LA DITTATURA PROLETARIA DELLE NOTIFICHE

karl-marx-is-hot

I comportamenti troppo “aggressivi” sui social network vengono “repressi” il più delle volte dallo stesso sistema e in molti casi redarguiti dagli utenti con sgridate e minacce di vario tipo (non ti followo più, ti cancello come amico).
Il problema è che se sei troppo presente sulla timeline, retwittando o mettendo il tweet tra i “preferiti”, chi ti segue riceverà email di notifica che riempiranno la sua mailbox.
A me  non ha dato mai un particolare fastidio ricevere email di quel tono, ma moltissimi  non sopportano comportamenti che generalmente sono definiti  “produttori di spam”.
Il termine Spam deriva da una famosa scenetta dei Monty Python ambientata in un ristorante, dove ogni pietanza proposta dalla cameriera è appunto a base di Spam, un tipo di carne in scatola. L’insistenza della cameriera nel proporre piatti con Spam («uova e Spam, uova pancetta e Spam, salsicce e Spam» ) si contrappone al fastidio del cliente per questo alimento, il tutto in un crescendo di un coro inneggiante allo Spam da parte di alcuni Vichinghi seduti nel locale, secondo lo stile assurdo dei Monty Python.

La chiamo ormai “dittatura proletaria delle notifiche”, perché è aperto a tutti, quasi fosse un’opinione pubblica.

Mi è capitato con un profilo fake su twitter che ho fatto per far conoscere una certa mia cosa letteraria, ho retwittato con l’account che uso con il mio nome i tweet postati nell’altro, un gioco di specchi forse fatto con troppo “entusiasmo” (un modo bisognerà pur trovarlo per farsi notare).

Ebbene qualcuno che mi segue ha scritto: “Se uno non segue l’account che hai creato e tu lo retwitti ogni volta, mi tocca smettere di seguire anche te.”

Forse a quell’utente non piacciono davvero i contenuti che trasmette quel mio profilo, ma quello che proprio non capisco è che genere di fastidio provochi la presenza nella timeline di molti retweet dello stesso tipo.

La rete è per definizione “anarchica”, ognuno dovrebbe poter scrivere quanti messaggi ha voglia di spedire (naturalmente nei limiti della decenza dei contenuti), è parte del gioco no? Invece c’è questa sorta di dittatura che ti costringe a diventare “virtuoso.

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CRONACHE IMMATERIALI

FACEBOOKBREAKDOWN

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Roma – Facebook, il popolare social network, ‘fuori servizio’ per 30 minuti ma poi ha ripreso a funzionare regolarmente. L’inaccessibilita’ della pagina web e’ stata registrata in alcuni paesi, molti dei quali europei, tra cui l’Italia. L’indicazione è circolata con insistenza su Twitter: tra i paesi del blackout emergevano Francia, Germania, Gran Bretagna ed Islanda. Facebook ha sempre funzionato invece in diversi paesi asiatici, tra cui l’India, come l’Ansa ha potuto verificare.

Ho sentito una perturbazione nella Forza, come se milioni di voci gridassero terrorizzate e ad un tratto si fossero zittite… il panico si diffonde in rete una mattina di marzo – molto presto, facebook è in blackout,gente che corre da tutte le parti, urla disperate… dalle prime ore del mattino il sito in tilt: pioggia di segnalazioni, Facebook è inaccessibile da qualche ora ed è già scoppiato il caos: alcuni uffici hanno iniziato a lavorare puntuali Oh no. I hope that you can hear the concern in my voice…shock, horror! Is this when you realise you have no real friends? it is like the moment Rocky Balboa cut Ivan Drago. It’s cut! Facebook is cut! You see it’s not a machine. It’s man! Sitting there, clicking refresh every minute… with a sad face URGENT Les animaux dans Farmville profitent de la panne pour s’échapper Thank God we still have Twitter to tell everyone what we had for breakfast. (Eggy bread and corn flakes btw)” lol just thinking about the people who’s birthday it is today I feel sorry for who ever’s birthday is today…… Ahahah no one will know… … black out risolto per un’ora il mondo si è fermato, follia di massa, secoli di evoluzione umana per finire sui Social. Interroghiamoci… mi consola non essermi nemmeno accorto del #facebookbrekdown, vuol dire che, tutto sommato, ho ancora una vita al di là dello schermo. Happiness! (alternando al mio testo messaggi catturati su twitter)

