VARIATIONS ON A THEME FROM TAP ROUL

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PARLANDO DI LIBRI CON GIORDANO BRUNO GUERRI

Giordano Bruno Guerri  lo raggiungo al telefono, mentre sta preparandosi per andare in trasmissione alla Rai, nella sua casa di Roma, proprio circondato dai suoi libri.

Di cosa parliamo quando parliamo di libri.

Parliamo di un grande amore, parliamo di una cosa bellissima che trasmette intelligenza, sapere, trasmette piacere, ho grande pena per chi non ama i libri, perché è come qualcuno mutilato di qualcosa.

Come è nato il tuo amore per i libri? A scuola, a casa…

I libri scolastici per la verità non li ho mai amati, ho avuto un rapporto molto conflittuale con la scuola, ricordo un mio gesto tremendo, ma di cui non mi vergogno affatto, di quando finite le scuole medie inchiodai al muro, come messo in croce,  il libro di matematica.

Hai fatto come nel film di Ermanno Olmi “Cento chiodi”, il professore di filosofia della religione “crocifigge” preziosi incunaboli.

Molto prima del film di Olmi.

Era un libro di matematica non di narrativa, c’è una bella differenza, no?

La narrativa l’ho sempre amata, in casa circolavano solo ahimè gialli-i miei non erano particolarmente colti -anche se devo dire non incolti- ho cominciato a addestrarmi sui gialli, con i primi soldi che misi da parte mi comprai in cartoleria-a otto anni credo- un libro che conservo ancora e questo non si inchioda “Piccoli uomini crescono” di Louisa May Alcott.

Con la scrittura come è iniziata.

E’ iniziata con le poesie, di cui mi vergogno profondamente, per fortuna non ce ne sono di edite,  anzi non ne ho più, è iniziata tentando di scrivere racconti, romanzi, poi ho visto che non ero capace, non riesco proprio  a scrivere che Mario aprì la porta, è una cosa più forte di me.

I tuoi saggi di storia hanno uno stile narrativo invece.

Però si basano su fatti, oh beninteso amo molto la narrativa, purtroppo non sono capace di farla, sono capace di scrivere di storia in un modo  come dici tu-e ti ringrazio- narrante e questo l’ho imparato a fare fin dai tempi dell’università, la mia tesi di laurea è stata anche il mio primo libro pubblicato e sono fierissimo che quel libro, come tutti i miei, sia ancora vivo, si trova in libreria dopo 36 anni, viene continuamente ristampato, è il Bottai (l’ultima edizione è del 2010 ndr).

In quel tuo primo libro la verve narrativa si avverte, ma sembri cauto, di più è presente nei successivi, a partire dal libro su Maria Goretti, dove ti avventuri in narrazioni in cui si avverte la tua partecipazione emotiva, ti spingi a sentire Maria quasi come una figlia vera, insomma  ti serve la realtà per raccontare, riesci a descrivere solo ciò che è reale e non qualcosa di inventato “Mario chiuse la porta”.

Hai detto bene, Maria Goretti è il libro è che amo di più perché -fra i miei-  è il libro in cui mi sono affrancato dalla rigidità accademica del dimostrare e -pur credendo di riuscire a dimostrare- l’ho fatto anche con la raffigurazione descrittiva delle cose, delle situazioni, delle psicologie,  cose che cerco man mano di fare sempre più per esempio -ti do un’anteprima- nel 2008 ho pubblicato un libro su d’Annunzio, una biografia che già rispecchia questo stile di compenetrazione con il personaggio, ma l’anno prossimo, nel 2013 per il 150° della nascita di d’Annunzio, uscirò con un libro che si chiama “Casa d’Annunzio”, dove porterò questo esercizio ai massimi livelli, perché è un libro che racconta gli intrighi, i sentimenti , le situazioni  e le psicologie nella vita quotidiana del Vittoriale, quando c’era d’Annunzio.

D’altra parte tu sei il presidente della fondazione il cui scopo è quello di tutelare e salvaguardare quel posto magnifico sul lago di Garda che è stata la residenza di d’Annunzio.

