Ottobre

 

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È stato bello rivederti stamattina,

anche se solo per un istante,

per quel mio riflesso onirico,

un fotogramma della coscienza

rimasto impigliato  nella memoria,

così pieno di luce,

mentre fuori era ancora buio.

Non ci siamo nemmeno parlati, ricordi?

Ma come puoi ricordare?

La memoria non ti appartiene più.

Ci sono invece stati sorrisi in quella situazione caotica,

tipica dei sogni,

con gente che passava,

polvere sollevata,

voci di fondo,

sembrava la scena di un dipinto di Canaletto,

ma non eravamo a Venezia,

anche se dell’acqua intorno c’era.

Adesso lo so che raccontare i sogni

è sempre così noioso, quindi basta.

Mi hai fatto un gran sorriso, questo sì.

Bello rivederti.

Sembravi viva.

Forse lo eri davvero.

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[immagini tratte dal video  RAVE PER LE LACRIME DI DEMI MOORE – 1996]
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Dopo il diluvio

Dopo il diluvio c’è chi rovista tra il fango con occhi lucidi, 

pietre preziose affiorano qui e là senza splendore,

senza memoria alcuna cerco il senso di questa rovina umida,

il mondo bagnato e sporco,

le mani sporche, la coscienza anche, incorporea e sporca, 

Anselm Kiefer direbbe che il presente è senza coscienza

e che l’azione dell’acqua e del fango,

lui parlerebbe di limo,

completano l’opera, 

trovo la scatola d’oro, che cerco

da quando la Grande Acqua

ha cominciato la sua strada all’indietro

assorbita dalla Serpe

che percorre le viscere della Terra,

coperta di foglie e detriti,

la scatola si è salvata

perché la memoria stenta

a riconoscere la strada del ritorno

e si fissa agli atomi

del Gran Ventre Della Vita Percorsa Da Passaggi Inaspettati

ma senza una vera spontanea volontà,

nessun teatro intorno,

niente maschere,

solo fango terapeutico, 

apro la scatola con la piccola chiave d’oro

che porto sempre al collo,

la chiave al collo mi ha portato sempre fortuna,

infatti sono qui a raccontarlo il diluvio, 

la scatola è piena di banconote mezze bruciate

raccolte con il cellophane

sigari avvolti nella carta stagnola

e dei fiammiferi lunghi sparsi,

libero un sigaro, lo accendo

bruciando i resti di alcune banconote, 

mi sdraio nel fango

mi godo il fumo

nel tramonto

sulla terra bagnata.

giugno 2018

 

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Pittsburgh Prenna Blues

“Tutti coloro che hanno lo stesso nome hanno la medesima, misteriosa fonte vitale, essi ereditano anche le caratteristiche spirituali e fisiche di coloro che in un passato molto lontano hanno portato lo stesso nome”. Knud Rasmussen, tratto da “Aua” – 2018 – Adelphi.

Non smetto di specchiarmi – come si trattasse di un’autofiction – nei prennantoni diversi-da-me, soprattutto quelli che son stati hobos tra Sur e Norte America. Nonnu Antò per primo. Terra e sangue ci rendono umani. Nonnu ha vissuto sul mio stesso fiume, acque sempre diverse con orizzonti comuni. Vero genius loci. Lui poi era Nonnu, mica uno qualsiasi e io per lui Tonino. Ho saputo dell’altro -Anthony, nome americanizzato – per caso. Rosalie, la nipote mi ha scritto su Messenger. Ci sarebbe un terzo Antonio, nato qualche collina più in là delle mie proprie. Più giovane di me. Vita irregolare, vita notturna, provincia estrema. Da ragazzino correva in bicicletta e uno speaker dalla macchina che precedeva il plotone di ciclisti, su uno dei crinali che portavano al suo paese, annunciava “Antonio Prenna in testa”. Ehi quello sono io, mi sono detto. Un’altra volta mi chiama mio fratello. “Oh ma ti hanno arrestato? “, leggeva dal giornale l’arresto dell’altro per storie di donne e night. Qualche volta mi arrivano telefonate sul numero di casa che lo cercano. Ho sempre sognato di intervistarlo. Non so se lo incontrerò mai davvero.

