Roberto Cotroneo/ BETTY/ Bompiani

Caro Roberto mi sento adesso, in questa fase di mimetismo letterario che segue alla lettura del tuo Betty , come Herzog, il personaggio di Saul Bellow che scrive lettere in continuazione, ma senza spedirle.  Egregio Signor Presidente, carissima Ramona, Moses!, senti bello, caro Governatore Stevenson. Il tuo libro scatena questa voglia  di “vivere esperienze non nostre aprendoci al mondo”, come scrive Remo Bodei. E’ quanto provoca ogni narrazione per la verità. La tua però ha qualcosa in più. Un gioco sottile di rimandi. Come trovarsi seduto dal barbiere. Uno specchio che riflette un altro specchio, creando quell’illusione di infinito che ti spinge a cercare lo sguardo dell’ultimo te che ti sta osservando, minuscolo laggiù in fondo, sapendo che poi ce n’è un altro e un altro ancora. 

sim

Autofiction. Questo è il termine -pur abusato-che mi aiuta a capire un modo di scrivere storie a metà tra l’autobiografia e la finzione. Di autobiografico in Betty c’è molto poco in verità. Ti si scorge appena all’inizio e alla fine in quel ristorante di Porquerellos. Immagino mentre, in quel luglio 2006, ti siedi a L’Escale, dopo aver attraversato la sala guardandoti attorno, cenare in silenzio, leggendo qualcosa oppure semplicemente continuando a osservare i particolari della sala, come solo uno scrittore sa fare, fino a scorgere il quaderno lasciato su una sedia del tavolo accanto al tuo, Toccare con i polpastrelli, quasi come una carezza, l’etichetta dove c’è scritto Sim. Consegnare il quaderno al proprietario del locale. Cerco di immaginare, chiudendo gli occhi- naturalmente-il sapore e il colore e l’odore della Bouillabatisse, ordinata qualche sera dopo e  che tipo di sigaro fumasse il ristoratore. Di certo non un toscano, presumo. L’autofiction è una brutta bestia che ha preso alla gola uno come Michel Houellebecq, fino a farsi a pezzi dentro il suo La Carta e il territorio, che lascia insonne Emmanuel Carrère mentre insegue il fantasma di Limonov.

sim2

Infine la cosiddetta riscrittura. Mentre leggevo il tuo libro ho twittato notazioni, ho citato qualche passaggio. Ho provato insomma a essere te. Un altro gioco mimetico. Un altro modo di specchiarsi. In fondo la tua stessa operazione letteraria, che naturalmente è molto più corposa e definita.

E poi quel titolo de La Lettura, sbirciato mentre terminavo il libro. Il poeta sei tu che leggi.

Mi piace chiudere questa mia con le parole della nostra comune amica Sandra Petrignani.

Il fatto sorprendente è la capacità di avvicinarsi alla vera personalità dei suoi protagonisti e di renderli vivi tanto più si allontana dall’aderenza ai fatti avvenuti.E può capitare, leggendolo, che si creda al suo Simenon a Porquerolles come si crede alla Virginia Woolf di Michael Cunningham in Le ore in una bella confusione fra immaginazione e realtà. 

Così un po’ di autofiction l’ho fatta anch’io.

sim3

La Sposa Virtuale

Certo una lettura inusuale senza punti di riferimento. Sembra l’esplosione di una trama, dei personaggi, della lingua che si rifiuta di sottostare alle norme grammaticali

Forse l’atmosfera conta più della storia? La mia suggestione mi porta a interpretare come una frantumazione della linearità temporale. La donna iniziale è la stessa della conclusione: una donna matura chiusa nella convenzionalità del rapporto

Quella stessa donna un tempo era stata giovane, piena di sogni, con un amore folle e fallito!

Come un sacchetto di vetri spezzati. Se ci infili la mano ti tagli.

E’ una sorta di virtuoso paradosso espresso con un linguaggio molto ben sorvegliato, che appunto dà un senso a quell’affastellamento di sensazioni che se appare a prima vista come uno stream of consciousness,  in realtà mantiene un filo affabulatorio, mai ridondante, che unisce le varie parti. Una narrazione che assomiglia molto ad un monologo teatrale. 

… una scrittura emotiva, molto articolata… impegnativa

Moooollltoooooo interessante. Bello. Moooltooo iroonicoooo.

L’idea è molto convincente. La scrittura funziona, è sintomatica, con una sua originalità.

