MUSH MELLOWS: VEDI ALLA VOCE MAESTRA

VEDI ALLA VOCE MAESTRA
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La maestra ci ha chiesto di raccontare la nostra famiglia usando solo immagini. Le parole, ha detto in quel suo modo ogni tanto esaltato, arriveranno dopo, se arriveranno, ha aggiunto dopo una lunga pausa (almeno a me è sembrata molto lunga).
Ha tirato fuori dal suo cassetto segreto della cattedra pennelli, pastelli, striscioline di carta colorata, forbici tante di quelle con la punta arrotondata, matite su matite. Infine ha distribuito gli album da disegno fatti a Fabriano perché ognuno di noi bambini dovevamo rappresentare l’idea della famiglia, più che le persone fisiche. Sbizzarritevi anzi imbizzarritevi, nitrite forte, fatemi sentire il vostro creare. La maestra sembra proprio matta in quei momenti, ma è così divertente. Ha continuato parlando di un pittore olandese che era arrivato alla suprema forma della rappresentazione attraverso pochi colori fondamentali, distribuiti sulla tela in modo geometrico. Poi di un altro pittore spagnolo ma che stava sempre a Parigi e che disse una frase famosa che adesso è famosa anche per noi e la usiamo sempre quando giochiamo a nascondino invece di dire “tana” diciamo “io non cerco ma trovo”.
Infine ci ha detto di un metodo per fare poesie, che facevano degli esuli in Svizzera, ritagliando giornali per ricomporre poi le frasi dopo averle estratte da un cappello. Ho chiesto alla maestra se il cappello dev’essere un cilindro, perché a me sembra proprio magico poter diventare tutti poeti così facilmente.
Per ultimo ha detto “datevi da fare, bambini e soprattutto divertitevi”. Tutti ci eravamo portati da casa delle foto familiari per farne dei collage o della composizioni.
A me son venuti fuori un sacco di mush mellows.

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PS
A me piace nascondere perché solo nel nascondimento avviene la rivelazione. Anche questo ci ha detto la maestra, prima l’ha detto in tedesco che leggeva da un libro antico (sarà anche moderno ma a me i libri grossi pieni di pensieri mi sembrano tutti antichi) poi ci ha tradotto quella cosa del nascondere che molto mi ha colpito l’immaginazione.

 

 

 

mimesi/holzwege/tempoquasireale/altrove

http://www.theatlanticwire.com/technology/2012/01/unpublished-novelists-week-fake-cormac-mccarthy/48068

PENSIERO MOBILE: a parte la macchia di 14 lettere qui a sinistra  lo spazio è tutto bianco, lo sarà per poco –  le due parole scritte in un file di word occupano 20,0 KB (20.480 byte), creato la mattina del 13 dicembre 2011, giorno della luce, mentre in testa, prima della scrittura,  nel dormiveglia,  quelle due parole mi  martellavano la mente – pensieromobile (tutto attaccato) faceva parte di una serie di passaggi ormai dimenticati; la mobilità su tutto, quindi Hemingway… a Parigi è un continuo banchettare… la nobiltà d’intenti del pensiero che si forma spontaneo nelle sinapsi notturne, visioni di tori sacrificati in caverne misteriose, avemarie masticate lentamente, umbratili semantiche delle parole che si formano in bocca sulle vocali  e sulle consonanti labiali, mentre sulle liquide scivolano via, intanto nel dormiveglia ipnagogico la pioggia della notte continuava a rigare lo sportello velux sul tetto, il caldo intenso di quella stanza favoriva certamente pensieri scombinati; mi sono alzato a fatica dopo aver ascoltato le ultime notizie dalla tv gracchiante dell’albergo dove dormivo, dallo schermo svaniva continuamente l’immagine – notizie frammentarie segnate dai fallimenti del capitalismo – ho bevuto un lungo sorso d’acqua per mitigare il fumo acre del primo cigarillo, poi in bagno davanti allo specchio non riuscivo – molto banalmente – a vedermi con nitidezza, la faccia era come sparita, ho pensato: “nel giorno della luce il pensiero mobile si scompone in cristalli… stupida assurdità postmoderna…”, ho lavato via dalla mia espressione l’incredulità di esserci in quel determinato momento cosmico.

LAURA, THE GIPSY SISTER

ANTEFATTO

un messaggio casuale lanciato nel mare del social network più frequentato a  Suor Laura, che si definisce sorella universale,  una notazione che mi incuriosce, universale perchè? così le scrivo:

ciao laura ti invidio -che non è termine esatto perchè invidia non m’appartiene – il tuo stato di sorellauniversale è notevole, racconta…

Carissimo Antonio, anche tu sei un fratello universale! e tutti lo siamo e sai perché? perché se ci sono uomini che sentono gli altri uomini fratelli, allora tutti gli uomini sono fratelli anche se non se ne rendono conto! bisogna solo che sempre più persone prendano consapevolezza che la vita è nata da un unico fuoco esploso. La fisica quantistica ci sta riportando all’unità di quell’origine … e noi dobbiamo cantarla con la bellezza della nostra vita. Ho scoperto queste cose prima con l’arte, poi con la filosofia e la religione, poi con la scienza e in ognuna di queste cose trovi solo una cosa: la vita! che è quella che anima i bambini e tutta la creazione. Noi adulti, invece, spesso la sciupiamo ma forse perché siamo soli e nessuno accende la luce sulle nostre aiuole … E allora, occorre accendere molte luci, mettere segnali, andare incontro … E questo è la mia vita … e la vita di quelli che vogliono condividerla con me
TVB!

anch’io tvb

tempo dopo (quel messaggio era a maggio) inizio le mie interviste e Laura, sorella universale, mi aveva incuriosito troppo, dovevo saperne di più…

ciao laura mi piacerebbe farti un’intervista per il mio blog , ne ho già fatte diverse ancora non pubblicate, la prima intervista era a delfina rattazzi, tema iniziale EFFIMERO&ETERNO https://antonioprenna.wordpress.com/2011/08/23/delfina-a-ferragosto/

carissimo Antonio, se un’intervista a me può essere utile e se credi che possa dire cose interessanti, facciamo pure … Comunque, grazie per la richiesta

benissimo…possiamo iniziare…sai lavoro in una tv e il lavoro è spesso nervoso ecc per intervistarti devo trovare un momento che non sia il solito…silenzio impossibile qui…comunque la prima questione è legata a un’intervista che ho fatto a una danzatrice americana molto brava, carolyn carlson, incontrata a san marino ecc…come prima domanda le dissi semplicemente EFFIMERO & ETERNO…e lei: this is the question? meravigliatissima…e io: eh certo e ripetei EFFIMERO &ETERNO pensavo alla danza ma anche all’arte in genere la poesia la preghiera anche…carolyn a fine intervista mi regalò un suo piccolo libro di poesie dicendomi nessuno mi ha mai fatto domande come questa…ne vado molto orgoglioso…
ecco…mi piacerebbe tu ne parlassi riferendoti alla tua scelta di vita particolare…

ok antonio, dammi solo un attimo di tempo perché vado davvero trafelatissima, sai come vanno i quotidiani lavorativi di questa nostra società, non ci lasciano più neanche il tempo per mangiare!! figurati per pensare … Spero in questo fine settimana di dirti qualche parola …

vai tranquilla, sorella
time is on our side, ma dylan ha cantato diverso

Oh my name it is nothin’
My age it means less
The country I come from
Is called the midwest
It’s taught and brought up there
The laws to abide
And that land that I live in
Has God on it’s side

carissimo, time is on our side: stamani inizio a dirti qualche parola
Tra parentesi: tieni presente due cose: la prima è che sto imparando ora l’inglese  because nella mia vita, per una serie di intoppi, ho studiato francese … poi ho imparato lo spagnolo perché ho vissuto per un bel po’ in Spagna. Con l’inglese, invece, mi è andata proprio male, l’ho rincorso in continuazione senza poterlo raggiungere, perché iniziavo e mi spostavo … L’anno scorso sono riuscita finalmente a fare un corso regionale di 80 ore e ora piano piano mi sto esercitando. Appena potrò voglio andare in qualche posto per un po’ di tempo per impararlo… spero
La seconda cosa è che la mia intervista non te la faccio come “suor Laura” ma come Laura Cea, la sorella  Perché il nome con cui mi sono iscritta qualche anno fa su facebook non corrisponde ora alle ultime scelte di vita che sto facendo. Sto decidendo, infatti, in accordo con i miei superiori, terrestri e celesti, di vivere la mia consacrazione in modo più “dimesso”, quasi “trasparente”. In una società in cui l’opulenza, l’apparenza, l’appartenenza s’impongono come modello vincente, mi sta sembrando opportuno scegliere una via di “piccolezza” e di “universalità”. Ho così pensato di iniziare a vivere in forma privata i voti fatti pubblicamente nelle mani del vescovo tanti e tanti anni fa. Così la mia consacrazione perde tutte le pompe dei titoli e diventa come “un vetro”: c’è ma non si vede; una trasparenza attraverso cui può passare meglio Colui che mi ha fatta tutta sua per essere di tutti. Per dirla con il tuo tema: è un effimero che lascia trasparire l’eterno … In questo modo non appartengo davvero a nessuno, e quindi davvero sento di appartenere a tutti. Questo soddisfa il mio profondo anelito di universalità che da sempre mi anima, e che mi ha permesso di svelare il fascino del cristianesimo: Cristo, in quanto Uomo-Dio, vive in ogni uomo, e quindi è davvero l’Uomo Universale. E Maria, in quanto sua Madre, è madre di ogni uomo …
Ora si sta cercando di capire con le varie “canonicità” come “ratificare” questa mia scelta, anche perché iniziano ad affacciarsi altre persone che vogliono condividerla … Ma questi sono problemi che si fanno gli uomini. Io, intanto, insieme a chi con me sta scegliendo questa forma di vita, la sto già vivendo. E la vita la fa da padrona su tutto e su tutti.

