IMPARA L’ARTE

Immagine

Lungo viaggio vicino casa è il titolo di una serie di piccoli documentari che ho realizzato nel 1993 con Tonino Guerra.
Il poeta e sceneggiatore romagnolo mi spingeva a cercare luoghi dimenticati poco lontani dalla sua casa di Pennabilli.
L’espressione è diventata per me proverbiale e sta ad indicare la possibilità di stupirsi con i luoghi che solo apparentemente sono familiari. Basta uscire di casa e osservare con attenzione.

Ora quel titolo è diventato una mostra virtuale su http://www.palabanda.it, uno spazio curato da Viviana Maxia.

http://www.palabanda.it/imparalarte-e-non-metterla-da-parte/lungoviaggiovicinocasa/

LA BELLEZZA E’ GIA’ UNA PREGHIERA

ATTENZIONE

Nella scena finale, quella in chiesa con le candele spente dal colpo di vento che era in realtà era un compressore di aria, Tonino poco prima dice “con grande magia ec.c cioè chi vuole una grazia, chi ha un desiderio accende una candela, e ogni tanto se ne possono trovare tante di queste candele accese, perché é anche segno che i desideri aumentano, io non so chi le ha accese questa volta, so soltanto che il giorno che siamo arrivati, il vento le ha spente tutte, quasi per dire che chi ha un desiderio (qui Tonino sorride sornione e guarda l’occhio della telecamera) , deve anche sopportare un sacrificio per ottenerlo…” si rivolgeva proprio a me, portandomi in giro a suo modo, che ero accanto all’operatore. La scena in chiesa l’avevamo girata nel pomeriggio presto, le candele me le aveva date il prete di Filottrano che era stato mio prof di religione al liceo, volevo girare la scena a Storaco (la vedo dalla finestra di casa) ma stava per crollare il soffitto. Adesso Storaco è un posto che Tonino amerebbe molto.

#nannimoretti al #premiopieve

l’occasione è il #premiopieve a #pievesantostefano, la cittadina #toscana non lontana da #sansepolcro diventata, grazie a una intuizione di #saveriotutino, capitale dei diari, siamo al giorno delle premiazioni e le seguo su twitter

ci sono capitato da quelle parti quasi venti anni fa per le riprese legate a  uno degli episodi più toccanti della serie #lungoviaggiovicinocasa realizzata con #toninoguerra

il cimiterino abbandonato che si vede nel video qui sotto, con il cancello che cigola, le croci  appoggiate in un angolo e che disposi secondo non so quale ordine – forse per la migliore prospettiva di ripresa – me li ricordo bene

il premio esisteva da una decina d’anni, lo conoscevo già e avrei voluto prima o poi farci un qualche servizio per la televisione di san marino, dove lavoro, ma che non ho mai fatto…

…ebbene in questa domenica di settembre si consegnano i premi e c’è anche #nannimoretti

uso tutti questi hashtag perché è attorno all’uso e al significato di questa parola, per molti misteriosa, che mi si accende una lampadina…tra le foto che posta @archiviodiari (l’account ufficiale del premio) mi colpisce l’immagine di una ragazza che posiziona un cartello,  dove c’è scritto #premiopieve e comincio a scherzarci su (scopro poi che si chiama laura, anche lei su twitter con il nick @olaurone)

sugli hashtag che gironzolano per il paese per esempio e allora mi viene  in mente la scena di palombella rossa  -proprio di nanni moretti -in cui si arrabbia moltissimo con la tipa che gli parla usando luoghi comuni….

perché le parole sono importanti -nanni la urla questa frase – e sono curioso di sapere che cosa può rispondere il regista a chi gli chiederà “cos’è un hashtag?”

con #moretti ho una specie di conto in sospeso, nel senso che sono uno dei suoi primi spettatori, quando l’AUTARCHICO era proiettato soltanto al filmstudio di roma, dove si facevano rassegne curiose, anche sul porno underground e dove  era possibile vederci il film di warhol -integrale! – sull’empire state building: una ripresa fissa del grattacielo newyorkese della durata di otto ore…

alcuni dei suoi personaggi li incrociavo sulle scalinate di lettere a Città Studi o nei miei tanti giri da flaneur di quei tempi…

andai a vedere anche gli altri suoi, tutti girati in super8 ecc ecc, insomma ho seguito il suo percorso, conosco la sua poetica fatta di illazioni, dello stupore sarcastico verso i comportamenti giovanili (di allora), anche se nel corso del tempo (questa espressione mi ricorda il titolo del film di wenders, visto proprio al filmstudio) nanni ha perso di vista i tic della sua generazione (in parte anche mia) per dedicarsi a un altro tipo di storie…

mi faccio aiutare da @silviabragagni che sta twittando in una libreria di pieve per conto del premio, le dico “mi raccomando, la tua mission di oggi è chiedere a moretti se sa cosa significa il termine hashtag”, lei dice che se il regista romano passerà da quelle parti gli farà la domanda…sarà una sorta di intervista crossmediale… nanni poi passa davvero in libreria (pieve non è certamente una metropoli) e zac la bravissima silvia gli piazza la mia richiesta sotto il naso (chissà che direbbe nanni leggendomi, e penso anche alla lampadina-che-si-accende-in-testa, alla mission e al famigerato crossmediale) …lui non si scompone e dice che morirà senza sapere cos’è un hashtag, anzi – ha aggiunto – morirà felice senza saperlo…