…scritti esemplari di alcuni punti nodali: semplici eppure fondamentali, nell’approccio ironico e disincantato, con qualcosa della scena teatrale o della sceneggiatura cinematografica, metterei una colonna sonora di mia scelta per ciascuno dei racconti…

[raccogliendo opinioni su LA SPOSA VIRTUALE – romanzo di formattazione]

https://twitter.com/#!/sposa_virtuale

http://storify.com/moglie_virtuale

IL TEMPO NON ESISTE

“Il tempo non esiste”, pensava lei mentre si avvicinava a San Babila.

La pioggia era rada, abbastanza da tracciare qua e là cerchi concentrici dentro le pozzanghere. Si aprivano a fiore, si allentavano ai bordi, svanivano in un tremolio impercettibile, e subito tanti altri piccoli cerchi si materializzavano sulla loro superficie. Due foglie rosse occhieggiavano ai bordi della più grande, d’un rosso vivo e sorprendente, come due pesci dentro a un acquario. “Da dove verranno, quelle foglie?”, si chiese. E subito cercò in alto, verso le larghe terrazze dove architetti alla moda avevano impiantato veri e propri giardini. Su una di esse la balaustrata era scandita da vasi solenni, e alberi alti, perfino un pino marittimo. Ma era troppo lontana.

“Da dove verranno queste foglie?” Avevano un colore come l’acero d’autunno, ma era il secondo giorno di primavera. Un pullman di giapponesi veniva da corso Venezia, rallentò davanti a lei. Una donna la stava riprendendo con la telecamera. Si vide in uno schermo di Tokio, la giacca nera e l’ombrello bianco con le note musicali. Il libro aperto, punteggiato da qualche goccia di pioggia. Chissà se quella donna si sarebbe ricordata dov’era, quando ha fatto quella ripresa. Se avrebbe sentito il bisogno di dire ai suoi amici: “Questa è la piazza San Babila, e qui c’è una donna che legge un libro. A Milano si usa così. Leggono per strada.” O se, invece, la sua immagine sarebbe finita dentro a una girandola di mille altre diverse, si sarebbe presto persa, sostituita da quella della chiesa, così piccola in mezzo a quei palazzi, con la colonna tutta mangiata dalle intemperie, e poi l’incrocio, la prospettiva di corso Vittorio Emanuele con uno scorcio di madonnina. Molto più probabile. Capace che la giapponese non se ne sarebbe nemmeno accorta, di essere in centro, avrebbe continuato a registrare dal suo lato, mentre il pullman imboccava corso Europa, fra edifici tali e quali a qualunque altra città.

Dopo il pullman fu la volta di un camion di una ditta di costruzioni, poi un furgone di fiorista. Macchine anonime. Qualcuno la fissava per un attimo, passando, poi tirava dritto, nemmeno il tempo di chiedersi cosa ci faceva una donna proprio sull’orlo del marciapiede, così in bilico che una macchina più veloce potrebbe portarsela via nel risucchio d’aria. Cosa ci fa una donna che legge un libro, sotto un ombrello bianco? Domanda mai fatta.

Girò lo sguardo sul palazzo di fronte. Non riusciva a vedere dove fosse posizionata la web-cam. Possibile che fosse quella cosa tondeggiante che pendeva sopra le piante di una terrazza? Sembrava piuttosto un lampione. Dalla forma, un poco allungata, le ricordava una piccola lampara, come quelle che i pescatori del suo paese usavano per uscire a pesca la notte . No, la telecamera doveva essere altrove. Ma non si vedeva nulla. Pareti lisce e grigie. Finestre squadrate, tende tirate. Di diverso c’erano solo le vetrine dei negozi e le finestre di una scuola di moda, al primo piano, dove poteva vedere le schiene e i pantaloni a vita bassa delle studentesse, chine sui tavoli, non sapeva se stessero disegnando o se stessero piuttosto mangiando un panino. Era mezzogiorno, ormai. Era arrivata all’appuntamento con dieci minuti di anticipo. Ne erano passati altri cinque. Alla sua velocità, doveva aver letto già quindici pagine. Aveva tempo per altre tre, non di più. Poi doveva andare al lavoro.

Le macchine passavano rade, come la pioggia.

“Chissà dove diavolo si trova lui, adesso”, si chiese.

