SULLA VIA PROVINCIALE PER DAMASCO

 

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«E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce…»Atti 9: 3-4

Prima di parlare del libro di Giampiero Neri, Via Provinciale (Garzanti, 2017), riecheggiato nel titolo del mio pezzo, devo raccontare l’antefatto all’origine dell’entusiasmo che provo per la scrittura di questo decano della poesia italiana. Non proprio un cadere a terra, ma udire una voce senz’altro sì. Naturalmente con le dovute proporzioni.

L’antefatto si svolge nel luglio del 2016.

Sono a Rimini per realizzare un reportage televisivo su Parco Poesia, uno dei festival letterari italiani di più lunga vita. Parco Poesia è stato, fin dall’edizione di apertura del 2003, il festival dedicato alla poesia esordiente e giovane. Organizzato con passione da Isabella Leardini, a fine luglio nella corte del castello malatestiano di Rimini arrivano i grandi maestri, ci sono autori contemporanei molto letti, giovani poeti già affermati e le promesse che il festival scopre un po’ ovunque in Italia, attraverso un costante lavoro di scouting.

Armato di telecamera e microfono sono un one-man-band. In veste non solo di giornalista, ma anche di autore delle immagini e del sonoro.

Il set è dentro una sala di Castel Sismondo, accanto al bookshop.Lo sfondo dell’inquadratura è il muro bianco della sala. Quando andrò al montaggio quello spazio bianco diventerà uno schermo. Assomiglia a una pagina di poesia ancora da scrivere.

Intervistare i protagonisti della poesia e della critica letteraria italiana è una bella occasione per approfondire un fenomeno divenuto di tendenza. Scrivere poesia sembra essere diventata un’attività molto diffusa. Il web ha aiutato la diffusione di contenuti lirici che prima rimanevano nei cassetti. Come ha scritto sull’Espresso (gennaio 2017), Fabio Chiusi: “Se le stime parlano di circa tre milioni di poeti nel nostro paese, si comprende che i versi si scrivono più di quanto si leggono. Un problema culturale, certo, ma anche un dato che testimonia come la poesia sia e resti «una necessità profonda», dice all’Espresso uno dei massimi autori viventi, Milo De Angelis (tra i protagonisti di questa edizione di Parco Poesia, ndr), «qualcosa che parla alla nostra sete».

Con il mio speciale voglio provare a capire cosa si nasconde dietro la voglia di esprimersi in versi, come si trattasse di un’urgenza.

Franco Buffoni è uno dei primi che porto sul mio set.

“Un ritmo profondo, un ritmo intrinseco – sostiene con vigore il poeta lombardo- un ritmo che precede tutte le metriche, endecasillabi, metriche di tipo quantitativo o accentuativo, persino il verso libero. Il ritmo è qualcosa che comprende tutte le metriche, qualcosa di profondamente ancestrale, noi nasciamo impastati di un metro, di un ritmo che è poi forse il battito del cuore materno”.

“Forse vale sempre una questione messa in luce da un filosofo nel passato – esordisce Antonio Riccardi, per rispondere a una mia domanda sull’urgenza di fare poesia – la poesia serve anzitutto per chiarirsi le cose. – continua. A se stessi intendo, cioè serve per andare nel profondo di sé, serve per cercare la noce d’oro che ci riguarda. Senza dimenticare che la poesia è un genere letterario, una strumentazione che non si accontenta di andare a cercare qualcosa di sé, ma lo fa per rendere disponibile quella strumentazione di ricerca agli altri, quindi la poesia tende, esige, di diventare universale”.

“Uno si sente chiamato dalle singole parole”, dice alla telecamera Milo De Angelis

Sfilano davanti al mio microfono le menti migliori della mia generazione, hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte.

Doveroso fare il verso a Ginsberg, quando parlo con Dino Ignani. Mi racconta del festival di Castelporziano, dove proprio da quella spiaggia iniziò la sua carriera di fotografo di poeti. C’ero anch’io su quella spiaggia e ricordo bene quelle serate che si svolgevano così vicine al luogo-simbolo dove pochi anni prima era stato ucciso Pasolini. Ricordo la delusione mia e di molti per l’assenza di Patti Smith, il palco che crolla sotto il peso di tutta quella folla vociante che doveva assolutamente esprimersi e che di fatto impediva lo svolgersi regolare del festival.