nel suo intervento, durante la premiazione, dice che continua a scrivere a mano…infatti non ce lo vedo a twittare, usare I-phone stile solitoidiota… ma è tipico per personaggi come moretti rifiutare o comunque prendere le distanze da fenomeni come twitter e soprattutto dai suoi gerghi, che sono il più delle volte per iniziati…

forse ha ragione lui, meglio scrivere a mano, ma un dialogo a distanza come quello che ho imbastito con lui,  grazie alle ragazze del premio, ai tempi in cui si scriveva sempre a mano non sarebbe stato possibile…

CRONACHE IMMATERIALI

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L’aria è quella cosa leggera, che sta intorno alla tua testa e diventa più chiara quando ridi.
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Non c’è niente di più immateriale dell’aria, attraversata da connessioni, segnali, suoni che ci permettono di comunicare. Soltanto emettendo aria riusciamo a parlare. Tonino Guerra l’ha cantata nel suo modo disincantato. Uno dei tanti omaggi possibili per ricordare lo sceneggiatore di più di 100 film -che hanno accompagnato la generazione dei born in the 50s con scene epocali (la scena finale di Zabriskie Point) aneddoti  visioni (i carrelli di Nostalghia) immagini sguardi (Omar Sharif mentre guarda volare S.Giuseppe da Copertino)  modi di dire (“mi’ nono fava i mattoni”)- è copia&incollare uno dei suoi detti memorabili, una poesia di quelle dette al bar o “fatte” a un pranzo di notte per divertire chi ti sta mangiando e porla in esergo a futura memoria. La collina della PersonalSpoonRiver si sta affollando.

TANZ TANGO

La fine del mondo: c’è niente di più bello? Per uomini e donne è un fondaco da strapazzo, ma per gli innocenti e per gli sprovveduti è il bazar delle meraviglie; non foss’altro per la cannuccio di finto avorio dove si vede il leone di San marco; mentre rovesciando il posacarte, nevica su San pietro anche d’agosto. Tutto c’è di tutto: un lume a petrolio, il cavaliere del Cigno e Otello che strangola Desdemona; sul banco tra la bottiglia coi baffi del Re galantuomo e la caraffa bianca col ritratto di Pio IX, fra almanacchi e lunari, lo Speculum lapidarum di Camillo Lonardi pesarese, dedicato a Cesare Borgia, specchio d’ogni virtù. E ben in vista, ma nessuno abboccava, la tabacchiera di Napoleone. [Fabio Tombari, Fine del mondo Ercole al bivio, Editrice Fortuna 1986]

Dentro la mucca di floyce  c’è tutto quello che sedimentava in me in quei primi metà 90, quando i ragazzi giù a seattle indossavano camicioni da boscaiolo (le portavamo qualche anno prima anche noi, ripudiandole quasi subito) e  sulle chitarre diventavano furiosi e se si gettavano dal palco sul pubblico si aspettavano  di essere raccolti, tanto i locali erano piccoli e gremiti, come a londra nella mia personale (memorabile) notte del punk raccontata altrove, la suggestione sedimentaria  partiva da quel brano di Tombari posta in esergo, il libro me l’aveva regalato nel dicembre 1987 proprio il grande vecchio di Rio Salso, ero andato a intervistarlo per la Rai di Ancona e quel suo pezzo l’avevo letto in trasmissione,   l’avevo in mente quando ho pensato al mio guazzabuglio video successivo

