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“TAP ROUL” – IL LIBRO DA SPOGLIARE DI MARIO PISCHEDDA

Pubblicare una scrittura zero (per usare una espressione barthesiana) quotidiana, molto vicina al parlato e situazionista, che cioe’ rispecchia stati ed emozioni del momento senza grandi elaborazioni concettuali, e’ rivoluzionario. Scrivere per pubblicare richiede un sintonizzarsi con il gusto medio, con quello che piace, con quello che fa.notizia. Quindi la pubblicazione che dov…rebbe essere strumentale alla diffusione della notizia, agisce in realta’ sulla materia e la forma della notizia e diventa fine. La rivoluzione della rua operazione sta nel fotografare la scrittura zero dei tuoi contatti e pubblicarla senza rielaborare. E’ come se sorprendessi questi corpi, nudi al mare, appena coperti da uno slip che mangiano l’insalata di pasta fredda dal frigo portatile. La seconda istanza rivoluzionaria sta nel fatto che tu non vendi il libro. Gli utenti del libro sono in massima parte corpi che con i loro stati e con la loro materia in azione hanno creato il manufatto. Leggendo il libro questi corpi vi si ritrovano, si ricordano, si riscoprono, si riappropriano di se’… Il valore che ciascuno da a questa riappropriazione lo lasci quantificare ai tuoi scrittori…tu che assembli, che copi, incolli, sistemi e mostri a ciascuno l’anima nuda sulla pagina bianca…sei l’editore ante litteram, un cercatore di corpi da sbattere sulla pagina Tutto cio’ rappresenta un’operazione bellissima, unica nel suo genere, che libera chi scrive dalla costrizione di scrivere per pubblicare, perche’ tanto c’e’ pischedda a cogliere il grappolo buono, maturo, non inaridito dal sole e neanche ammuffito o punto dagli insetti. Tu sei il gardener ante litteram, vendemmi 9 minuti fa Celeste Brioschi. Il punto e’ cosa e per quanto tempo ancora sorregge la tua passione a vendemmiare…e se questa vendemmia e’ sostenibile.
*

Sembra di stare dentro ad un incubo kafkiano e non in una nazione civile, politici corrotti che rubano a piene mani e cittadini perseguitati con oneri e gabelle di ogni tipo.
*
Se potessi essere chi vuoi tu Se potessi sempre essere chi vuoi tu Per tutto il tempo
*
[MARIO PISCHEDDA]

VEGLIONE DI CAPODANNO

Veglione ai Settecolli di Filottrano

– mia patria d’elezione –

come ai vecchi tempi

selezione di affettati e formaggi

stavolta i vecchi eravamo noi

sformatino di polenta con fonduta e porcini

Aprile è il più crudele dei mesi, genera

Lillà da terra morta, confondendo

Memoria e desiderio

in una saletta laterale del ristorante

quasi lontano dalla confusione degli oltre 200 ospiti

crespelle alla svizzera

verdicchio all’inizio un rosso indistinto poi

il dj annaspa tra pezzi trash

(“suona” persino Rettore, persino sigle di cartoni d’annata)

e qualche brano house eccita gli animi ma solo per un po’,

rock a tratti, “brigittebardot” e “meuamigo charlie, charlie brown” per iniziare

chitarrine al ragù di faraona

quando tutti sono intenti a sollevar le braccia urlando UAI EM SI EI dei Village People

dico all’amico che indossa una giacca spillata con un tricolore della RSI

che “no, non si può ballare una musica da frosci e pure negri” calcando le esse e le erre

per accrrescere l’effetto enfaticamente stridente

un’orda di ragazzini avanti e indietro si mescola a quelli che vanno a fumare fuori

L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse

Con immemore neve la terra, nutrì

Con secchi tuberi una vita misera.

L’estate ci sorprese

spallino di vitello al forno carrè di maialino arrosto

tutti erano  molto “eleganti” persino io indosso una cravatta verde con dei pallini

la prima tirata via dal mucchio ma “che ci sta benissimo” con la camicia

su un blazer blu anni 80 stile Brian Ferry

le signore che  nei vecchi tempi erano le ragazze per lo più vestite di scuro,

capelli fatti, pelle ritoccata dal trucco, tutti gran sorrisi un trionfo di tubini

cipolline al balsamico patate al rosmarino

all’inizio si balla con i sempreverdi apripista

le stesse trite parole cantate urlate da almeno 40 anni

semifreddo al caffè caffè e liquori

nella saletta su un tavolino i superalcolici, Mcallan, whisky scozzese di puro malto, 

quello che beveva Mordecai Richler fumando un Montecristo,

già mi suona bene la presenza del Macallan, rende “letteraria” la serata,

ma niente grappa

al bar qualcuno prepara finte dosi di cocaina con lo zucchero su un carrello smaltato

l’esibizione si ferma all’arrivo dei bambini,

qualcuno fotografa, qualcuno taggherà quelle foto su Facebook

Quali sono le radici che s’afferrano, quali i rami che crescono

Da queste macerie di pietra?