Con Roberto Galaverni, critico del Corriere della Sera, parliamo di diffusione editoriale della poesia. Galaverni dice che i poeti non leggono gli altri poeti, basterebbe che tutti quelli che scrivono poesie comprassero una copia degli altri e ci sarebbe un mercato assai fiorente.

Rosita Copioli è piena di energia: “La poesia ubbidisce a una necessità, Goethe diceva che il mondo ha bisogno solo di poeti grandi, come si riconosce il poeta? Difficilissimo, come si riconosce la bellezza, l’autenticità”.

Con Walter Raffaelli, l’editore riminese di tanta lirica contemporanea, si discute del mercato (a detta sua presunto) della poesia. Raffaelli sostiene che non è importante il numero di copie vendute. “Non dovremmo pubblicare poesia pensando di vendere molte copie, questo lo sappiamo già”.

“L’urgenza della poesia è quella di mettersi in rapporto con il mondo nel quale si vive – è Alberto Bertoni a parlare– e con le persone più care, morte e vive, perché la poesia ha il grande dono di ridare la parola ai morti”.

“Non si va per singole illuminazioni – rincalza Gian Mario Villalta – la poesia sorprende chi la scrive”.

Nel tardo pomeriggio Isabella Leardini, che mi ha seguito per le interviste, mi dice che è arrivato Giampiero Neri. “Devi assolutamente intervistarlo, vedrai, ti stupirà”, dice lei. Non conosco la sua opera, ma so che è il fratello di Pontiggia e questo mi basta come “garanzia”. La questione da cui parto è sempre la stessa. Perché si scrive. Risponde Neri: “Come diceva Manzoni: l’animo umano è un gran guazzabuglio. La poesia non cerca tanto di mettere ordine ma di mettere a fuoco quello che succede, non si nasconde la realtà, la si racconta, la si dice.”

Neri parla molto lentamente, medita sulle parole che sta per dire, sulle singole parole. Dentro di me penso che quel suo ragionare sia poco televisivo, invece al montaggio, mi accorgo che la sua lentezza è come una sospensione che rivela ciò che apparentemente cela, anche qui come per il muro bianco che mi fa da set, lo spazio bianco della poesia.

“Achille ha ragione di essere in lite con Agamennone – continua Neri – ma la ragione non è tutto e a un certo punto anche lui deve abbandonare questa posizione sua, di egoismo, tutti gli altri greci dipendono da lui, dal suo valore, dalla sua capacità di essere un condottiero. E così quindi, per conto mio almeno è così. Vedrei nella poesia la ricerca della verità.”
L’antefatto finisce durante il montaggio del mio pezzo televisivo. Per scegliere le sequenze bisogna guardare – e naturalmente ascoltare – più volte i vari segmenti. Quando Giampiero Neri ritorna sullo schermo mi colpisce sempre quel suo essere in perfetta sintonia con la parola scritta, pur esprimendosi a voce. Attenzione. Non è che Neri parli come un libro stampato, suonerebbe banale, piuttosto: la sua scrittura – così precisa, così densa – descrive mondi in divenire con le parole necessarie. Solo quelle.

Nel bookshop a Castel Sismondo dopo l’intervista, ho comprato il volume di Neri Il Professor Fumagalli e altre poesie, pubblicato nella collana Mondadori ”Lo Specchio – i poeti del nostro tempo”, nel 2012. In seguito ho cercato di recuperare la sua centellinata bibliografia e ne ho presi diversi altri. Le poesie di Armi e mestieri (Mondadori, 2004) mantengono ancora la forma lirica dell’accapo, tutte le altre, comprese quelle di Via Provinciale (pubblicato stavolta con Garzanti) le poesie si esprimono in prosa. L’aveva detto Neri nell’intervista che la poesia non necessita di una forma particolare. Il libro inaugura la nuova collana di poesia della Garzanti, diretta proprio da Antonio Riccardi che nel risvolto di copertina dice: “Di fatto estraneo alla mappa delle tendenze in cui si è articolata la poesia italiana del secondo dopoguerra, Neri ha condotto la sua esperienza letteraria con radicale fedeltà ai principi che l’hanno originata: la memoria, prima di tutto, intesa come luogo minerario da cui estrarre i materiali necessari, indispensabili forse, alla vita attiva quotidiana”.