o almeno quel tutto, quell’aleph, che ho sempre inseguito d’istinto, ginsberg e il suo mantra, il kaddish per la madre morta e la grande madre terra atomica del disco della mucca, gli orizzonti verso il mare percorsi da nuvole veloci citazione dalle immagini di un documentarista francese che mi piaceva molto (un’impresa ritrovare il nome del regista scrivendo su google parole-chiave come nuvole velocizzate documentarista francese, tanto non me lo ricordo e quando lo ricorderò sarà sempre troppo tardi), e ancora ci sono le ceneri che tornano cenere sulle immagini del trattamento ludovico van,  “è buffo come i colori del vero mondo, diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo”,  non sono proprio le stesse, vigliacco se riesco a trovarle quelle esplosioni di stazioni di carburante, quella terra smossa da scoppi intensi sulla musica di bowie, poi ancora il paesaggio di quella magica stagione dopo il giugno 1993, dalle parti di rimini verso arezzo,  con quelle nuvole che scorrono sul letto del fiume detto piccolo mare, marecula, dove tonino guerra  ha ambientato tante sue storie (l’anno era proprio quello delle peregrinazioni in valmarecchia), quelle nuvole che son copiate dalle sequenze di quell’altro regista francese (che tanto non mi ricordo come si chiama) che si vedono poco dopo,  intanto ginsberg continua con il  suo mantra e sfuma verso” atom hearth mother” (la copertina del vinile è inquadrato da una telecamera da studio,  l’immagine della mucca si è un po’ sbiadita per il sole che entrava dall’angolo di san leo nel vecchio ufficio) le chitarre universali dei pink floyd si ascoltano come un refrain (che sempre  miritornainmente lungo i decenni e non perde di smalto) mentre ” una mucca che veniva giù per la strada”, l’incipit inquietante di dedalus e le” belle lose veldi”, la mamma aveva un odore più buono del babbo (questo è joyce) gli suonava una tarantella per farlo ballare eccetera,  eccole arrivare le immagini del regista di cui non ricordo più il nome  e mentre continua  il solito mantra ginsbergiano che ha fatto pure a castelporziano ecc l’ho raccontato più volte, una lama di luce attraversa veloce  l’orizzonte l’immagine è fissa ma accelerata, hey father death I’m flying home hey poor man you’re alone, hey old daddy, I know where I’m going (fine prima parte) nella seconda – realizzata tempo dopo – ginsberg è davvero a castelpoziano con la sua camicia bianca da professore americano, continua inesorabile nel suo blues (serviva in quell’estate del festival dei poeti sulla spiaggia verso ostia a calmare anime ribollenti assemblee universitarie, aule magne piene di fumo dove tutti urlavano “scemo, scemo“),  mentre la ballerina di pina bausch danza nella neve con un vestitino a fiori (nel link si trova  piuttosto in là, a 37′) intanto cominciano a sovrapporsi immagini estranee (abe sada dell‘impero dei sensi, ancora l’infiorata della ballerina tra le neve che scende), poi esplode il tanz tango der sufi pulp pound, ecco tarantino nella sua forma pura (la musica!)  alternato al lamento dell’imperatrice di pina, continua così fino a ezra pound- recuperato da qualche archivio- che legge i cantos sulla musicadi nusrat fateh ali khan dal film maledetto natural born killers, (sempre di tarantino o comunque con il suo tocco, che faceva il paio allora con forrest gump io sono la luna con i piedi sulla falce d’argento (sovrapposte le ballerine di wuppertal che sbattono stracci per terra, alzano polvere, stacchi su pound a rapallo sugli scogli, la ballerina nella neve con la sua musica -proprio sua scelta dalla bausch- ipnotica, seducente avvolgente, la scena è ripresa dalla tv con una camerina high8 che allora sembrava il massimo che c’era, la neve sferza i capelli neri della ragazza dal vestito delizioso), sovrapposizioni da ultimo tango, brando e maria si inseguono con gli sguardi (c’è un effetto elettronico vintage),  intanto ritorna tarantino dal libro di ezechiele  

25:17. “il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te.”  

(ezechiele è detto in inglese mentre le immagini sono ancora quelle decadenti dell’appartamento parigino, peccaminoso e casto, di bertolucci), ma il nome di quel regista francese non lo ricordoproprio e non posso metterlo tra i tag.

DELFINA A FERRAGOSTO

Ciao Delfina mi piacerebbe farti una specie di intervista online per il mio blog, in questi torridi giorni di ferragosto…

Volentieri ma non so cosa avrei da dire amigo in questo marasma vergognoso….

Tu hai molte cose da dire, Delfina…se ti va comincio a buttarti là delle cose che poi riassemblo, ti faccio leggere e pubblico che dici, amiga?

Tu butta ma cosa vuoi che abbia da dire? Sono anche in crisi creativa….

Vorrei cominciare facendoti la stessa domanda che ho fatto a Carolyn Carlson, immagina come lei ci rimase di stucco, si aspettava qualcosa di classico “cosa cerchi nel gesto” ecc e io invece le sparai questo EFFIMERO ED ETERNO che nel suo caso naturalmente era riferito alla danza ma che nel tuo  vorrei si riferisse  alla vita in genere-domandona eh?- e solo dopo alla “vita” virtuale, il mostrarsi sui social network (su facebook in particolare, non mi pare che tu usi twitter o altro): c’è qualcosa di effimero in questo mostrarsi, ma in realtà la traccia – apparentemente un’orma sulla sabbia- sembrerebbe difficile da cancellare, quindi eterna
(davvero sei in crisi creativa? i tuoi libri mi sono piaciuti molto, i giardinieri poi…)

Adesso ci penso.

L’effimero ha molti volti: i convolvoli rosa e azzurri si schiudono alla mattina presto, alle 10.30 stanno già sfiorendo. Come i fiori di cisto che durano un solo giorno. Basta un alito di vento a disperdere i loro petali. Nel giardinaggio è la grande sorpresa: la farfalla rossa e nera che passa dalle tue piante, la libellula in città, la cavalletta sul fico. Se scrivi un articolo ti rendi conto che la soddisfazione dura un attimo. Mentre con i libri è una soddisfazione più lunga e soprattutto più profonda. I volti delle persone sono come cieli, attraversati da nuvole e ombre, da luce e oscurità. Sono curiosa, non mi stanco mai di imparare, di tentare di leggere i volti. Dicono spesso di più delle parole. La musica non solo è effimera ma è anche invisibile e pure te la porti dietro come un’energia vitale. L’eterno è più problematico, forse quasi un concetto disumano. La morte è per sempre. Ma ti porti dietro comunque sempre un frammento vivo delle persone che se ne sono andate e a cui hai voluto bene. Mi piace come il buddismo accetta la morte. Mi interessa il pensiero religioso, con la dottrina ho più problemi. Fb ha anche valenze invisibili: sei legata anche a un figlio che ormai vive a New York ma senza disturbare, o essere invadente. Ritrovi amici, ne fai di nuovi, impari e ascolti un sacco di musica. Una tentazione anche troppo forte per chi fa un lavoro in cui si sta molto al computer.. Credo che oggi siamo più attenti a tutto ciò che cambia, in continuazione, piuttosto che a ciò che rimane immoto….

