La nuova generazione

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Della X Quadriennale di Roma persiste in rete più di un qualche barlume di memoria. Forse anche troppi barlumi. L’archivio digitale in rete contiene nomi, titoli delle opere esposte, una foto piccolissima di ogni elaborato. A me interessa trovare tracce che riguardano il mio amico G. che era tra gli artisti scelti dalla commissione. Era il 1975. Marzo-aprile. Palazzo delle Esposizioni. Si cercava in quegli anni una formula nuova per un’istituzione nata in pieno periodo fascista, alla fine degli anni ’20. Il clima del ‘68, in quella decima edizione, portò all’eliminazione dei premi. Nonostante i tentativi di modernizzazione della rassegna, serpeggiava però nel mondo dell’arte un atteggiamento critico nei suoi confronti.  “La nuova generazione”, nel 1975, era dedicata agli emergenti. Una panoramica soffocata da una formula su cui la stessa giuria ha espresso una serie di riserve – Delle 4.675 opere inviate sono state esposte poco più di mille di oltre quattrocento autori – i meccanismi della selezione e la questione della gestione dell’ente – Le tre linee di ricerca che emergono dalla mostra: gli iperrealisti sociali e politici, i neo-astratti progettuali e i comportamentali. Così titolava nel catenaccio l’articolo de L’Unità del 10 aprile 1975 “Il travaglio dei giovani artisti”. Tanti tantissimi emergenti e tanti rimasti sommersi, erano quattrocentodieci i partecipanti. Un paese di artisti. Come G. che partecipò con un’opera assai concettuale. Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Questo il titolo. Sarcastico, che G. ripeteva ridacchiando. Un pane pugliese a mo’ di torta appoggiato su un quotidiano. Ho visto l’opera a casa di G. che stava al Quadraro vecchio, quartiere pasoliniano nel profondo sud della capitale. Il Quadraro era un vecchio quartiere povero, fatto tutto di casette costruite dai loro stessi proprietari con le loro mani, oppure misere palazzine a due o tre piani. L’intonaco non c’era , o era vecchio, decrepito. Anche i marciapiedi era poco più che piste di terra lungo le case, separate da uno sconnesso listone di pietra dall’asfalto slabbrato delle stradine. Questo lo scriveva proprio Pasolini in “Petrolio”. Quando ci andavo io non era così diverso da come lo raccontava lui. La casa di G. era composta da uno stanzone-salotto-studio, un piccolo bagno e una stanzetta. Si arrivava in quel posto dimenticato da Dio dopo una lunga scarpinata di autobus e tram. Per me era un paradiso di modernità. C’erano giornali underground dappertutto. “Ubu”, “Re nudo”, gli rubai una copia di “Roman high Roma sotto” di Angelo Quattrocchi, famoso hippie. G. ascoltava musiche nuove con uno stereo che gli invidiavo, di quelli con le casse grandi. Frank Zappa per esempio l’ho ascoltato le prime volte proprio in via Cincinnato. Si saliva una scala. C’era un corridoio che portava allo stanzone. Vedo su Google Street via Cincinnato com’è adesso, ha un piano in più, trasformata, ma non più di tanto. Non mi sono mai spinto più in là. Centocelle è poco oltre. A Cinecittà un salto potevo farcelo. Ho passato un capodanno in quella casa. Senza festeggiamenti, come se fosse un giorno come gli altri. Per un certo periodo, quando ormai ero a Roma per l’università, con il mio amico realizzammo dei collage ritagliando vecchi numeri de L’Espresso, e con quello che capitava. Questo però è stato dopo il 1975. Ero ancora al liceo in quell’anno. Ricordo la supponenza di G. nel dire che partecipava alla Quadriennale, quasi si trattasse di un qualcosa di poco conto, anche se in realtà si sentiva il suo orgoglio, a me sembrava un buon punto di partenza, significava esserci. G. era un ragazzo di campagna, delle campagne del mio natio borgo selvaggio, a Roma per l’Accademia di Belle Arti. Aveva una sua genialità nel disegno, aveva la mano. Continuò a occuparsi di grafica negli anni successivi, mise su famiglia ma la famiglia non resistette alla sua furia. Era un tipo sempre furioso. Sempre incazzato. Alla fine lasciò tutto – o quel poco che aveva raccolto – e volò in Guatemala. o chissà dove. In Nicaragua? In Messico? Tracce perse. C’è un account Facebook con il suo nome, quasi nessun post. Uno con dei quadri molto colorati, dove sono indicate le misure e il prezzo dei dipinti.  I nomi degli autori: Felipe Ujpan Mendoza, Juan Gonzalez, José Memias Mendez,  Chester Vazquez Gonzalez , Lorenzo Cruz, Domingo Coché. Nomi esotici che leggo in modo indifferente, quando l’esotismo ormai non mi prende più alla gola come negli anni ’70, quando ero giovane e con un gran voglia – sopita ormai – di viaggiare. Ecco. Siamo al punto. Vengo a sapere che G. adesso si aggira come un barbone dalle parti della stazione Termini di Roma e che per sfamarsi va alla Caritas. Strana parabola. Avrei quasi voglia di cercare il mio amico se non fossi sicuro che finisce col chiedermi dei soldi.