Ecco. La memoria è la chiave per capire i contenuti delle poesie di Neri, ma secondo me ciò che davvero conta è il tono.

“Un tono familiare..”, sottolinea Giampiero Neri al telefono, raggiunto mesi dopo per dirgli che sto scrivendo questo pezzo. Ci diamo subito del tu e la telefonata si prolunga sulle mie curiosità. Nei discorsi compare Remo Pagnanelli, un poeta e critico maceratese che negli anni ’70 avevo frequentato quando vivevo nella città marchigiana. “È stato Giampiero Neri – scrive Guido Garufi, in un appunto che trovo sul web – ad “accorgersi” di Remo, a supportarlo. Ed è il lessico tonale di Neri che affascinava Remo, una musica di fondo minimale, massimamente espressiva, simile alla indicazione di Montale sul tema della prosa-poesia.”

Ecco un’altra chiave di lettura. La musica.

Queste chiavi sono senz’altro giuste e ne posso cercare mille altre. Testo-traccia per esempio. Proprio Pagnanelli diceva di Neri: “È forse esagerato, ma non inesatto, riconoscere che il di più di queste poesie nasce e vive fuori della cornice della pagina, che i rimandi culturali e empatici sono tali da accreditare la definizione di testo-traccia.”

Per quanto mi riguarda taglio corto. Le poesie di Neri (e Via Provinciale è un’ ulteriore riprova) sono tanti incipit, oppure frammenti di romanzi che possono essere lunghissimi. I suoi libri hanno grandi spazi bianchi, da riempire con quanto riusciamo a raccogliere dal personale lessico provinciale. Il paragone con le Epifanie di Joyce è dovuto. Non ritengo importante il tono oppure la musicalità nella costruzione delle frasi. Leggendo i suoi libri- e questo in particolare che sembra riassumere i temi che gli sono cari – è come entrare con discrezione a casa sua per conversare insieme nella penombra.

 

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A QUESTO LINK E’ POSSIBILE VEDERE LO SPECIALE “PARCO POESIA”

http://www.smtvsanmarino.sm/video/speciali-rtv/speciale-parco-poesia-2016-29-07-2016

CUORE CAVO, LABBRA NERE

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Arrivo all’appuntamento con Viola con un anticipo imbarazzante. Mi piace assaporare i momenti di attesa, tanto più nella città dove ho frequentato il liceo. Parcheggio sotto Piazza Dante, vicinissimo al corso di Osimo e prendo le scale che portano alla mia vecchia scuola. Del Liceo Campana non rimane che una targa di marmo (che puntualmente fotografo). Dentro non ci sono più gli animali impagliati all’ultimo piano, la maschera mortuaria di Leopardi, i banchi con il mio nome inciso, che avevo ripreso con la telecamera poco prima che tutti quegli oggetti evocativi venissero trasferiti nella nuova sede.

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Il cortile di Palazzo Campana adesso è deserto, pronto per la presentazione del libro di Viola Di Grado. Sedie rosse ben allineate e al centro del cortile una fontanella rende l’atmosfera da sogno di mezza estate. Mi rendo conto di non essere mai entrato nel glorioso palazzo che è stato parte del mio paesaggio nella prima metà degli anni ’70. Approfitto dell’anticipo per fare un giro sul corso. Ogni tanto mi capita di tornarci e mi piace rifare quel tragitto che molti anni prima percorrevo con la baldanza strafottente dell’adolescenza. Mi accorgo che in quaranta anni Osimo non è poi così cambiata. Sarà per i colori del crepuscolo, sarà l’inevitabile effetto-nostalgia che fa apparire tutto bello in prospettiva . Incrocio un uomo che mi chiede: “Lei è di Osimo?”. “No, perché?”, rispondo. “Come si esce da questa trappola?”, ribatte. “Segua la corrente”, gli dico e se ne va sorridendo alla mia battuta.