@GALLIZIO

il tuo esordio, filippo, sul palcoscenico della neoneosocietà dello spettacolo, negli anni doppiozero, quelli che vedono imporsi un crossover sempre più prepotente tra i media, fino a diventare Uno…la premessa può contenere tutto il testo… ecco però partiamo da pinot gallizio, poi arriviamo   alle piattaformi emotive http://blog.grazia.it/?s=gallizio -diretta derivazione-che stannno diventando una realtà (ironico chiamarle così) come path tuimbo (racconta origini nomi ecc) dimmeli tu i nomi di questa psicogeografia ecc ecc

gallizio, il mio personalissimo sequel a pinot, nasce con un cortocircuito: non c’è più tempo per le nostalgie passivo-aggressive, molto più veloce imbracciare il mito. Direttamente. Mito di un uomo che nel Manifesto della Pittura Industriale vaticina di una inflazione di valore che incepperà il capitalismo. È il 1959, ma già è una delle dichiarazioni più sensate sulla parabola del digitale. Rotoli di pittura che preludono alle scritture liquide sui social media: fluide e impubblicabili, letteralmente.

Piattaforme di scrittura al posto dei cataloghi, flussi che debordano dalla pagina, emozioni che fluttuano nei luoghi. La scommessa editoriale è inventare nuovi generi letterari, se ce n’è. Nuove narrative portatili che sarebbero tanto piaciute a Marcel Duchamp, l’uomo che migrò l’arte su vetro ne Le Grand Verre (touchscreen dal 1913) e reinventò la valigia come spazio di pubblicazione. 

una casa editrice senza catalogo, gallizio  ora è collegato con la radio, gran mezzo caldo

filippo ciao benvenuto grazie di essere con noi, dice patrizia, vieni dal DES (Bocconi), sei spinto nel futuro fino a pleens: raccontaci tutto

mi è sempre piaciuto fare le cose per gioco, che poi mi sembra il modo più serio di affrontare la vita.

Sì, ho attraversato questi percorsi a ostacoli un po’ noiosi, tipo l’università, o lavorare nella comunicazione per una grande banca, per approdare alla mia vera passione: la letteratura, le narrazioni.

Quello che sta accadendo di notevole negli ultimi anni, però,  è che le persone hanno cominciato a comportarsi in modo strano, differente: molti di quanti amano la cultura non si limitano più a leggere, a compulsare libri e a parlarne con gli amici o con i gruppi di lettura come un tempo: le persone con internet cominciano anche a scrivere, a condividere online, a interconnettersi come scritto-lettori. 

Internet non crea di per sé il talento letterario: è un grande abilitatore. Dove c’è un talento, o un’idea, questa ha la possibilità di propagarsi, di farsi strada da sola.

Adesso le persone scrivono su Facebook e su Twitter, o anche, già negli anni scorsi, sui propri blog. Milioni di persone che scrivono: un’operazione di scrittura massiva senza precedenti nella storia dell’occidente. E’ come se Twitter, Facebook e anche Google fossero diventati i più grandi editori contemporanei. Editori senza catalogo, anche loro (solo che non se ne sono accorti!)  

Prima delle scritture digitali era diverso: in passato chi scriveva spediva il proprio manoscritto agli editori che possedevano una vera e propria  investitura nello stabilire chi e che cosa avesse la dignità di stampa. Da lì la logica del catalogo: l’editore ha certi autori, li produce, li distribuisce, assumendosene il rischio d’intrapresa, e così via.

 Adesso con la comunicazione liquida si è aperta la possibilità di pubblicare online direttamente il flusso di scrittura: come editori dobbiamo inventare nuovi mercati, nuovi spazi di pubblicazione.

i contenuti di un libro sono contenuti chiusi: su internet vince la fluidità, è come se le scritture tornassero vive, in una sorta di oralità secondaria che sarebbe tanto piaciuta a McLuhan.

