the times they are a-changing

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Fuori fuoco

Mentre sfoglio il libro, penso a quanto sia diventato difficile per me mettere a fuoco il posto che occupava Serafino al quarto ginnasio, forse un po’ davanti nel centro. L’aula doveva avere banchi fatti di un unico blocco e gli ultimi posti si raggiungevano con una scala di legno che cigolava al passaggio. Ricordo poco di quel periodo. Il paesaggio dai finestroni verso la catena dei Sibillini, l’alfabeto greco rimasto tutto intero nella memoria, il primo numero del Manifesto, i tramonti rosso-fuoco dei pomeriggi persi salendo le scalette di Macerata verso piazza, inseguendo le occhiate delle ragazze. Tutto fuori fuoco.

Frutto del ventre, fructus ventris: benedetta quell’età che tante vittime dalle “suole di vento” come Rimbaud ha lasciato sul campo di battaglia dell’inquietudine? Come dimenticare? Come ricordare i passaggi da A a B? Segmenti pieni di parole meditate tra i silenzi delle boccate delle sigarette, tutto quel camminare avanti e indietro lungo il corso principale della città. La parola è lì per questo, per rimettere insieme il groviglio che la realtà – con il suo inevitabile cammino solo in avanti – tende a confondere in una nebulosa, dove le parole stesse  diventano un brontolio appena sussurrato.

Sfoglio a caso il libro, segno espressioni e stati d’animo catturati qui e là: accettarsi come regola, volumi vuoti, l’orizzonte è il termine ultimo, come se il tempo fosse infinito, cosa ci resta se non un pensiero, essere tra gente sconosciuta, il mondo gira e io sto fermo, i flussi sono stimoli, i sentimenti nascono da soli.

Arduo e vorticoso tentativo di resettare la vita vissuta per trasformarla in un eterno presente sulla pagina scritta (stampata a caratteri tipografici ben netti): la prosa che si fa rumore di fondo, gli spazi bianchi – il silenzio tra una parola e l’altra – poesia.

Sempre percorrere vie poco frequentate, non rifare la stessa strada dell’andata, guardarsi allo specchio, meditare come si trattasse di un nirvana quotidiano.

http://www.facebook.com/NelMentreNelVentreNonSempre

“Le poesie ed i racconti analizzano ombre e vogliono mostrare l’intensità delle emozioni come di chi attraversa interi continenti ogni giorno.
Quando apro la porta nascosta dentro, la luce illumina oggetti, persone, fatti, i ricordi affiorano, il vissuto in prima persona.
Il taglio è occasionale, sfuggito al controllo dei pensieri ordinari: l’idea diventa così viva nel toccare tasti e luoghi sopiti nella memoria.
Ricordare le parole e i momenti, le sensazioni; ogni volta è una reinterpretazione perchè coinvolto oppure spettatore oppure un’idea seguita da un brano.
Noi tutti non sappiamo come reagisce lo spirito agli stimoli e quali strade sceglie per inseguire e/o raggiungere obiettivi.
Quello che noi vediamo sono i risultati espliciti ma essi hanno un percorso, un senso, una traiettoria, magari succede che scompaiono ai nostri occhi, memoria ma poi, evocati come per magia, ritornano e ci fanno scoprire angolazioni nuove.
I racconti sono piani, distaccati uno dall’altro e senza pretese, raccontano senza trarre conclusioni.
Si mescolano poesia e prosa come dentro ognuno di noi: diversi e nuovi confrontandosi con la fantasia, l’esperienza, la conoscenza”.

[dall’introduzione]

GIORNO DI FERIE CON MAMMA

apro gli occhi molto presto nella mia camera da ragazzo 

ventiquattro anni che non dormo nella vecchia casa familiare

siamo i primi a arrivare al reparto oculistico

giornata particolare abbozzata la sera prima

nello sprol.h.o.o.q.uio di paolo nori al teatro della filarmonica

che è la seconda volta che entro lì dentro

nel 1975 su quel palco c’erano terry riley la monte young  e l’indiano prandit pran nath accovacciato nell’oceano sonoro del suo sitar

trovo su internet un’immagine di quel posto e vedo lezioni di tango

nel salone del teatro di palazzo bourbon dal monte nella prestigiosa sede della società filarmonico-drammatica di macerata di via gramsci grazie alla disponibilità data dal consiglio direttivo nella persona del presidente

