IL MIRACOLO DELLA SCRITTURA

Mi ha sempre incuriosito la magia di come un autore, attraverso la parola scritta, riesca a  ricreare un mondo e renderlo credibile. Immagino che occorra miscelare una serie di fattori: documentazione, frammenti di memoria, vita vissuta, racconti ascoltati, letture di qualsiasi tipo, attenzione alla cronaca, capacità di scrittura, affabulazione. Ma quando  arriva il momento di scrivere e la scrittura diventa letteratura che cosa succede?  Quale alchimia rende possibile questo fenomeno usando uno strumento-la lingua-che è alla portata di tutti? Lo chiedo ad Alessandro Zaccuri, autore di diversi romanzi, uno più diverso dell’altro per ambientazioni e periodi storici illustrati.

Ogni storia la sua voce. E ogni personaggio, all’interno di una storia, ha un suo timbro. Prima ancora della trama, per me un libro si riconosce dalla lingua che lo caratterizza. Parlo dei libri che mi piace leggere e che, fatalmente, fanno da modello a quelli che vorrei scrivere. Magari non ci riesco (una certa quota di fallimento è prevista in qualsiasi impresa umana), ma se proprio devo sbagliare, preferisco sbagliare nella trama anziché nella lingua. Questo vale per tutti i romanzi che ho pubblicato finora.

 Qualche esempio?

Nel Signor figlio l’elemento della scrittura era preponderante, anche perché si trattava di ricostruire l’interiorità di un grande poeta dell’Ottocento, Giacomo Leopardi, e questo impediva di sgarrare. Sia nella scelta delle parole, sia nella modulazione delle psicologie. Infinita notte era invece ambientato nella contemporaneità, oltretutto in un ambiente linguisticamente compromesso come il Festival di Sanremo. Il gioco stilistico era ancora più sottile e a rischio di incomprensioni, che infatti non sono mancate. Insomma, se in Leopardi dice “tabarro” sembra letteratura, se un funzionario Rai dice “audience” sembra giornalismo, ma ciascun termine è appropriato e necessario nel suo contesto. Da questo punto di vista Dopo il miracolo occupa una posizione intermedia: racconta una storia di metà anni Ottanta e si riferisce quindi a un’Italia di ieri l’altro, per molti aspetti simile a quella di oggi, ma niente affatto identica. Il mio tentativo è stato quello di far convivere modi di parlare (e quindi di pensare e vivere ogni esperienza, in particolare quella religiosa) che in effetti erano tutti presenti in quel periodo, alcuni su una linea più arretrata, diciamo contadina e piccolo-borghese, altri proiettati sull’illusione di un’ipermodernità che poi non ha retto alla prova del tempo.

E per l’ultimo da te pubblicato “Dopo il miracolo”?

Anche per questo libro, come già avevo fatto per Il signor figlio e per Infinita notte, mi sono basato su una documentazione molto ampia e, per certi aspetti, un tantino maniacale. Tra l’altro ho compilato un albero genealogico dei personaggi di Dopo il miracolo, una lista delle automobili di cui si servono, una cronologia delle settimane in cui il romanzo si svolge. Ho letto molto, specie per quanto riguarda la teologia del miracolo, ma più ancora ho cercato di circondarmi di immagini, musiche e oggetti di quegli anni. L’obiettivo era conseguire quell’ effetto di realtà che, per me, rappresenta la caratteristica principale di ogni romanzo.

“Preferisco sbagliare nella trama anziché nella lingua” è interessante, l’attenzione alla parola scritta bene, secondo le regole mi piace, una volta ho fatto notare a uno scrittore di successo di un suo errore grammaticale (un con l’apostrofo per un maschile, errore molto comune) e mi rispose che non si può giudicare una trama (la sostanza sua era questa) con quello che riteneva quasi un refuso, invece per me non è così: quando in un libro (anche un saggio) trovo l’espressione “affondare le radici” d’istinto smetto di leggere (lo stesso vale per quello che lo scrittore famoso ritiene un quasi-refuso).

L’esattezza della lingua non si esaurisce nella correttezza grammaticale. Si tratta di qualcosa di diverso, direi quasi di musicale: ti accorgi (o, meglio, se ne dovrebbe accorgere il lettore) che quella parola, quel giro di frase, perfino quell’anacoluto è perfetto per descrivere un personaggio, una situazione, uno stato d’animo. Evitare svarioni è il dovere di ogni scrivente. Evocare un mondo attraverso le parole è il diritto (e la sfida) di ogni scrittore.

L’effetto di realtà non è propriamente il realismo, la “presunzione” di ricreare la realtà e questo lo dico perché un racconto non esaurisce mai la realtà vera, è sempre un filtro.