Ecco…New York…hai vissuto in periodi cruciali nella città che non va mai a dormire…distanze che allora sembravano incolmabili frantumate ora da un click- distanze anche e soprattutto di tipo culturale, qui imperversava la provincia spietata, là sempre avanti, adesso non so se è ancora così- dimmi di Jackie che negli ultimi giorni è tornata sulle prime pagine…dimmi di Mapplethorpe…“Ci sono posti e momenti in cui il talento si cristallizza”, hai scritto nel tuo libro “Say goodbye”…

Mapplethorpe era pesantemente in scena sado-maso, con suo amante, Sam Wagstaff, un grandissimo collezionista d’arte. Mi ha sorpreso la bellezza del libro di Patti Smith, l’onestà intellettuale che era necessaria allora. Ero prevenuta verso Jackie, che era anche molto chiusa e timida all’inizio. Una donna di rara intelligenza, molto vitale, appassionata di cultura e di persone di talento. Le ho voluto molto bene. Anche a Diana Vreeland, con la sua passione per la vita. E’ stato un posto speciale: allora in semi bancarotta, un pò pericoloso, con buche per le strade. Ma ci potevi vivere senza andare in bancarotta. Adesso no, artisti vivono a Brooklyn. E NYC è diventata una sorta di Disneyland per turisti ricchi

Dottrina? la morte è per sempre? davvero l’eterno è disumano?  il mondo, l’universo -chissà- esiste da sempre, è un dio eterno…forse…

Sicuro, ma la mente umana ha difficoltà con il concetto di eternità. Buddismo: <<L’unica certezza è il cambiamento>>…

E la dottrina? perchè problemi? problemi di schematismo? problemi di ritualità da rispettare? in fondo anche molti dei nostri comportamenti abituali non sono rituali?

Certo che lo sono. E se qualcuno sta male vado in chiesa e tento di pregare.. Siamo esseri contradditori, ambivalenti, complicati. Il rito a certi è più necessario che ad altri. A me fanno sognare i nuovi orizzonti, conoscere

Mi incuriosisce il tuo documentario su Warhol per la nyu film school, quanto durava? che c’era dentro? chi l’ha girato? ti è capitato di rivederlo?

Eravamo tutti studenti. Ancora con la super8. L’abbiamo seguito ai parties, alla Factory. La cosa più divertente è che mi ha chiesto: <<Vuoi intervistare mia madre?>>. Io certo che sì. Abbiamo filmato signora polacca in un locale del Village su com’era Andy da bambino. E poi, dopo, uno mi ha detto ma guarda che quella non è sua madre….

Molto pop direi, il vero così veritiero da diventare falso, di plastica…ma hai rivisto quel film recentemente?

Ce l’hanno in dote gli studenti di cinema della New York University. E lo continuano a usare. Credo che Warhol affascini più adesso che allora. Era assai poco affascinante. Lui usava le persone

Veniamo alle persone allora, ho trovato questo elenco per il 1974, ci sei anche tu,
che ti dicono questi nomi? (poi passiamo ai giardini)

Maureen Abdallah, Bassem Abdullah, Mark Androw, Jonathan Berman, Lorna Bouzat, Everett Bowman, Charles Boyle, Eric Braha, Timothy Dowd, David Dyke, Jonathan Furst, Howard Gewirtz, Samuel Gruenbaum, Ernest Holzman, Ava House-McCurdy, Tannis Hugill, Laleen Shiranthi Jayamanne, Eleanor Johnson, John Kraus, Carol Ladanyi, B. Levy, Max Lewkowicz, Aharon Lipetz, Dennis Livesey, Veronica Loza, Thomas Marks, Louis Mascolo, Martin McQuade, Rosemary Miller, Kalu Okpi, John Palm, Dimitri Politis, Delfina Rattazzi, Eric Rudolph, Jessica Schenk, Robert Schilling, Joseph Schulman, Judith Seaman, Lee Server, Barbara Shear, Albert Shlomo, Kezban Tamer, Jay Teran, Svetlana Umrichin, Nancy Vaughan, Robert Vervoordt, Bruce Waterman, Miles White, Vicki Zlotnick, 1974

Sono i miei compagni di corso alla scuola di giornalismo di Columbia. Ci spedivano in tutta la città, in coppia. Dagli ospedali del sud del Bronx alle conferenze stampa del sindaco. Ho conosciuto lati di New York inaspettati, interi quartieri a me sconosciuti, umanità, disperazione, povertà, violenza, ambizione, arroganza, arrivismo. Vedevo Gloria Steinem di sera, a volte, da lontano. Brava giornalista, grande personaggio, splendida donna. Feci un ritratto di Arnold Schwarzenegger, prima che diventasse famoso, e incontrai molte alzate di sopracciglia. Posto molto serio, conservatore, un pò chiuso allo scompiglio di ciò che affascinava me: il nuovo giornalismo: Tom Wolfe, Gay Talese, Hunter S. Thompson, Joan Didion ecc. Il giardinaggio non è al centro della mia vita….