Da queste intuizioni è partita la mia idea di fondare una casa editrice senza catalogo. La scommessa di gallizio editore è trovare autori possano esprimere il proprio flusso di scrittura senza il bisogno di arrivare a stamparle in pagina.

E’ una declinazione particolare del più generale bisogno di trovare nuove modalità di espressione e di valorizzazione economica del talento che si fondino sull’abbondanza digitale, non più sulla scarsità del mondo analogico.

Fare arte in rete significa in molti casi produrre migliaia di fotografie, di frammenti di scrittura, di contenuti di qualunque tipo, distribuiti istantaneamente senza costi (e senza ricavi marginali!) in una logica di condivisione del talento.

Pleens nasce dallo spleen di baudelaire con un’inversione di s, una virata simbolica dalla malinconia verso la gioia e il piacere 

cos’è un pleens?

È un’emozione, un ricordo associato a un posto. Un racconto di viaggio: in fondo la letteratura occidentale è cominciata così, dall’Odissea in poi.

Dal punto di vista editoriale, gallizio editore rinuncia al catalogo e sceglie una piattaforma di geolocalizzazione delle narrazioni. Se con i social media le scritture sono liquide, ubique e interconnesse, la mappa aggiornabile in tempo reale diventa il nuovo sostrato su cui pubblicare le storie affioranti. 

Facciamo un esempio? Prendiamo proprio Gallizio, il nostro nume tutelare: Pinot Gallizio.

Prendiamo la mappa delle langhe, prendiamo i suoi quadri, i suoi scritti e cominciamo ad appenderli con degli spilli sulla cartina delle Langhe, dove le storie di Pinot sono state in gran parte raccontate e vissute.

Una volta pubblicate in questo modo, tu collegandoti col tuo telefonino geolocalizzato mentre te ne vai in giro per le Langhe scopri passo passo che ci sono delle storie che ti parlano di quei luoghi: quelle di gallizio, ma anche quelle di Beppe Fenoglio e di tutti gli autori (anche persone comuni) che hanno voluto associare la loro storia a quei luoghi.

i pleeners sono psicogeografi, persone che si perdono in giro per il mondo dietro a storie localizzabili, in un continuum di viaggi emozionali. “Uomini in continua estasi violenta” diceva Pinot Gallizio  

http://www.gallizioeditore.com/

IO

29 dicembre 2008

ciao giuseppe ho letto il tuo HITLER all’inizio dell’anno, strano libro il tuo, una lettura obliqua direi del personaggio, quasi in presa diretta

Ti ringrazio del giudizio, che non so se positivo o negativo. Io ho tentato una lettura metafisica di Hitler, che non fosse quella che lo identifica col Male assoluto, bensì con il vuoto di essere e con l’elemento di erosione dell’umano, dell’empatia. Poi non so se si è capito, se gli esiti del testo sono risultati all’altezza delle intenzioni. E’ un libro che mi ha cavato il sangue. Doveva intitolarsi: “Io”.

“io” come fossimo tutti degli hitler era titolo tosto…il mio non è giudizio negativo anzi…

Mondadori non ha voluto “Io”. Per me era fondamentale: l'”io” è il Divisore, la funzione che separa uomo da uomo. Il progetto occidentale per me è l’ipertrofia dell'”io” e culmina proprio in colui che separa, che è Hitler: infatti, oltre la supposta separazione, che è quella dei campi, io fermo la vista mia e del lettore…Ma vallo a dire agli editor…

leggendo era “fastidioso” riconoscersi nelle sofferenze di hitler, soprattutto in quella specie di ricovero…naturalmente notevole le parti del lupo…mi ricordava una poesia di mariella mehr:

Ancora ti prospera il fogliame intorno al cuore
e una fresca presa di sale
impregna il tuo sguardo.

Di me nessuno vuol sapere,
di chi io sia la spezia
e di quale amore la durata.

Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.

Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.

Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare,

e scorre via il resto di ogni ora.

