varianti non ne cerco. Sarebbe inutile personalizzare una richiesta di vuoto mentale come questa.

Sorseggio il the quasi insapore. L’acqua è appena più scura del normale. E’ il momento in cui mi siedo sulla sdraio sotto la veranda della casa che mi ospita negli ultimi due anni, nelle lunghe interminabili notti che iniziano adesso e finiranno al primo sorgere del sole.

Cerco di ripetere sempre gli stessi gesti e nello stesso modo di sempre, anche quasi seguendo un rituale come nella preparazione del the. Come nella messa ortodossa, quando il pope si sforza di rifare gli stessi gesti che ha visto fare e di cui ha letto sui manuali e che da mille anni si rinnovano nello stesso stessissimo modo. Anche qui una circolarità: mi sembra una delle chiavi possibili per capire perché diavolo siamo al mondo.

Quando saluterò il sole avrò esaurito la voglia di pregare sottovoce e le formule sante saranno appena un sussurro interiore. Gli occhi tenderanno a chiudersi, ma resisterò perché non posso fare altrimenti. devo resistere.

Se mi addormento torneranno le ombre a tormentarmi?

1 Citazione da Borges