Specchiarsi nell’altro-da-sé-che-aveva-il-tuo-stesso-nome. Specchiarsi nello sguardo gagliardo di Anthony Prenna che osserva serio un punto immaginario, seduto impettito in giacca & cravatta, da qualche parte ne Lamerica verso Pittsburgh. Come se guardasse proprio quel punto, invece della parete nuda dello studio di un fotografo americano. Arrivato, Antonio con il mio stesso nome di sempre, ne Lamerica operaista chissà da dove in Italia e chissà in quale preciso anno della Bel Epoc. So poco di lui, frammenti carpiti alla Grande Matrice Rete Che Tutto Ormai Ingloba e alla nipote Rosalie-senza-lo-stesso-cognome-Prenna che mi scrive da Verona, USA, per via del mio nome uguale a quello di suo nonno. Magia sciamanica dell’Era Moderna Iperconnessa. I morti che tornano a parlare e a esserci, attraversando Oceani Mari Virtuali. Insomma. Proprio nell’anno che apre quelli zero del Novecento, Antonio ha ventuno anni, mani grandi e tozze, occhi sempre fieri.

Antonio diventa con gli anni Anthony. This snapshot of Anthony Prenna’s life was captured by the 1940 U.S. Census. In 1940, he was 61 years old and lived in Pittsburgh, Pennsylvania. La mia stessa età di ora. Capacità mimetica delle evocazioni vintage. Eccomi a Pittsburgh  negli anni prima della guerra. Cioè la guerra in Europa è già cominciata, Lamerica interviene l’anno dopo. Forse Antonio ha dimenticato la vita precedente, forse la ricorda spesso, ma solo – provo a indovinare – parlando tra sé in italiano. Dimenticato tutto allora. Il numero del biglietto della sua traversata dimenticato. I giorni di navigazione che non finivano mai, con tutti quei tramonti melodrammatici, stile Douglas Sirk ma con vestiti proletari, dimenticati. Le colline di casa o le vaste pianure o gli asperrimi contorni italiani lasciati dietro spalle massicce. Dimenticato tutto – forse – in un soffio, in un alito di vento improvviso e leggiero. Dimenticato il socialismo se mai c’era stato o le Madonne nere – forse – dimenticate. La nipote Rosalie ricorda bene The Great Grandfather. Everyone knew him because of his handle bar mustache. Mi scrive come se dialogasse con i suoi morti. My great grandparents came over through Staten Island, NY USA.  Stand in one place till your feet begin to hurt If you got a lot o’ money you can make yourself merry  If you only got a nickel, it’s the Staten Island Ferry.  Dylan senza saperlo ha cantato anche la leggenda dei Prenna nordamericani. Rosalie mi manda anche quella foto formato tessera di Antonio Prenna con la cravatta scura e dei quadratini sobriamente colorati sulla cravatta e un distintivo rotondo sulla giacca e i baffi hipster. Poche frasi. Mi dice di Lucia, la sua donna italiana e di cinque figlie americane. They came to America and had 5 daughters, Mary, Louise, Margaret, Rose, and Diana. Pura poesia solo a chiamarle per nome tutte quelle femmine.

Per decidere di comprare un libro, aprilo a pag. 68

 

 

Premessa necessaria non richiesta. Attenzione contiene spam. La parola è carne in scatola e la memoria è fatta di messaggi non richiesti. Dentro la galleria Scipione di Macerata (vedi foto) leggevo 68 al contrario e usciva l’89. Maraviglia. Il mondo rovesciato. Dal mio paese lungofiume prendevo l’autobus numero 9 per arrivare al Gran Palazzo Neoclassico. Magia dei numeri potenti che si rincorrono forsennati da allora. Le colonne sulla facciata di quell’edificio già solenne ancora raccontano l’illuminismo, serpente ideale di un’epoca dimenticata. Il pubblico uso della propria ragione, libero in ogni tempo. Il Primo Grado di Scuola Media significava scavalcare la collina e capitare su un pendio a ridosso dei bastioni che si trova uguale a Carcassone in Occitania. I lunghi corridoi, sul Grande Centro della corte interna aperta al cielo, erano un punto di fuga. Durante le ore di matematica pensavo di correrci intorno. Calcolavo il perimetro a passi irregolari. Contavo a mente i passi immaginari. Numeri tutto attorno che combinarli è importante, per non dimenticare l’età dell’oro.

Non è vero, non è vero, che veniamo sulla terra per vivere. Oh questa è pura poesia degli aztechi. Età dell’oro. Tv in bianco e nero molto contrastato. Memoria di un documentario di von Hagen sui precolombiani, visto nel 1964 (vedi screenshot del Radiocorriere, primo numero di marzo, prima metà dei sessanta).