Ora veniamo nello specifico a quanto mi hai chiesto: “EFFIMERO & ETERNO riferito alla mia scelta di vita:
Diluita nella superficie effimera della mondanità, cercavo una profondità che non conoscevo, ma sapevo esserci. Erano gli “anni dell’incanto”, quelli così definiti da Wojtyla. Il passaggio dalla adolescenza alla maturità, con le sue scelte, mi chiamava … Ma quale e cosa è “maturità”?
Trovai inconsapevolmente un “ponte”, una via i cui cigli sono giustappunto l’effimero e l’eterno. Lì camminai per cercare quello che intuivo esserci ma non sapevo cosa fosse. Quella via fu l’arte, e su quella via trovai, non solo la Bellezza, ma anche Colui che mi cercava nell’anelito ansioso di ricerca che caratterizzò la mia vita in quegli anni. Erano gli anni ’80.
Su quella via trovai ogni compimento …
Se poi, per conoscere la Profondità trovata abbandonai ogni sentiero, fu solo per capire cosa fosse l’effimero e cosa l’eterno. In quell’abbandono compresi che ogni effimero in cui c’è soffio di Vita può svelare l’eterno …

dici che quella via fu l’arte,spiega meglio (grazie della disponibilità, quello che scrivi è affascinante rapportato a un modello di vita che dall’esterno è difficilmente comprensibile: difficile anche capire le “formule” che usi -scusa non trovo altro termine- formule che per te sono vissuto permolti una nebulosa fatta di parole…Madre…Uomo Universale…interessante la forma canonica da trovare per definire il tuo “stato” probabilmente liminale-posso sbagliare eh)

racconta anni incanto

ho visto anche la tua piramide

L’età dell’incanto è quella che va dai quindici ai venticinque anni. Si può definire in modo più sublime questo passaggio? Wojtyla è stato grande, ha saputo guardare la vita attraverso la luce delle pietre preziose
Liminale, certo! La Verità non si trova nelle unicità certe … Bisogna avere il coraggio di rasentare la follia per scorgere il totalmente Altro … Francesco, il grande e universale santo, in fondo fu un folle, “il pazzerello di Dio” è il benigno epiteto dei tempi successivi, ma tra la sua gente era semplicemente un pazzo. Un pazzo fu definito anche l’Uomo-Dio …
Una nebulosa fatta di parole, per molti, la mia terminologia? Senz’altro! Bisogna avere la pazienza dell’ascolto per fare chiarezza nell’inconoscibilità delle nubi …
L’arte la mia via: abbi la pazienza di leggere uno stralcio di NC, il mio libro “Il Nostro Cammino”, che ti copio e incollo. Lì troverai la genesi di quella via

GENESI DI NC
“Intellettuale per caso”: Ci si può imbarcare anche senza esperienza! (cfr. Sap 14,4)

Com’è nata l’idea di NC?
Non avrei mai pensato di scrivere un tale libro… ma, si sa, la vita offre le sue possibilità con fatti apparentemente casuali… e qualcosa è avvenuto: un cambiamento di programma nell’azione che mi ha fatto sentire il bisogno nel 1984 di esprimermi con l’arte figurativa, specificatamente manipolativa.
E’ inutile dire che l’ho fatto senza nessun tipo di conoscenze, né teoriche né pratiche, ma non so per quale misterioso prodigio iniziai a creare forme, e forme che parlavano.
Il lavoro incominciò ad affascinarmi e desiderai approfondire quel canale di creatività che si era inaspettatamente aperto. Mi confrontai con “coloro che sanno”, i sapienti dell’arte, e mi dissero che avevo iniziato dal surrealismo, e questo era un buon inizio.
Surrealismo? Cosa era mai? Non mi prodigai per informarmi, ero troppo presa dalla bellezza e dal fascino della creazione per perder tempo sui libri… Continuai la mia esperienza trascinata da questa “bellezza” e mentre creavo iniziai a riflettere su cosa succede nella creazione artistica: nasce dentro di te un’idea, un’ispirazione, come un figlio, come qualcosa che è altro da te; da quel momento l’ispirazione ha una vita propria ed è lei che ti conduce a realizzarla. Non sei tu che crei, è lei che crea e fa, tu diventi solo strumento. Insomma, capii quello che poi avrei letto molti anni dopo in Klee: “La bellezza passa attraverso di te”

Andai oltre quel passaggio, mi sembrava infatti che quella vita non fosse altro da me ma che attraverso quella vita veniva fuori il mio io, quello vero. Scoprii l’arte quale disvelamento dell’essere… Solo che l’arte non svelava un paio di scarpe, come nel quadro di Van Gogh, svelava me ed io mi riconoscevo pienamente in quello che realizzavo. Scoprii che l’arte “svela la soggettività inconscia che ci caratterizza, la ‹‹vera›› realtà del nostro essere nel mondo” .
Iniziai a pensare che l’essere che è in me è Bellezza, è Arte, e questa Bellezza ha bisogno del mio Agire per esprimersi.
Quelle prime riflessioni non solo furono la porta d’accesso ad una nuova situazione, quella dell’ascolto, che mi portò nel tempo a diventare una persona credente, furono anche l’inizio di una riflessione sulla coscienza, sull’arte, sul pensiero, sull’uomo… In una parola, sull’Essere.
Come mai, pur essendo chiusa in casa, senza nessun tipo di conoscenze, realizzavo opere con una forma nuova d’utilizzo dei materiali proprio come stavano facendo altri artisti in altre parti del mondo e immaginavo un’architettura che sfidava le leggi dei materiali, intuendo empiricamente la geometria “frattale” con la cui applicazione alcuni architetti costruiscono? Perché l’uomo è inserito nella storia con una “legge epistemica”(1)? Come mai avevo nel mio DNA la storia dell’uomo e mi era stato possibile, senza conoscenze, iniziare dal surrealismo e attingere a piene mani da tutta l’arte moderna e postmoderna e da tutto il pensiero filosofico come se fosse mio naturale bagaglio culturale? Perché ritrovavo in me una certa eredità esistenzialista, heideggeriana, senza mai aver conosciuto nessun pensiero, neanche minimo, di questi illustri personaggi? Come era potuto succedere che la notte del 29 maggio del 1984, chiusa nella mia casa, realizzavo un plastico di uno stadio in cui si beveva e ci si massacrava, entrando in profetica comunione con quanto stava avvenendo nello stadio Heysel? Perché un senso di Morte pervadeva ogni espressione del mio essere ma ad esso il mio essere si ribellava mentre reclamava la Vita?
Iniziai a studiare, freneticamente, per capire perché eravamo dovuti passare così abbondantemente dalla Morte per affermare la Vita… E più studiavo e più mi convincevo che nella mia vita avevo esperito il pensiero di tanti, tanti, tanti… Senza averli mai incontrati, conosciuti, studiati… E più studiavo e più mi rendevo conto di essere figlia del mio tempo, anzi – col senno di poi posso dirlo -, figlia di Dio nel mio tempo. E quale figlia di Dio portavo in me, inconsapevolmente, tutto lo Spirito del Concilio con il suo umanesimo e la sua cultura dell’uomo, mentre come figlia del mio tempo, sempre inconsapevolmente, portavo in me tutto il clima e l’orientamento postmoderno. Ma ora sì posso dirlo, consapevolmente, questa cultura del mio tempo io l’ho superata, e l’ho superata certo non per mia abilità né conoscenza – non posseggo né l’una né l’altra – ma solo per prodigio della Provvidenza! L’ho superata proprio nella direzione che tale cultura oggi sta prendendo: una ricostruzione critica che affronta le istanze etico-sociali del presente. Il miracolo, forse, è avvenuto, perché in me vivono quelli che per altri sono solo miti del passato mentre questo mio lavoro dimostra che davvero sono donna ispirata da Dio che vive nella storia. Una donna che con Dio nella storia ha generato in sé l’idea del Cammino con l’uomo Viandante non più solo, Uomo Globale vittorioso sul secolo del nichilismo e della morte.
Nel 1988 ho messo da parte questo progetto per una scelta vocazionale, ma nel 1997 ho partecipato ad un incontro a Roma organizzato per il primo forum del Progetto Culturale della Chiesa. È stato in quell’occasione che ho deciso di riprenderlo in mano… perché l’Arte, la Filosofia, la Cultura… tutto è nostro e noi siamo di Cristo!