Allora le storie sui giardinieri insospettabili sono venute per caso? l’occasione di conoscerci virtualmente è venuta proprio da lì, da quando sono andato al Vittoriale per intervistare Giordano Bruno Guerri sul futurismo nel centenario del manifesto di Marinetti e tu mi avevi chiesto di guardare i giardini di D’annunzio…

Sei rimasta in contatto con qualcuno dei tuoi compagni di corso? anche professionalmente?

A me interessa la parola scritta. Letteratura, giornalismo, sceneggiature

“Non capisco quelli a cui piace scrivere. A me non piace. Ma a volte mi è necessario. Per provare a capire, per non dimenticare.”
Ti interessa ma non ti piace? la pagina bianca è così terribile? come lavori? per sottrazione? per accumulo? quanto è stata importante per te la lezione del new journalism? e come si è trasferita nel tuo modo di scrivere?

Bella domanda, anzi bellissima. Fra un’ora ti rispondo

Continuo a pensare che il nuovo giornalismo sia stato un vertice irraggiungibile. Forse per la qualità di chi lo scriveva: Truman Capote, Michael Herr dal Vietnam, Joan Didion, Gay Talese, Nora Ephron pre-Hollywood, Gloria Steinem che si vestì da coniglietta e andò a lavorare in un Playboy club per poter raccontare l’umiliazione in prima persona. Era brillante ma era anche coinvolgente. C’era un grande senso di umanità alla base, unito a intelligenze davvero rare. Ma era costoso e richiede spazio (oggi nessun giornale lo concede più salvo a lenzuolate di Claudio Magris o Pietro Citati su cose letterarie). Ma era di vita che si parlava: crimini, guerre, mafia, storie di vita vissuta. Per un certo periodo Vanity Fair americano ha continuato in quel solco. Ma ora senti che perde colpi. Lo leggo ancora, mi commuove ancora. Lo ammiro. Non credo nella facilità della scrittura. Credo nell’impegno, nel vecchio consumare le suole delle scarpe, nel lavoro silenzioso e solitario. Nell’ambizione nobile (troppo retrò e vintage?)

Mi meraviglia sempre “il consueto mistero della scrittura, quando solo con parole messe una dietro l’altra, senza una struttura grafica che non sia la composizione della pagina e i caratteri tipografici, si riesce a ricostruire una porzione di mondo, l’atmosfera vissuta e a regalarci momenti che diventano paralleli alla nostra vita”, riciclo il passaggio di una mia recensione al libro di un amico tanto più quando si tratta di storie inventate, scrivevo, nel caso del new journalism tanto più quando si tratta di storie vere…

Belli sempre i libri che trattano della presenza di un’assenza. Coraggiosi

Secondo te, si può dire che la lezione del new journalism si sia trasferita in autori americani di successo tipo Wallace o Franzen?

No secondo me no. E’ tutto un dialogo interiore, osservare realtà familiari, microcosmi, private disperazioni. Roba che i miei avrebbero disdegnato…

Lo penso anch’io, soprattutto per Wallace nonostante abbia fatto qualche tentativo su Rolling Stone raccolto poi in volume, autore forse troppo osannato (Harold Bloom inorridisce citando lui e Franzen) …non c’è nessuno nella letteratura che abbia raccolto chiamiamola l’eredità? i libri in fondo sono una dilatazione del giornalismo (nell’800 si scrivevano romanzi per i giornali no?)

Mi sembra che ci sia stato un forte ripiegamento sul privato. Io non sono fan nè di Raymond Carver nè di Paul Auster. Ho amato, invece, La breve favolosa vita di Oscar Wao, di Junot Diaz (nato nella repubblica dominicana) e Girls, terribile, di Nick Keman. Non credo più alle grandi operazioni di marketing usa… Più carne al fuoco in scrittori che vengono dalle periferie degli imperi, mi sembra

Uno che mi piace è Lawrence Osborne, inglese che vive a Brooklyn, autore di Bangkok e Il Turista Nudo (Adelphi). Lui sa unire letteratura e vero giornalismo. E’ bravissimo. Rompe tabù e limiti di consueto giornalismo

C’è in ogni epoca una linea d’ombra da varcare (Osborne è una bella segnalazione che cercherò, grazie)…e la tua?