Chiamo effetto di realtà quello che, di solito, si chiama verosimiglianza. Antico, nobilissimo concetto, sul quale purtroppo si è depositata la polvere dell’equivoco, per cui ogni volta che lo si adopera si è costretti a precisare, distinguere, certificare. Il principio, comunque, è abbastanza semplice: non importa che una storia sia “vera”, ossia accaduta nella realtà. Importa che, mentre la seguo, io la percepisca come vera, che nulla in essa mi appaia forzato o posticcio. Questo riguarda la trama, ma anche il singolo e minimo dettaglio. Per capirci: Tolkien non è uno scrittore “realista”, eppure la sua Terra di Mezzo mi trasmette un irresistibile effetto di realtà. Le mappe, le genealogie, perfino le grammatiche delle varie lingue. Tutto è reale, anche se tutto è stato inventato. Ma senza questo effetto di realtà Il Signore degli Anelli non sarebbe il capolavoro che è.

Quale intuizione ha dato avvio ai tuoi romanzi: un fatto di cronaca, una foto, un libro letto, un racconto ascoltato, una musica?

 In Dopo il miracolo c’è almeno un episodio che proviene dalla realtà, ed è la storia della coppia che, non riuscendo a concepire un figlio, ne promette dodici alla Madonna se otterrà la grazia del primogenito. Mi è stata riferita quasi vent’anni fa in un paesino di montagna, in Lombardia, non l’ho mai dimenticata e per molto tempo ho pensato di ricavarne un racconto. Si è invece rivelata importante come trama “secondaria” del libro, rispetto a quella (“primaria” in ogni senso) del conflitto sul miracolo. A colpirmi non era tanto la questione del voto, ma il fatto che poi quella famiglia vi abbia mantenuto fede, a dispetto delle trasformazioni di società e mentalità.

Alessandro Zaccuri è nato a La Spezia nel 1963. Giornalista del quotidiano «Avvenire»,  vive e lavora a Milano. Ha esordito come narratore con il “reportage visionario” Milano, la città di nessuno (L’Ancora del Mediterraneo,  premio Biella  Letteratura e Industria).  Con Il signor figlio (Mondadori, 2007) è stato tra i vincitori del premio Selezione Campiello. In seguito ha pubblicato i romanzi Infinita notte (Mondadori, 2009) e  Dopo il miracolo (Mondadori, 2012), la raccolta di racconti  Che cos’è una casa (Cittadella, 2009) e l’e-book Il Deposito (40k, 2010). È inoltre autore  di  saggi su temi dell’immaginario contemporaneo:  Citazioni pericolose  (Fazi, 2000),  Il futuro a vapore (Medusa, 2004) e  In terra sconsacrata (Bompiani, 2008).  Suoi contributi sono apparsi sulle  riviste «Lo  Straniero»,  «Letture», «Nuovi Argomenti»,  «Vita e Pensiero», «SatisFiction», «Link – Idee per la televisione».

PARLANDO DI LIBRI CON GIORDANO BRUNO GUERRI

Giordano Bruno Guerri  lo raggiungo al telefono, mentre sta preparandosi per andare in trasmissione alla Rai, nella sua casa di Roma, proprio circondato dai suoi libri.

Di cosa parliamo quando parliamo di libri.

Parliamo di un grande amore, parliamo di una cosa bellissima che trasmette intelligenza, sapere, trasmette piacere, ho grande pena per chi non ama i libri, perché è come qualcuno mutilato di qualcosa.

Come è nato il tuo amore per i libri? A scuola, a casa…

I libri scolastici per la verità non li ho mai amati, ho avuto un rapporto molto conflittuale con la scuola, ricordo un mio gesto tremendo, ma di cui non mi vergogno affatto, di quando finite le scuole medie inchiodai al muro, come messo in croce,  il libro di matematica.

Hai fatto come nel film di Ermanno Olmi “Cento chiodi”, il professore di filosofia della religione “crocifigge” preziosi incunaboli.

Molto prima del film di Olmi.

Era un libro di matematica non di narrativa, c’è una bella differenza, no?

La narrativa l’ho sempre amata, in casa circolavano solo ahimè gialli-i miei non erano particolarmente colti -anche se devo dire non incolti- ho cominciato a addestrarmi sui gialli, con i primi soldi che misi da parte mi comprai in cartoleria-a otto anni credo- un libro che conservo ancora e questo non si inchioda “Piccoli uomini crescono” di Louisa May Alcott.

Con la scrittura come è iniziata.