In macchina. Ero in macchina a quell’ora. Pensavo che era davvero stramba questa maniera di “guardarsi”. Ancora quell’ossessione da PARIS TEXAS. Perché ti era piaciuto tanto quella volta? Che cosa ti aveva affascinato nel fatto che lui guardava lei e lei non poteva sapere chi c’era dall’altra parte del vetro? Eppure lui le parlava con una voce calda e l’altra si commuoveva, sembravano riconoscersi ad un certo punto. O forse è la memory remota che comincia a sfaldarsi. Tutto questo vedere la realtà a frammenti cominciava a fare l’effetto stile STATI DI ALLUCINAZIONE di ken russell o film simili (anche FLASH GORDON quando il dr.zarro tenta di carpire la memoria a gordon, credo)…lunghe flashate di immagini, la vita come un trailer…

 

 

24 marzo 2010

Oggi a mezzogiorno. Piazza san Babila, coi pullman che incrociano gli autobus. Sole pungente, dopo la tempesta di pioggia di ieri pomeriggio, che ha sferzato la città e gli alberi in fiore. Sembrava d’essere tornati all’autunno. Avanzavo con l’acqua alle ginocchia. Ma oggi a mezzogiorno era tutto diverso. È successo che il tempo si è fermato. Me ne sono accorta. È accaduto nell’attimo in cui due bestioni si incrociavano davanti a me. Stavo col naso dentro al libro, e accanto al bidone dei rifiuti – tutto colorato, è piazza San Babila – c’era una bici su cui qualcuno aveva appoggiato giacche e maglie. Poi ho capito che erano abiti di ricambio di un operaio cingalese che lava le vetrine dei negozi eleganti. Poi ho capito, dopo, quando il tempo ha ripreso a scorrere. Ma prima si era fermata ogni cosa, e tutto aveva lasciato il senso che aveva e preso un nuovo significato. Capita, alle volte, di sorprendere la propria immagine dentro a uno specchio, e fermarsi a guardarla, come se fosse quella di un perfetto sconosciuto. E ci vogliono due minuti interi prima di realizzare che quella faccia ci appartiene, quell’espressione è nostra e di nessun altro.

Leggevo Grossmann in san Babila, e una frase mi ha fatto fermare. Perché sembrava scritta per me che leggevo. Messa lì apposta per me oggi sulla pagina duecentoquarantaquattro, da leggere solo stamattina, dopo il tuo messaggio di ieri. Lo sai che ho pianto, leggendolo? E non per delusione. Era un’altra cosa. Lo avevo messo in conto, non saresti venuto comunque. Però ho pianto. Per quello che dicevi, per le tue parole simili a quelle di quattro, cinque anni fa. Possibile, sono già passati cinque anni? Eppure sono passati. Dolore, vuoto, nero, disperazione, e poi silenzio, fatica. Tutto passato. Adesso qualcosa affiora nel mio setaccio, mi riposta indietro a quei tempi. Ero diversa. Diverso anche tu. Due anime inquiete, hai detto. Cinque anni fa quelle stesse parole mi avrebbero annientato. Ora non potrebbe succedere più. Però ho pianto lo stesso. Il trucco quella sera si scioglieva e mi pungeva gli occhi. Non era delusione, no. Ma compassione. Qualcosa del genere. Si può piangere su quelli che eravamo e non siamo più, e per quello che invece siamo adesso, per il dono che potremmo essere l’uno per l’altro. Un dono così grande da rischiare di distruggerci, e che ci costringe a riprendere le nostre orbite distanti. Buon viaggio e arrivederci alla prossima congiunzione astrale, fra settant’anni e passa, come la cometa di Halley.

Tiro di lato le mie lacrime nere, come mi bruciano gli occhi. Non importa. Non importa tutto il resto. Gli anni trascorsi, gli errori commessi, il dolore subito e anche quello che mi sono procurata da sola. Niente vale più, oramai. È passato. Rimane questa luce fragile, questa mela luminosa, luce al posto della polpa, che basta poco a rovinare mentre la tengo in mano. Palpita come un cuore umano, è una cosa viva e assurda, come è assurda la vita, certe volte. Dovrebbe essere morta da anni, e invece è qui, in veste nuova. Non assomiglia più a com’era una volta, ha un aspetto nuovo, diverso e ostinato. Se ne infischia del tempo che passa. Il tempo non esiste e, se esiste, è passato, è alle spalle.

