IL LIBRO NERO DEL MERIGGIO

Raccogliere frammenti di senso e ricomporli per far scaturire narrazioni- come sempre magicamente

Questo è successo l’anno scorso in giugno

È cominciata per caso o almeno l’impressione era che fosse per caso ma non si può mai dire con certezza se il caso nasconde una volontà di intenti

Passeggiavo nel crepuscolo dalle parti della campagna

Alzando lo sguardo ho incrociato il volo di un aereo da turismo

La sua ombra mi ha attraversato

All’improvviso luce nera

Ho capito allora che quell’attimo di tempo era mio e solo mio -l’ombra disegnava un’incertezza sul mio volto, infatti l’Ombra dice al Viandante: la vanità umana non domanda neppure, se può parlare: parla sempre – e quella fugace oscurità mi ha parlato con voce chiara e quel mio percorrere l’esistenza fino ad allora, senza interessi veri e riconoscibili, doveva concludersi nella luce nera

Da quel momento ho compreso, con uno squarcio di senso in quel mare di ineffabili pensieri disordinati, che c’era la possibilità di una redenzione dal tempo presente

(E coloro che sono stati visti danzare erano ritenuti pazzi da coloro che non potevano ascoltare la musica)

Riscattarmi

Trasformare l’esistenza in qualcosa di sublime nel senso alchemico

Sciogliersi

Sublimarsi

Sali minerali senza vera coscienza, se non della propria funzione naturale, così piena di logica

Non pensavo che in quel giugno fosse necessario prendersela tanto con il destino, lasciarsi vivere durante quel cammino da fermo, nella consueta disconnessione di pensiero-azione, come se il motivo dell’esistere fosse semplicemente mettere un passo davanti all’altro

È di giugno che il meriggio ha un valore assoluto

Giugno è il meno crudele dei mesi, non agosto che ormai l’estate sta evaporando

A giugno c’è sempre questa attesa del più lungo giorno

Le albe sono sempre luminose, puoi immergerti con facilità in quelle stesse acque dei fiumi sempre

diverse come

recita la più improbabile delle commedie personali, quelle da teatro privato dove solo tu sei cosciente della Gran Recita

Quindi giugno è il mese adatto per partire e trasformarsi in viandanti, le cicale riempiono l’aria con un muro di suono uniforme

L’uomo-che-fece-l’impresa-di-giugno si prepara allora in modo accorto, la sua intenzione è quella di arrivare a piedi sulla piana di Carnac, millecinquecento chilometri, mica uno scherzo, l’uomo fotograferà ciò che vedrà, si fermerà a dormire spesso sul ciglio della strada con Furore sottobraccio, per rifare Furore nella polvere, ma non sarà sempre scomodo il suo peregrinare, si fermerà nei resort, può darsi che incontrerà qualche donna dalla voce cupa che gli dirà “il mio nome è Mata Hari”

Porterà con sé un libro voluminoso che cancellerà riga per riga dopo averlo letto, leggerà solo all’ombra di qualche stanca vecchia pianta e cercherà di non dimenticare quel suo libro del meriggio

Il silenzio si forma costruendoci attorno un muro del suono

Invece l’attesa nasconde sempre sensualità come se l’aria si potesse afferrare, l’attesa è un concetto di fisica di corpi che si muovono nello spazio

Scrivere è faticoso quando si tenta di sgombrare dalla mente quello c’è dentro

Un metodo è quello di avventurarsi nei rimandi e nelle affinità e nelle assonanze

Allora si pensa una parola-chiave e si inizia la ricerca

Per esempio “lunga marcia” oppure “femen” tra quelle parole che possono sembrare borderline

La ricerca avviene su Twitter, opzione foto

La mente si riempie di immagini estranee al tuo presente

Riguardi la gallery che ne scaturisce e pensi al tipo di narrazione nascosta nella sequenza

Non trovi mai una soddisfazione piena, il canone è infinito, un altro gioco di specchi, di altre epoche in altre latitudini

Forse stai cercando un volto, un particolare che ti è rimasto impresso (un braccio, un vestito, delle scarpe con i tacchi) che hai perso e che vorresti ritrovare in questo modo casuale