E’ iniziata con le poesie, di cui mi vergogno profondamente, per fortuna non ce ne sono di edite,  anzi non ne ho più, è iniziata tentando di scrivere racconti, romanzi, poi ho visto che non ero capace, non riesco proprio  a scrivere che Mario aprì la porta, è una cosa più forte di me.

I tuoi saggi di storia hanno uno stile narrativo invece.

Però si basano su fatti, oh beninteso amo molto la narrativa, purtroppo non sono capace di farla, sono capace di scrivere di storia in un modo  come dici tu-e ti ringrazio- narrante e questo l’ho imparato a fare fin dai tempi dell’università, la mia tesi di laurea è stata anche il mio primo libro pubblicato e sono fierissimo che quel libro, come tutti i miei, sia ancora vivo, si trova in libreria dopo 36 anni, viene continuamente ristampato, è il Bottai (l’ultima edizione è del 2010 ndr).

In quel tuo primo libro la verve narrativa si avverte, ma sembri cauto, di più è presente nei successivi, a partire dal libro su Maria Goretti, dove ti avventuri in narrazioni in cui si avverte la tua partecipazione emotiva, ti spingi a sentire Maria quasi come una figlia vera, insomma  ti serve la realtà per raccontare, riesci a descrivere solo ciò che è reale e non qualcosa di inventato “Mario chiuse la porta”.

Hai detto bene, Maria Goretti è il libro è che amo di più perché -fra i miei-  è il libro in cui mi sono affrancato dalla rigidità accademica del dimostrare e -pur credendo di riuscire a dimostrare- l’ho fatto anche con la raffigurazione descrittiva delle cose, delle situazioni, delle psicologie,  cose che cerco man mano di fare sempre più per esempio -ti do un’anteprima- nel 2008 ho pubblicato un libro su d’Annunzio, una biografia che già rispecchia questo stile di compenetrazione con il personaggio, ma l’anno prossimo, nel 2013 per il 150° della nascita di d’Annunzio, uscirò con un libro che si chiama “Casa d’Annunzio”, dove porterò questo esercizio ai massimi livelli, perché è un libro che racconta gli intrighi, i sentimenti , le situazioni  e le psicologie nella vita quotidiana del Vittoriale, quando c’era d’Annunzio.

D’altra parte tu sei il presidente della fondazione il cui scopo è quello di tutelare e salvaguardare quel posto magnifico sul lago di Garda che è stata la residenza di d’Annunzio.

Sono la “vedova” di d’Annunzio.

Invece durante l’università, il periodo in cui forse si diventa del lettori-forti, che tipo di letture facevi?

Durante l’università ho studiato come una bestia, perché volevo assolutamente finire in fretta e fare questa tesi di laurea di 800 pagine, basata in gran parte su documenti inediti, per di più lavoravo, come correttore di bozze alla Garzanti,  quindi leggevo di mestiere, anche se correggere bozze non è il modo migliore per gustare un libro, è un ottimo modo per capire come costruire la frase, perché correggendo bozze capisci cosa non funziona nella scrittura, quando uno fa fatica a leggere vuol dire che c’è qualcosa che non va.

E le tue passioni letterarie quali sono?

Il mio scrittore preferito è senz’altro Philip Roth, non mi sono perso uno solo dei suoi libri, lo amo moltissimo, è uno dei più grandi scrittori, non solo viventi di tutti i tempi, sono affascinato dalle sue tematiche, in particolare i rapporti familiari, i rapporti d’amore, il rapporto con se stesso, l’uomo che si specchia e si fruga dentro, un autore molto potente.

Escono in media 161 nuovi libri al giorno, così tanti che la loro permanenza in vendita, e quindi il loro successo, si gioca in poche settimane.  Si può dire che, anche se non ce ne accorgiamo, siamo oramai sommersi dai libri.  insomma si pubblica troppo oppure si pubblica male? Sei stato direttore editoriale di Mondadori.

Facevo mille libri all’anno, puoi metterlo agli atti, ero uno dei responsabili supremi (risate) di questa iperproduzione, mi occupavo di tutto dai Meridiani ai gialli ai libri per bambini la narrativa saggistica.

Qualche titolo…

Un libro storico, fondamentale che sono contento di aver strappato alla concorrenza con un’asta notturna tenuta con un’agente di New York è “Perestroika” di Gorbaciov , 250.000 dollari, mi ricordo ancora, il mio avversario , il direttore editoriale della Rizzoli Gian Arturo Ferrari, mi disse “sei pazzo, non li riprenderai mai”,  e invece vendette 200.000 copie.

Fiuto da storico dell’archivio del presente.