Sì, certo, ma Conrad era in mare aperto, dall’altra parte del mondo, con una lingua nuova di cui appropriarsi. Non nel tinello della sua casa di periferia…

Periferia dell’impero? ma in fondo le avventure più esaltanti Ernst Junger – così ha scritto- le ha vissute nel giardino di casa – a proposito di giardinieri

Era un guerriero, un genio scomodo, ma pensa al suo periodo storico (poco giardinaggio mi sa…)

Nell’ultima parte della sua lunga vita è stato un gran contemplativo e si è dedicato molto all’osservazione del suo giardino (e dell’orto) …ho trovato una bella citazione:
[A Sérignan, nel giardino della casa museo di Jean Henri Casimir Fabre, entomologo e poeta.] Nei giardini come questo si dimenticano tutti i nomi, anche il proprio. Le cose parlano con la loro forza senza nome. Ci invade un senso di gioia, sorge il presagio dell’ora in cui ci lasceremo alle spalle non solo il nome, ma anche le cose.
Il sole splende, tutto è tranquillo qui fuori; ora il padrone esce dalla casa dove gli avevamo reso omaggio. Si nutre ancora ed è vivo: in casa lo abbiamo venerato, qui, ora lo amiamo. (da Polvere colorata, p. 272)

I giardini raccontano storie di persone. Svelano la personalità dietro, sono belli perchè è di umanità, intelligenza e visione che parlano

(Bello così a ruota libera, senza seguire tracce di sorta, senza voler cercare il sensoultimodellecoseimpossibilidatrovare, conversazioni in torridi pomeriggi d’agosto)

Nei miei giardinieri (che la Dandini ha sollevato di peso come idea (ok), come personaggi (meno ok) e come frasi….ci sono un paio di capitoli un pò diversi dal solito. Sopratutto quello sui giardinieri in tempo di guerra: nei ghetti, nei campi di prigionia, nelle città bombardate. Giardini di sopravvivenza

Ti racconto della “torretta” visitata e fotografata dopo aver letto i tuoi orti di guerra, avventura sulla siepe di casa, dove nel 1944 si svolse una cruenta battaglia ecc

Ho delle passioni estemporanee che nascono su suggestioni di vario tipo, segnalazioni, curiosità, occasioni…questo è il momento della prima guerra mondiale…sto leggendo una storia generale di quella terribile epopea di distruzione e morti e eroismo e mentre leggo di gallipoli e dell’entrata in scena dell’italia ecco inserirsi i tuoi orti di guerra…la scena è quella mia solita dell’estate: il balcone della vecchia casa familiare di mia moglie, il posto più bello del mondo, almeno dal 1976, da quando frequento filottrano dove ora abito…rileggo quel tuo capitolo, interrompendo martin gilbert, esimio storico inglese…mi colpisce il vecchio Winston…guerra e giardinaggio, due facce di una stessa medaglia…distruzione e creazione…allora alzo gli occhi e lo sguardo si posa di fronte sull’avvallamento di fronte…lì si è svolta una cruenta battaglia nel 1944, i tedeschi erano asserragliati all’ospedale,costruito proprio dopo la grande guerra…ci furono piùdi 70 morti lì attorno in quei giorni di luglio…mi viene allora uno slancio, devo arrampicarmi su quell’erta in mezzo a quegli alberi fitti…raggiungo il basamento di un’antica torretta che sorreggeva (adesso non c’è più) un traliccio per la corrente elettrica…poco sopra passa la strada principale…i sandali si riempiono di terra ma poco importa…scatto qualche immagine, quel basamento di cemento visto  di fianco sembra una piramide…quello era anche il luogo verso la fine dei 60 che la mia carissima suocera Ida che non c’è più aveva attrezzato per i suoi figli scavando la terra, creando degli scalini, dove tra gli alberi mia moglie bambina e le sue sorelle andavano a fare picnic oppure a fare i compiti…loro la chiamano ancora la torricella ma non c’entra con il basamento di cemento…qualche volta portavano cuscini o una coperta per stare più comodi…è il loro posto delle fragole…avventure davanti casa no?

Certo. Mi fa pensare a Beppe Fenoglio, per me inarrivabile

Una questione privata per me è un libro di bellezza davvero rara. Ma anche il partigiano Johnny. Mai una sbavatura, mai un accenno ai sentimenti. Eppure ti commuove del tutto. Chi altro ha saputo farlo? Ovvio che amo anche Il Gattopardo, ma è una cosa diversa, uno sprazzo di genio aristocratico, meraviglioso

C’è stato un tuo “primo” libro? (per me è stato “Martin Eden”) un libro-punto- di- non -ritorno?

I libri di Colette, ancora sui banchi della scuola francese di Roma. E poi lo stesso libro che è stato determinante per Roberto Saviano: Dispacci di Michael Herr. Scritto in Vietnam, durante la guerra

Il Crollo di Francis Scott Fitzgerald. (nato come giornalismo). Il sole sorge ancora di Hemingway. Jean Rhys, Vasto mar dei sargassi. E folgorante per me Karen Blixen

Ecco tornare prepotente il new journalism…e Saviano? non ha forse saputo cogliere degli spunti da quel modo? oppure è stata una sua operazione inconsapevole? o è proprio un’altra cosa come io credo?

Credo abbia avuto un grande editor, ma questo va bene. Da Herr ha preso raccontare la realtà con le viscere. Gomorra è un bellissimo libro. Dopo è un’altra storia

Eh gli editor, che strana razza, mi sono sempre chiesto (domandaretorica) come mai quando pubblicano libri in proprio gli editor combinano ben poco…e per i tuoi libri c’è stato un editor e se c’è stato come ha lavorato?