Mi stai davanti come una cosa nuova, ti guardo attraverso le parole di pagina duecentoquarantaquattro, fra il pullman verde che incrocia l’autobus giallo ocra, e il sole  arrabbiato che lucida il selciato della chiesa dietro di me. Ti guardo da dentro un romanzo, mentre qualcuno sta guardando me che leggo, attraverso una telecamera puntata sulla strada. Anche i commessi dei negozi qui accanto cominceranno a chiedersi se non ci sia qualcosa di strano in questa sconosciuta che ogni giorno viene a leggere un libro – che sia lo stesso? – in bilico sul marciapiede. Se non sia pericolosa, una kamikaze cecena, una terrorista rossa di quelle di una volta, o una dei centri sociali che studia il territorio in vista di una clamorosa protesta. Chi è mai costei che si mette tutti i giorni in evidenza sulla strada, non sa che c’è una telecamera che ne registra i movimenti ogni cinque minuti? Bella terrorista del cavolo. A meno che non mandi segnali cifrati con la sua sola presenza.

Il tempo non esiste. Non del tutto. Esistono i frammenti di spazio e di tempo che intercorrono fra quelle frasi che mi hanno inchiodato lì a mezzogiorno. Le ho lette, e poi ho desiderato baciarti, e basta.

Questo, l’uomo della web cam non lo sa. E nemmeno glielo dico. Rimarrà convinto di essere l’unico uomo della mia vita, proprio perché è senza volto, e chi non ha volto può essere il tutto e il niente insieme. Chissà cosa direbbe se sapesse di noi. Di quello che c’è stato. Della prima volta che mi hai preso l’alluce in bocca, e hai cominciato a leccarlo, mentre io mi sentivo morire. Gli ho lasciato un messaggio. Ho pronunciato queste parole guardando i vetri della scuola di moda. Magari con un ingrandimento lui riuscirà a leggerle sulla mia bocca. Magari, se l’immagine della telecamera fosse continua e di grana buona. Non è così, ma quelle parole le ho dette lo stesso. Certe volte mi sento di doverle partorirle, le cose, dove mi trovo, come le gatte randagie che si sgravano dei gattini dove capita. Rimane il fatto che sono visibile, forse anche vulnerabile. Lui no, lui non si vede. Potrebbe essere ovunque. Con un coltello dietro le mie costole, o sogghignante oltre le finestre del palazzo difronte. Si darà gomitate con qualche collega d’ufficio, guardandomi ferma sul marciapiede. Forse, lui non esiste nemmeno.

GOOD CHARLOTTE

 

Sono troppo emozionata per dire quello che penso.
Sono un po’ senza respiro.
Pareri tecnici li avrai da chi ne sa molto.
Io sono solo una lettrice. Quando mi calmo e lo rileggo, ti scrivo il mio pensiero.
Grazie
ME

Ho stampato e riletto.
So che è una bozza, un flusso senza argini, ed è bello anche per questo.
Da lettrice trovo difficile capire a prima vista quando parla LUI e quando LEI.

Mi ha travolta, ha travolto ME

“…le parole che dico a te sono tue, non c’erano prima, non ci sarebbero state senza…sono tue e ciò che tu ne fai è ciò che le giustifica e dà loro senso: le ascolti, le ricordi, le dimentichi, la fai tue …. va tutto bene…sono tue , sono per te…con il mio sorriso…”

M’immedesimo, quante volte l’ho pensato?

“…non conosco il tuo nome, il tuo volto, il tuo dove il tuo come il tuo chi e perchè…
conosco le tue parole di una notte, le tue parole e poi le mie che hanno fatto questo piccolo sentiero intorno ad una stanza o intorno a una bolla di nessuno spazio, di nessun tempo si sà, e che eppure un nostro tempo lo scandiscono, lo creano…
conosco l’improvviso nascere di un’ emozione e con quella ti ho con me,
abbracciata dalla tue parole, la tua compagnia fatta di un dire e di ciò che evoca, che crea…
si, sei con me…”

E’ perfetto. Ma come fai? Capisco che sei uno scrittore, ma andare così nel profondo, riesco a sentire, tutto. E’ dolce e diabolico riuscire a scoprire le emozioni degli altri, e le proprie. Sei un criminale delle parole, un violentatore dell’anima. Che bello.

“ognuno lo sentirà a modo suo, lo leggerà col suo sogno ed al suo sogno dirà…
se dalla nostra stanza escono sogni fa bene al sognare…
nessuna stanza è mai chiusa del tutto, ma ciò che succede è comunque privato, inconoscibile come il mistero del guardarsi di due, da lontano, e così vicini che nessuna prossimità lo è di più..”

Furbissimo!! Forse non è voluto ma ogni lettore ADORA essere coinvolto così intimamente, è esattamente ciò che vuole!