(1) chiamo “realtà epistemica della conoscenza” (epistamai: ho conoscenza – nel senso di capacità, possibilità, saper fare, avere esperienza) il “kairòs conoscitivo” che si realizza in virtù di quello che Giuseppe Bonura chiama “senso storico”, ossia tutto ciò che nella conoscenza e nell’arte ci ha preceduto, ossia, una specie di “memoria” della conoscenza. Ogni individuo porta nel suo “corredo genetico” il cammino conoscitivo e, proprio in virtù di tale cammino e dei kairòs conoscitivi che ne conseguono, si stabiliscono “relazioni conoscitive” tra le conoscenze e tra gli uomini. In definitiva, c’è una specie di unicità nel cammino conoscitivo all’interno delle varie culture… Certo, non dico nulla di nuovo, anche per la scuola di Francoforte la realtà degli uomini immersi nella natura è una totalità, per questo ogni branca del sapere scientifico è intimamente correlata con ogni altra. Solo che io azzardo un ulteriore passaggio: non solo i saperi sono correlati ma anche gli uomini di sapere e gli uomini in generale… E dai vari epistemi riesci a riconoscere le “comunità”… Credo sia anche Del Noce a sostenerlo: nel vissuto umano c’è una parte mutabile che è determinata dalle circostanze, dall’ambiente, dalla stessa libertà, ma c’è anche un nucleo immutabile “patrimonio” di tutta l’umanità. E’ un mistero grande, ma davvero non riesco a non pensare che discendiamo tutti dalla stessa radice… e fintanto che non riusciremo a sentirci e a vivere questa meravigliosa unità cosmica, l’uomo non avrà realizzato il suo vero essere. E se il suo essere si realizza pienamente nell’unità, il suo essere non può che essere… amore… A parte questa digressione, credo che riusciremo a riconoscere questo “patrimonio” comune quando ci sarà un confronto epistemico tra le varie culture che ci porterà, non ad una omologazione,ma alla comunione nella differenziazione.

È chiaro che con questa mia diversa interpretazione di episteme ho la possibilità di confutare l’assenza di senso della storia con la relativa successione discontinua di epistemi di cui parla Michel Foucault con la sua scienza degli epistemi, l’archeologia dei saperi. Perché la possibilità conoscitiva si determina in un dato momento storico grazie a dei kairòs conoscitivi che sono espressione di un cammino storico, ovvero, di un cammino comune. E sono queste possibilità conoscitive che stabiliscono una relazione tra i saperi e tra le persone. Tra l’altro, l’opzione epistemica di fondo, cioè l’orientamento culturale di fondo scelto in un determinato kairòs, è azione e scelta dell’uomo (tra i significati di epistamai c’è “conosco” e “conoscere” ha tra le sue accezioni il senso di discernimento e decisione mentre episteme ha quello di applicazione). E se un kairòs, cioè un determinato momento storico, offre all’uomo una possibilità d’azione, una scelta, cade ogni pretesa di non senso storico. Per esempio, Foucault afferma che nella terza struttura epistemica, quella che secondo l’autore si è affermata nel secolo XIX, il sapere ricerca una diversa dimensione del reale, quella nascosta. Innanzitutto, il soggetto non è il sapere ma l’uomo di sapere e poi la possibilità di rivolgersi alla dimensione nascosta del reale è data proprio dalla “possibilità storica” che il sapere ha: dopo aver percorso le tappe di conoscenza dei significati e delle differenze, ecco che l’uomo, grazie anche alle nuove possibilità che la ricerca ha aperto, come quelle della scoperta dell’inconscio, per esempio, può rivolgere la sua attenzione alle dimensioni nascoste del reale. E intanto Freud ha potuto giungere alle sue conoscenze in quanto altri lo hanno preceduto nel cammino conoscitivo. Mio fratello fisico direbbe: noi guardiamo quello che altri hanno guardato e vediamo quello che gli altri non hanno visto. Ma se non avessero guardato questi altri noi non avremmo potuto vedere oltre: c’è un cammino storico conoscitivo. Ed è proprio la conoscenza che fa superare il nonsenso della storia… Ed è per questo che la prima cosa che fu data ad Adamo nel giardino è la capacità conoscitiva: “dare il nome a tutte le cose” cf. Gn 2,19.
cfr. S. Paolo in 1Cor 3, 22-23

Quale piramide hai visto, il libro o la recensione? Sai, ho continuato la ricerca di quella primitiva intuizione piramidale e ne ho fatto una tesi di laurea in medicina! Apprezzatissima. Voglio pubblicare questa ricerca perché deve essere l’inizio del cammino di ricucitura degli strappi delle vesti dell’umanesimo

http://www.lsdmagazine.com/progetto-piramide-il-cammino-di-suor-laura-tra-pedagogia-e-spiritualita/5854/ ho visto questo, racconta (quella sei tu gipsy-sister?) leggo citato durkheim wow ho fatto studi di antropologia

questo mi ha colpito: la Catarsi dell’individuo, il quale non sarà più costretto dalle catene della razionalità ad essere solo uomo di intelletto ma si trasmuterà, grazie all’attività artistica in “genio” frutto dell’unione di logica e pura intuizione

sì, sono io la gipsy, e la sister. E dunque, la gipsy sister
Viandante in cammino, sempre e costantemente in luoghi di “transito” e di “passaggio”… E spesso, perciò, come sono solita dire, so dove mi alzo e non so dove mi addormento!
Sai qual è il primo ricordo assoluto che ho della mia vita? Avevo tre anni, prima di quell’evento non ricordo nulla. Quell’episodio è impresso come un quadro nella mia memoria, un’immagine direi profetica: traslocavo da una casa all’altra, ero per via, e portavo con me una sedia a dondolo che trasportavo appoggiata sulla mia testa.
La mia piccola dondolo: la sedia della mia stabilità e del mio riposo lungo il cammino quale viandante sulle vie della vita.
Ecco, ora con i miei studi in medicina e con la mia tesi in psichiatria “La salute: uno stile di vita. Dalla medicina alla pedagogia per una visione sistemica”, tra le altre cose ho anche ridefinito con argomentazioni scientifiche quel quadro della mia vita che in qualche modo descrive l’esistenza umana: la vita accade sull’orlo del caos, sempre in una grande instabilità, mentre il cervello umano richiede stabilità … Per vivere bene l’uomo chiede sedie! Ma chi poi si siede è perduto! La morte ferma, e costringe a cedere il passo ad altri che si affacciano alla vita … Chi ci libererà da questo dramma? Chi e cosa ci darà riposo? Un luogo, che non è stabile, come la dondolo, perché non è fisico, non è fisso e in esso non vi è materia. È  il luogo in cui accade l’umanità, così “diversa” in tutta la magnificenza della creazione. Quel luogo è il luogo previo, un luogo che sta prima, prima del “passaggio”, così l’ho chiamato. È il luogo metafisico in cui avviene quell’azione, tutta simbolica, del “passaggio” dalla biologia delle sinapsi all’attività simbolica. Unico passaggio che rende l’uomo uomo e “diverso”. Luogo di grandissima instabilità, perché luogo non fisico in cui accade un’azione continua e non più prettamente biologica. Ma anche luogo di grande stabilità perché è lì e solo lì che accade l’umanità. Quello è il luogo in cui l’uomo può conoscere l’autentica libertà da ogni determinismo. Quello è lo spazio della relazione, e non solo perché la simbologia è il prodotto culturale che si realizza nella relazione, ma soprattutto perché quello è lo spazio comune, appartiene a ogni disciplina e a ogni forma di ricerca, compresa quella spirituale. E a ogni cultura. Quello è lo spazio dell’unità, perché in quel luogo non è possibile demarcare confini, né nel singolo uomo, né tra tutte le discipline, né tra tutti coloro preposti alla guida e formazione dell’uomo … Né ha tanto senso porre troppe frontiere tra le varie culture perché la struttura di quel luogo è comune …
Chi vive in quel luogo, dunque, vive beato, calmo, sereno, libero, unito (corpo-mente-psiche-spirito). E vive come uomo globale e relazionale. Uomo universale, sì, ma uomo glocale: alte vette, sguardi lontani, grandi relazioni ma profonde radici e incarnazioni.
La via da me scelta nel cammino formativo per giungere a piccoli passi in quel luogo è l’arte, uno tra i passi fondamentali dell’espressione della vita. Nel processo creativo tutte le componenti emotive, percettive, comportamentali, si liberano da ogni prigione. Inoltre, l’artista, come il religioso, come lo scienziato, come ogni autentico ricercatore, vive sul crinale della realtà, tra ciò che percepisce e ciò che immagina e intravede, tra ciò che è fisico e ciò che è metafisico … Mentre crea, è in profondo ascolto di se stesso e di tutta la creazione attraverso i materiali che usa e trasforma e, appena conclusa un’opera – e un’opera che sia davvero tale è sempre per via, mai può dirsi conclusa-, la dona e la consegna a quanti di questa usufruiranno. Ed entra in relazione profonda anche con questi altri che sempre contribuiranno al completamento dell’opera con la loro interpretazione e decodifica, rivelando allo stesso autore pezzi del suo Sé presenti in forma inconscia nell’opera. In fondo, con l’arte accade la stessa cosa che accade con la matematica e con tutte le azioni che accadono nel luogo previo … La matematica è un’attività mentale extralinguistica, basata sull’intuizione pura. Attraverso quest’attività la mentre crea novità che si ritrovano, quali oggetti, con una propria autonomia. Una volta creati, gli oggetti sono analizzati logicamente, descritti e comunicati agli altri. È ciò che avviene nell’esperienza artistica: ci si ritira nella zona di “silenzio” extralinguistica, nel luogo di “assenza” di tutto ciò che già c’è, per creare la novità, quindi si comunica con l’opera e si analizza con le capacità razionali. Questo è ciò che accade anche nell’esperienza mistica …. Perché unica è la via in cui accade l’umanità: si esce dal piano biologico, si crea novità, si comunica, si analizza, s’incarna …
Non propongo subito la via spirituale: lo spirito è la sommità, la vetta dell’umanità. Un uomo, perciò, per essere davvero spirituale, deve prima essere vero uomo, altrimenti le spiritualità possono presentarsi come orribili deformità, di cui i fondamentalismi sono mirabili esempi.