Sono la “vedova” di d’Annunzio.

Invece durante l’università, il periodo in cui forse si diventa del lettori-forti, che tipo di letture facevi?

Durante l’università ho studiato come una bestia, perché volevo assolutamente finire in fretta e fare questa tesi di laurea di 800 pagine, basata in gran parte su documenti inediti, per di più lavoravo, come correttore di bozze alla Garzanti,  quindi leggevo di mestiere, anche se correggere bozze non è il modo migliore per gustare un libro, è un ottimo modo per capire come costruire la frase, perché correggendo bozze capisci cosa non funziona nella scrittura, quando uno fa fatica a leggere vuol dire che c’è qualcosa che non va.

E le tue passioni letterarie quali sono?

Il mio scrittore preferito è senz’altro Philip Roth, non mi sono perso uno solo dei suoi libri, lo amo moltissimo, è uno dei più grandi scrittori, non solo viventi di tutti i tempi, sono affascinato dalle sue tematiche, in particolare i rapporti familiari, i rapporti d’amore, il rapporto con se stesso, l’uomo che si specchia e si fruga dentro, un autore molto potente.

Escono in media 161 nuovi libri al giorno, così tanti che la loro permanenza in vendita, e quindi il loro successo, si gioca in poche settimane.  Si può dire che, anche se non ce ne accorgiamo, siamo oramai sommersi dai libri.  insomma si pubblica troppo oppure si pubblica male? Sei stato direttore editoriale di Mondadori.

Facevo mille libri all’anno, puoi metterlo agli atti, ero uno dei responsabili supremi (risate) di questa iperproduzione, mi occupavo di tutto dai Meridiani ai gialli ai libri per bambini la narrativa saggistica.

Qualche titolo…

Un libro storico, fondamentale che sono contento di aver strappato alla concorrenza con un’asta notturna tenuta con un’agente di New York è “Perestroika” di Gorbaciov , 250.000 dollari, mi ricordo ancora, il mio avversario , il direttore editoriale della Rizzoli Gian Arturo Ferrari, mi disse “sei pazzo, non li riprenderai mai”,  e invece vendette 200.000 copie.

Fiuto da storico dell’archivio del presente.

Ero andato a leggermi alcuni capitoli, lì a New York, vigilato a vista dall’agente, affinchè non prendessi appunti

I libri adesso sono troppi? Sono fatti male?

Senti, i libri non sono mai troppi, è vero che secondo statistiche la stragrande maggioranza – anche allora- non vende neanche una copia, addirittura non arriva neanche in libreria, le librerie non potrebbero sopportare 161 libri al giorno, capirai, qualsiasi libreria anche la più grande verrebbe stroncata, quindi muore sul nascere però che male c’è a chi male fanno questi libri? Fanno piacere all’autore, finiscono nelle biblioteche,  producono lavoro, vabbeh distruggono un po’ di cellulosa ma adesso abbiamo anche trovato il modo di risolvere il problema, ci sono piantagioni apposite, che provvedono al bisogno, e quindi che ben vengano , che si scriva si scriva si scriva, si pubblichi si pubblichi sempre di più, meglio abbondare non c’è dubbio.

E dell’ebook che pensi, adesso hai l’I-pad, no?

Sì, ho l’I-pad, ma rimango sempre un lettore di carta stampa ahimè, so che questo viene interpretato come un segnale di senilità, preferisco di gran lunga la carta, sottolineare a penna, strappare, son cose impagabili, poi va bene anche l’evidenziatore giallo, mi piace moltissimo, sono favorevolissimo all’ebook ovviamente,  come autore sono d’accordo con il mo agente per non dare i diritti, i miei libri non sono su ebook, perché gli editori stanno sperimentando questa nuova frontiera a spese dell’autore, la spesa che è stata annullata riguarda i diritti d’autore, per cui ci si guadagna quasi niente, mentre l’editore è abbastanza al sicuro, diciamo che è una questione di lotta di classe fra datore di lavoro e prestatore di servizi.