Non conoscevo Mariella Mehr: ti ringrazio per la segnalazione! La postura, essenzialmente, è quella, in generale, al di là del lupo:

“Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare”

questo è ciò che custodisce “io” al suo centro, per me, e prepara il parto di Hitler… Straordinaria poesia! Grazie…

oh la là caro giuseppe m’era sfuggito il tuo nuovo  libro appena uscito, di solito sono informatissimo e in questo caso è imperdonabile visto che ci siamo anche “parlati” stamattina, ho letto la recensione sul giornale appena lo trovo, lo prendo, leggo e ti dico

Ehi, grazie, Antonio! Con la speranza che non ti deluda, a me sembra un ingombrante “fallimento”!
Intanto auguroni per un bel 2009!!!!

caro giuseppe, auguri siamo già a quella data…ieri ho comprato il tuo deprofundis…ho fatto l’esperimento che ho letto sul foglio…vado a pag.69…alla terza riga citi burroughs… bene, buon segno…a fine settanta o inzio ottanta, non mi ricordo mai, l’ho visto l’esimio burroughs a castelporziano…ondeggiava sul microfono dicendo cose turpissime…con la sua voce roca, ondeggiava…”inzuppate la bandiera ameeeericaaanaaa nell’eroina e poi suuuuucchiatela”…che spasso vederlo e nello stesso momento comprare un suo libro alle solite bancarelle…quindi se citi burroughs mi cogli nel vivo…doveva venire a riccione nel 1996, al cocoricò che aveva un privè sofisticato…m’ero attrezzato per andarci a tutti i costi…invece non ne fecero niente…peccato…poi ieri sera tra un don camillo e un letterman e i pink floyd di relics ho cominciato a leggerti…strano effetto la lettura sapendo che poi t’avrei scritto…ho letto di tuo padre…chi non ha perso il padre non sa nulla del Padre…quando il mio morì lo vegliai e verso l’alba – era agosto e per me è il mese migliore sia per nascere che per morire- gli dicevo- lui morto-“cazzo fai lì mortu-mortu, andiamo a farci una partita a scopa?


Beh, l’aneddoto su Burroughs è impagabile, anche se non penso si trattasse di Castel Porziano, non mi pare ci fosse, c’erano Ginsberg e Amiri Baraka… Che cazzo di vita fai? Satellitare onnivora? Don Camillo, Letterman, PF! Quanta energia hai?
Sul padre: io non so fino a che punto sono riuscito interiormente a realizzare quell’opera che dici, cioè a sentire il padre come Padre. Conosco solo la dolcezza inerme di quella veglia affannata e traumatica, che coinvolse anche mia sorella, la quale ha voluto essere espunta dal testo. Non so – da allora mi chiedo che rapporto ho con il dolore: è tutto così mutato… Riesco solo a osservare. Questo manda in crisi la scrittura. Da un lato, la tentazione è il silenzio, non sento più l’impulso dalla necessità di una traduzione del dolore; dall’altra, intuisco una strada, che non ho mai percorso e che muterebbe completamente la mia scrittura, ma mi pare di non avere né testa né cuore sufficientemente ampi per percorrerla…
Comunque grazie di questo bellissimo messaggio: ha dato senso alla mia giornata!

ah che meraviglia dare senso attraverso la parola scritta…non male…castelporziano era proprio la spiaggia del minestrone e burroughs era là col suo vestito buono con la sua voce strascicata…avevo tutti i suoi libri meno quello comprato al banchetto che dovrebbe essere RAGAZZI SELVAGGI…il cut-up mi entusiasmava…giorni febbrili avanti e indietro roma-ostia…anche in lambretta…che serate…troppo forte…c’era evtuscenko, un altro messicano o che cavolo era…dario bellezza…gli italiani fischiati…e ginsberg col suo mantra che calmò tutti…c’è un film di quelle serate ma burroughs non c’è nel film…lo recuperai nell’archivio rai quando ci ho lavorato nei primi 90…il film è di andrea andermann che era amico di moravia…sono stato all’università a roma in quegli  anni…lettere: indirizzo demo-etno-antropoligico che sembra così altisonante…stavo all’occupazione della facoltà nel febbraio 1977…ho rubato al preside carlo salinari delle forbici che chissà che fine hanno fatto…ho dormito sotto la scrivania di quel gran critico letterario…per la lettura sel deprofundis oggi sono alle formiche…mi piace leggere lento…ci sono dei passi tremendi che se son realtà,  con la scrittura diventano un’altra cosa...