Catarsi, è un termine usato dall’autore dell’articolo sul mio Progetto. Io non l’ho mai usato. L’arte che propongo, che è la via della vita, non è catartica, ha un termine nuovo, un neologismo che ho inventato per trovare una parola adatta a esprimere quel cambiamento auspicato, da molti anche avviato. Augusto Boal desiderava che si trovasse quel nome … e mentre lui desiderava in un’altra parte del mondo, io lo coniavo senza nemmeno conoscere il suo desiderio: coloro che vivono nel luogo previo sono in profonda comunione. La chiamo arte diallergetica, un’arte che ha superato la stasi della catarsi. Una tale arte presuppone sempre la presenza attiva dello spettatore e la possibilità di cambiamento. L’arte da tempo ha aperto questa via. L’azione diallergetica, però, deve essere preceduta da quella dianalogica, che presuppone la comprensione, la contemplazione e anche la catartica purificazione. Molta catarsi sfocia in bassissima e pessima qualità nei media, anche quando si dà molto spazio al protagonismo e all’azione individuale, proprio perché si salta il gradino della consapevolezza dianalogica, con il risultato di una mediocrità dilagante e di un’umanità mortificata. Chiaro, risultati anche previsti, voluti e cercati, ahimè! Il lavoro “disturbante” per questo imperante e tentacolare sistema, è proprio la coniugazione dei due momenti. Per inciso, dianalogico: dal greco diàlogos = dialogo e diànoia = senso: stimolare il dialogo dando la possibilità di trovare un senso comune senza mai rinunciare alla propria individualità; diallergetico: sempre dal greco, diallasso = cambio e èrgon = esecuzione, opera: si individua con un’azione la possibilità di cambiamento. Il mio non è un metodo, è una lingua!, che ho simpaticamente battezzato didà = dire-dare, da dianalogico e diallergetico, appunto. Didà è un modo di vivere e di comunicare con una grande capacità di dialogo anche con realtà lontane e diverse, stabilendo un rapporto fortemente empatico con le persone e le realtà con cui si dialoga: indossare i panni dell’altro pur rimanendo se stessi e far indossare i propri panni all’altro. In questo modo c’è la possibilità di dialogare in modo autentico con la possibilità di far fiorire la “funzione emergente”, ossia, una novità d’azione in cui entrambe le parti dialoganti si riconoscono.
Ho citato Durkheim, ma anche tanti tanti altri. Solo per ignoranza non li cito tutti! Perché, come sempre dico, occorre salire sulle spalle di ogni uomo e di tutti gli uomini per sperare di intravedere la verità della vita e dell’uomo. E dopo essere salita su tutte le spalle umane, bisogna avere anche l’umiltà di intraprendere un cammino per ascoltare, aldilà dell’uomo, ciò che chiamiamo il divino … Perché l’essere umano è un essere biologico, psichico, sociale, etico ma anche e soprattutto spirituale. Lo impone il luogo in cui accade l’umanità …

Nulla sento come mia specifica patria, i pellegrini sono viandanti senza una specifica dimora, ma ogni luogo diventa ed è propria patria.
L’ utilità è il criterio che muove ogni azione nel mondo perché … l’utilità è il criterio di ogni forma vitale … C’è solo un essere vivente capace di superare questa “necessità”: l’essere umano!! Con una dimensione, che chiamo l’ “in più” che solo l’uomo ha nella sua pienezza e che sopperisce alle eventuali carenze dell’individuo: la solidarietà. Ma autentica solidarietà non è quella spicciola che poi, in fondo in fondo, gratifica solo il nostro Io. L’ “in più” è pura gratuità, capacità di perdere e di perdersi. Il vangelo usa un’espressione fortissima che ben rivela questa dimensione: “Chi perde la sua vita per me la ritroverà”. Quando entri davvero nella dimensione del dono, che solo con una coraggiosa estasi dall’Io è possibile – Dawkins, giustamente, sottolinea l’egoismo dei geni, il trarre a sé e per sé fa parte della struttura di ogni sistema vivente!! Dunque se vuoi conoscere la dimensione del dono devi superare la natura biologica , “perdere la vita” ed entrare nel soprannaturale … l’oltre uomo, appunto, per essere veramente uomo: “ritrovare la vita” – quando dunque trovi questo coraggio, vivi nel luogo previo, il luogo del veramente umano, della relazione: dell’incontro con l’altro e … con il totalmente Altro. E sei in profonda comunione con tutto e con tutti. Francesco l’aveva pienamente compreso e vissuto. Lui è mio Padre!
Vedi caro amico, quell’ “oltre l’uomo” può essere fortemente frainteso, e di fatto molto lo è stato. Una ricerca, perché sia davvero illuminante, autentica, utile: cioè produttrice di vita e non di stasi o peggio di morte!, deve essere fondata sull’umiltà, sul continuo confronto, sulla presenza di compagni di viaggio, sulla capacità di riconoscere i propri sbagli, sul coraggio del cambiamento …. Le monadi non cammino, girano solo su se stessi … Ed è questo il senso autentico della comunità, della fraternità … e della Chiesa. “Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera”: in cammino, non da soli e sempre in ascolto … Per questo ho deciso di prendere questo Compagno di viaggio nella mia vita, di essere parte della Chiesa ma di vivere in mezzo agli uomini.