Veniamo sulla terra solo per dormire. Solo per sognare. Continua la poesia. Il nostro corpo è un fiore. Niente numeri stavolta. Qui è tutto pieno di fiori di fiori di fiori pensanti e solo quando i fiori appassiscono – ma sono belli anche secchi e accartocciati – i numeri tornano al gioco del rincorrersi. Il nove salta nell’otto che ritorna sempre all’uno. Il principio di tutto. Il sei dominante. Sull’autobus – torniamo alla realtà – ogni ticchettio ricordava le bombe di Milano e di Roma. Li ho ascoltati con attenzione in un giorno di sole, mentre l’autobus percorreva la strada delle mura. Tick tick tick. Forse era l’anno dopo dell’ 89 rovesciato. Mesi confusi nei confusi desideri. Numero Nove Perseverante dentro la Revolution number nine, rumore della vita futura (ascolta il Disco Bianco dei Beatles e capisci subito il senso di quei rumori). Numero Nove Persistente. Un sei rovesciato che contiene un frammento di futuro. L’arancia a orologeria, frutto acido e tragico, che crea solo confusione. 1967, 1966, 1971, sono anni tutti uguali di rivoluzioni. L’estate dei carrarmati di Praga. Una voce agitata, dal transistor sul frigo della casa di Ziu su a Macerata, raccontava il soviet aggressivo, contenendo già il fuoco del gennaio successivo. Un nove rovesciato. Si festeggiava un compleanno quel giorno di agosto.


Avevo dodici anni. Niente per capire il freddo abbraccio dell’istinto di morte. Quindi ora diventa difficile spiegarmi il gusto di tracciare allora svastiche buddhiste seguite dalla parola WAPITI. Quella sottospecie di cervo canadese. Fermo ieratico sull’orizzonte salvatico, che ti guarda con occhi primordiali. E fissa proprio te, bestia tra tutti gli animali.

Cervus Elaphus, il nome scientifico, migrante dall’Oregon alla Manciuria, senza mai capire la vera provenienza, quale la terra primigenia, che direzione avesse preso da dove per dove la prima volta, quando il primo cervo ha deciso di spostarsi. L’istinto di morte che galleggia nei recessi del remote control tra piume e polipi e l’immagine di una signorina con i capelli corti (vedi foto).

In città, la città di Scipione (vedi stessa foto), l’università era stata occupata nel 68 con grande scandalo. Capelli lunghi dei maschi, chitarre, niente cravatte, tante sigarette, notti proibite. Tutto era proibito. Nessun paradiso intorno.

Accanto alle svastiche disegnavo un teschio. Il teschio era l’isola del tesoro e anche la misteriosa casa dell’Uomo Mascherato. La grotta del teschio, dove sedeva su un trono di pietra, antro che immaginavo secco di sabbia rossa. Quando l’ombra-che-cammina tirava pugni, il suo anello lasciava il segno del teschio sulle guance. Così alla fiera di fine agosto nella piccola città cercavo sempre l’anello con la morte scolpita. Lo volevo senza trovarlo mai.

I pomeriggi li vivevo il più possibile sul fiume come Tom Sawyer. Una notte d’estate qualcuno cucinò le rane appena catturate. L’isola del tesoro l’avevo guardata alla televisione negli stessi giorni degli imperi del sole e mentre nonna moriva, andava in onda una puntata cruciale. Mi chiamarono con la voce rotta, io non capivo perché non potessi vedere la tv. Era stato solo quattro anni prima. Due terzi di vita fino a quel punto. Il mondo cambiava in fretta. Io cambiavo in fretta. Il mondo anche se cambiava in fretta rimaneva lo stesso in bianco e nero. Il Vietnam restava in bianco e nero. Nella piccola città andai al teatro un pomeriggio. C’era Raoul Follerau. Si agitava corpulento sul palco. Parlava del Mato Grosso. Forse era prima. Nel 1967, che non si riesce quasi a leggere al contrario, tanto è lontano il settimo millennio. Settemila seicento novantuno. Chissà se anno bisestile.

A new era in the class struggle is beginning. Nel 1964 (che fa sei più otto seguendo nessuna logica) Mario Tronti scriveva di Lenin in Inghilterra, lo rileggo ora sulla rivista Micromega, come fosse leggere il vecchio Voltaire, nel numero dedicato all’anno di cui qui a futura memoria e lontano da dove celebriamo il cinquantesimo. Lo rileggo a tratti anche in inglese. This is not a rhetorical proposition. Nor is it intended just to restore our confidence.