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Continuano a entrare e uscire sparuti gruppi che vanno a visitare la mostra curata da Sgarbi dedicata al barocco, aperta da pochi giorni e già molto visitata. Finalmente incontro qualcuno che conosco, un mio vecchio compagno di scuola, accompagnato da un’amica di Facebook (che non riconosco, estasi del virtuale!), arriva anche Fabrizio Baleani. E’ lui che mi ha invitato a presentare il libro. Arriva dopo un po’ anche Viola, la riconosco da lontano. E’ insieme a Tiziana, la mercatessa di storie di Osimo che organizza gli incontri con gli autori. So già che Viola è una ragazza riservata, l’ho vista su Youtube e un amico che l’ha intervistata mi ha detto di andarci cauto, però che diamine Viola ha quasi l’età di mia figlia, conosco i tic e i miti della sua generazione, si tratta in fondo solo di domande e risposte. Viola ha le labbra pitturate di nero, il suo segno distintivo, indossa un braccialetto- corona- di -spine, ma non è così dark come immaginavo, ha un vestito leggero molto carino. Sorride poco, non fraternizza come capita sempre con gli autori in queste occasioni.

Dopo i saluti di Pasquale Romagnoli che rappresenta l’Istituto Campana comincia la presentazione vera e propria. Dico sono felice di essere qui anche perché il Campana era il mio liceo, il microfono ora a Romina Antonelli che leggerà nel corso della serata alcuni brani di Cuore Cavo. Romina legge l’incipit che per me vale come spiegazione di quanto è contenuto nel libro, senza dover raccontare la trama, che occorre scoprire da soli. Passo quindi alle mie domande che però non preciso di dire – grave mancanza- che sono come quelle delle mie interviste televisive, per cui le domande valgono in modo relativo, perché in fase di montaggio le taglio quasi tutte.

Chiedo subito a Viola con il mio tono scanzonato tra tanti riferimenti tipici della tua generazione non hai mai citato le Spice Girls, come mai? Da qui si innesta un loop di domande che si attorcigliano su risposte che vanno e vengono, io che cerco di incalzare Viola sugli sviluppi pop della sua storia terribile che diventa consolatoria, lei che a tratti sembra evanescente come i suoi personaggi e che incalza sul tabù della morte e che rende indicibile la parola stessa morte. Lo scrivo in corsivo perché nel libro un brano è tutto giocato sul senso della scrittura con quella leggera inclinazione a destra.

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Insomma vedo che ci capiamo a fatica. Viola è molto compresa nella sua parte o comunque è una ragazza serissima che crede fino in fondo a quello che scrive (credere nel senso quasi di portatrice di un messaggio arcano). Io invece cerco la stupida leggerezza giornalistica della “seconda prova dopo l’esordio”, i rimandi all’attualità, gli autori di riferimento. Racconta episodi interessanti: il testo del primo libro perso in un cassetto, l’editing fatto in casa (la madre è una scrittrice e si leggono a vicenda quello che scrivono),  la scelta dei nomi dei personaggi, che spesso arrivano da soli, come se ti chiamassero, la storia di Cuore Cavo che sedimentava dall’infanzia, mascherarsi da Sailor Moon da piccola come mia figlia che gridava in continuazione “Potere del cristallo di Luna, vieni a me”. Noto che qualche volta accenna a un sorriso, i miei sorrisi invece sono sempre più tirati e mi dispiace di non riuscire a trasmetterle la mia ammirazione, a farle capire che quello che racconta in Cuore Cavo, dopo il tragico inizio del suicidio della protagonista, quelle annotazioni che chiamo pop, sono piene di speranza, assomigliano a un grido d’aiuto pieno di tenerezza. A una domanda di Fabrizio piuttosto articolata dove sottolinea la cifra stilistica raffinata  (non avevo però tralasciato di parlare di echi calvinisti poco prima) Viola risponde con un “Sì”, secco e brutale nel suo candore. Non riesco a trattenermi e racconto di quella volta che ho intervistato Luciano Canfora e che a una mia domanda lunghissima sugli archivi e sulla mole di informazioni attualmente disponibili e l’energia necessaria per catalogare tutto (domanda che non avrei usato privilegiando le risposte) mi liquidò con “E’ vero, ha ragione”. Finisce la presentazione, Viola rimane in disparte, le chiedo di firmarmi il libro. Quando vedo la sua firma con degli ideogrammi cinesi all’interno della V capisco dove ho sbagliato. Non per aver capito il significato dei segni. Non per il messaggio. Perché Viola fa sul serio.