APPENDICE SULLA CONSACRAZIONE DI LAURA

Carissimo,
eccomi, finalmente un po’ calma e di tempo, bagnato dalle prime piogge autunnali. Consacrazione, allora, ti interessa questo mistero … Mistero: qualcosa di cui si può dire poco e male perché, di fronte al mistero, si può solo mettere la mano sulla bocca e tacere (come sottolinea, credo, anche l’etimologia stessa della parola:  chiudere le labbra).;) Non si racconta nel libro di Giobbe che questi fu letteralmente smontato nella sua presunzione di conoscere e di parlare di Dio? E quel libro termina, in modo sublime, con l’affermazione di Giobbe: “Mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non replicherò, ho parlato due volte, ma non continuerò … Io ti conoscevo per sentito dire … ” (Gb 40-42).
Ecco, con la mia mano sulla bocca e con tutta l’umiltà che quest’argomento pretende, provo a blaterare qualche parola e devo dirla qualche parola perché … all’uomo è data la possibilità di penetrare questo mistero: non esclama infine Giobbe: “Ma ora i miei occhi ti vedono”!?
Cum sacer, consacrare = rendere sacro per mezzo di un’azione. Un’azione liturgica, un’azione sacramentale quale il battesimo, l’ordine, il matrimonio, attraverso un rito, come quello che ho fatto io: il rito delle vergini, uno dei riti più antichi, ripreso poi dopo il Concilio Vaticano II. Un’azione che ti permette di vivere con il sacro e di essere come il sacro. E ogni tipo di consacrazione è la manifestazione di un aspetto della sacralità. Per poter cercare di comprendere il Dio che si è rivelato in Gesù Cristo dovremmo penetrare i misteri di tutte le consacrazioni, non dimenticando un dato essenziale poco considerato. E sotto quest’aspetto il cristianesimo va riscoperto e rivalutato (e questa è la mia chiamata e la mia missione: sacro significa separato, quindi consacrare significa unire (ecco perché un cristiano, consacrato con il battesimo, è chiamato a unire, a fare ponti. Tanto più è chiamato a farlo chi, come me, ha sancito questa unità con un ulteriore rito). Cioè, un cristiano o è uomo universale o non è cristiano. E chiarisco meglio questo concetto sottolineando un altro aspetto fondamentale da rivalutare per capire quello che, secondo me, ancora non si è compreso bene del cristianesimo: Gesù, l’Uomo universale, entrò nel Giordano per farsi battezzare. Giovanni si scandalizzò, sapendo bene che Gesù non aveva bisogno di unirsi alla divinità, lo era già! Ma Gesù lo fermò e gli disse che bisognava che si compisse quel rito. E perché? Perché Gesù si è battezzato con un’acqua della nostra creazione? Perché in quel rito Egli ha unito a sé, e dunque a Dio, tutta la creazione e ogni uomo di ogni luogo e tempo!!! E unendoli a sé, li ha uniti tra di loro. Capisci perché dico che un cristiano o è uomo e fratello universale o non è cristiano. Quale senso ha fare divisioni?? e con chi dobbiamo sentirci divisi??? Alla luce di queste riflessioni si comprende bene lo strazio finale di Gesù, con cui Gesù se n’ è andato da questa terra: “Che siano una sola cosa, Padre, come Tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una sola cosa” (Gv 17, 21). Un cristiano deve avere quell’anelito di Gesù: unire il mondo!


Quindi la consacrazione è come una specie di ponte (in questo senso Gesù è il sommo pontefice! e questo anche il senso della presenza di un pontefice = fare unità) che permette, per fare unità, un salto dall’umanità alla divinità, salto che non mortifica però l’umanità, tutt’altro. Nulla accade a suo discapito (per questo sono convinta che alcune parole quali: olocausto, sacrificio … , andrebbero rivedute e corrette, non rendono affatto l’idea di ciò che significa vivere con il sacro, essere consacrati. La consacrazione è un incontro, anzi, è l’incontro, non uno qualsiasi, ma quello che solo la natura umana può vivere, neanche gli angeli hanno questo privilegio, non hanno una natura umana!: l’incontro tra la natura umana e quella divina. E in quest’incontro l’essere umano non unisce solo la sua natura e la sua carne, bensì l’intera creazione che l’essere umano rappresenta e porta in sé. Pensa al significato dell’offertorio nel rito della messa: si portano all’altare i frutti della terra perché, nella consacrazione e transustanziazione vengono assunti, uniti al divino. Pensa al simbolo che Gesù ha scelto: il pane e il vino, frutti della terra, e comprenderai bene quello che sto dicendo. Pensa, secondo questa logica, cosa significa e quale significato ha la sessualità, per esempio, tenendo conto che la sessualità è l’energia vitale che sta al fondamento della creazione. Pensa a cosa dovrebbe essere e significare vivere la sessualità, il matrimonio. Noi ne abbiamo fatto scempio e dell’una e dell’altro, sia in senso moralistico, sia in senso di libertinaggio. Siamo ancora così lontani dalla verità della creazione.
E se siamo pura energia sessuale, perché un religioso fa il dono di sé con la castità?, vi chiedete sempre … Perché, un religioso in pienezza vive la dimensione dell’universalità e per poter essere di tutti non deve appartenere a nessuno! Quindi la consacrazione verginale è un ulteriore salto che permette ulteriormente di unire, un salto che, ancora una volta, non mortifica affatto la nostra componente umana perché, donare totalmente la propria sessualità, non significa perderla ma trasformarla. Ed è ciò che accade nella vita mistica. Ma questo è un linguaggio che si comprende solo quando si vive … Gli apostoli, a tal proposito dissero: “Se questa è la condizione degli uomini rispetto alla donna, non conviene sposarsi. Ma Gesù rispose loro: Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso (Mt 19, 10). È una chiamata particolare … Se tutti diventassero religiosi non ci sarebbero neanche più religiosi perché non avremmo più figli. Però, in ogni caso, proprio perché il cristiano e tutti gli uomini sono chiamati a essere uomini universali, il misticismo non dovrebbe essere una nicchia per pochi!!! Tanto più, come nella mia tesi ho detto, perché l’umanità accade in un “luogo” tutto metafisico!
La mia consacrazione? Quella solenne è stata a Napoli, il primo novembre del 1993, nelle mani del cardinale con solenne cerimonia e abito bianco come una sposa. Mentre salivo sull’altare ero pallida come un cadavere, qualcuno tra i fedeli se ne accorse e si chiese se ce l’avrei fatta senza svenire o collassare. Ero pallida, caro mio amico Antonio, perché sapevo bene cosa stavo facendo. Lo sapevo così bene che per mesi, prima della consacrazione, mi sono ritrovata ad andare avanti e indietro nella mia stanza con un colossale magone, chiedendomi se era proprio quello che dovevo e volevo fare. Con la consacrazione mettevo la mia vita nelle mani della Chiesa, quella Chiesa di cui conosciamo e sentiamo dire sempre peste e corna, e in particolare mettevo la mia vita nelle mani dei sacerdoti, di cui non ci sfuggono tutte le magagne, le infedeltà, le incongruenze, i danni … Ecco, in questo senso posso davvero usare la parola : un olocausto! Quello che Dio mi stava chiedendo era un vero e proprio olocausto! E mi chiedevo se avesse senso … Per questo ero pallida, quasi cadaverica …
“Ecco tua madre”, disse Gesù a Giovanni e “da quel momento il discepolo la prese in casa sua” (Gv 19, 27). Anch’io avevo preso quella Madre nella mia vita, l’avevo conosciuta, era impossibile resistere alla sua bellezza, alla sua perfezione, alla sua umiltà, alla sua bontà, alla sua intraprendenza, al suo coraggio, al suo desiderio di costruzione dell’uomo, della divinità, della comunità… “Ecco tua madre”: sapevo che a quella Madre preme la sorte della suoi figli, è Lei che chiama, è Lei che muove, è Lei che ha ansia e trepidazione … La Chiesa le appartiene, l’ha fatta e la vuole fare Lei! E l’umanità le è cara quanto il suo Figlio … Prendere Lei nella propria vita significa avere a cuore le sorti della Chiesa e dell’umanità … “Va’ e ripara la mia casa”, sentì Francesco, ed è un invito che dovrebbe sentire fortissimo ogni cristiano! La Chiesa e l’umanità sono fatte da ciascuno di noi e non si può restaurare l’umanità senza essere uomini, così come non si può restaurare la Chiesa senza farne parte … Mi stesi perciò convinta sul freddo marmo, momento più solenne di tutta la cerimonia, il freddo stava per paralizzare il mio pallore, e temetti per sempre! Ma uno strano calore mi invase, forte, totale, dolcissimo e delicatissimo. Lo stesso calore che sentì, come poi mi raccontò, nello stesso momento e con le stesse intensità e caratteristiche, una mia amica che stava tra i fedeli, una non credente, una collega di lavoro con cui stavamo portando in giro un simpatico spettacolo teatrale: “I love you bambolina”.
Ci si stende a terra quando si decide di fare quel salto, dalla carne allo spirito, dall’umano al divino. Ecco, l’avevo fatto, ero a tutti unita e quello che sentii era il calore dell’unione, dell’Amore che unisce. Avevo vinto! Ce l’avevo fatta contro ogni dubbio e timore.
Non separi l’uomo ciò che Dio ha unito …

IL PENSIERO CHE SI FORMA CAMMINANDO

(dedicato a Robert Walser)

1. IN CAMMINO I SENSI ALL’ERTA

In cammino i sensi all’erta

Ascolto i grilli, mi stupisco di sentirli a quest’ora serale

L’odore dell’erba tagliata è penetrante

Evoca le estati in campagna lungofiume viali di pioppi pesca con le mani bagni nell’acqua corrente