L’equilibrio sembrava solido, bisognava lavorare con pazienza sull’esplosivo materiale sociale della classe operaia che esploderà davvero. La solita storia. Posso impararla a memoria. Finché lo strumento di lavoro rimane, nel senso proprio della parola, strumento di lavoro, così come, accolto e inserito dal capitale nel suo processo di valorizzazione, subisce solo una mutazione formale perchè non appare più solo – dal suo lato materiale – come mezzo di lavoro, ma anche come un modo particolare di esistenza del capitale determinato dal processo complessivo di quest’ultimo: come capitale fisso.

Capitale fisso. In bilico sull’abisso. Voltaire avrebbe invece voluto svelare l’essenza delle cose con un libro di filosofia, pubblicato dal suo personaggio Micromega. Un libro nel libro. Un altro gioco di specchi.

A Parigi, all’Accademia delle Scienze; quando il segretario ebbe il volume di Micromega in mano, sfogliandolo vide che le sue pagine erano tutte bianche. Ah! disse, mi pareva bene!

L’autobus numero 9, per dirla tutta, arrivava fin su alla piazza principale della piccola città. I cinema erano tutti in centro.

Nel 1968 ho visto il 2001 di Kubrick – non finiva mai- al cinema Corso che adesso di sicuro è pieno di polvere. Forse era al cinema Cairoli. La rivoluzione confonde le idee.

Ten years after quando nei pomeriggi attoniti passeggiavo molto tra le vie nel centro di Roma, mi perdevo spesso tra il Pantheon e via del Corso.

Una mattina a Piazza Venezia c’era chi gridava Violenza Proletaria, facendo il segno della pistola con le dita

e in un cupo pomeriggio del maggio più selvaggio, andammo a cogliere i fiori lungo i rivi per l’Aldo Morto.

Fifty years after, che richiama ancora Woodstock, il cerchio si chiude, Macerata diventa la Frontiera. Gonna take me back, I’ll take her where I belong. Cruda e dura frontiera di pistole manco fosse l’Arizona del sole a picco.

[Gennaio- Aprile 2018]

 

 

 

 

 

Orrie The Suburbia Shakespeare, Russ The Motor Psycho & Brian The Doppelgänger

(tradotto con Google Translate, da un articolo di Brian Greene -non quello della foto – dal sito Criminal Element)

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1. Russ Meyer ha detto che quando la gente ha guardato i suoi film, ha voluto che loro sappiano “dove sono” cinque minuti nella visualizzazione. Orrie Hitt può o meno avere espresso quel stesso desiderio riguardo ai lettori che hanno avuto esperienza nei suoi romanzi, ma ha scritto come voleva che ciò avvenisse. Sappi sempre “dove sei” in un romanzo Hitt. Meyer e Hitt hanno raggiunto una rara dualità  sia di abbraccia che di trascendenza delle possibilità offerte alla produzione di sfruttamento. I film di Meyer erano solo scuse celluloide per un grosso tizio di ossigeno per avere enormi brocche di personaggi femminili che rimbalzano in tutto lo schermo. Nei romanzi di Hitt non siamo mai troppo lontani dalla questione del sesso i personaggi sono quasi sempre in possesso di esso,di parlare, di desiderare o di subire una sorta di ripercussioni in conseguenza e Hitt chiaramente amava scrivere su di.

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2. Mentre molti possono fare un film softcore titillating (pun intended) o scrivere un romanzo di pasta di vapore, ci sono cose in questi due lavori maschili che li distingono dalla confezione sleazyErano entrambi artisti visionari. Fuori di tutto il panky ostinato, i libri di Hitt sono semplicemente drammatici ultra-realistici, grintosi, spesso commoventi. I suoi personaggi sono così credibili che odiate alcuni di loro, si preoccupano degli altri e compassano molti. Come Meyer, Hitt tendeva a mantenere le cose fondamentali per quanto riguarda i suoi personaggi e le sue impostazioni. Molti vendono assicurazioni, riparano automobili, fanno fatica in fabbriche e simili; le donne servono i clienti a cucchiai grassi, ballano nei club o si prendono lavori di modellazione; Hitt è nato nel 1917 e morì nel ’75. Oltre alle sue attività di scrittura, altre professioni che egli praticava includevano: venditore di assicurazioni, annunciatore radiofonico e dirigente di un club di caccia e pesca privati. Una volta che Hitt prese il via con i romanzi di pasta, spinse un numero ridiculosamente grande di titoli. Non chiedermi di contare. Il suo terreno era il mondo dell’originale in brossura. Le copertine dei suoi libri avrebbero fatto un’eccellente esposizione di arte culturale di polpa“Ha sempre scritto al tavolo della cucina con le sue sigarette e il caffè ghiacciato, perché lo furore della vita con quattro figli lo circondava”.