Sì, sì: conosco quel film e Antonio Porta non mi raccontò di Burroughs. o che studiò con Ginsberg ed Evtushenko, al secondo giorno, il modo per non essere aggrediti, si divertiva moltissimo. Il colpo lo fece Cordelli, che non avvisò che il previsto concerto di Patti Smith non si sarebbe tenuto, altrimenti ci sarebbe stato un quarto della folla. Le immagini del film sono memorabili. La tipa autistica messa accanto alla Maraini che legge, la donna delle pulizie dei cessi sulla spiaggia, quelli che dormono di giorno sotto la pedana… Indimenticabile…
Conclusione: sono nato con 10 anni di ritardo, cazzo…

ho ritrovato il libro di burroughs comprato a castelporziano, non ragazzi selvaggi ma la morbida macchina…la data: 30 giugno 1979… oltre alla data è riportata la frase della bandiera americana inzuppata nell’eroina ecc…



ho letto un pezzo tuo su NUOVI ARGOMENTI, ero sicuro di avere qualcosa d’altro di tuo, non so niente di te, conosco solo la tua scrittura…

mai in ritardo caro gius

1.583 PAROLE DOPO LA LETTURA DEL TRAUMA E LO SCIAMANO

caro giuseppe so che ti scriverò assai perché la scrittura è un fluxus che segue visioni che segue ascolti che segue letture che segue una serie di foto fatte col cellulare per l’album che voglio chiamare BABEL su facebook…visioni letture ascolti anche frammentari anzi decisamente frammentari solo in casa e non m’annoio nemmeno un po’, ascoltando un vecchio cd del 2000 (titolo: good looking blues, voce femminile dice: must have been the devil who changed my mind, c’è una tromba e dell’ elettronica di fondo, di quelle atmosfere non propriamente cupe, nemmeno drum’bass, ritmo tipico dell’epoca e nemmeno aphex twin)…l’ascolto di questo cd adesso è decisamente predominante…moglie fuori, figlia fuori…la prima ad una festa di canzoni revival a casa di certi amici di amici della provincia più profonda…l’anno scorso andai a casa degli amici (quest’anno il posto è diverso ed è a casa degli amici degli amici ed io non vado per certi rancori legati ai tempi delle scazzottate fascisti/comunisti) -anch’io andai chiamiamola alla prima edizione del canto-revival che molto successo riscosse- c’era tutta la piazza e anche la sindaca -e mi sono poi chiesto per settimane perché ancora dobbiamo tormentarci con il ragazzo che come me amava eccetera, perché sempre luciobattisti claudiobaglioni commuovono? e non una sana cantata di anarchy in uk, perché? l’età mia e di tutti loro è la stessa, stupida questione la mia e senza risposta…ha acceso dibattiti serrati in famiglia, ognuno a dire la sua…nessuno invece conosce la musica che sto ascoltando tra quella gente (il gruppo si chiama LAIKA)…