Editor è diventato mio amico e mio agente. Quando sei stanco, in dirittura di arrivo, solo a loro, se sono bravi, permetti di prenderti a legnate sui denti. E dopo è meglio

Una specie di personaltrainer? con la scrittura vera e propria quanto incide? insomma si dice spesso “se non c’era l’editor” o cose simili, diversi addetti al lavori mi hanno detto che il libro di giordano sui numeriprimi è un’abile operazione ecc (e infatti c’è un momento nel libro in cui lo stile cambia per esempio), è un qualcosa che mi “spaventa” e affascina insieme, l’autore in certi casi mette “soltanto” l’idea generale, certi sviluppi? il caso di Carver è stato ampiamente dibattuto, lo stesso vale per Eliot  Quindi, tornando a te direttamente, il lavoro editoriale ti appartiene..anche sceneggiature, hai detto…curiosity…voglio sapere… (Tonino Guerra mi ha raccontato il metodo che usava con antonioni, lanciavano a turno delle palline o qualcosa di simile, se facevano centro in un punto stabilito si attivavano) 

Ti appartiene nel senso che hai percorso diversi modi del lavoro editoriale
Si, con umiltà e rispetto.
Dimmi del lavoro di sceneggiatura

Ho lavorato per Dino De Laurentiis un’estate a New York, e su svariati set. Ma in realtà ne ho lette molte ma non ci ho mai davvero lavorato. E mi dispiace

Davvero peccato…il cinema è la somma di tutte le arti e si avvicina molto alla letteratura, poco fa ho rivisto ORIZZONTI DI GLORIA (vista la passione per la grande guerra ci voleva) straordinario…

Il cinema è una passione per me. Rivedo i film molte volte, se mi piacciono

Quale film hai rivisto di più? intendo al cinema (con i dvd è troppo facile)

I miei: 2001 odissea nello spazio, Guerre stellari, L’oro di mackenna

Il film di Kubrick l’ho visto a 12 anni, facevo le medie e ci scrissi su qualcosa per la scuola, ho “costretto” mia figlia a vederlo prima che arrivasse la fatidica data ehehhehehe (però in dvd)

Lawrence of Arabia, Michael Collins, Quarto Potere, Chinatown, M di Fritz Lang, Syriana, il Verdetto…tanti. Mi piaccino anche alcune serie americane: Shark, Doct. House, Law & Order

Bellelenco

E Giorni del Cielo di Terrence Malick, lo rivedo spesso (in dvd…)

Mi chiedo (risposta semplice in fondo) perchè sia così facile rivedere film mentre spesso è difficile rileggere libri, non ho quasi mai riletto romanzi per esempio, e tu?

Amo Balzac ma credo di rileggere solo romanzi di Jean Rhys, Colette, Blixen, Marguerite Duras e Fenoglio

Potremmo continuare all’infinito…ancora effimero e eterno…
sarebbe una novità, un’ intervista (una specie di intervista ho detto all’inizio) che non si conclude

Chiusi in casa nella calura

Amo anche Emily Dickinson. La posso rileggere all’infinito. E’ un mistero

L’unico libro che ho tentato di rileggere è l’Ulisse ma sono arrivato fino a un certo punto, rileggere mi sembra un’intrusione in quell’io estasiato (quando in estasi) che in una rilettura potrebbe rimanere deluso ma questa è quasi una scusa per non ripetermi, di solito preferisco leggere sempre cose nuove, visto che vorrei leggere tutti i libri del mondo (!?)
le poesie invece riesco a rileggerle spesso, ultimamente quelle di Valentino Zeichen, la “Terra desolata” di Eliot l’ho riletto molte volte…

Si, rileggere non è una cosa che mi viene poi così spontanea, a meno che stia facendo delle ricerche. Anche a me interessano cose nuove, ma troppi libri sono una delusione

Troppi è vero…pensavo che Franzen fosse il massimo almeno da quello che avevo letto e invece…buona scrittura, belle intuizioni ma non è sconvolgente…libertà l’ho interrotto…per gli italiani è diverso: leggo anche quello che non mi piace di per sè, mi affascina su tutto la capacità (di marketing d’accordo) di arrivare a così tante persone con contenuti spesso poveri ma sempre c’è qualcosa che avvinghia il lettore “tipo”, Susanna Tamaro la leggo sempre invece perchè ha una sensibilità per la natura particolare e ha una voce che mi piace (l’ho sentita alla radio quando ha percorso una parte del Camino di Santiago con Valzania nel 2004)

Fra le italiane amo poetessa Patrizia Cavalli

Esseri testimoni di se stessi

sempre in propria compagnia

mai lasciati soli in leggerezza

doversi ascoltare sempre

in ogni avvenimento fisico chimico

mentale, è questa la grande prova

l’espiazione, è questo il male.