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Dentro la mia caverna

Settimo corso di speleologia. Che le Marche sono una regione tranquilla ce lo diciamo fra noi per farci coraggio, si legge in un’altra parte della pagina di cronaca locale del Resto del Carlino. Conservo il ritaglio perché c’ero anch’io al settimo corso del CAI di Macerata.

  
Autunno 1972 nella gola di S. Eustachio, eccolo in una pala d’altare dipinto da Dürer, eccolo il santo uomo martire accanto a S. Giorgio, il suo nome ignoto alle fonti antiche. Le uniche notizie sulla sua vita sono desunte da racconti tardi e leggendari. Il dipinto ora a Monaco fu commissionato a Dürer nel 1498 da Stephan e Lukas Paumgärtner per la chiesa di Santa Caterina a Norimberga. Il pittore realizzò l’altare probabilmente entro il 1504: evocazioni pensando a quel luogo ameno sede d’un santuario – luogo dove si manifestò il sacro – vicino S. Severino Marche, dove non sono più stato da quell’autunno. 

   

Per alcune caratteristiche, questo santuario può considerarsi il frutto della cultura longobarda. Già alla fine del secolo XII, l’abbazia poteva vantare molte concessioni tra cui il possesso della Pieve di S. Zenone e delle sue quattordici chiese dipendenti, riconosciuto dal vescovo di Camerino Guglielmo per sollevare le condizioni economiche del monastero, impoverito dalla caritatevole assistenza che prestava ai viandanti. Nell’anno 1393 l’Abbazia di Sant’Eustachio in Domora venne abbandonata. La struttura muraria quasi completamente lapidea si innesta al masso roccioso che scavato, costituisce con le sue grotte artificiali l’altra metà della spazialità interna sia della chiesa superiore, sia dei locali sotterranei.

Tutti si sono dovuti cimentare nella salita di una scaletta penzolante da una parete con un “salto” di circa 30 metri nel vuoto. Me lo ricordo bene il settimo corso di speleologia – avevo sedici anni, non sentivo nessun dolore addosso al mattino come ora – ricordo l’uso del “modernissimo attrezzo”: il discensore, per abituare l’allievo sin dall’inizio ad un rigido autocontrollo.  Notevolmente più impegnativa la seconda prova sostenuta dagli allievi. Condotti davanti ad una parete “aggettante” sono stati invitati a discenderla. Le prove erano iniziate alle 9 del mattino, tempo bellissimo,sino ore 18. Poi acceso grande falò, castagnata. Direttore corso Sandro ha detto al cronista (senza firma): “È stato fino a oggi il miglior corso, potrà programmare molte esplorazioni. Penso che almeno la metà di essi allievi si dedicherà alla speleologia.” 

Esperti istruttori li guideranno all’interno della grotta “buco cattivo” a S. Vittore di Genga. Gli allievi si muoveranno in una cornice di stalattiti e stalagmiti come in un paesaggio da fiaba.

Seguirà altra prova alla grotta Caprelle a Pioraco e alla grotta del mezzogiorno a S. Vittore.

  
Segue elenco iscritti al corso tra cui io, ho drammaticamente dimenticato le facce di tutti. Al cinema Iris di Civitanova c’era “La lunga cavalcata della vendetta” e all’Italia un classico del trash “Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda tutta calda” in quel sabato di novembre del 1972. Previsioni del tempo in Adriatico e Jonio. alta pressione in 1.015 millibar sull’Umbria e le Marche e medio bacino in fase di lenta diminuzione per una perturbazione da ovest, venti sino a forza 5/6.
  