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3. Sulla copertina posteriore dell’edizione Kozy Books del suo romanzo violento violento del 1962 , Hitt stesso è citato come dicendo: “Tutto quello che faccio è scrivere. Di solito inizio alle sette del mattino, prendo venti minuti per il pranzo e continuo fino alle quattro del pomeriggio “. Inoltre dice, in quel luogo, che è sposato con una donna “che mi capisce “ e “io sono solo un ragazzo medio.” 

Ok, ho letto solo una piccola frazione di romanzi di Hitt – circa 30. 

Ma ecco uno sgomento dei miei preferiti da quelli: 

Call Me Bad (1960): Sherry Jenkins e Harry Barnes vogliono sposarsi tra di loro. Ci sono solo due cose insolite nel loro modo: Harry è già sposato e Sherry è una ragazza di chiamata, e entrambi hanno nascosto queste cose l’una dall’altra. 

Violenti Sinners (1962): Lo stesso giorno in cui il 20enne Art Lord viene licenziato dal suo lavoro di fabbrica, la sua fidanzata in diretta Marie lo informa che pensa di essere incinta. Qualcosa che ha a che fare con la moglie del contadino. L’arte sta per scoprire cosa ha portato via le altre persone. 

Wayward Girl (1960): Sandy Greening è un abbandono scolastico di 16 anni che sembra sesso sulle ruote. Sandy ha visto molto. Ma sta per vedere molto più alla scuola di riforma “progressiva” alla quale viene mandata dopo che è stata arrestata per agganciare. 

Chiamata “M” per l’uomo (1962): una trama ripetuta tra i romanzi di Hitt è quella di un ragazzo giovane e lavorativo coinvolto con una donna altrettanto giovanile sposata con un uomo vecchio, ricco e mediocre. 

Questo desiderio selvaggio (1964): un buon esempio di un romanzo Hitt di due novità. Su un livello, questo desiderio selvaggio è una storia dolorosa su un uomo a un crocevia personale. Su un altro livello, il libro è un romp di sesso. La figlia del futuro cliente e il suo cuoco dal vivo sono entrambi mieli bodacious che amano l’aspetto di Brad e che i sentimenti sono reciproci.

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4. Il pezzo su Orrie Hitt, autore della pulp fiction che nessuno mai ha pubblicato in Italia, è firmato Brian Greene.  L’ ho trovato per caso cercando di soddisfare la mia ultima passione. Le copertine dei volumetti della letteratura pulp (i libri di polpa come traduce giustamente Google). Il caso vuole anche che in questo periodo. Anzi no non è un caso, è un segno. Il caso vuole che adesso stia provando a leggere il libro sugli universi paralleli del Brian Greene scienziato del multiverso dove si descrivono mondi alternativi in cui ci sono sempre quei qualcun-altro-da-te, gli stramaledetti doppelganger, che se non vedevo Twin Peaks era tutto di guadagnato, perchè così mi vengon fuori tutte quelle associazioni di idee eccetera. Insomma c’è sempre quel qualcuno uguale a te che sta compiendo il tuo stesso gesto di mettere in relazione il tipo che ha scritto di Orrie Hitt, preso a caso sul web e lo scienziato dell’universo elegante, quello lì insomma del libro che sto leggendo. Ecco quindi che il cerchio si chiude ancora una volta sui gradi di separazione che si formano lì per lì, senza nemmeno pensarci tanto. Ho aperto allora il sito delle pagine bianche americane e ho trovato un Brian Greene in Arizona, naturalmente ce ne sono diversi a New York, uno a Long Island e un altro a Buffalo, ne ho trovati a Los Angeles, in Texas, a Panama City.

Quindi la pulp fiction non c’entra niente con la teoria della relatività? Forse sì per via di quell’allungarsi e restringersi delle stringhe spazio-temporali, a elastico. Allora è probabile che tutti quei Brian Greene abbiano scritto il pezzo sullo scrittore degli anni ’50 nello stesso momento, tutti insieme, mentre affinavano la teoria degli universi paralleli che se si può teorizzare allora è vero. L’articolo del Brian Greene cultore del pulp ha l’andamento sghembo delle poesie dada e dovrebbe essere registrata leggendola al contrario per poi essere ascoltata di nuovo al contrario cioè con il suo senso giusto ma con quella voce strana come in Twin Peaks. 

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