…questi sono versi di Patrizia Cavalli, prova invece a sondare, chiusa in casa nella calura, il mistero Emily Dickinson che non ho mai letto

Grande…

Oggi si sa che probabilmente era epilettica. Questo significava, all’inizio dell’Ottocento, il divieto di sposarsi. E’ rimasta quasi tutta la vita rinchiusa in casa. Usciva solo per camminare sulle colline o occuparsi del giardino. E’ morta a poco più di cinquant’anni avendo pubblicato solo una o due poesie. Dopo la sua morte la scoperta del suo taccuino, della sua opera, nella casa di Amherst, nel Massachusets. Oggi è considerata una grandissima poetessa. Criptica, bisessuale, ermetica, visionaria, amatissima dalle donne. <<Alcuni dicono che/quando è detta/la parola muore./Io dico invece che/proprio quel giorno/comincia a vivere.>> Una reclusa

Il mistero della scrittura è davvero insondabile e la vicenda di Emily smentisce (in quel caso mi riferivo all’arte applicata) quanto ho polemizzato con la gallerista Eva Menzio “senza mercato, comunque lo si voglia chiamare il diffondere forme e segni, l’arte non esiste” https://antonioprenna.wordpress.com/2010/02/04/menzio/

il contesto era l’Artefiera di bologna quindi la mia leggerezza è perdonabile

l’arte è un altro argomento che mi interessa molto, Delfina, tu sei cresciuta tra artisti immagino, i tuoi occhi si sono nutriti di figurazioni ecc no?

New York per me è stato il posto degli artisti, dell’arte. Ci sono arrivata a 18-19 anni, e quella allora era la storia. Era dappertutto

Meraviglia…al liceo ho fatto una “fuga” a roma sotto natale, alla Galleria d’Arte Moderna di Valle Giulia mi imbattei con tutte quelle opere che mi piacevano, i futuristi, De Chirico, Fontana, l’op art ecc…indimenticabile…certo aver a che fare con i veri artisti era un’altra cosa…una volta ho sbicchierato al Gabbiano di roma con Bob Rauschenberg…sono capitato alla Biennale del 76…ma la provincia (abitavo a Macerata) era allora il nonesserci…si sognavano orizzonti altri…i viaggi in America…si riusciva a raggiungere qualche luogo non lontanissimo…parigi per esempio e provare un po’ di vita hippie (ho dormito con i barboni e le puttane sotto Pont Neuf per una settimana)… continua…

Rauschenberg era sempre strafatto. Ma era un genio. Una settimana sotto ai ponti? Però

Questo è un capitolo fondamentale che hai raccontato in “Say goodbye”…continua…

eh già…sotto IL ponte…giravo scalzo addirittura…

Rauschenberg aveva l’occhio lucido infatti ahahhahaha

Ora è facile dire erano tutti strafatti. ma non è così. Lavoravano al massimo e poi facevano festa al massimo. Tutto era estremo. Ma quello che resta è la qualità del lavoro

La qualità del lavoro…adesso sembrerebbe tutto marketing anche se forse è ingiusto giudicare il presente con gli occhi di “quel” passato forse irripetibile…continua su queste cose

Il marketing può anche essere brillante, ma di solito si ripete, fa leva su cose già passate. Il nuovo vero fa terribilmente fatica a emergere sui media tradizionali credo

Invece allora nell’età d’oro dell’arte contemporanea di marketing come possiamo intenderlo adesso ce n’era ben poco, vero?
Era il colpo di coda dei Mad Men, quelli veri. George Lois faceva pubblicità e anche l’art director di Esquire. Hai presente la copertina con Warhol che affonda in una lattina di zuppa al pomodoro Campbell’s? Era lui. Erano un pò geniali

Osborne non l’ho trovato (ah la provincia) in compenso ho preso un’antologia della tua cara Emily

C’è qualcosa in un giorno d’estate

mentre lente le sue fiaccole ardono

che mi rende solenne

ho preso anche andre dubus, mi dicono straordinario, che dici?

Non conosco Andrè Dubus. Ma il clima invoglia a letture, ricerche e cose simili. Non certo a imprese atletiche

Ti associo alla delfina del raggioverde di Rohmer, tu l’hai “visto”?

L’ultima “domanda” (che non esaurisce il piacere di parlarti,trovare sollecitazioni letterarie ecc) di questa specie di intervista non è una domanda ma una citazione tratta da “Vestivamo alla marinara” di tua mamma, che dice “ho guardato nei suoi occhi verdi e ho pensato che la vita sarebbe stata un prato verde, verde come i suoi occhi, pieno di bambini che correvano”, tra quei bambini ci saresti stata anche tu…

Non smetto mai di cercare di vedere il raggio verde, nei tramonti. Mio padre ha gli occhi verdi. E sono nata in Argentina e cresciuta in un’estancia. Siamo sei e ci siamo gli uni per gli altri, anche se le vite e gli interessi e i posti in cui viviamo sono molto diversi. Sto tentando di fare un romanzo “argentino” ma temo di non esserne capace

(14/22 agosto 2011)

Delfina Rattazzi

Nata a Buenos Aires, vive e lavora a Milano. Autrice e giornalista apprezzata, ha scritto, con Giuseppe Turani, i saggi Mondadori. La grande sfida (Rizzoli) e Raul Gardini – Il contadino, la Montedison e il diavolo e di recente Say Goodbye. Avere vent’anni a New York negli anni Settanta. L’ultimo libro: Storie di insospettabili giardinieri.