sulle sedie scomode del corridoio d’ospedale leggo quotidiani e alfabeta2

osservo le altre persone cerco con gli occhi la luce del giorno che fatica a imporsi

vedo una signora fin troppo loquace il marito silenzioso le infermiere

la barista che guarda altrove mentre mi prepara il cappuccino esco a fumare ogni tanto

incontro una mia cugina che dice si corre per ospedali de sti tempi parliamo di futuro dei figli di parma del ris di architettura e di legami parentali

parliamo ancora in un secondo incontro casuale in tarda mattinata

invece la pioggia della sera prima diventa già un ricordo e nostalgia e ferruginoso inarcare del corpo alla ricerca dell’impossibile equilibrio tra l’esserci e l’ansia di mostrare di sé la parte che interessa solo te è vero il pubblico sei tu che t’ascolti

a cena una pizza nei locali assai fumosi attorno a quel 1975 dove i congiurati del manifesto si riunivano torturando un grande tavolo

di scritte aggressive vogliamo tutto il pane e anche le rose  l’oriente è rosso

si parla di sibilla aleramo di libertà e io ribatto dell’unica vera libertà che è il denaro

si costeggia poi nella pioggia il palazzo del mutilato

ripenso all’ex- upim pieno di editoria locale che ho attraversato nel pomeriggio quell’ambiente che era la modernità della merce

e sguish salto nel tempo sto per raggiungere di sotto il reparto giocattoli

per acquistare finalmente una  jaguarmatic la pistola col giaguaro in rilievo sull’impugnatura che bastava un click per inserire la sicura bloccante il grilletto

sei sotto tiro non fare un passo chiudi il becco bastardo sbloccare poi la sicura  per sparare sparare sparare a vuoto

ammazzando nella mente spie banditi poliziotti e mentre la vecchia madre si opera mi avvio verso i cappuccini proprio sopra la stazione le porte spesso varcate per prendere il treno della notte verso roma

la littorina che vola nella notte via sforzacosta tolentino albacina fabriano cambio a fabriano stazione di fabriano poi foligno orvieto terni orte arrivo in capitale primo mattino

in chiesa accendo un lumino a padre pio di quelli elettrici che basta infilarli su quel qualcosa che spunta da sotto minaccioso perché s’accendano di funebre luce tremolante

incrocio un frate vorrei chiedergli dov’è sepolto alessandro

l’assassino di marietta  gli dico solo buongiorno sui muri occhieggia giovannino guareschi dovevo portarmi la macchina fotografica dimenticherò tutto

l’aria è fresca entro ancora in ospedale

alla cassa del parcheggio una zingara continua a elemosinare spicci

la vecchia madre è di spalle nella sala medicazioni sta parlando di quando ci sono i figli e di situazioni limite di delitti e di interessi superiori mi s’avvicina bendata all’occhio che non sarà più opaco e che sarà inumidito di collirii a intervalli regolari

un integratore accentuerà il lacrimarsi necessario

l’umidità del commuoversi stabilito per prescrizione medica

s’esce tardi da colà con mille raccomandazioni si torna nella casa familiare

la tv spenta mentre si pranza il vino forse sa di vino

m’addormento nella camera da ragazzo sogno di roncisvalle

di draghi che sbuffano via vapori mi sveglio sudato e la voglia di recuperare un libro di cui parlava  un altro mio cugino la sera prima davanti alla filarmonica

le macchine passavano radenti io cercavo di togliergli via i tatuaggi dal braccio e dicevo guarda sei tutto sporco il libro si chiama scatti in movimento

parla di quel passato così spesso qui evocato dalla metropoli alla provincia comuni hippy festival di giovani proletari pugni chiusi ritagli di giornali

locali incidenti alla mensa universitaria di macerata i diciottenni sono duemila anche nel vangelo si parla di divorzio  il cantagiro sfilerà per le mura

era il 1966 avevo dieci anni

i corvi cantavano un ragazzo di strada gianni morandi notte di ferragosto

il giorno di ferie con mamma finisce nel tramonto rosso van gogh

delle ondulazioni collinari sullo sfondo il monte san vicino che si vede dappertutto da queste parti.