“….è come se così stesse accadendo non trovi?…un’assurda , imprevedibile chimica di incontro che crea nella memoria e nel sentire una reazione di tipo positivo, un effetto a catena che in parte fa affiorare in parte da vita a nuove forme…e si…è sempre così che si sente quando accade,un incontro inedito ma già noto, che già esisteva in qualche parte di te…”

Ma cosa posso dire io leggendo esattamente ciò che sento scritto da un altro, cioè da te?

Posso solo godere di tanta bellezza.

“stiamo nell’attimo che non finisce e non si ripete, siamo nella sensazione di una mano che percorre la nuca, nella vertigine di quel tocco, di uno sguardo che senti in mezzo al petto…
e c’è una musica lontana, la sento ancora come il canto di una sirena…
è qualcosa di bello e di perturbante, mi piace e mi duole, in un qualche modo che conosco…”

E anche qui, mi perdo. E’ come capire senza sapere. Ma come è possibile?

“…che tardi che è, uomo senza volto, che stanca io di vedere io il mio oggi, mille volte giocato per il nostro gioco, mille volte visto per essere guardato da te…da te che io non vedo…e nei tuoi occhi sconosciuti cerco invece il mio riflesso più bello….un riflesso di desiderio, l’unico che davvero mi dia una qualche bellezza per me impossibile altrimenti da sentire, per me non altrimenti interessante da sapere…io non cerco unO specchio…cerco una visione nuova, un immagine sconosciuta di me e di te che sconosciuto sei e l’avventura è conoscerti, l’avventura è vederti…o meglio vederci , che nell’ incontro di due i singoli dovrebbero rimanere sullo sfondo, fornire respiro e materia ad un diverso esserci…”
Questo avrei potuto scriverlo io, se sapessi scrivere. Non è che per caso hai poteri sovrannaturali e leggi nel pensiero?
“per ora mi piace che il livello di percezione reciproca (più per me che per te in realtà) sia ad un livello primordiale, senza le sovrastrutture delle relazioni normali…la vita vera è da un’altra parte, questa è una dimensione che rasenta la letteratura”
Ho un dejavu, ma immagino che sia solo lo scherzo che fa immedesimarsi troppo nella letteratura. Grave errore. Spero diventi un romanzo.
Mi piace da morire.
ME

non riesco a collegarmi o riesco male ed è ancora come se mi mancasse il fiato, non che sia ormai propriamente net-addicted, questo no, ma sento che sto vivendo un’esperienza fuori dal comune e che devo battere il ferro finchè ecc.e anche se la stessa esperienza-fuori-dal-comune la stanno provando milioni di altri come me, poco importa essere parte di una specie di club che accoglie così tanti soci, la sensazione è quella di sentirsi costantemente altrove, sempre in viaggio e mobili eppure ieraticamente immobili, come quando si è immersi nel mare e senza un muscolo in movimento si tenta di raggiungere la perfetta sintesi tra il sentirsi vivi senza fare altro che contemplare il proprio immobilismo e svuotare la testa dai concetti logici, soltanto la luce del sole, la trasparenza dell’acqua e il fuori fuoco che crea l’immersione ad occhi aperti valgono quei momenti di incredibile e apparente immobilismo del corpo che in realtà non lo è per rimanere a galla….tutto comincia con ME da un rimando buttato là con noncuranza e raccolto chissà perchè, clickando su “mi piace”…è tutto molto emo-rock, petali di roselline rosse su corpi diafani, orchidee in b/n fotografatieda mapplethorpe nel lontano fine secolo scorso come si trattasse di ventri femminili di seni procaci di muscoli, lo stesso effetto, oppure giardini zen rastrellati con cura da un tipo con una cinta di panno vermiglio ai fianchi…trasformo il mio consueto pantheon marxleninista.burlesque-dadaista in qualcosa di più delicato, i brani musicali presi da youtube postati in bacheca formano un palinsesto che saltabecca dai 60 alle ultime proposte dell’indie attuale (linguaggio da iniziati che in parte mi fa orrore: postare, bacheca, amici, invece wallpaper già suona meglio, album sembra quasi di sfogliare qualcosa di vero)…condurre il gioco suona invitante agli uomini -e io non sono gli uomini- ne vanno pazzi sade ci ha costruito un universo parallelo…è il teatrino delle aspettative, il desiderio si gioca spesso sul predisporre le maschere e più il libertino conosce in anticipo le sequenze del suo peccare più si sente poi appagato…