 

  

MUSH MELLOWS: VEDI ALLA VOCE MAESTRA

VEDI ALLA VOCE MAESTRA
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La maestra ci ha chiesto di raccontare la nostra famiglia usando solo immagini. Le parole, ha detto in quel suo modo ogni tanto esaltato, arriveranno dopo, se arriveranno, ha aggiunto dopo una lunga pausa (almeno a me è sembrata molto lunga).
Ha tirato fuori dal suo cassetto segreto della cattedra pennelli, pastelli, striscioline di carta colorata, forbici tante di quelle con la punta arrotondata, matite su matite. Infine ha distribuito gli album da disegno fatti a Fabriano perché ognuno di noi bambini dovevamo rappresentare l’idea della famiglia, più che le persone fisiche. Sbizzarritevi anzi imbizzarritevi, nitrite forte, fatemi sentire il vostro creare. La maestra sembra proprio matta in quei momenti, ma è così divertente. Ha continuato parlando di un pittore olandese che era arrivato alla suprema forma della rappresentazione attraverso pochi colori fondamentali, distribuiti sulla tela in modo geometrico. Poi di un altro pittore spagnolo ma che stava sempre a Parigi e che disse una frase famosa che adesso è famosa anche per noi e la usiamo sempre quando giochiamo a nascondino invece di dire “tana” diciamo “io non cerco ma trovo”.
Infine ci ha detto di un metodo per fare poesie, che facevano degli esuli in Svizzera, ritagliando giornali per ricomporre poi le frasi dopo averle estratte da un cappello. Ho chiesto alla maestra se il cappello dev’essere un cilindro, perché a me sembra proprio magico poter diventare tutti poeti così facilmente.
Per ultimo ha detto “datevi da fare, bambini e soprattutto divertitevi”. Tutti ci eravamo portati da casa delle foto familiari per farne dei collage o della composizioni.
A me son venuti fuori un sacco di mush mellows.

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PS
A me piace nascondere perché solo nel nascondimento avviene la rivelazione. Anche questo ci ha detto la maestra, prima l’ha detto in tedesco che leggeva da un libro antico (sarà anche moderno ma a me i libri grossi pieni di pensieri mi sembrano tutti antichi) poi ci ha tradotto quella cosa del nascondere che molto mi ha colpito l’immaginazione.

 

 

 

LA SAPIENZA DEL CAMMELLO

Cammelli che parlano tutte le lingue del mondo, anche quelle scomparse, che sanno persino scrivere.

Scenari esotici. Re, draghi, deserti. Il re si chiama Cactus. Paesaggi insoliti. Animali umanizzati come nella migliore tradizione disneyana ( ma i cammelli in Disney sono solo animali da parata).

Tra le righe di queste storie fiabesche si nascondono – ma mica tanto son nascosti – dei messaggi universali, dove sul fondo c’è la nostalgia per un mondo che forse al tempo dei tempi conosceva una certa armonia tra umanità e natura.

Tutte le guerre cessarono di botto

e l’odio lasciò il posto all’amore

e al rispetto dell’esistenza altrui.

La saggezza dei cammelli si bilancia con la stupidità degli uomini. Piccoli cammelli nati dalla fantasia di Chiara Taormina.

Non è la prima avventura di questi sapienti animali. Da qualche anno Chiara pubblica piccole storie che sembrano solo per bambini. Questa si intitola Cammy e il Tempio del Sole.

Immagino Chiara che inventa queste storie mentre le racconta a sua figlia.

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Fino a che non ho etto il raccontoi cammelli fanno venire in mente le sigarette che fumavo da ragazzo, le Camel senza filtro le fumava Bogart, adesso non più.

CUORE CAVO, LABBRA NERE

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Arrivo all’appuntamento con Viola con un anticipo imbarazzante. Mi piace assaporare i momenti di attesa, tanto più nella città dove ho frequentato il liceo. Parcheggio sotto Piazza Dante, vicinissimo al corso di Osimo e prendo le scale che portano alla mia vecchia scuola. Del Liceo Campana non rimane che una targa di marmo (che puntualmente fotografo). Dentro non ci sono più gli animali impagliati all’ultimo piano, la maschera mortuaria di Leopardi, i banchi con il mio nome inciso, che avevo ripreso con la telecamera poco prima che tutti quegli oggetti evocativi venissero trasferiti nella nuova sede.