Vedo un gatto rannicchiato nel campo ai margini della strada sterrata

Raccolgo un sasso – non si sa mai si trattasse d’un gatto selvatico ma non ne ha

L’aria

Impugno il sasso con fare minaccioso e penso che la natura può essere spesso crudele

La natura non accetta le regole e le consuetudini umane

Lancio il sasso lontano dal gatto

Non voglio fargli male, che diamine

Versi uccelleschi provengono da ogni dove

Il rumore dei passi si raddoppia in una specie di eco, in prossimità del dosso

Mi inoltro nel bosco prendendo una strada secondaria rispetto a quella asfaltata

Raggiungo presto un chiaro del bosco

Una lichtung, un’apertura di luce, come m’insegna Mastro Heidegger

Come pure m’insegna -sorella nel cammino -Maria Zambrano

I sensi all’erta, annuso l’aria, mi guardo intorno, ascolto l’assenza di rumori meccanici

Continuando per questa strada chissà dove arrivo

Vedo un passero sui fili della luce

Uno solo, fischiettare la sua canzone alla sera

Tanti insieme appollaiati sui fili diritti farebbero una nota musicale su una partitura

La terra è umida ma il temporale posso evitarlo per ora

Il temporale arriverà mentre inizio a scrivere (proprio poco fa) a proposito de

Il pensiero che si forma camminando

Pensiero puro slegato da tutto, dalle contingenze, legato solo ai sensi all’erta

Non ci sono elaborazioni successive alla formazione del pensiero periclitante

Che avviene nell’atto stesso del mettere un passo appresso all’altro

Accanto alla locanda dove poco dopo andrò a mangiare odori di cucina lontani

Mangerò verdure cotte e il ripieno di un animale accompagnato da finocchio selvatico crudo

La mia bevanda sarà una birra fresca che consumerò a piccoli sorsi facendomela bastare

Fino alla fine del pasto veloce, run run run fino alla sazietà

Dopo il cammino una doccia calda

L’acqua scende copiosa sul taglio di capelli recenti

Ma sono ancora –la doccia calda verà dopo – sul tragitto, un circuito immaginario, vizioso, tutto mentale, creato

Improvvisando una traiettoria

Scendo per questo tratturo

(Ma so che non si chiama tratturo e sicuramente i contadini di qui non lo chiamano così)

Sul crinale della collina, evito sul ritorno la doppia curva -con frana- dell’andata

La strada tra i campi mi riporterà

Seguendo un training che superi la mezzora

Al punto di partenza di questo

Circuito immaginario

Verso il limite dei trentacinque minuti (qui esiste solo il tempo di percorrenza

Non il Percorso) riprendo la strada principale

Incrocio un paio di carabinieri fermi ad un incrocio strategico per i loro controlli di routine

Li saluto con un buonasera

Quello che impugna il mitra mi risponde con un cenno del capo

L’altro che scrive sul cofano della camionetta le targhe delle auto fermate e l’orario, mi dice salve

Percorro in salita il viale del cimitero con tutti quei foscoliani cipressi

Davanti al cimitero mi segno e prego a mani giunte guardando verso le tombe che si scorgono

Alzando lo sguardo sul muretto – luogo circoscritto di eternità e infinito nella finitezza della carne

Evito di entrare nel luogo santo dove i morti sono diventati uomini e donne tutti uguali

Il cancello cigolerebbe in modo sinistro come nelle migliori situazioni lovecraftiane

Vorrei lasciare nell’edificio chiuso che funge da chiesuola una fotocopia che ritrae mio padre sorridente

Nel giorno della Cresima della nipote grande e che sta sulla sua tomba

Lontano da qui, verso sud

Lascio la fotocopia sempre nel portafoglio

Prima o poi la metterò insieme alle immaginette dei cari morti altrui sulll’altarino nell’edificio

Dentro il cimitero così saprò per chi recitare le mie preghiere

Anche se i morti sono tutti uguali perchè nella morte diventiamo tutti uguali

Voglio dire potrei pregare rivolto a qualsiasi tomba anche a quella Lucia che sta in alto passando

Vedo la sua tomba costeggiando il muretto del camposanto

Sarebbe come pregare per tutti i miei morti, soprattutto per mio padre

Vorrei questo qualcosa in più, un’immaginetta iconica cui rivolgermi

Ormai sono vicino alla fine del mio giro

Mi tolgo le scarpette comode e le lascio nel bagagliaio della macchina

All’andata ho incrociato solo tre macchine

Al ritorno -sono sicuro- qualcuno mi ha visto e riconosciuto e prima o poi me lo dirà

Ti ho visto da quelle parti, eri proprio tu

Si, sto seguendo un mio training che comprende cammino e pensiero che si forma

In cammino

I sensi all’erta, gli dirò

2. ANCORA IN CAMMINO MA STAVOLTA I SENSI QUIETI NELL’OSSERVARE

Ancora in cammino ma stavolta i sensi quieti nell’osservare

E ascoltare e percepire

La mia ombra che cammina, il sole dietro le spalle, passi corti

A sinistra il mare respira lento con uno sbuffo sulla luce che allunga i contorni

Disegno un Percorso con la mente, pronto a quantificare tempi e accelerazioni

L’occhio vigile pur quieto, strabuzzando lo sguardo, calcolando il fiato

Importante è superare i quaranta minuti di cammino e forse tentare scatti

Inoltrarsi in canyon collinari e salire scoscesi, temendo presenze nell’erba alta

Seguire il sentiero di passi altrui, cacciatori mattutini con i loro fucili caldi

E i bossoli verdi e rossi delle cartucce, abbandonate qui e là

Percorso cifrato che consente un ritorno su coordinate conosciute

Ecco lì un segno del mio passaggio

Là ho sparato parecchi colpi, ferendo il silenzio dell’aria fresca del mattino con secchi rumori tonanti

Questo dice il mattutino cacciatore con il suo confondersi mimetico nella natura

Crudele stavolta è l’uomo che attraversa il passaggio d’erba alta

Un seggiolino malandato, rovesciato su un fianco e un perimetro di frasche

Che confondono il povero inconsapevole uccello di passo in un verde universale e

Indistinguibile, verde la copertura, verdastro l’abbigliamento

Li ho anche sentiti sparare qualche mattino presto, nebbioso momento liminale

Tra il sonno e la veglia quando trasfigurare le parole che diventano presenze

E’ un normale esercizio che compone il rito di passaggio mattutino

Visioni dell’essere-al-di-là-di-noi nella parola inverbata sulla lingua che schiocca

Sapere e conoscenza immediata

Automatico lingueggìo che non usa la via neuronica

Spontaneità del contendere significati fuori di noi, senza coinvolgere la coscienza di sé

Seguo una strada secondaria dopo il piccolo canyon nascosto

Un promontorio sovrasta la strada principale

Sono al limite del tempo che mi sono concesso

La sera scende e allunga le ombre

Ci vorrebbe la ripresa video del mio cammino

Ma solo la ripresa di quell’ombra che avanza lambendo il bosco senza mai penetrarvi davvero

Qualcuno che m’affianca dovrebbe catturare nell’inquadratura quel mio passaggio

Non dovrei farlo io, dovrei trovare un marchingegno per lasciare le braccia penzolanti libere sui fianchi

Incrocio sulla via del ritorno un uomo giovane che saluto con un gesto dicendo salute

Passo a destra e a sinistra per evitare le case con i cani grossi annunciati dai cartelli

Attenti al cane

Non vedo cani, qualche macchina sfreccia al mio fianco superandomi veloce

Devio a destra verso il piccolo cimitero, lo supero, supero il muro che lo circonda e mi chiedo perché dev’esserci un muro che segni il confine tra chi sta dentro e chi fuori

In discesa corro tra gli alti alberi foscoliani, in salita l’ombra di quegli alti alberi tratteggia il mio passaggio deciso, sono uno scalatore, non mi spaventano i passi verticali

Sotto la doccia calda poi sui corti capelli recenti il pensiero si annulla e segue un suo liquido fluire verso un vuoto sentire, verso un tendere al vuoto del pensiero pensato

Non del pensiero raccontato

Un coniglio mi aspetterà a cena nel vociare di tanti sconosciuti, la cuoca infilerà nella carne bianca, anche lei come l’altra dell’altra volta del pensiero che si forma camminando, del finocchio selvatico, stavolta cotto con cura e miscelato con spezie

Al ritorno il sole mi è contro

La luce intensa cancella lo sguardo, un blank di attenzione non permette allo sguardo di catturare l’orizzonte

I contorni dell’orizzonte, irregolarmente tratteggiato dai monti dell’entroterra, raccontano il senso della vita senza tracciare però segni di sorta

In cielo nessuna scia, solo piccole nuvole rinascimentali

3.UN UOMO MI HA VISTO CORRERE ECCO LO SAPEVO QUALCUNO AVREBBE FATTO CON ME QUELLO CHE FACCIO SEMPRE IO

Un uomo mi ha visto correre, ecco lo sapevo qualcuno avrebbe fatto con me quello che faccio sempre io con lo sguardo da lontano verso tanti sconosciuti incontrati per caso, vedere senza essere visto

Collegato alla Rete, con le webcam puntate sul mondo di là dallo schermo nella loro bidimensionalità, mondo apparentemente inespressivo, orizzontale, flatlandia, così ricco di storie in una rappresentazione della realtà anch’essa piatta, senza fronzoli narrativi

Quegli occhi rivolti altrove, quegli occhi elettronici spesso mossi da bracci meccanici

Ti ho visto correre, mi ha detto indicandomi, e sorrideva

Gli ho detto ho corso solo cinquanta metri, mi stupiva -mi stupisce- pensare che mi abbia visto correre proprio in quei cinquanta metri, gli unici di corsa

Cosa pensavo in quel momento?