Figlio dell’uomo,

Tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto

Un cumulo d’immagini infrante

alterno balli con la lettura della TERRA DESOLATA e il Corriere della Sera

trovato sotto un divano

leggo di Johnatan Franzen nell’innamoramento di Paolo Giordano

per l’atteso romanzo “Freedom” che Obama la scorsa estate leggeva in vacanza

leggo di Abel Ferrara tossico criminale a Scampìa

“La prima volta che andai a Scampia non fu per fare sopralluoghi per il film ma per cercare la droga. Ero un tossico e in quanto tale un criminale”.

(intanto adesso sto scaricando da Torrent New Rose Hotel che stenta a partire

downloading 0,01% i picchi di upload ogni tanto compaiono poi spariscono)

Città irreale,

Sotto la nebbia bruna di un’alba d’inverno

dopo la cena servita con un buon tempismo, il prosecco a mezzanotte

quindi i brindisi i baci

arrivano quelli che passavano di qui per caso con i loro giubbotti e sciarpe ben calzate

per affermare loro provvisorietà

continuo a leggere Eliot

La tenda del fiume è rotta: le ultime dita delle foglie

S’afferrano e affondano dentro la riva umida.

Il vento Incrocia non udito sulla terra bruna.

Le ninfe son partite

Dolce Tamigi, scorri lievemente, finché non abbia finito il mio Canto.

Il fiume non trascina bottiglie vuote, carte da sandwich,

Fazzoletti di seta, scatole di cartone, cicche di sigarette

O altre testimonianze delle notti estive.

Le ninfe son partite.

E i loro amici, eredi bighelloni di direttori di banca della City

il “Sermone del fuoco” lo rileggo almeno 3 volte

qualcuno mi guarda leggere e dentro di sè credo si stupisca

che qualcuno abbia l’ardire di leggere qualcosa a un veglione di capodanno

sul Corriere leggo della Costa d’Avorio

di Gabgbo che non cede e resterà al potere

di Alassane Ouattara vincitore delle elezioni di fine novembre

Dalla metà degli anni Novanta, l’epoca della morte del primo e celebrato presidente Félix Houphouet-Boigny, la Costa d’Avorio non è più riuscita a ritornare alla stabilità dei primi decenni della sua esistenza come Stato indipendente. La crisi ivoriana ha origine in quegli anni, nella lotta di successione tra Ouattara, allora primo ministro, e il presidente dell’Assemblea nazionale Henri Konan Bedié

Tuit tuit tuit Giag giag giag giag giag giag

Così brutalmente forzata.

Tiriù

penso a come Ezra Pound, miglior fabbro, ha prosciugato il delirio di Eliot

e a quanto “materiale” avrà cassato con una matita di quelle spesse

per rendere il poema leggibile come è ora

Città irreale

Sotto la nebbia bruna di un meriggio invernale

leggo sul giornale (strano sfogliarlo in questa situazione)

delle “morti” di personaggi famosi

Nel 2010 sono morti Lino Banfi e Lucio Dalla, o almeno questo hanno scritto alcuni siti e letto (e creduto, almeno per un momento) milioni di internauti. Ai tempi di internet il confine tra vero e verosimile può infatti farsi molto sottile: basta un clic e le verità apparenti fanno il giro del villaggio globale

in pochi secondi osservo intanto chi mi sta intorno

chiedo a mia moglie chi è questo chi è quello

conosco tutti e non conosco davvero nessuno

tra i ritardatari che son passati di qui per caso

e vengono a salutare c’è chi si stupisce della mia cravatta

e mi fotografa

con attitudine da criminologo (forse più da antropologo che da giornalista)

cerco di capire i rapporti di chi mi sta intorno

quei due ragazzi sono insieme per esempio?

chi sta con chi?

“che ti importa?” dice mia moglie

arriva il campione locale di ciclismo,

bacio anche lui

di qualcuno cerco di evitare gli sguardi

saluto il sindaco chiamandolo “signor sindaco”

bacio anche il sindaco

quando il dj comincia a cantare “stasera mi butto”

penso sia davvero troppo

dove sono i bei ritmi che ti spingono a muovere il corpo come fossimo tutti sul set di Pulp Fiction?

con l’indice e il medio a v passato di fronte agli occhi?

o con i pugni avanti e indietro intrecciati come in manette?