Confesso di avere il feticcio dei libri, mi trascino dietro dei libri di trasloco in trasloco, anche se a ogni trasloco c’è una tragica mutilazione, si pongono dei problemi di scelta e di eliminazione

Li dai a qualcuno?

A volte li do ai carcerati, ho un carcere mio prediletto, dove spero di non finire (risate), alcuni li vendo, se so che hanno un piccolo mercato, altri li do a una biblioteca del mio paesello, altri ancora li mando nella casa di campagna, dirai madonnamia e  quanti libri hai? Ne escono 161 al giorno, non 161 ma almeno uno al giorno mi arriva  dagli editori, quand’ero a Mondadori mille all’anno solo dal catalogo

Parlami dei tuoi libri, quelli che hai pubblicato, hai una sezione a parte?

Come no? Poi siccome mi serve di averne più di una copia, una di uso e una di conservazione, quella c’è l’ho in salotto, occupa tre scaffali, ci sono le varie edizioni, quelle straniere, stessa cosa nel mio studio,  dove ci sono le copie di lavoro, sottolineate, corrette per nuove edizioni, me li coccolo sì, ti devo confessare che mi fanno tutti tenerezza, mi ricordano ognuno una grande faticata, grandi gioie, e poi mi incuriosisce … vediamo li ho qui davanti…13 sono usciti nella collana SCIE di Mondadori, ci sono 13 quarte di copertina con 13 Guerri diversi, per cui si vede non solo l’invecchiamento, diciamo la crescita, ma  mi ricordano anche perfettamente com’era quel periodo della mia vita, cosa mi piaceva, cosa mi dispiaceva, che segni mi lasciava la vita addosso e ogni volta che arrivo al libro nuovo, è sempre una grande emozione,me lo accarezzo, me lo guardo,  vado in cerca dell’errore e immancabilmente lo trovo, e può essere un errore mio.

Oppure cambieresti alcuni passaggi.

Questo succede sempre, le prime edizioni sono sempre maculate di correzioni, la cosa più tragica fu quando uscì  “Ernesto Bonaiuti, un prete contro la chiesa” , libro sfortunatissimo, uscì l’11 settembre del 2001, era stato rimandato indietro perché la prima copia –la staffettissima, la prima in genere viene mandata all’autore,  sul dorso del libro c’era scritto GIODANO invece di GIORDANO.

LA MAIONESE DI BRAUTIGAN

Era il giorno prima del mio compleanno. Agosto è sempre magico. Profuma di aria aperta, almeno dentro la mente. Guardai la mia giornata – cito Brautigan in modo spudorato-  continuare  confusa come quel giorno prima di nascere, quando non potevo sapere cosa sarebbe successo di così primario qualche decennio dopo, se non altro per i miei orizzonti letterari. Pesca alla trota in America mi occhieggiava tra gli scaffali di una libreria di San Marino (ho ancora lo scontrino dove è segnata l’ora:14.26) con la sua copertina essenziale e il codice a barre sotto il titolo e l’autore. Metalinguaggio tra gli infiniti linguaggi trasversali, la casa editrice italiana èun codice a barre, diretta da Massimo Coppola e che per presentarsi indica dieci punti – la casa editrice non Coppola ma forse è stato Coppola a stilare il decalogo, sentendosi probabilmente tal quale il Dio terribile&biblico avvolto nella nube della non-conoscenza eccetera. Al punto 8 si legge: la nostra concezione del tempo è vettoriale, tuttavia ciò che sta per accadere è già accaduto. Riconoscere il nuovo è dissezionarlo (passando d’un sol balzo alla legge successiva):

Comunque si sa che sono i libri a chiamarti per essere letti.

Insomma quel libro mi aspettava da diverso tempo. L’avevo già notato. Qualcuno me ne aveva parlato come di un’esperienza psichedelica, capace di aprirti la mente come un paracadute, come ama ripetere il mio amico Giordano Bruno Guerri. Forse me ne aveva parlato proprio lui una volta- sempre d’estate, parlando di Maria Goretti, la santa bambina su al Vittoriale-ma non ci giurerei. Anzi di sicuro non era lui.

“Devi leggerlo”, ripeteva quella voce dentro la mente.