forse solo un altro nel paese può conoscerli, uno che sta tra i miei “amici” di facebook, tipo eclettico – mi può esser figlio o nipote – autore un saggio su dante gabriel rossetti e sta facendo una sua ricerca su la sindrome di stendhal a berlino…forse lui…certamente gli altri staranno ora cantando un pezzo di patty pravo che sarebbe comunque scelta sofisticata…la figlia invece ormai esce tutte le sere e torna alle 2,30/3 e la mattina faccio fatica a svegliarla per richiamarla ai suoi doveri… è in seconda liceo, studia il greco, legge dostoevski, suona in un gruppo di tutte ragazze che si son chiamate COTTON FACTORY, è una brava figliola, vive il suo tempo, io ero molto peggio, ma a me sembra che perda tempo in quella specie di intrattenimento che non so come chiamare ma che forse “cazzeggio” rende bene (il correttore automatico riporta sempre “pazzeggio”)…la musica continua…ma voglio tornare al pezzo 5 (stesso titolo del cd)…frammenti della tv accesa di là in camera da letto (la tv bandita dai luoghi della chiacchiera, a tavola e sui divani)…quando passo -negli intervalli di scrittura -vedo sarkozy che sostiene la sua su gaza…cambio canale: ancora letterman…biff, l’assistente di studio, gli tira contro continuamente delle scarpe come il giornalista egiziano a bush…tra i film vedo che c’è DON CAMILLO MONSIGNORE, ma evito…li conosco a memoria i film tratti da guareschi…ma un pezzettino non guasterebbe…sguardo veloce alla tv mentre la notte avanza e la casa diventa fredda…adesso c’è louis de funès contro fantomas…non so mai se mi fa ridere il vecchio louis ma l’effetto nostalgia è sempre all’agguato…dopo il pezzo 5 il cd è un crescendo di trombe jazzate……tutto questo giusto per dire del momento cosmico venuto dopo la lettura del capitolo 3 –il trauma e lo sciamano…fumato nel frammento sigarilli davidoff… quello che di nome si chiamava zino, morto vecchissimo e sempre in gamba con un negozio a ginevra dove sogno di entrare prima o poirimetto il pezzo 5…in copertina c’è proprio la cagnetta mandata in orbita all’inizio dell’avventura spaziale…la musica è fatta di ritmi vagamente sciamanici che mi richiamano il testo del deprofundis…li conosco bene gli sciamani per tutto quel levi-strauss e margaret mead e malinowski e ernesto de martino studiati all’università…impressionante la sequela di parole dello sciamano che descrivono con la parole che gli vengono dai morti uno status, gusti, scatti nervosi, momenti assoluti, passaggi temporali di un’esistenza – la tua – dove la fiction rappresenta la realtà perché nessuno parla senza incepparsi – spesso mi chiedo questo pensando ai dialoghi dei romanzi o dei film: non ci sono le incertezze nel parlato…non ci sono esitazioni…i ragionamenti filano via lisci…così lo sciamano…impossibile abbia usato nella realtà quelle parole…così con la dottoressa necroscopia del capitolo precedente…tu dici: io sono lo scrittore giuseppe genna…parlato e scrittura si incontrano…la realtà diventa una finzione di parole ben dette…il parlato invece non è mai come ai convegni…ci sono continue interruzioni…non è nemmeno un talk-show…me ne accorgo sempre a casa quando cerco di coordinare un pensiero che non riesco spesso a concludere perché ragionamenti troppo complessi non sono propri della quotidianità… è la prima volta che mi capita di fondere davvero scrittura e lettura con la realtà del giorno corrente e di commentare poi con altra scrittura con un’operazione fine a se stessa per il gusto di vivere il momento magico dove la scrittura si sovrappone alla realtà…poi un sobbalzo…ci sono certe oblique coincidenze con una storia che ho immagino da qualche anno, dove c’è un tipo che dopo un’eclisse di sole acquista il potere di vedere e parlare con i morti (!!!)…ha colloqui filosofici estenuanti con le ombre…i morti non sanno di esserlo davvero e parlano ad una tale velocità che è difficile captare tutto…il tipo non dorme più perché le ombre si rendono evidenti di notte –un classico-mentre di giorno sono soltanto presenze ecc…assiste all’eclisse in francia, a carnac, dove si trova con michel houellebecq (!!!) per girare un booktrailer per le particelle elementari…l’eclisse avviene l’11 agosto 1999…fine millennio…fine presunta di un’epoca…il tipo su suggerimento di un amico si rifugia su un’isola greca, sede di una fondazione inglese ecc ecc, dove ci sono percorsi creati da richard long, perché i morti hanno una specie di terrore per l’acqua ecc ecc quindi pensa che salto ho fatto: lo sciamano parla con i morti! Houellebecq! …scrittura, lettura, ancora scrittura e ancora salto al pezzo 5 del cd e la notte continua…

la domanda è: le storie sono state tutte scritte?

ALLEGATO
Nascosto in un libro dimenticato in soffitta, in uno di quei libri pieni di pieghe e con le pagine ingiallite che ricordi di aver sfogliato quando eri ragazzino- ed erano già vecchi quei volumi -, nel libro c’è un foglio azzurrino dove si racconta la stessa storia che stai vivendo.
Riconosci le parole, ti riconosci nel racconto.