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SCRITTURE BREVI, IL MEZZO E IL FINE

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La scrittura, quale strumento per comunicare informazioni, ha bisogno di un mezzo materiale attraverso il quale veicolare le informazioni stesse. Che sia una tavoletta cerata, un rotolo di papiro, il mio nuovo iPhone, il rigo nella chat, ogni mezzo e ogni contesto interferiscono, e modificano le consuetudini scrittorie nelle varie epoche storiche e, al contempo, contribuiscono a modificare le lingue.

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Questa la dichiarazione di intenti del progetto Scritture Brevi che, dietro l’ iniziativa di due docenti di Linguistica e di Ingegneria Informatica, indaga sull’incidenza, le proprietà, le suggestioni della scrittura, quando sussiste “l’esigenza di salvaguardare la migliore comprensibilità del messaggio, entro i confini dell’economia e della ridondanza; un progetto interdisciplinare che si gioverà dei contributi di esperti di informatica, linguisti, manager d’azienda, paleografi, diplomatisti ed epigrafisti, specialisti di lingue antiche e moderne, di scritture settoriali e di sistemi grafici di ogni tempo., come leggo sul blog curato da Francesca Chiusaroli e Fabio Zanzotto, i due “famigerati” docenti”.

Francesca la conosco su Twitter in margine a un altro progetto che anche quello indaga sulla scrittura e sulla rilettura, la lettura condivisa, le mille monadi dall’altra parte dello schermo che insieme a te leggono lo stesso testo e cercano tra le pieghe – le stringhe – della scrittura originale tutto quello che gli viene in mente in fatto di riferimenti altri, in questo caso una lettura linkata dei Dialoghi con Leucò di CesarePavese, di cui parlo da un’altra parte, una sorta di AUGMENTED LITERATURE, iniziata con un altro progetto sempre legato a un libro di Pavese ecc. ecc. (e Giordano Bruno Guerri  direbbe  di ecc. come espressione usata da chi non ha più nulla da dire, anche se ne avrei assai sull’argomento che molto mi piace). A seguire l’intervista a Francesca.

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Dove ti ha portato questa ricerca finora? Quanto “rumore di fondo” c’è nel Gran Ventre di internet e soprattutto dei social network?

Sono ancora nella fase di massima inclusione: aggregazione, collezione, ritaglio e riscrittura. Rumore ce n’è molto ma anche molti dati; il rumore per ora lo accolgo come componente portante del mezzo (e quindi del fine)

La ricerca per sua natura è più lenta nel senso di meditata, deve sedimentare, rispetto all’immediatezza della comunicazione via web che spesso si esaurisce dopo poco battute.

Più banale, non sai quanto tempo e energia mi sottrae questo esperimento social…

Prova a spiegare in 140 battute il progetto scritture brevi:

– Un incontro con Fabio Zanzotto, un’idea, una ricerca, tre convegni, tre quaderni, un hashtag, un sito, un blog collettivo, un “mantra”: il mezzo e il fine (sono arrivata a -1, tipico)