MESSAGE IN A BOTTLE

La vita è solo un’ombra che cammina:
un povero istrione,
che si dimena, e va pavoneggiandosi
sulla scena del mondo, un’ora sola:
e poi, non s’ode più.William Shakespeare – da Macbeth

[fuori campo]

Rumori di fondo. Sottofondi di voci sussurrate, appena comprensibili, appena percettibili. Sorrisi imbarazzati da e verso la scena. E’ una specie di recita dove gli attori sanno di non essere veri attori. Reciterebbero se stessi, se solo ne fossero consapevoli.
Il loro problema – chiamiamolo così – è che non lo sanno di essere in scena. Non sono personaggi in cerca insomma. Sono sulla scena senza consapevolezza. Sono spontanei. Vivono quel loro momento cosmico con disinvoltura.
Sguardi infuocati, febbricitanti quasi, forse pieni di paura. Ma è solo un attimo. Non c’è niente di cui avere paura. E’ il leit-motiv che ripeto, cioè canticchio, nel mio modo finto-allegro, a ridosso della scena.

E’ la normale ruota degli avvicendamenti. L’hai già vissuto. Oppure qualcuno l’ha già vissuto al tuo posto e ne ha lasciato traccia in qualche oscuro meandro cromosomico. Neuroni vorticosi, sinapsi persino scandalosa. Luci improvvise, accecanti. Rumore fuori scena. Braccia che proteggono occhi. Un grido appena.

Aaahhh. Non un grido di dolore. Di stupore semmai. Il teatro è enormemente vasto, usare il rafforzativo consente una concentrazione formidabile. Non si vede la fine del palcoscenico dietro la luce forte. Qualcuno però si muove sulla scena. Arranca? Si, forse arranca, con i piedi strascicati. Guarda verso la platea con occhi vuoti. Non sono veri occhi. Piuttosto un’espressione. Vorresti non esserci, vorresti non essere. Arrivare direttamente alla fine di questa commedia. Perché quell’uomo che arranca su una scena vuota sta guardando proprio dalla tua parte?

Il rumore delle onde ora sovrasta i sussurri. Qualcuno fugge. Qualcuno resta. E’ il solito gioco degli avvicendamenti. La ruota della vita?
O piuttosto un gioco delle parti? Strappare all’eco l’ultima parola.1 Devo averlo letto da qualche parte. Troppo lapidario il concetto per non essere che un ricordo di letture fatte tanti anni prima. Infatti, l’ho letto da qualche parte, ma proprio non ricordo dove.

Le nostre parole sono solo un’eco della parola… ancora… l’immediato è anche il non mediabile.

Cos’era? Un gioco? Un gioco linguistico? Tra me e questa recita che sembrerebbe un sogno – non fosse per i rumori di fondo e l’odore di mare – c’è l’abisso di un golfo mistico wagneriano. D’altra parte siamo a teatro e qualcuno la sta rappresentando questa maledetta commedia. Delle parti. Appunto. Devo svegliarmi. Si, devo proprio farlo. Ma ho gli occhi spalancati, no?

Sognare ad occhi aperti è troppo banale. Mi guardo riflesso in uno specchietto tondo, di quelli per il trucco, e vedo i miei occhi spalancati. Qualcuno mi ha lasciato questo specchietto. Non ricordo il momento, ma qualcuno me l’ha regalato. Mi guardo riflesso.