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Il cortile di Palazzo Campana adesso è deserto, pronto per la presentazione del libro di Viola Di Grado. Sedie rosse ben allineate e al centro del cortile una fontanella rende l’atmosfera da sogno di mezza estate. Mi rendo conto di non essere mai entrato nel glorioso palazzo che è stato parte del mio paesaggio nella prima metà degli anni ’70. Approfitto dell’anticipo per fare un giro sul corso. Ogni tanto mi capita di tornarci e mi piace rifare quel tragitto che molti anni prima percorrevo con la baldanza strafottente dell’adolescenza. Mi accorgo che in quaranta anni Osimo non è poi così cambiata. Sarà per i colori del crepuscolo, sarà l’inevitabile effetto-nostalgia che fa apparire tutto bello in prospettiva . Incrocio un uomo che mi chiede: “Lei è di Osimo?”. “No, perché?”, rispondo. “Come si esce da questa trappola?”, ribatte. “Segua la corrente”, gli dico e se ne va sorridendo alla mia battuta.

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Continuano a entrare e uscire sparuti gruppi che vanno a visitare la mostra curata da Sgarbi dedicata al barocco, aperta da pochi giorni e già molto visitata. Finalmente incontro qualcuno che conosco, un mio vecchio compagno di scuola, accompagnato da un’amica di Facebook (che non riconosco, estasi del virtuale!), arriva anche Fabrizio Baleani. E’ lui che mi ha invitato a presentare il libro. Arriva dopo un po’ anche Viola, la riconosco da lontano. E’ insieme a Tiziana, la mercatessa di storie di Osimo che organizza gli incontri con gli autori. So già che Viola è una ragazza riservata, l’ho vista su Youtube e un amico che l’ha intervistata mi ha detto di andarci cauto, però che diamine Viola ha quasi l’età di mia figlia, conosco i tic e i miti della sua generazione, si tratta in fondo solo di domande e risposte. Viola ha le labbra pitturate di nero, il suo segno distintivo, indossa un braccialetto- corona- di -spine, ma non è così dark come immaginavo, ha un vestito leggero molto carino. Sorride poco, non fraternizza come capita sempre con gli autori in queste occasioni.

Dopo i saluti di Pasquale Romagnoli che rappresenta l’Istituto Campana comincia la presentazione vera e propria. Dico sono felice di essere qui anche perché il Campana era il mio liceo, il microfono ora a Romina Antonelli che leggerà nel corso della serata alcuni brani di Cuore Cavo. Romina legge l’incipit che per me vale come spiegazione di quanto è contenuto nel libro, senza dover raccontare la trama, che occorre scoprire da soli. Passo quindi alle mie domande che però non preciso di dire – grave mancanza- che sono come quelle delle mie interviste televisive, per cui le domande valgono in modo relativo, perché in fase di montaggio le taglio quasi tutte.

Chiedo subito a Viola con il mio tono scanzonato tra tanti riferimenti tipici della tua generazione non hai mai citato le Spice Girls, come mai? Da qui si innesta un loop di domande che si attorcigliano su risposte che vanno e vengono, io che cerco di incalzare Viola sugli sviluppi pop della sua storia terribile che diventa consolatoria, lei che a tratti sembra evanescente come i suoi personaggi e che incalza sul tabù della morte e che rende indicibile la parola stessa morte. Lo scrivo in corsivo perché nel libro un brano è tutto giocato sul senso della scrittura con quella leggera inclinazione a destra.

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Insomma vedo che ci capiamo a fatica. Viola è molto compresa nella sua parte o comunque è una ragazza serissima che crede fino in fondo a quello che scrive (credere nel senso quasi di portatrice di un messaggio arcano). Io invece cerco la stupida leggerezza giornalistica della “seconda prova dopo l’esordio”, i rimandi all’attualità, gli autori di riferimento. Racconta episodi interessanti: il testo del primo libro perso in un cassetto, l’editing fatto in casa (la madre è una scrittrice e si leggono a vicenda quello che scrivono),  la scelta dei nomi dei personaggi, che spesso arrivano da soli, come se ti chiamassero, la storia di Cuore Cavo che sedimentava dall’infanzia, mascherarsi da Sailor Moon da piccola come mia figlia che gridava in continuazione “Potere del cristallo di Luna, vieni a me”. Noto che qualche volta accenna a un sorriso, i miei sorrisi invece sono sempre più tirati e mi dispiace di non riuscire a trasmetterle la mia ammirazione, a farle capire che quello che racconta in Cuore Cavo, dopo il tragico inizio del suicidio della protagonista, quelle annotazioni che chiamo pop, sono piene di speranza, assomigliano a un grido d’aiuto pieno di tenerezza. A una domanda di Fabrizio piuttosto articolata dove sottolinea la cifra stilistica raffinata  (non avevo però tralasciato di parlare di echi calvinisti poco prima) Viola risponde con un “Sì”, secco e brutale nel suo candore. Non riesco a trattenermi e racconto di quella volta che ho intervistato Luciano Canfora e che a una mia domanda lunghissima sugli archivi e sulla mole di informazioni attualmente disponibili e l’energia necessaria per catalogare tutto (domanda che non avrei usato privilegiando le risposte) mi liquidò con “E’ vero, ha ragione”. Finisce la presentazione, Viola rimane in disparte, le chiedo di firmarmi il libro. Quando vedo la sua firma con degli ideogrammi cinesi all’interno della V capisco dove ho sbagliato. Non per aver capito il significato dei segni. Non per il messaggio. Perché Viola fa sul serio.