Nell’ora violetta, quando gli occhi e la schiena

Si levano dallo scrittoio, quando il motore umano attende

Come un tassì che pulsa nell’attesa,

Io Tiresia, benché cieco, pulsando fra due vite,

Vecchio con avvizzite mammelle di donna, posso vedere

Nell’ora violetta, nell’ora della sera che contende

Il ritorno, e il navigante dal mare riconduce al porto

e il risveglio non è traumatico niente più dolori al collo e alla schiena

d’altronde ben sopportati al ristorante

prima azione dell’anno,

ancora accendere la tv a caccia di immagini

stamattina c’è Sodoma e Gomorra,

c’è Totò,

vedo un accenno di “Alice non abita più qui” di Scorsese

nella notte profonda invece

quando a Times Square ormai si sono baciati tutti

e dove vorrei essere almeno una volta nella vita a capodanno

qualcuno saluta qualcuno rivolto alla webcam tra la 46th Street e la 7 Avenue

cerco immagini in tv

vedo i fuochi di Berlino

intravvedo su Current Marco Travaglio

niente mi soddisfa come sempre

su RaiStoria vedo un vecchio servizio Rai

dove incredibilmente il cronista dell’epoca si aggira tra il traffico

fermando gli automobilisti che passano col rosso

il microfono col filo attaccato alla cinepresa (riprese in pellicola)

mi chiedo come faccia ad aggirarsi all’incrocio così abilmente

senza essere investito

Il fiume trasuda Olio e catrame

Le chiatte scivolano

Con la marea che si volge

Vele rosse

Ampie Sottovento, ruotano su pesanti alberature.

intanto adesso è quasi mezzogiorno mia moglie traffica in cucina per preparare l’arista all’arancia

Spremete le arance e grattugiate la scorza, facendo attenzione a non usare anche la parte bianca, che è amara. Insaporite il succo con il rosmarino, la menta, lo spicchio d’aglio tritato e l’alloro.Fate marinare la carne in questo succo, rigirandola per farla insaporire su tutti i lati.Fate sciogliere una noce di burro in una casseruola e rosolateci la carne, sempre rigirandola in modo da farla dorare su tutti i lati.Condite con olio, sale e pepe e irrorate con qualche cucchiaio di succo della marinatura. Cuocete in forno già caldo a 180 gradi per circa 1 ora, sempre rigirando la carne ogni tanto.Nel frattempo filtrate il succo della marinatura e insaporitelo con qualche cucchiaio di aceto balsamico, un pizzico di sale, una macinata di pepe fresco e lo zucchero.Irrorate la carne con questo succo e fate cuocere ancora qualche minuto.Avvolgete l’arista in un foglio di carta stagnola e fatela raffreddare. Nel frattempo fate sciogliere una noce di burro con la fecola, aggiungete il fondo di cottura e mescolate in modo da ottenere una salsa cremosa.Servite l’arista a fettine, cosparsa con la salsa all’arancia.

Forse al veglione mancavano però le donne che andavano e venivano parlando di Michelangiolo.

ROSI

L’ho incrociato alla fine d’un incontro drammatico. Il suo ultimo incontro. La mia prima regia d’uno scontro pugilatorio.

In onda addirittura in diretta su un canale nazionale di sport. Solo un’altra volta ho lavorato sullo sport in diretta: era una partita di qualificazioni dei mondiali e la Nazionale di San Marino si scontrava con la Croazia. Mi dicono che nelle terre dalmate hanno visto quella partita numerosi. Questo incontro qui di pugilato non so quanti lo vedranno.

Abbiamo lavorato senza ritorno della diretta. Quasi come lavorare al buio. Il conduttore – m’hanno poi riferito – chiamava immagini, ralenti, cercava particolari che non potevamo rimandare. Sulle immagini del match risaltava il vuoto della platea, come se la boxe non interessasse punto più nessuno. Forse bisogna rassegnarsi. [1]

L’ingresso di Rosi è segnato retoricamente dallo stacchetto di Rocky. Non se ne può fare a meno. We are the champions dei Queen per le vittorie -non importa se sul campo di calcio o sulle piste dei gran premi-, Money dei Pink Floyd quando si parla di soldi e Rocky per ogni buon ingresso sul ring. Non si sfugge. 

I fiati, le trombe…ta ta tadada ta ta sparati dall’impianto nel palazzetto…ma il pugile non è pronto, l’inquadratura è ferma, statica –non muoverti, eccolo, eccolo, dico all’operatore- ferma sul punto da dove uscirà.

Sull’attesa del suo ingresso si consumano minuti che in televisione sono la noia raccontata in tutta la sua azzerante magnificenza di contenuto visivo, segnico, espressivo.