Il pensiero che si forma camminando svanisce poi senza un esercizio di memoria, senza rime, senza metrica, senza una espressione ripetibile

Super incubi di nostra perlacea segnora scintille di feinn di formula d’intento
Questo riesco a ricordarlo bene, l’ho ripetuto tante volte, è un mio vecchio poema, l’ignoto continua a d

Ecco ci sono

In quel momento pensavo a quanto il mondo scorre veloce roteando sul suo asse e se lo percorro lentamente o velocemente è lo stesso, il mondo continua a scorrere senza curarsi delle mie riflessioni e può diventare inutile camminare o avanzare rapidamente, inutile per il Corso Universale delle Cose, ma importante –attenzione- proprio per quell’attimo che può sfuggire se non sottolineato da un’azione di rilievo, correre era l’azione rilevante di quel momento, per questo era importante farlo e pensare di farlo

La differenza è un infinitesimale attimo vissuto comunque in movimento

L’uomo che il giorno prima mi aveva visto correre continuava a non capire il mio stupore, dentro di me invece pensavo a come mimetizzarmi nella natura una prossima volta, come il cacciatore mattutino, per non essere visto


4. OGNI CAMMINO

Ogni cammino

Come un’epopea di passi

Leggenda di movimenti

Testimonianza di coordinazioni muscolari

E di visioni laterali

Riflessioni

Parole che si formano sulla lingua

Passi recuperati dagli immobilismi recenti

Passi lenti per avvertirne la consistenza

Passi che non lasciano orma però

Il Percorso si inventa sulla strada, camminare permette questa libertà, a destra c’è una fuga, nell’altra direzione il compimento di un sogno, ma di qua cosa c’è?

Mi permetto di guardare a terra e non salutare i passanti fino al momento dell’incrociarsi di sguardi e di tensioni non-verbali, solo i gesti parlano

Ad una donna anziana di questa domenica poco affollata insinuo con voce allegra – lo sguardo lontano, l’attenzione altrove: dicono che faccia bene una camminata, sembra che voglia giustificarmi

Come faccio io? dice la donna
Ho raccolto queste – indica un pugno di erbe varie – come faccio altrimenti?

Dicono che fa proprio bene, ripeto e mi allontano, la incontro di nuovo al secondo passaggio del Percorso, stavolta silenzio tra noi, il dialogo che non era nemmeno un ragionar tra sé

Aguzzo lo sguardo, come nei giochi enigmistici, in cerca di segnali

Ne trovo qualcuno davanti ad una casa in costruzione

Ci sono diversi pacchetti di sigarette Pall Mall di colore azzurro

C’è anche un pacchetto rosso dello stesso tipo di sigarette

Quando ripasso sul Percorso le rivedo

Ho intenzione di contarle, all’inizio ho questa intenzione ma

Non mi sembra un indizio rilevante nella statistica degli impercettibili inutili fatti del quotidiano

Ne conto comunque quattro

Mentre adesso scrivo mi rendo conto che il pensiero non si forma affatto, come ieri un passo dopo l’altro

Vorrei ritrovare la danza verbale del viandante che si rallegra in cuor suo d’una skyline immutata sulla destra quando sono in questa direzione di cammino, nei quasi due decenni in cui – il tempo è stato sempre un Percorso – quella linea non ha costituito semplicemente uno Stato d’Animo

Scoprire i particolari, comporre l’incastro, laggiù – devo voltami – c’era una torre medievale, sul punto più alto della linea, nella sua porzione centrale

Skyline, la linea del pensiero orizzontale

Ritorno a casa passando pel sito d’un monumentino che ricorda piccoli morti mondi antichi, un angelo mesto sorveglia la scena

Ripeto due volte il Percorso così lo vedo bene
Una sorta di replay, focalizzare l’attenzione sui particolari

Il cippo dei caduti di guerra da una parte ha una maggioranza di Cesari, nel versante opposto prevalgono i Giuseppi, questo penso sulle scale di casa, il portone cigola da qualche mese, il cigolio mi impedisce la concentrazione giusta per non dimenticare i particolari della scena, in realtà voglio trovare un libro

A casa cerco il volume di Mastro Heidegger intitolato “In cammino verso il linguaggio”

Non lo trovo subito, prima una doccia, ha una copertina dal doppio colore: rosso e verde scuro, non lo trovo subito, devo rifare gli stessi gesti di quando l’ho messo dove si trova per ritrovarlo, quando lo trovo (che animale che sono, eccolo là) apro a caso il volume con la copertina in brossura colore rosso-verde scuro

Cerco un senso immediato nel testo

Pagina 201, edizioni Mursia, prima pubblicazione italiana 1959, …zur Sprache, ci si inoltra per oscuri sentieri

Nel Dire originario – raccolgo un testimone spigoloso
Persiste una chiarificazione raccontante del linguaggio

Che indica il cammino verso il linguaggio
Che si spinge fin presso il linguaggio come linguaggio
Quindi al suo traguardo

La sera prima durante un colloquio che rimaneva sospeso

Non riuscivo a focalizzare una data, sfogliavo il catalogo di una mostra in memoriam

Dov’ero in quel giorno della mostra?

(Il libro sul linguaggio cercato e trovato in casa la sera dopo c’entra solo in parte, durante il colloquio il mio interlocutore del momento ha fatto una smorfia quando ho mostrato –“L’ultimo sciamano conversazioni su Heidegger”- appena comprato nella libreria sul corso, poco lontano dal luogo della conversazione, dove mi mostra il catalogo realizzato per l’artista scomparso da poco, ma poco son sette anni)

Perché non c’è una foto mia in quel catalogo visto che ce n’è una del mio amico?

La verità è che nel pomeriggio di quel primo aprile arrancavo su un Percorso desacralizzato

Accompagnato da un Cireneo caritatevole che continuava a parlarmi roteando quel suo dito dove indossa un anello a forma di crocifisso, incurvato per consentire di indossarlo

Un ronzio in testa mi impediva allora (sto facendo salti -come lampi- nel tempo) di capire le sue parole

Arrancavo fumando sigarette nervose, quell’ultima volta che ancora fumavo

Anche se in altro luogo ed estraneo ormai a tutto
Sono accanto alla carrozza nera concettuale ora
-Adesso la carrozza è proposta, per l’acquisto, ad un miliardo-
Opera dell’artista di cui si celebrava la memoria in quel primo aprile di burle
Nelle foto ci sono persone –ma non io- che
Appena passate le ore sedici
Tutti con i bicchieri in mano degli aperitivi
Vino bianco fresco per rallegrare la in fondo triste serata
Che triste in realtà non vorrebbe essere nelle foto
Semmai serata evocativa eccetera

Ecco perché non c’ero, adesso mi ricordo

Stavo morendo di morte lenta

Anche se poi ghermito per i capelli, iniettatomi di sangue e terra d’altre latitudini, con altre coordinate linguistiche in testa, un miscuglio di lemmi, singulti, schiocchi, francesismi, spagnolismi, esse finali, parole con poco stupido senso grammaticale, che diventavano tutte insieme un suono spaventoso che non ricorda altri sottofondi, tutto questo nel delirio di ricordi e di rimandi

La morte lenta, soffice, senza un apparente perché

Sembrava tutto così triste ma era un ripetere antiche formule giaculatorie con il mio amico durante quel colloquio in penombra

La mattina dopo, la domenica, il cammino e il pensiero che si forma camminando

Nessuna cosa è dove la parola manca

Posso gridarlo forte

5. LI HO VISTI FINALMENTE GLI UCCELLINI FERMI SU DUE FILI DELLA LUCE QUASI A FORMARE UNA NOTA MUSICALE SU UNO SPARTITO

Li ho visti finalmente gli uccellini fermi su due fili della luce paralleli quasi a formare una nota musicale su uno spartito