Adesso puoi aumentare le battute…

– Le dedico al progetto: siamo partiti dalle abbreviazioni negli sms (sì, quelle che fanno temere del buon destino della lingua) e abbiamo verificato che le scritture sintetiche e i procedimenti di abbreviazione sono ovunque e sono indotti dal supporto e dagli scopi: le scritture brevi hanno caratterizzato i più antichi sistemi grafici del mondo, sono alla base della costruzione di linguaggi specialistici e degli algoritmi del motore di ricerca. Oggi le “icone” (app) sono le nostre chiavi di accesso al mondo, non solo social. Twitter ha esaltato le scritture brevi elevandole a stilema.  Per una (per noi) fortunata coincidenza, l’Oxford English Dictionary nel marzo 2011 (un mese dopo il nostro primo convegno) ha introdotto il disegno del cuore nel dizionario, primo simbolo non alfabetico ad essere ammesso in un dizionario moderno ufficiale. Questo vuol dire qualcosa. Le stesse abbreviazioni degli sms e della scritture delle chat non sono illogiche e incoerenti. La scrittura breve ha successo nel momento in cui garantisce massima efficacia alla comunicazione. Pittogrammi e abbreviazioni, ieri come oggi.  Fabio, docente di Ingegneria informatica (si occupa di trattamento automatico del linguaggio) ed io di Linguistica generale (con una formazione in linguistica storica) a Roma Tor Vergata: abbiamo riunito colleghi esperti di scritture antiche, paleografi, epigrafisti, papirologi, ma anche chimici, geografi, esperti di marketing e informatici, per confrontare linguaggi e metodi. Abbiamo verificato che i meccanismi sono comuni e le differenze confrontabili. E’ nato il sito Scritture Brevi a Tor Vergata, dove sono raccolte le pubblicazioni dei convegni, uscite nella rivista online Linguistica Zero.  Ma abbiamo subito capito che non sarebbe finita lì. Dal 2012 sono entrata in servizio all’Università di Macerata. Scritture Brevi si allarga. A dicembre sono entrata in Twitter (@FChiusaroli): un contesto privilegiato per osservare i meccanismi abbreviativi e cercare ancora una volta il confronto. L’hashtag #scritturebrevi consente di etichettare, raggruppare, aggregare, persone ed idee (“ad esempio #Leucò”). La cosa più interessante è che #scritturebrevi viaggia così com’è anche all’estero (“#scritturebrevi va in città”). La necessità della traduzione inglese, che sempre più pressantemente la ricerca richiede, cede il passo, in questo caso, alla ricchezza dell’espressione italiana, intraducibile in inglese quanto alle sue sfaccettature semantiche: scritture = caratteri, testi, immagini, e tutti questi entrano in un’unica categoria. A febbraio 2013 abbiamo inaugurato il blog: www.scritturebrevi.it, un blog collettivo. Ci si iscrive e si scrive. Bello anche perché ho potuto coinvolgere alcuni miei studenti, interessati all’argomento. Tra le rubriche, mi piace segnalare “Che carattere!”, dedicata ai caratteri che hanno fatto o stanno facendo storia (per ora: SlashHashtagMi piaceMi sento fortunatoCodice a barre). Ma ci sono anche rubriche pensate per sperimentare le scritture brevi come testi: MicrostorieGiochi di Scritture.

Il progetto ha fini didattici? ludici? professionali? editoriali?

Sto pubblicando vari saggi e un libro; sto svolgendo lezioni su Scritture Brevi nelle scuole, nelle aule universitarie, in contesti diversi, non soltanto umanistici. La nostra idea entra in buona sintonia con tutti ed è foriera di sempre nuove iniziative, alle quali non ci sottraiamo; con lo sguardo più aperto incontriamo e chiediamo di incontrarci. 

Mi piace concludere citando un mio post “d’occasione”: Chi l’ha detto che i linguaggi giovanili non hanno rispetto del passato? Un sorriso vale più di mille parole . Il punto e virgola è a dir poco indispensabile  😉 TVB è una frase “lapidaria”. Il cuore ❤ è un disegno universale.  N.B. Pittogrammi, scritture non lineari, acronimi, punteggiatura sono la storia (della scrittura) che si ripete. Pensiamoci!

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APPENDICE

bc5658d0a03f11e28b9f22000a9e0708_6Che bello il progetto #LeucòL’iniziativa della Fondazione Cesare Pavese – ideatori Paolo Costa, Hassan Bogdan Pautàs, Pierluigi Vaccaneo – di radunare utenti di Twitter in un’operazione di lettura, rilettura, scrittura, riscrittura dei Dialoghi con Leucò si è rivelata fruttuosa di emozioni e di testi. Ieri sera la direttastreaming e SecondLife è stata il traguardo di una trafila di giorni emozionanti.