Dai, svegliati E’ ora…

L’ANNO SCORSO A MARIENBAD

Immagina la scena, finalmente è stato inventato un marchingegno che permette agli uomini di partecipare a distanza ad avvenimenti di vario tipo, riunioni, spettacoli, safari, incontri diplomatici, ricevimenti, persino vacanze. Chi gode è solo l’occhio -e di conseguenza la mente-, perchè il corpo rimane nella sua sede abituale e a distanza vengono spediti degli ologrammi. L’importante è avere a dsposizione un grande salone, dove ci sono pochi mobili sparsi e coordinarsi quando ci si inserisce in situazioni diciamo difficili come essere in mezzo ad una folla di un megaconcerto, con il rischio di “calpestare” qualcuno.
Diventa subito una moda per ricchi.
Potremmo prendere un the, scambiarci opinioni, ridere di battute sagaci, dialogare come se ci ritrovassimo al caffè, vedere un film, giocare a carte.
Imbastire dialoghi brillanti.
“Ti ricordi l’anno scorso a Marienbad quella coppia di giovani sposi che non faceva altro che baciarsi? dice lei
“Come dimenticarlo, erano così teneri…risponde lui mentre sta sorseggiando un the indiano quasi insapore, poco più che un’acqua tiepida ma coooooosì saaaaalutaaaaareeeee
“Ma non mi ricordo solo di quella coppia, rincalza lei
“A che ti riferisci? – gli si sovrappone lui – lo sai che hai citato il titolo di un film molto famoso, molto acclamato eccetera e che io non sono mai riuscito a vedere, nemmeno in dvd?
“Scarichiamolo, c’è il wifi, dice lei
“Bah non ho voglia, sorseggiando malamente il the, dicevi?
“Si, ecco…mi ricorda che siamo stati benissimo quella volta…
“Già…risponde lui guardando in lontananza (lui guarda sempre in lontananza).
I suoi occhi si perdono nell’acquario di fronte dove vede due pesci volanti guizzare sull’acqua, con un movimento sincrono che sembra studiato e frutto di prove meticolose, quando invece si tratta solo di istinto.Dopocena in camera accendono la tv e fatto un giro di news sui vari canali satellitari, usando le solite esclamazioni di sdegno per tuuuuuutta queeeeellaaaaa vioooooooleeeeenza che c’è neeeeeel mooooondooooo, sulla piattaforma dedicata al cinema trovano proprio il film di Alain Resnais, ma i titoli di coda stanno scorrendo insorabili.
“Un’altra occasione mancata, pensa lui, in fondo indifferente alla cosa
“Oh bella, ne parlavamo proprio oggi di questo film…cinguetta lei
“Stupida sinchronicity, dice lui togliendosi le scarpe.

SMS

ti sto guardando guardo le foto tu in b/n mi stai guardando con occhi lucenti

ti sto pensando che è un po’ come guardarti a modo mio

ingrandisco foto adesso solo occhi

occhi negli occhi

adesso guardo foto con perle labbra rosse

io forse dopo foto forse scrivo tante cose da dirti devo scegliere quale

sguardi fondamentali quindi anche foto passo e chiudo

adesso ci vuole un colpo di pistola…è questo…ciò che conosci di me sono soltanto le parole scritte, ma quello che ho scritto (questa è metaletteratura d’accatto) può essere tutto inventato…i contorni delle vicende raccontate sono talmente vaghi, tanto incerti da non lasciare traccia, potrei vivere a pochi passi da dove sei tu, guardarti la mattina in paese quando vai a comprare il giornale, oppure essere in qualche grande schifosa città del nord o del centro comunque in italia, impossibilatato a cambiare le sorti della mia routine da rendere improponibile uno sganciarsi e scambiarsi finalemente questa comunicazione vis à vis e quindi rendere un arealtà del vissuto tutto questo parlottare fitto fitto tra noi…mi piace chiamarla l’addiction della comunicazione, mi piace chiamarla così, anche se per me è più una dipendenza dalla scrittura quando mi prende così…lo dico perchè mi è capitato diverse volte in passato nelle burrascose navigazioni sul web, ti ho detto di photoblog, del powwow come si trattasse di un rito indiano, di bottiglie col messaggio lanciate nel grande mare virtuale, in fondo di tutto questo spreco di energia nel voler a tutti i costi raccontare e vivere nel raccontare soprattutto…ebbene, conosco già il finale di questa storia (la scrittura quando diventa infinita e può diventarlo si esaurisce quindi bisogna pensare ad un finale dopo almeno 40.000 parole, così mi ha detto uno scrittore “devi conoscere l’inizio e la fine, in mezzo viene tutto facile”)