Così passano tante ore grigie con la testa che in realtà non si svuota, il particolare che cercavi rimane in un angolo della memoria remota

Se scrivere è faticoso nel senso di impervio, le immagini così affastellate diventano un assoluto, per osservare da dietro le quinte quelle immagini e postarle con frenesia, lungo una strada tutta in discesa ti trasformi in un lurker

Ci sono dei vuoti, dentro la testa sembra ronzare uno sciame di api, le immagini perdono di significato, conta solo il suono delle parole, non il contenuto, è come l’ipnosi, sei in balia di quel suono che ti comanda qualcosa di cui non interpreti il senso ma obbedisci

E’ il libro nero del meriggio, il terribile attimo dell’oscurità che si rende manifesta nella luce nera, pagine oscure, parole oscure tutte cancellate, il caos primordiale della formazione dei concetti, quando di concetti da esprimere non si sente il bisogno

– adesso ti dico i posti dove proprio non vorrò mai andare

– che ti prende? malinconia?

– un po’ di malinconia, sì

– come mai? eri così allegro stamattina

– così…sai che mi piacciono gli elenchi

– già, il catalogo è questo

– pronta?

– i tuoi elenchi mi spaventano sempre un po’

-non ti preoccupare, è solo un esercizio di stile

– stile…

– un esercizio…

– allora dimmi, tanto non andiamo mai da nessuna parte

– allora sei pronta?

– vai…

– dove proprio non vorrei mai andare è una via anonima che si trova a Parigi in fondo a Rue de Belleville, le strade sono come qui, le persone che incroci anonime, troppo traffico…

–  ma che tipo di viaggio è questo?

– non è un viaggio, è uno specchiarsi

– specchiarsi?

– il mondo è uguale dappertutto ma non interrompermi, un altro posto è quella montagna laggiù sulla nostra Skyline, mi piace pensare che potrei andarci senza davvero farlo mai, una possibilità che rimane sospesa

– un orizzonte metafisico? è possibile?

– forse è così ma quel posto mi inquieta, qualcuno potrebbe guardarci adesso con un telescopio

– quindi specchiarsi

– brava…non voglio essere quell’uomo che guarda adesso noi

– continua

– non vorrei proprio andare sul pianeta freddo di Interstellar

– questo è impossibile, parla solo di viaggi qui sulla Terra, non divagare

– va bene, allora l’isola disabitata di Deception nelle Shetland meridionali (che è come quel pianeta immaginario), dove la tempesta è sempre presente, non solo nell’anima

– fuori dalla Caldera, è un’isola vulcanica-infuria ininterrottamente…qui si rifugiano le baleniere…poi non vorrei proprio stare a Gerusalemme neanche un minuto e ubriacarmi di vodka a Mosca e nemmeno tornare mai più a Perugia, per esempio

– Perugia?

– sì, con tutto quel traffico…

– la verità è che stai diventando vecchio, questo elenco mi sembra scarso

– non voglio andare a Ferguson e trovarmi al di qua della “police line” mentre quei bruti manganellano i rivoltosi e nemmeno sulla Route 66 che tanto non c’è più traccia ormai di Jack Kerouac, tanto meno a Bangui in Centrafrica dove ti riempi di polvere rossa…

– sei strano oggi, te lo ripeto

– neanche a Santiago di Compostela se è per questo, e in quel paese di montagna dove è stato girato Les Revenants voglio andare, ma a Londra sì: prendi l’aereo, sei comodo, poi un taxi, ti sistemi in albergo e vai a cercare quella libreria dedicata ai viaggi che sta a Covent Garden, dove anche Livingstone si recava, voglio perdermi nelle mappe, questo sì

– davvero sei strano oggi…

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LA VOCE DI SUSANNA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un libro che inizia con una frase secca, composta di due, tre parole, è subito affascinante.  Entrò Carla. E’ già delineato un contorno fatto di interni, porte che si aprono, un divano, giornali sparsi qui e là. Un libro aperto. Un interlocutore. Una finestra spalancata forse.  L’incipit di Alberto Moravia è leggenda, è storia della letteratura. Il seguito de GLI INDIFFERENTI conta, ma solo relativamente rispetto a questo modo di cominciare una storia. Poi si scoprirà che l’interno borghese è avvolto in una grigia oscurità e solo una lampada illumina le ginocchia di Leo, seduto proprio su un divano. L’incipit però è interrotto da un punto e virgola. Costringe il lettore a entrare nella stanza.