Ero andato a leggermi alcuni capitoli, lì a New York, vigilato a vista dall’agente, affinchè non prendessi appunti

I libri adesso sono troppi? Sono fatti male?

Senti, i libri non sono mai troppi, è vero che secondo statistiche la stragrande maggioranza – anche allora- non vende neanche una copia, addirittura non arriva neanche in libreria, le librerie non potrebbero sopportare 161 libri al giorno, capirai, qualsiasi libreria anche la più grande verrebbe stroncata, quindi muore sul nascere però che male c’è a chi male fanno questi libri? Fanno piacere all’autore, finiscono nelle biblioteche,  producono lavoro, vabbeh distruggono un po’ di cellulosa ma adesso abbiamo anche trovato il modo di risolvere il problema, ci sono piantagioni apposite, che provvedono al bisogno, e quindi che ben vengano , che si scriva si scriva si scriva, si pubblichi si pubblichi sempre di più, meglio abbondare non c’è dubbio.

E dell’ebook che pensi, adesso hai l’I-pad, no?

Sì, ho l’I-pad, ma rimango sempre un lettore di carta stampa ahimè, so che questo viene interpretato come un segnale di senilità, preferisco di gran lunga la carta, sottolineare a penna, strappare, son cose impagabili, poi va bene anche l’evidenziatore giallo, mi piace moltissimo, sono favorevolissimo all’ebook ovviamente,  come autore sono d’accordo con il mo agente per non dare i diritti, i miei libri non sono su ebook, perché gli editori stanno sperimentando questa nuova frontiera a spese dell’autore, la spesa che è stata annullata riguarda i diritti d’autore, per cui ci si guadagna quasi niente, mentre l’editore è abbastanza al sicuro, diciamo che è una questione di lotta di classe fra datore di lavoro e prestatore di servizi.

Confesso di avere il feticcio dei libri, mi trascino dietro dei libri di trasloco in trasloco, anche se a ogni trasloco c’è una tragica mutilazione, si pongono dei problemi di scelta e di eliminazione

Li dai a qualcuno?

A volte li do ai carcerati, ho un carcere mio prediletto, dove spero di non finire (risate), alcuni li vendo, se so che hanno un piccolo mercato, altri li do a una biblioteca del mio paesello, altri ancora li mando nella casa di campagna, dirai madonnamia e  quanti libri hai? Ne escono 161 al giorno, non 161 ma almeno uno al giorno mi arriva  dagli editori, quand’ero a Mondadori mille all’anno solo dal catalogo

Parlami dei tuoi libri, quelli che hai pubblicato, hai una sezione a parte?

Come no? Poi siccome mi serve di averne più di una copia, una di uso e una di conservazione, quella c’è l’ho in salotto, occupa tre scaffali, ci sono le varie edizioni, quelle straniere, stessa cosa nel mio studio,  dove ci sono le copie di lavoro, sottolineate, corrette per nuove edizioni, me li coccolo sì, ti devo confessare che mi fanno tutti tenerezza, mi ricordano ognuno una grande faticata, grandi gioie, e poi mi incuriosisce … vediamo li ho qui davanti…13 sono usciti nella collana SCIE di Mondadori, ci sono 13 quarte di copertina con 13 Guerri diversi, per cui si vede non solo l’invecchiamento, diciamo la crescita, ma  mi ricordano anche perfettamente com’era quel periodo della mia vita, cosa mi piaceva, cosa mi dispiaceva, che segni mi lasciava la vita addosso e ogni volta che arrivo al libro nuovo, è sempre una grande emozione,me lo accarezzo, me lo guardo,  vado in cerca dell’errore e immancabilmente lo trovo, e può essere un errore mio.

Oppure cambieresti alcuni passaggi.

Questo succede sempre, le prime edizioni sono sempre maculate di correzioni, la cosa più tragica fu quando uscì  “Ernesto Bonaiuti, un prete contro la chiesa” , libro sfortunatissimo, uscì l’11 settembre del 2001, era stato rimandato indietro perché la prima copia –la staffettissima, la prima in genere viene mandata all’autore,  sul dorso del libro c’era scritto GIODANO invece di GIORDANO.

IO

29 dicembre 2008

ciao giuseppe ho letto il tuo HITLER all’inizio dell’anno, strano libro il tuo, una lettura obliqua direi del personaggio, quasi in presa diretta

Ti ringrazio del giudizio, che non so se positivo o negativo. Io ho tentato una lettura metafisica di Hitler, che non fosse quella che lo identifica col Male assoluto, bensì con il vuoto di essere e con l’elemento di erosione dell’umano, dell’empatia. Poi non so se si è capito, se gli esiti del testo sono risultati all’altezza delle intenzioni. E’ un libro che mi ha cavato il sangue. Doveva intitolarsi: “Io”.