tell me the truth si…perchè poi la questione è tutta lì secondo me…niente a che vedere con il tempo, niente a che vedere con lo spazio tu che ti sveli e resti nascosto…l’autenticità del vivere, il sentire se stessi, in quel momento, unico, fugace irripetibile inafferrabile eterno che tale sarà anche dopo vent’ anni quando lo ricorderai per raccontarmelo e saprai che c’eri e ti riconoscerai in quello che non sei più ma che sei ancora…neppure una cellula del tuo corpo è più quella di allora eppure il tuo ricordo è lo specchio vero di un momento di quì-ora-io…e sono quelli i momenti per cui si vive, sono quelli i momenti in cui si vive…e forse è vero che poi, col tempo…il tempo…con il background acquisito che diventa sempre più pesante, che ti rallenta l’accesso all’immediato come la memoria troppo piena di un pc che fatica ad avviarsi.. con il tempo diventa più difficile quel sentire e tutto sembra, è, mediato, le cose che si sanno non aiutano a capire, nè a vedere, meno figurati sentire, che non viene da fuori della testa, viene da qualche luogo strano che è tutto te ma ti è forse precedente… allora come facciamo a vivere senza l’aspettativa della sorpresa, senza l’ innocenza dell’inconoscibile, senza la ricchezza della presenza, senza pensare di potersi perdere per esserci finalmente,di nuovo, ancora,in un qualunque momento, un niente che sarà un altro piccolo eterno, un ricordo VERO?…
lo cerchiamo, magari finisce che, come spesso, forse come sempre, andiamo a guardare dentro gli occhi di qualcuno, ne cerchiamo la via sui segni di una pelle sconosciuta, che ci ha chiamati, chissà come, chissà perchè…è sempre un’eco inspiegabile a chiamarci, ma io so mai casuale… non dico esatta, non dico giusta per forza, ma precisa e puntuale, mirata si…perchè cosa c’è alla fine di più elementare, di più radicale, di più profondamente umano che cercare la vita nel suo istinto di base, cercare di abitare il proprio mondo attraverso l’esplorazione che ne fa un altro, cercare il proprio riflesso nello sguardo altrui…è la nostra natura, la nostra struttura, io non credo alla fusione, non ho miti sull’amore nè sul sesso, nè favole romantiche che la realtà vuole smentire, ma io so la mia natura di donna, conosco le vie del mio cercare,le occasioni per il mio vivere…conosco le notti di pioggia…e le ricordo…e so che non sono solo quelle, le occasioni… sono una delle, occasioni, delle possiblità…forse già solo il desiderio lo è…forse già solo uno di noi che apre la posta a cercare le parole dell’altro è uno shining… per me lo è di sicuro, nonostante il tuo mistero, nonostante il mio non saperti, non vederti…nonostante niente sia reale in questa parentesi che ne apre altre e altre e altre, in questa parentesi che finisce per essere inclusiva e non un a parte, eppure un a parte lo è…beh quì io ci sono, in qualche modo inspiegabile accade che io ci sia…
il tuo sguardo nel mio e di essere lì in quell’ attimo sospeso, fatale, fatato anche, della magia speciale di ciò che deve succedere…

e forse lo vorresti il mio colpo di pistola, il mio ricordo di qualcosa di vero, di vissuto, di mio per sempre…

…ho 23 anni, sto lasciando new york, piango tutte le mie lacrime, piange anche lui sul marciapiede dove ci siamo abbracciati, lui amico mio, mio fratello, mio amore, mio bambino, mio lontano, mio impossibile, mio non sarà mai…piango in taxi fino all’aereoporto, non mi importa cosa pensa il tassista, piango per un amore che c’è ma non potrà mai essere, piango perchè non so che lui diventerà mio fratello per la vita,
e so invece che tutto sarà ma non il mio amore, non il mio amante, io che sono brutta e lui che ha inventato la mia bellezza, io che ero una e lui che mi ha detta unica, io che non sarò mai sua al modo che vorrei e che è l’unico che in quel momento conosco e tutto quello che desidero al mondo è quell’ angelo di cristallo che riluce…

appena prima, forse un anno forse due, è estate…probabilmente ho fatto lo zaino a giugno e lo sfarò a fine luglio, forse agosto, su e giù per l’italia, amici che mi aspettano in una città, giorni al mare, la liguria, bologna che mi riaccoglie, calda, vuota,casa, nell’aria c’erano sempre gli smiths quell’anno, ed ogni volta che li ascolto sono di nuovo lì, in quel caldo, in quel girare eccitato e spensierato di facce, di case, di notti accampate o letti stracomodi, ville in campagna e case in affitto, di un amante ragazzo ritrovato per due giorni e poi di altri luoghi, altre facce, altre risate, altri discorsi e incontri e rivediamoci, e poi roma a vedere i clash a ritrovare amici di giovinezza e poi ancora,ancora, ancora in giro, felice nel disordine, felice nel non sapere domani cosa era, felice di avere tutto davanti, senza pensare che quel tutto avrebbe trovato i suoi limiti,senza saperlo, senza nemmeno volerlo credere…
a suo modo, la mia “summer of love”…

non tornerei indietro per tutto l’oro del mondo
nemmeno riscrivendolo, nemmeno per riviverlo
la vita è oggi, forse nel mio sentire ancora di più domani
e il tempo non esiste e tutto è quì ora in questo istante,
ed io sono già a domani
sono già nel momento in cui mi stai leggendo