Proviamo con altre storie. In principio sobbalzò. Stavolta un punto permette di fare una sosta doverosa. Chi legge sa che questo non è che l’inizio: è già dichiarato l’inizio. Allora il lettore stesso sobbalza. In principio di cosa?  Chi sobbalza? E perché tutto quanto è già successo? Scatta la curiosità. Quella terza persona è Anselma di LUISITO UNA STORIA D’AMORE: il nome della protagonista compare solo dopo aver letto una ventina di righe del libro di Susanna Tamaro.

Ho cercato tra i miei libri altri inizi così folgoranti. Giuseppe Berto, Sandro Veronesi, Goffredo Parise, Alessandro Piperno, ancora Moravia. Forse mi ha tradito la fretta di trovarne ed ho abbandonato subito l’impresa. Sfoglio allora gli altri volumi che ho sottomano di Susanna Tamaro. In PER VOCE SOLA leggo: Caro diario, di nuovo lunedì. Penso alle possibili pagine precedenti e vorrei diventassero leggibili le parole non scritte. Quelle che riempirebbero pagine precedenti. Ma quello è solo l’incipit. Un libro non può non iniziare che in un qualche modo. Un incipit fulminante che rimanda forse a decisioni non prese, alla meticolosità della stesura di un diario, al ritmo della stagioni. Infatti subito dopo si parla già di foglie che volteggiano ingiallite nell’aria d’autunno.

Quel sobbalzo però di LUISITO è un’altra cosa. Cerco di immaginare la voce di Susanna mentre legge questo racconto – magari per un audiolibro, un fenomeno editoriale che timidamente sta cercando un suo mercato.

Ripenso a quando ho ascoltato quella sua voce alla radio per una serie di trasmissioni che descrivevano le tappe di avvicinamento lungo il cammino verso Santiago di Compostela, che RADIO 3 ha trasmesso qualche anno fa.

Non riuscivo a collegare la voce con le immagini che conoscevo della scrittrice. La voce mi riportava ad una donna ben proporzionata ma piccolina, con lunghi capelli ricci, una canottiera bianca, labbra grandi e umide, occhi dall’intensa luminosità di una ragazza spagnola, braccia in carne. Non la minuta figura che campeggia in ogni retro-copertina, non quei capelli lisci e corti e quegli occhi apparentemente spiritati che sembrano solo chiedere ascolto.

L’ho vista in una trasmissione tv e l’effetto era lo stesso. Accanto alla vera Susanna ne vedevo un’altra, uguale e contraria.

Mi sono sempre chiesto la stranezza di questa percezione che altera una mia -pur irrilevante -realtà: quel suo parlare di piante cresciute in modo selvaggio, senza un vero ordine e chiamare per nome gli animali che ha intorno e il silenzio come vero leit-motiv, con una voce che però non riesco ad associare ad un volto se non inventato dalla mia mente.

 

CAMMINARE

Enrico Brizzi ha inventato una sua via italiana alla letteratura in cammino, è già al secondo titolo con questa tema, Richard Long crea molte delle sue opere semplicemente percorrendo numerose volte un certo tratto di deserto o di altri luoghi ameni, fotografando poi la traccia che rimane. Sulla terza rete radiofonica della Rai Sergio Valzania ne ha fatto un genere, a maggio l’ultima impresa: ha percorso il “camino” di Santiago per tutti i suoi 720 km, lui cristiano, con l’ateo Odifreddi, descrivendo i luoghi ma anche ragionando assai.
Camminare come pensare, una ginnastica non solo delle gambe, fatta con filosofia.

(pubblicato dal Domenicale del Sole 24 ore)