“io” come fossimo tutti degli hitler era titolo tosto…il mio non è giudizio negativo anzi…

Mondadori non ha voluto “Io”. Per me era fondamentale: l'”io” è il Divisore, la funzione che separa uomo da uomo. Il progetto occidentale per me è l’ipertrofia dell'”io” e culmina proprio in colui che separa, che è Hitler: infatti, oltre la supposta separazione, che è quella dei campi, io fermo la vista mia e del lettore…Ma vallo a dire agli editor…

leggendo era “fastidioso” riconoscersi nelle sofferenze di hitler, soprattutto in quella specie di ricovero…naturalmente notevole le parti del lupo…mi ricordava una poesia di mariella mehr:

Ancora ti prospera il fogliame intorno al cuore
e una fresca presa di sale
impregna il tuo sguardo.

Di me nessuno vuol sapere,
di chi io sia la spezia
e di quale amore la durata.

Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.

Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.

Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare,

e scorre via il resto di ogni ora.

Non conoscevo Mariella Mehr: ti ringrazio per la segnalazione! La postura, essenzialmente, è quella, in generale, al di là del lupo:

“Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare”

questo è ciò che custodisce “io” al suo centro, per me, e prepara il parto di Hitler… Straordinaria poesia! Grazie…

oh la là caro giuseppe m’era sfuggito il tuo nuovo  libro appena uscito, di solito sono informatissimo e in questo caso è imperdonabile visto che ci siamo anche “parlati” stamattina, ho letto la recensione sul giornale appena lo trovo, lo prendo, leggo e ti dico

Ehi, grazie, Antonio! Con la speranza che non ti deluda, a me sembra un ingombrante “fallimento”!
Intanto auguroni per un bel 2009!!!!

caro giuseppe, auguri siamo già a quella data…ieri ho comprato il tuo deprofundis…ho fatto l’esperimento che ho letto sul foglio…vado a pag.69…alla terza riga citi burroughs… bene, buon segno…a fine settanta o inzio ottanta, non mi ricordo mai, l’ho visto l’esimio burroughs a castelporziano…ondeggiava sul microfono dicendo cose turpissime…con la sua voce roca, ondeggiava…”inzuppate la bandiera ameeeericaaanaaa nell’eroina e poi suuuuucchiatela”…che spasso vederlo e nello stesso momento comprare un suo libro alle solite bancarelle…quindi se citi burroughs mi cogli nel vivo…doveva venire a riccione nel 1996, al cocoricò che aveva un privè sofisticato…m’ero attrezzato per andarci a tutti i costi…invece non ne fecero niente…peccato…poi ieri sera tra un don camillo e un letterman e i pink floyd di relics ho cominciato a leggerti…strano effetto la lettura sapendo che poi t’avrei scritto…ho letto di tuo padre…chi non ha perso il padre non sa nulla del Padre…quando il mio morì lo vegliai e verso l’alba – era agosto e per me è il mese migliore sia per nascere che per morire- gli dicevo- lui morto-“cazzo fai lì mortu-mortu, andiamo a farci una partita a scopa?


Beh, l’aneddoto su Burroughs è impagabile, anche se non penso si trattasse di Castel Porziano, non mi pare ci fosse, c’erano Ginsberg e Amiri Baraka… Che cazzo di vita fai? Satellitare onnivora? Don Camillo, Letterman, PF! Quanta energia hai?
Sul padre: io non so fino a che punto sono riuscito interiormente a realizzare quell’opera che dici, cioè a sentire il padre come Padre. Conosco solo la dolcezza inerme di quella veglia affannata e traumatica, che coinvolse anche mia sorella, la quale ha voluto essere espunta dal testo. Non so – da allora mi chiedo che rapporto ho con il dolore: è tutto così mutato… Riesco solo a osservare. Questo manda in crisi la scrittura. Da un lato, la tentazione è il silenzio, non sento più l’impulso dalla necessità di una traduzione del dolore; dall’altra, intuisco una strada, che non ho mai percorso e che muterebbe completamente la mia scrittura, ma mi pare di non avere né testa né cuore sufficientemente ampi per percorrerla…
Comunque grazie di questo bellissimo messaggio: ha dato senso alla mia giornata!