 Secondo la caratteristica di Twitter, dal primo giorno in poi un flusso ininterrotto e crescente ci inondava.
L’hashtag, la lista dedicata (le liste!) – Leucò, Leucò Band – l’account Lost/in#Leucò, ci hanno resi speciali compagni di viaggio, uniti dalla forma, dal contenuto e da entrambi.
Secondo una pratica ormai consueta, il gruppo di scritturebrevi.it (e va bene, principalmente io) si è inserito ritwittando i twit con l’hashtag #scritturebrevi.
Bello il catalogo digitale che l’hashtag consente di creare. Diventa una banca dati, un sistema di classificazione, un punto di vista (personale ma poi comune).
E quale il punto di vista di #scritturebrevi su #Leucò? Basta mettere insieme i due hashtag e cercare, per averlo.
Si abbina a #twittletteratura (#twitteratura), processi creativi, pensieri lunghi, Semiotica 2.0, bio-text.
Usa Twitter come strumento: “vincolo 140” uno scalpello.
Tra i verbi: smontare, sezionare, smembrare, estrarre.
E’ comunicazione: emozione del dialogo, incontro, incrocio.
E’ creazione: inventare linguaggi.
Altre azioni: nominare le cose, smembrare per conoscere. 
Ma gli stessi twit sono #scritturebrevi, e ciò vale non soltanto per #leucò ed equivale a esperienza che accomuna. Mi chiedono spesso “Cos’è #scritturebrevi?” (“Cos’è scritture brevi?”) Insisto con la formula: #scritturebrevi, il mezzo e il fine. Ogni incontro ci arricchisce. Ad esempio #leucò. (F.Chiusaroli)

LE IMMAGINI sono mie, scattate con iPhone poi elaborate con Istagram, poi diventate jpeg con Paint (ancora non so usare Photoshop), cercando in cartelli stradali e manifesti pubblicitari e dove capita i significati nascosti dentro le parole, rimandi che non fossero quelli originali; qui ho messo solo una scelta di queste foto che regolarmente spedisco all’account twitter di Francesca e che lei altrettanto regolarmente retwitta.

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MMM

La suggestione del nome. Non si capisce immediatamente, per chi non conosce Barker, la derivazione dal titolo del racconto di Libro di sangue, sembra più qualcosa di popolare: macellai ambulanti in giro per i quartieri di Roma, di notte a distribuire carne… poi diventa un acronimo efficace, molto metropolitano… In effetti più che al racconto di Barker l’idea del nome viene da ciò che esso evoca almeno per noi. La notte in una grande città fatta di sangue, una notte pericolosa dove l’insidia è sempre vicina. Nessuna musica come il Jazz riesce a ispirare certe visioni notturne, dove figure indistinte di muovono nella nebbia. Noi abbiamo la presunzione di definirci un gruppo di Jazz sperimentale il nome deve evocare questo. Atmosfere in controtendenza rispetto al garage invadente o alle musiche dei ragazzi con chitarra o agli intimismi o al fintosocialerap…

quali fantasmi si agitano nelle notti di MMM? Da quando il progetto è nato l’ispirazione è sempre stata la stessa, e ci siamo sforzati anche a nostro danno di rimanere in binari ferrei: pellicole in bianco e nero, Night club e femme fatale, crimini irrisolti e amori mortali tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta.

Responsabile la visione nei primi ‘90 di Twin Peaks? Twin Peaks e la sua colonna sonora insieme a tutta l’opera di Badalamenti/Lynch sono capisaldi delle nostre influenza. Il prossimo album Black Lake Confidences sarà ispirato ad un’ambientazione vicinissima a Twin Peaks. Eseguiremo infatti anche una cover del celebre brano Just you and I….Un lago nebbioso d’inverno. Operazione postmoderna (classico+moderno) quanto pensata? In noi tutto è studiato come detto. Certo il nostro suono elettronico e oscuro è distrante nella realtà da ciò che vogliamo evocare, ma noi manipoliamo la realtà utilizzando immagini, frasi e suoni del Noir classico cinematografico e letterario.  Siamo un gruppo decisamente postmoderno e il risultato che vogliamo ottenere è puro manierismo Noir.