Riparte lo stacchetto dopo qualche incertezza. Rosi, per primo, passa tra le sedie desolatamente vuote. Riprendi stretto, riprendi stretto, stringi su di lui che avanza, dico ancora all’operatore.

Dietro di lui avanza dopo un po’ lo sfidante, Robert Roselia, viso camuso, lungo, con poche espressioni, capelli a spazzola, non si notano tatuaggi, il fisico ben modellato, non tozzo come quello di Rosi che è un quasi cinquantenne.

Poi l’incontro. Le immagini a stacco, dissolvenze solo in chiusura di ripresa, con  la telecamera dall’alto, quella fissa che inquadra il ring (un po’ storto perché non è esattamente centrata, visto che il ring è stato montato prima delle telecamere). C’è anche la ragazza che solleva il cartello con il numero della ripresa. L’incontro è anche avvincente. Due larga su totale va a stringere, la tre già stretta sul piano americano, poi ancora due a figura intera per consentire di seguire il gioco di gambe che è tutta lì la boxe nel gioco delle gambe saltellanti sul ring.

Finito ko Rosi aveva strabuzzato gli occhi, roteato lo sguardo all’interno di sé, costretto a guardarsi l’anima con quella vista interna, in cerca di ossigeno. Nel momento in cui forse la vita ti scorre davanti come i fotogrammi fuori fuoco di un film. Ci aveva messo del tempo a riprendersi il pugile umbro. Il francese l’aveva colpito di taglio poco prima, Rosi aveva mostrato la nuca all’arbitro, il francese – campione anche di kickboxing –  esperto di colpi micidiali, non s’era scomposto, quello che poi con un unodue nemmeno irresistibile l’aveva steso all’undicesima ripresa, l’arbitro sembrava essere dalla parte di quest’ultimo, mai dalla parte di Rosi.

L’immagine del pugile al tappeto che rimandavamo era impallata un po’ da tutti, ho detto all’ operatore sul ring di andargli sotto. Momenti drammatici quelli. L’uomo restava disteso. I medici gli stavano addosso, fornendo le prime cure. Poi Rosi si è rialzato. Gli occhi non più roteanti, ma lo stesso assenti, liquidi, mortificati. Poi l’uscita di scena in ambulanza. Ero accanto all’operatore che cercava la documentazione del presente.

Quelle immagini le ho riviste in un programma sportivo della Terza Rete. Io ero dietro la ripresa e non mi si vede, ho rivissuto la scena perché ero lì a testimoniare giornalisticamente che quanto avviene occorre sentirne il sapore direttamente. 

Sulla Repubblica un articolo parla dell’incontro. Ci sono polemiche successive. Rosi accusa il francese di aver messo una sostanza irritante sui guantoni. Così si spiega una sua congiuntivite che l’ha disturbato durante il match. Non si parla dei colpi di taglio. Forse è difficile dimostrarne l’esecuzione. La Gendarmeria (siamo a San Marino è i carabinieri sono gendarmi) chiede il giorno la registrazione dell’incontro per verificare dubbi e incertezze.

A casa commento l’incontro leggendo  Mi sono fatto una piccola rassegna stampa. Il Giornale ne ha parlato, anche il Messaggero riporta la cronaca, per non parlare della Gazzetta dello Sport ovviamente. Ma l’articolo migliore è quello della Repubblica che si spinge a citare Scorsese. 

Finisce fra ospedali, sospetti e sequestri l’ultimo spettacolo di Gianfranco Rosi. Venerdì sera, al penultimo round della sfida col francese Robert Roselia per la corona intercontinentale  dei medi IBF, un sinistro d’incontro col suo avversario lo trova completamente scoperto. Una botta micidiale che trasforma l’eroico 49enne in un bambolone di pezza. Rosi, che ne ha viste di tutti i colori, smette di vedere qualunque colore e va giù come al cinematografo. Nemmeno Scorsese avrebbe reso meglio un ko.

 Vedi? dico a mia moglie sono meglio di Scorsese.

Mi riferisco ai miei stacchi, alle immagini che il mixer ha composto sul mio chiamare le camere, sul mio vedere il risultato in onda.

Seeeeee, ti piacerebbe eh? dice lei ridendomi dietro.

Ma l’articolo non fa riferimento alla ripresa televisiva eh? insisto io. Mi schernisco, faccio un po’ l’offeso, in famiglia succedono sempre piccole schermaglie fatte di frasi smozzicate.

 Ma s’era capito, che ti credevi eh? taglia corto lei.


[1]        Altri tempi quelli in cui Babbu mi svegliava nel cuore della notte per guardare gli scontri di Cassius Clay, in mondovisione via satellite.