Ho superato quel punto visionario passandogli di lato, i fili tracciavano nell’aria linee che non si incontreranno mai, ho pensato a quando tracciavo linee anch’io su fogli regolari

Il foglio finiva sempre e le linee potevano continuare anche se solo la mente-che-vede di là dal foglio sarebbe stata capace di descrivere

Al ritorno gli uccellini non c’erano più, s’ascoltava invece un porco suono disumano di sofferenza, giù nella porcilaia

Passando rasente ad un prato sono ancora stupito del suono dei grilli diurni, sono così vicini

Ho sempre associato i grilli alla notte

La luna si alzerà tra poco nella direzione del cammino, dalla parte dove sorge il sole,

Forse un po’ più in là,

Mi sporgo dalla finestra, superando i rumori del traffico che entrano prepotenti, cercando di non farci caso

Prima per strada questo rumore non lo avvertivo per quanto fossi impegnato a schivare i cani che con determinazione dicevano “di qua dalla rete il territorio mi appartiene, capito?” nel loro modo cagnesco

Cresce la musica sintetica che le piccole casse del portatile mi permettono di ascoltare, questo sì è traffico di veloci macchine notturne, la musica descrive i giorni tutti attaccati L’uno all’altro e la difficoltà di renderne testimonianza pur con una parola appena, un gesto delle dita che sfrigolano l’aria intorno

Mi porto dietro una bandana con tante teste di morto, con le tibie incrociate proprio sotto il teschio

L’immagine simmetrica è rassicurante se presa nel senso piratesco delle teste di morto,

Sono dieci teste di morto con le tibie incrociate su un lato
Per tredici teste di morto sull’altro
Totale centotrenta teste di morto

Annodo la bandana al polso per asciugarmi il sudore quando verrà copioso e sarò controsole, la luce intensa dritta negli occhi a perfezionare l’impressione di vuoto tra l’universo esterno e quello interiore

Osservo ginestre e margherite lungo il Percorso, stavolta con l’idea incerta di crearne le coordinate, superando il promontorio che sovrasta le curve a gomito della strada asfaltata

Sotto la doccia mi guardo allo specchio e continuo a chiedermi – quasi come ogni mattino – chi è quell’uomo che mi guarda e si guarda allo specchio

Mi stupisco di trovare una risposta leggera che non ha bisogno di parole ma semplicemente di un’occhiata di intesa

Per il ritorno scelgo la via della chiesuola che trovo ancora chiusa

La via è dedicata ad un povero Duilio trucidato nel luglio del 1944

I cani da guardia delle case col prato mi abbaiano contro

Non alzo nemmeno il capo

Devo dimostrare indifferenza per non far vedere loro il senso della mia paura

Paura sottile forse ma m’immagino come affrontare un cane che ti si avventa contro

Qualcuno riposa nel cimitero, che supero, da molti anni

Maria è una di quelle che riposano qui

Prego sottovoce con le formule che conosco

Mi segno
..

Passi veloci per diventare oltreumani almeno metaforicamente

La fine del Percorso probabilmente arriverà quando riuscirò a mettere la fotocopia che ritrae mio padre, sulla mensola con le altre immagini di uomini e donne di cui rimane un ricordo

Adesso che è notte e il Brasile attacca la Croazia cerco la luna
Non ho guardato bene, non la trovo

6. IL PENSIERO STAVOLTA MI COGLIE ELLENICO CON LE SUE TRAGEDIE LUNGO IL TRAGITTO ACCALDATO

Il pensiero stavolta mi coglie ellenico con le sue tragedie lungo il tragitto accaldato
– non il Percorso in verità – verso la pausa-pranzo nel giorno di Bloom, giugno a metà, una prospettiva marina all’orizzonte, introibo ad altare Dei eccetera

Verso quel ristorante a Rimini dopo l’area archeologica di Piazza Ferrari che richiama nel nome freschi pomeriggi sotto le acacie con tutte quelle cicale nei giorni perduti che sembravano non finire mai,

Dove adesso le cicale non ci sono più – ma ci saranno mai state?
in quel ristorante persiste però il piacere della frescura pranzando all’aperto

Un pensiero – quello ellenico e maledetto – che non ammette repliche

Gli occhi si fanno subito umidi, difficile la parola immediata,
quella che esprime un sentimento,

Davanti a me il mio compagno di lavoro cammina veloce, non vede il mio sgomento,

Morire nella bella stagione è una consolazione,
non ci si intristisce in casa,
non si accende il fuoco nel camino per forza,
per distrarsi,

Il paese intero invece nel caldo di questo giugno crudele,
– aprile è passato da tanto –
mentre i treni sfrecciano verso Ancona da Roma,
accompagna la bambola morta con i pensieri immobili dei suoi abitanti,

Vieni a vedere c’è una bambola sul letto, sta dormendo


A nulla valgono le parole del prete che raccontano di alcune vergini che aspettano –alcune- lo sposo senza scorta di olio per la lucerna, le altre previdenti invece la scorta d’olio l’hanno fatta, sono le vergini da lodare,

Perché il giorno e l’ora non è dato sapere, ammonisce il prete

Mi sono chiesto, raccogliendo immaginette d’un Cristo a cuore aperto, quanto valgono quelle parole solo per ritualizzare l’abbracciarsi continuo di tutti verso tutti

Una notizia buona ed una cattiva, nel Bloomsday

La città che percorro si trasforma improvvisamente,

Luce accecante,

L’impegno professionale perde la sua valenza affrettata,

La notizia buona per prima, la buona notizia che smussa la cattiva subito dopo

La fine, il silenzio, le morte parole

La sera dopo e dopo ancora, guardando il tramonto penso a questi giorni i più lunghi pieni di luce

Il mattino dopo sono in cammino di nuovo

Raggiungo il percorso-vita

Tento una teoria del Percorso

Il primo giro recitando invocazioni con l’aiuto di una coroncina rigida ad anello

La preghiera è circolare, ritorna indietro, indietreggia e riparte

Sulle dita la coroncina lascia segni di pressione

Con la preghiera la mente si svuota riempiendosi di suppliche

Due giri, tre giri, cinque, sei: ognuno in un tempo-spazio di cinque minuti

Non cambio il Percorso se non alla fine

La possibilità di deviare è una prerogativa essenziale di questo andare

Quindi opero una svolta improvvisa

Zut vado a capicollo giù in discesa correndo

I pensieri si accapigliano tra loro mentre preghiere s’avanzano al contrario lentamente

Prego ancora ma solo per un po’

La discesa finisce, il Percorso è compiuto

7. I MORTI PARLANO AI VIVI ATTRAVERSO ENIGMI DENTRO SISTEMI COMUNICATIVI ANCHE ETEROGENEI

I morti parlano ai vivi attraverso enigmi dentro sistemi comunicativi anche eterogenei certamente eterodossi comunque estranei al comune sentire,

Devo porgere l’orecchio con attenzione, sporgermi persino, il corpo si sbilancia, porre una mano a conchiglia sul lato del capo più propenso a sentire – attento pervicace ascoltatore che non perde una battuta, sempre informato, costantemente in linea on line –propenso a captarli gli enigmi raccontati con essoterico richiamo

Quasi come una poesia ma non proprio con metodo poietico

Sono come vasi comunicanti
i liquidi raggiungono lo stesso livello
così i messaggi passano dai morti a me
cercando un equilibrio
nella visione del passaggio d’un aereo
in una coincidenza, un refuso, una parola che non riesci proprio a dire
in una frase captata nella programmazione televisiva di una docu-fiction
protagonista Tupac Shakur che dice – a me è capitato davvero –
se dopo la morte non c’è niente
il problema non si pone
alla domanda che fonda il dire stesso dell’essere
si contrappone negativismo e debolezza di pensiero forse assenza di soggetto
se c’è qualcosa – continua Tupac –
qualcosa di spirituale
allora saremo angeli
dopo la morte

L’espressione
Che voglio chiamiare sentenza
addirittura aforisma
mi apparteneva già di suo

Avevo usato le stesse espressioni
– ma proprio le stesse –
sul balcone di casa
fumando un antico toscano

Questo ho continuato a mischiare
all’odore dei campi
nelle disorganiche congetture del cammino
lungo un Percorso nuovo
che ha toccato i confini della Repubblica Titanica,
la mia mano, si, ha toccato il monolite
posto lì, sul limite riconosciuto, nel lontano 1911
e ho visto la prospettiva della linea ideale
che separa le competenze territoriali
e il diritto del sangue e della terra

Il Percorso ha conosciuto l’erba tagliata,
cani abbaiavano in lontananza,
la giornata di giugno era già più corta di quella precedente,
quella dell’ultimo solstizio dei miei quaranta anni