Il burlesque si sposa con MMM…[tra i vs following su Twitter c’è @WorldBurlesque, parteciperete? avete partecipato?] Personalmente sono un collezionista di vecchie foto e fanzine degli anni quaranta e cinquanta, riviste tipo Exotique e Bizzarre. Il burlesque di oggi non mi interessa. E’ un intrattenimento sterile, chiaramente lo stile estetico mi piace ma solo quello.

Fred Buscaglione invece si sposa poco, nonostante lo swing… Fred Buscaglione è una mia personale icona. Credo ci stia bene con il personaggio che interpreto durante im LIve di MMM…un crooner perdente. Ascoltarvi dal vivo è molto coinvolgente, surreale. Durante i vari tour europei, quali differenze nelle reazioni del pubblico? All’estero ci conosco molto meno che in Italia e questo è un punto su cui dobbiamo lavorare. D’altronde i titoli dei brani e i testi sono principalmente in italiano. Ci piace di più suonare in posti dove nessuno ci conosce in ogni caso. E questa primavera stupiremo tutti da questo punto di vista… L’idea di distribuire carte da gioco di MMM durante lo spettacolo crea aspettative negli spettatori, alla fine si pensa ad un gioco che invece non c’è… Le carte rappresentano una sorta di condivisione con il pubblico, è l’invito a partecipare e a calarsi nell’atmosfera che vogliamo evocare. Chi prende la carta diventa un giocatore del nostro tavolo, tra cocktail e sigarette- La maschera, la musica che diventa spettacolo, coinvolgimento del pubblico: c’è anche il teatro oltre al cinema alle origini dei MMM? In passato le nostre performance erano molto fisiche ma poco gestibili. Quello che si vede ora è semplicemente un rimando a ciò che facevamo all’inizio depurato di tutto ciò che non andava bene. Ora la formazione di MMM a tre è stabile e dal vivo è concentrata sul suono anche se io come frontman cerco attraverso la fisicità di immergere lo spettatore nella nostra atmosfera. Siamo in questo senso degli attori dilettanti e perdenti. _____________________________________________________________________________________________

Mi ha folgorato il nome prima di tutto, la macelleria mobile notturna mi ha ricordato subito l’avventura romana del dopoguerra di mio nonno Antonio, aveva preso un locale a Campo de’ Fiori, dove nel tempo son passate librerie latterie chissà cosa, si trova a sinistra guardando verso  l’afflizione di Giordano Bruno, il cinema Farnese in fondo dove ho visto un film – Anna (1975) di Alberto Grifi– che aveva alcune scene girate proprio nello stesso cinema, uno specchiarsi di realtà e finzione davvero strabiliante…insomma la macelleria del nonno era lì, lui si preoccupava di rifornirlo di pollami conigli tacchini, ma nel dopoguerra Roma non era un buon mercato e l’idea fu abbandonata presto (chissà poi che dopoguerra si intende, penso l’immediato), ma ogni volta che si tornava a Roma (e di occasioni familiari ce ne sono state innumerevoli) ogni volta che si passava a Campo de’ Fiori (anzi si andava apposta) si favoleggiava su che vita sarebbe stata la nostra vivendo al centro di Roma, sull’essere marchigiani nella capitale e crescere e vivere in quella zona diventata poi piuttosto esclusiva…invece lo spunto deriva da un racconto di Clive Barker e con questo titolo bizzarro – da cui è stato tratto un film – si presenta un “progetto” (si dice così) che non è solo musicale, sulla scena sono utilizzati spezzoni di film, nei video qualcuno danza. La musica raccoglie dal noir americano, fondendosi a ritmi industrial quelli così ossessivi dove si perde il senso di realtà.

 

 

 

(ha collaborato Margi de Filpo)