Guardando in tv, distrattamente, un programma di storia, di quelli con le interviste interrotte ad arte e le immagini che commentano il parlato, ti accorgi di ascoltare parole che un tempo conoscevi bene, ma che ora sembrano disperse. Le riconosci lo stesso ma non sai più se le apprezzi o meno. Raccontano in sequenza le tue sequenze. Ti stupisci di apprezzarne la costruzione logica. I rimandi. Le connessioni tra i fatti. Non è propriamente la tua biografia, è una delle tante storie già scritte da qualche parte che assomiglia alla tua. Stessi passaggi temporali sottolineati dalle dissolvenze, lo stesso tappeto sonoro.
Per strada ti fermi davanti ad una libreria e i titoli dei volumi esposti ti sono già noti, anche se è la prima volta che li vedi. Entri nella libreria. Sfogli il primo volume che ti capita sotto mano, la copertina ti ricorda qualcosa: un disegno infantile – guarda che strano – uno di quelli che facevi da bambino anche tu. Apri una pagina a caso e ti riconosci nel racconto. Anche se la storia è ambientata in qualche landa desolata dove non sei mai stato, quella landa spazzata da una pioggia feroce ti appartiene. Là dove il protagonista vive un amore contrastato e da dove ancora quell’innamorato respinto parte alla ricerca di se stesso, portandosi dietro una fotografia stropicciata del suo amore, una foto custodita gelosamente nel portafoglio. Il ragazzo la mostra alle persone sbagliate. Per quanto lui sia ingenuamente fiducioso, gli altri sono truffaldini e pieni di malizia. Qualcuno poi lo aggredisce in un vicolo scuro. Lo vediamo disteso per terra con il volto pieno di lividi, i lividi lui li vedrà specchiandosi nella vetrina di un bar malfamato, dopo che si è rialzato a fatica. Rientrerà nella pensioncina che lo ospita, pulirà le ferite allo specchio di un bagno sudicio. Quando si specchia vedi il tuo volto.
In altre occasioni sei in treno e ascolti un compagno di viaggio che racconta al telefono una sua vicenda intima. Con ampi gesti, quel viaggiatore sottolinea i passaggi più vivaci del suo racconto, ma senza quasi parlare, usando frasi incomplete, con molti incisi. Tutti si, ah, ho capito e quella storia sai di averla già sentita.
Allora capisci di averla già vissuta. Una storia già scritta. La tua storia. Una delle tante.

Già. Un minuscolo sedimento di narratività che si insinua nelle viscere profonde della terra dove vivi e raggiunge silenzioso la radice di tutte le storie. Le vivifica aggiungendo un frammento narrativo dopo l’altro.

Tutte le storie sono già dentro di noi. Tutte ci appartengono e molto spesso si ripetono con le stesse movenze. Le stesse battute. Gli stessi sviluppi. E’ quasi tragico, è quasi divertente.

Perdona, Antonio: sono costretto a essere laconicissimo – la mia vita è in sisma, in questo momento (problemi di grana, di alimentazione, prossimo futuro in bilico).
Dico solo una cosa: tu devi scrivere quel libro. Hai una prosa impressionante. Sei capace di 200.000 registri e velocità differenti. Non pensarci nemmeno: scrivi e basta, poi si trova l’editore. Troppa esperienza, troppa storia personale coniugate a un istinto ritmico e immaginale potente. Buttati.

il tempo come susseguirsi di eventi è davvero strano, spesso ti ritrovi a rifare le stesse azioni senza volerlo…insomma sono stato travolto da letture, dal lavoro, dai miei andirivieni…ho letto il tuo libro e sono contento che sia capitato con queste nostre comunicazioni…grazie ancora delle belle parole sulla mia scrittura…ciao so long