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CONSIDERA L’HASHTAG

Perché – dice – provaci tu a scrivere breve come Carver

A ben vedere, in questi ultimi anni, la letteratura non ha mai mancato di sfruttare i nuovi mezzi di comunicazione per provare a reinventarsi

dai provaci  – dice – Le frasi brevi fanno sempre un grande effetto di intensità e profondità,

anzi volendo puoi anche staccare

la pagina con un accapo

che così fa più poesia – dice –

ma nella maggior parte dei casi significano proprio niente, continua lui

in fondo è semplice, frasi corte – dice – e poi via lo spedisci nel mare magnum della rete

noi abbiamo fatto caos – dice quell’altro-

rileggere il testo di pavese riscrivendolo, approssimazione a un testo

non è solo un’esperienza intellettuale ma artigianale – incalza un altro –
dicotomia fondamentale tra testo e commento il commento ignora il testo  – aggiunge –
40,000 tweet per leucò e se fossi un pubblicitario qualche domanda me la farei
– ribatte un altro della congrega
che volendo possiamo chiamare “cellula proletaria”

quindi – dice- esiste il fondato timore che in fin dei conti

la storia d’amore tra narrativa e social network sia una storia d’amore sterile

dice anche – L’idea di twitterizzare l’autore di Santo Stefano Belbo è venuta ai blogger di «Torino Anni ’10» e ai responsabili della Fondazione Cesare Pavese, che ieri hanno presentato i risultati del loro esperimento al Salone del Libro di Torino

dura minga dura no – dice –

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ALDO MOR/T/O

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Sto seguendo l’avventura di Daniele Timpano dall’inizio

Lo vedo che si muove nella stanzetta che si è preparato con cura

Maratona teatrale che parte dall’omonimo spettacolo di cui e’ autore e interprete, in scena tutte le sere, anche il lunedi’ e a Pasqua, al Teatro dell’Orologio di Roma. 2 telecamere, in streaming sul web (www.aldomorto54.it)

Una stella a cinque punte sullo sfondo

E’ in diretta streaming quasi tutto il giorno meno quando dorme (schermo tutto nero) o fa lo spettacolo poco lì accanto

Se bussa sul muro si sente dalla platea

”Questa e’ la mia campagna di primavera, come quella delle Brigate Rosse del ’78”

Si pone davanti alla webcam

Con il suo modo di parlare immediato nemmeno da attore sarei curioso di vedere il suo monologo

Nella sua cella grigia tre metri per uno, dietro il palco, Daniele Timpano si e’ autorecluso, nei giorni del sequestro Moro (16 marzo-8 maggio), spiato 24 ore su 24 E’ diventato una specie di reality anzi è proprio un reality anche se Daniele lo fa a suo modo ha vinto il premio Rete critica, è arrivato in finale negli Ubu come migliore novità italiana

Si è chiuso in una cella simile per dimensioni a quella che tenne prigioniero Aldo Moro, nel 35.imo anniversario del rapimento, e ne uscirà l’8 maggio

Intanto mette su delle musiche chatta posta su twitter ma preferisce facebook

Adesso che fuori c’è un vento tremendo e sotto ho messo su l’album di David Bowie c’è una radio che lo sta intervistando

Lui chiuso ma completamente aperto al mondo Sta dicendo alla radio

Però sono stato io a spedirgli l’articolo del Domenicale del Sole24ore dove si parla di lui

Dopo ho visto che l’ha letto

Scrive delle parole sovrapposte allo streaming che in parte sono messaggi, in parte specificano quello che sta succedendo

Su twitter non ha molti follower neanche su facebook, ma lì stanno crescendo

Aldo Morto 54, come i giorni di prigionia dello statista, avviene in un sotterraneo del teatro Orologio di Roma, dove giornalmente alle 21 (la domenica alle 18) Timpano rappresenta lo spettacolo.

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