ah che meraviglia dare senso attraverso la parola scritta…non male…castelporziano era proprio la spiaggia del minestrone e burroughs era là col suo vestito buono con la sua voce strascicata…avevo tutti i suoi libri meno quello comprato al banchetto che dovrebbe essere RAGAZZI SELVAGGI…il cut-up mi entusiasmava…giorni febbrili avanti e indietro roma-ostia…anche in lambretta…che serate…troppo forte…c’era evtuscenko, un altro messicano o che cavolo era…dario bellezza…gli italiani fischiati…e ginsberg col suo mantra che calmò tutti…c’è un film di quelle serate ma burroughs non c’è nel film…lo recuperai nell’archivio rai quando ci ho lavorato nei primi 90…il film è di andrea andermann che era amico di moravia…sono stato all’università a roma in quegli  anni…lettere: indirizzo demo-etno-antropoligico che sembra così altisonante…stavo all’occupazione della facoltà nel febbraio 1977…ho rubato al preside carlo salinari delle forbici che chissà che fine hanno fatto…ho dormito sotto la scrivania di quel gran critico letterario…per la lettura sel deprofundis oggi sono alle formiche…mi piace leggere lento…ci sono dei passi tremendi che se son realtà,  con la scrittura diventano un’altra cosa...

Sì, sì: conosco quel film e Antonio Porta non mi raccontò di Burroughs. o che studiò con Ginsberg ed Evtushenko, al secondo giorno, il modo per non essere aggrediti, si divertiva moltissimo. Il colpo lo fece Cordelli, che non avvisò che il previsto concerto di Patti Smith non si sarebbe tenuto, altrimenti ci sarebbe stato un quarto della folla. Le immagini del film sono memorabili. La tipa autistica messa accanto alla Maraini che legge, la donna delle pulizie dei cessi sulla spiaggia, quelli che dormono di giorno sotto la pedana… Indimenticabile…
Conclusione: sono nato con 10 anni di ritardo, cazzo…

ho ritrovato il libro di burroughs comprato a castelporziano, non ragazzi selvaggi ma la morbida macchina…la data: 30 giugno 1979… oltre alla data è riportata la frase della bandiera americana inzuppata nell’eroina ecc…



ho letto un pezzo tuo su NUOVI ARGOMENTI, ero sicuro di avere qualcosa d’altro di tuo, non so niente di te, conosco solo la tua scrittura…

mai in ritardo caro gius

1.583 PAROLE DOPO LA LETTURA DEL TRAUMA E LO SCIAMANO

caro giuseppe so che ti scriverò assai perché la scrittura è un fluxus che segue visioni che segue ascolti che segue letture che segue una serie di foto fatte col cellulare per l’album che voglio chiamare BABEL su facebook…visioni letture ascolti anche frammentari anzi decisamente frammentari solo in casa e non m’annoio nemmeno un po’, ascoltando un vecchio cd del 2000 (titolo: good looking blues, voce femminile dice: must have been the devil who changed my mind, c’è una tromba e dell’ elettronica di fondo, di quelle atmosfere non propriamente cupe, nemmeno drum’bass, ritmo tipico dell’epoca e nemmeno aphex twin)…l’ascolto di questo cd adesso è decisamente predominante…moglie fuori, figlia fuori…la prima ad una festa di canzoni revival a casa di certi amici di amici della provincia più profonda…l’anno scorso andai a casa degli amici (quest’anno il posto è diverso ed è a casa degli amici degli amici ed io non vado per certi rancori legati ai tempi delle scazzottate fascisti/comunisti) -anch’io andai chiamiamola alla prima edizione del canto-revival che molto successo riscosse- c’era tutta la piazza e anche la sindaca -e mi sono poi chiesto per settimane perché ancora dobbiamo tormentarci con il ragazzo che come me amava eccetera, perché sempre luciobattisti claudiobaglioni commuovono? e non una sana cantata di anarchy in uk, perché? l’età mia e di tutti loro è la stessa, stupida questione la mia e senza risposta…ha acceso dibattiti serrati in famiglia, ognuno a dire la sua…nessuno invece conosce la musica che sto ascoltando tra quella gente (il gruppo si chiama LAIKA)…