***

questo pezzo non è propriamente un’intervista,  rileggendolo a distanza di qualche anno può sembrarlo, almeno all’inizio con il tipico alternarsi di domande e risposte, comunque mi piace inserirlo tra le mie  interviste perchè genna risponde (sembra lo sventurato e invece è il miserabile, come ama definirsi)

il titolo IO richiama naturalmente a come genna voleva chiamare il suo hitler e poi al fatto che l’intervista-colloquio si trasforma in qualcos’altro, con una decisa preponderanza di mia scrittura, non più solo genna quindi ma io

in realtà devo dire che è stato proprio per colpa  di giuseppe genna se mi sono iscritto a facebook nel dicembre 2008, complice un articolo su IL GIORNALE  “Una vera e propria macchina culturale instancabile è Giuseppe Genna, veterano del web e tra i primi a diventare facebookini (termine che sostituirà sanbabilini nella nostra Italietta delle lettere?).”,scriveva gian paolo serino

OBITUARY FACEBOOK

Quando si cercano amici nel famigerato “libro delle facce”- uno dei fenomeni mediatici del momento, sinonimo di “fancazzismo”, secondo il ministro Brunetta- che d’ora in poi chiameremo con la sigla FB – compare una schermata dove si allineano i possibili candidati a quella sorta di elettro-fratellanza, che permetterà di dividere foto, testi, video, link, posta, giochini, test scemi , motti e mottetti, a cominciare da quello che stai facendo nel momento in cui sei collegato. Probabilmente la funzione più inquietante perché si deve usare la terza persona, per esempio: “Antonio sta scrivendo un pezzo per Periodico Italiano”, il nome compare sempre quindi non suona bene scrivere “Antonio sto scrivendo ecc.”.


La stessa schermata compare per qualsiasi altra ricerca che serve ad individuare un particolare qualsiasi contenuto nelle “info” o nelle altre cartelle personali, come i film preferiti, scuole frequentate, religione, citazioni.
Ebbene l’impressione è di trovarsi in un cimitero di guerra, con le croci allineate tutte uguali, che nella loro sistemazione simmetrica affratellano i morti in una stessa tragica sorte.
Quelle foto-tessera poste accanto al nome sembrano lapidi telematiche.
Qui naturalmente non si consuma nessuna tragedia e bisogna anche dire che il “facebook”- come libro di fine corso scolastico- è una tradizione tipicamente anglosassone, quindi quello che a me appare cimiteriale, altrove è una consuetudine.
Le immagini, poste accanto al nome nella sezione chiamata profilo, sono piene di fantasia.
Ognuno cerca le pose migliori oppure le più fantasiose o significative o emblematiche o suggestive o evocative, oppure interpretazioni di se stessi così particolari tanto da rendersi interessanti, accattivanti, insomma la mission è quella di porgersi, raccontare il proprio mondo attraverso una immagine che non necessariamente sia una foto con la propria faccia.
C’è poi chi si nasconde con le mani o nel fuori-fuoco, chi mette uno scatto della propria infanzia.
Generalmente però l’immagine è quella che potrebbe stare su una carta d’identità.
Immagino la difficoltà della scelta quando si opta per un ritratto.
Questa no, troppo seria, questa neppure, è ripresa dal mio lato sbagliato. Sorridente o rassicurante?
Sguardo in macchina o proteso verso l’infinito che di solito è posto dietro le spalle di chi guarda?
Qualcuno opta per immagini neutre, senza una raffigurazione personale che si esaurisca in una posa, rappresentandosi con un simbolo, oppure usa foto particolari usata come bandiera, come nel caso della guerra di Gaza dove molti hanno usato una stessa immagine, oppure Stefania Craxi ha usato un’immagine del padre, nella ricorrenza della scomparsa il 19 gennaio (notizia riportata da molte agenzie).

Per quanto mi riguarda- per tentare di aggirare il carattere obituary del mio profilo su FB- ho scelto una foto della mia ombra, fatta con il cellulare la scorsa estate, in una sera magnifica di caldi colori crepuscolari.

Le parole che Shakespeare mette in bocca a Macbeth, descrivono alla perfezione il perché di questa scelta: “la vita è solo un’ombra che cammina: un povero istrione che si dimena, e va pavoneggiandosi sulla scena del mondo, un’ora sola: e poi, non s’ode più”.