forse solo un altro nel paese può conoscerli, uno che sta tra i miei “amici” di facebook, tipo eclettico – mi può esser figlio o nipote – autore un saggio su dante gabriel rossetti e sta facendo una sua ricerca su la sindrome di stendhal a berlino…forse lui…certamente gli altri staranno ora cantando un pezzo di patty pravo che sarebbe comunque scelta sofisticata…la figlia invece ormai esce tutte le sere e torna alle 2,30/3 e la mattina faccio fatica a svegliarla per richiamarla ai suoi doveri… è in seconda liceo, studia il greco, legge dostoevski, suona in un gruppo di tutte ragazze che si son chiamate COTTON FACTORY, è una brava figliola, vive il suo tempo, io ero molto peggio, ma a me sembra che perda tempo in quella specie di intrattenimento che non so come chiamare ma che forse “cazzeggio” rende bene (il correttore automatico riporta sempre “pazzeggio”)…la musica continua…ma voglio tornare al pezzo 5 (stesso titolo del cd)…frammenti della tv accesa di là in camera da letto (la tv bandita dai luoghi della chiacchiera, a tavola e sui divani)…quando passo -negli intervalli di scrittura -vedo sarkozy che sostiene la sua su gaza…cambio canale: ancora letterman…biff, l’assistente di studio, gli tira contro continuamente delle scarpe come il giornalista egiziano a bush…tra i film vedo che c’è DON CAMILLO MONSIGNORE, ma evito…li conosco a memoria i film tratti da guareschi…ma un pezzettino non guasterebbe…sguardo veloce alla tv mentre la notte avanza e la casa diventa fredda…adesso c’è louis de funès contro fantomas…non so mai se mi fa ridere il vecchio louis ma l’effetto nostalgia è sempre all’agguato…dopo il pezzo 5 il cd è un crescendo di trombe jazzate……tutto questo giusto per dire del momento cosmico venuto dopo la lettura del capitolo 3 –il trauma e lo sciamano…fumato nel frammento sigarilli davidoff… quello che di nome si chiamava zino, morto vecchissimo e sempre in gamba con un negozio a ginevra dove sogno di entrare prima o poirimetto il pezzo 5…in copertina c’è proprio la cagnetta mandata in orbita all’inizio dell’avventura spaziale…la musica è fatta di ritmi vagamente sciamanici che mi richiamano il testo del deprofundis…li conosco bene gli sciamani per tutto quel levi-strauss e margaret mead e malinowski e ernesto de martino studiati all’università…impressionante la sequela di parole dello sciamano che descrivono con la parole che gli vengono dai morti uno status, gusti, scatti nervosi, momenti assoluti, passaggi temporali di un’esistenza – la tua – dove la fiction rappresenta la realtà perché nessuno parla senza incepparsi – spesso mi chiedo questo pensando ai dialoghi dei romanzi o dei film: non ci sono le incertezze nel parlato…non ci sono esitazioni…i ragionamenti filano via lisci…così lo sciamano…impossibile abbia usato nella realtà quelle parole…così con la dottoressa necroscopia del capitolo precedente…tu dici: io sono lo scrittore giuseppe genna…parlato e scrittura si incontrano…la realtà diventa una finzione di parole ben dette…il parlato invece non è mai come ai convegni…ci sono continue interruzioni…non è nemmeno un talk-show…me ne accorgo sempre a casa quando cerco di coordinare un pensiero che non riesco spesso a concludere perché ragionamenti troppo complessi non sono propri della quotidianità… è la prima volta che mi capita di fondere davvero scrittura e lettura con la realtà del giorno corrente e di commentare poi con altra scrittura con un’operazione fine a se stessa per il gusto di vivere il momento magico dove la scrittura si sovrappone alla realtà…poi un sobbalzo…ci sono certe oblique coincidenze con una storia che ho immagino da qualche anno, dove c’è un tipo che dopo un’eclisse di sole acquista il potere di vedere e parlare con i morti (!!!)…ha colloqui filosofici estenuanti con le ombre…i morti non sanno di esserlo davvero e parlano ad una tale velocità che è difficile captare tutto…il tipo non dorme più perché le ombre si rendono evidenti di notte –un classico-mentre di giorno sono soltanto presenze ecc…assiste all’eclisse in francia, a carnac, dove si trova con michel houellebecq (!!!) per girare un booktrailer per le particelle elementari…l’eclisse avviene l’11 agosto 1999…fine millennio…fine presunta di un’epoca…il tipo su suggerimento di un amico si rifugia su un’isola greca, sede di una fondazione inglese ecc ecc, dove ci sono percorsi creati da richard long, perché i morti hanno una specie di terrore per l’acqua ecc ecc quindi pensa che salto ho fatto: lo sciamano parla con i morti! Houellebecq! …scrittura, lettura, ancora scrittura e ancora salto al pezzo 5 del cd e la notte continua…

la domanda è: le storie sono state tutte scritte?

ALLEGATO
Nascosto in un libro dimenticato in soffitta, in uno di quei libri pieni di pieghe e con le pagine ingiallite che ricordi di aver sfogliato quando eri ragazzino- ed erano già vecchi quei volumi -, nel libro c’è un foglio azzurrino dove si racconta la stessa storia che stai vivendo.
Riconosci le parole, ti riconosci nel racconto.

Guardando in tv, distrattamente, un programma di storia, di quelli con le interviste interrotte ad arte e le immagini che commentano il parlato, ti accorgi di ascoltare parole che un tempo conoscevi bene, ma che ora sembrano disperse. Le riconosci lo stesso ma non sai più se le apprezzi o meno. Raccontano in sequenza le tue sequenze. Ti stupisci di apprezzarne la costruzione logica. I rimandi. Le connessioni tra i fatti. Non è propriamente la tua biografia, è una delle tante storie già scritte da qualche parte che assomiglia alla tua. Stessi passaggi temporali sottolineati dalle dissolvenze, lo stesso tappeto sonoro.
Per strada ti fermi davanti ad una libreria e i titoli dei volumi esposti ti sono già noti, anche se è la prima volta che li vedi. Entri nella libreria. Sfogli il primo volume che ti capita sotto mano, la copertina ti ricorda qualcosa: un disegno infantile – guarda che strano – uno di quelli che facevi da bambino anche tu. Apri una pagina a caso e ti riconosci nel racconto. Anche se la storia è ambientata in qualche landa desolata dove non sei mai stato, quella landa spazzata da una pioggia feroce ti appartiene. Là dove il protagonista vive un amore contrastato e da dove ancora quell’innamorato respinto parte alla ricerca di se stesso, portandosi dietro una fotografia stropicciata del suo amore, una foto custodita gelosamente nel portafoglio. Il ragazzo la mostra alle persone sbagliate. Per quanto lui sia ingenuamente fiducioso, gli altri sono truffaldini e pieni di malizia. Qualcuno poi lo aggredisce in un vicolo scuro. Lo vediamo disteso per terra con il volto pieno di lividi, i lividi lui li vedrà specchiandosi nella vetrina di un bar malfamato, dopo che si è rialzato a fatica. Rientrerà nella pensioncina che lo ospita, pulirà le ferite allo specchio di un bagno sudicio. Quando si specchia vedi il tuo volto.
In altre occasioni sei in treno e ascolti un compagno di viaggio che racconta al telefono una sua vicenda intima. Con ampi gesti, quel viaggiatore sottolinea i passaggi più vivaci del suo racconto, ma senza quasi parlare, usando frasi incomplete, con molti incisi. Tutti si, ah, ho capito e quella storia sai di averla già sentita.
Allora capisci di averla già vissuta. Una storia già scritta. La tua storia. Una delle tante.

Già. Un minuscolo sedimento di narratività che si insinua nelle viscere profonde della terra dove vivi e raggiunge silenzioso la radice di tutte le storie. Le vivifica aggiungendo un frammento narrativo dopo l’altro.

Tutte le storie sono già dentro di noi. Tutte ci appartengono e molto spesso si ripetono con le stesse movenze. Le stesse battute. Gli stessi sviluppi. E’ quasi tragico, è quasi divertente.

Perdona, Antonio: sono costretto a essere laconicissimo – la mia vita è in sisma, in questo momento (problemi di grana, di alimentazione, prossimo futuro in bilico).
Dico solo una cosa: tu devi scrivere quel libro. Hai una prosa impressionante. Sei capace di 200.000 registri e velocità differenti. Non pensarci nemmeno: scrivi e basta, poi si trova l’editore. Troppa esperienza, troppa storia personale coniugate a un istinto ritmico e immaginale potente. Buttati.

il tempo come susseguirsi di eventi è davvero strano, spesso ti ritrovi a rifare le stesse azioni senza volerlo…insomma sono stato travolto da letture, dal lavoro, dai miei andirivieni…ho letto il tuo libro e sono contento che sia capitato con queste nostre comunicazioni…grazie ancora delle belle parole sulla mia scrittura…ciao so long

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questo pezzo non è propriamente un’intervista,  rileggendolo a distanza di qualche anno può sembrarlo, almeno all’inizio con il tipico alternarsi di domande e risposte, comunque mi piace inserirlo tra le mie  interviste perchè genna risponde (sembra lo sventurato e invece è il miserabile, come ama definirsi)

il titolo IO richiama naturalmente a come genna voleva chiamare il suo hitler e poi al fatto che l’intervista-colloquio si trasforma in qualcos’altro, con una decisa preponderanza di mia scrittura, non più solo genna quindi ma io

in realtà devo dire che è stato proprio per colpa  di giuseppe genna se mi sono iscritto a facebook nel dicembre 2008, complice un articolo su IL GIORNALE  “Una vera e propria macchina culturale instancabile è Giuseppe Genna, veterano del web e tra i primi a diventare facebookini (termine che sostituirà sanbabilini nella nostra Italietta delle lettere?).”,scriveva gian paolo serino