“Gli obblighi mi sono sempre stati antipatici”

“La mente ti si apre come un paracadute”, non era certo Giordano ma usava una sua tipica espressione. Chissà chi era.

Insomma aspettavo l’occasione giusta per comprare quel libro dal titolo singolare, l’occasione giungeva in quel dopopranzo, che per me è sempre stata  un’esperienza quasi erotica –intendo il dopopranzo.

L’occasione era il compleanno. Farsi un regalo di un certo livello, sentirsi parte di un club, tirar su una canna da pesca con tutto l’armamentario di esche, galleggianti, mulinello, il retino.

Anche se soltanto immaginari.

Lo sfoglio un po’. La seconda di copertina è descritta nel primo capitolo del libro-più-strano-che-abbia-mai-letto-in-vita-mia. La copertina è una foto scattata di pomeriggio tardi ecc., l’inizio lo conoscete se l’avete letto, se non l’avete letto, fatelo e il gioco degli incastri potrà continuare all’infinito, come l’illusione che si crea negli specchi delle barbierie, uno di fronte all’altro. Vedrai il te stesso perdersi in fondo all’infinito, ti vedrai piccolo piccolo se solo aguzzerai la vista, fino a non vederti più.

La parte buffa è che l’acquisto per me non segue mai necessariamente la lettura. Ho aspettato fino all’inverno successivo. L’inverno del nostro scontento che non s’è mutato in luminosa estate grazie al sole di York, per via di tutte quelle storie di default dietro l’angolo, così sapientemente amplificate dai massmedia nell’ultimo periodo, dopo gli anni zero.

Insomma la lettura-le divagazioni sono d’obbligo cercando di trovare un modo brautiganiano per recensire il libro-più-strano-mai-letto- è stata tutto uno scoppettìo di invenzioni: si affastellavano in ordine sparso Dillinger, l’FBI, la California selvaggia, la voglia di avventurarsi per ruscelli e laghi –Hayman Creek, Grider Creek, il lago Josephus-Walden e il desiderio di anarchia così tipicamente americano, motel lungo la strada, la baia di San Francisco, il gatto che si chiama 208, in un linguaggio piano, realistico, come se Brautigan ti raccontasse storie vere.

“Ma sono vere”, ripete la voce dentro.

“Seeeee, quelli erano gli inizi dei 60, c’erano ancora i beat in circolazione”.

Non sarei voluto arrivare a leggere la parola “maionese”-la parola chiave che conclude la pesca delle trote- ma inevitabilmente, come succede per la vita di ciascuno, s’inizia a morire quando si nasce e quel giorno dell’acquisto ricordava prepotentemente il giorno prima della mia nascita, vorrà pur dire qualcosa.

Sono due giorni che qui piove ormai e, in mezzo agli alberi, il cuore smette di battere, no?

(SCRITTO CERCANDO DI IMITARE L’INIMITABILE RICHARD BRAUTIGAN)

SMS.01

ciao giordano,  non ti ho più letto in giro,sparito come houellebecq? sto facendo interviste via web per il mio blog, bisogna che ne facciamo una stramba che dici?

sparito per finire nuovo libro e nuovo bambino =D che stramberia hai in mente?

olè la tribù maraviglia, su che argomento libro? intervista via sms

bella in SMS =D libro sulle brigantesse

poi trascriverò ecc, ti manderò sms ogni tanto, senza fretta, forse è ideuzza originale, no ci giuro, forti le brigante

originale e piacente

allora via…sul pensare breve (pensare è dire no?)

pensare non può avere un limite

pensiero illimitato come si esprime nella parola scritta breve? basta una sola parola? 2? persino 3? afasia e basta un gesto? ma bisogna de.scriverlo il gesto

Dissi: la mente va aperta tutta ecc. Questa è anche una definizione di pensiero

il paracadute è salvifico, come il pensiero per il corpo? come aprirlo il cervello? occhi aperti? sensi al’erta? in questo eternopresente poi?

il paracadute rallenta, il pensiero accelera, il paragone finisce qui, il cervello va nutrito come lo stomaco

corpo e mente insieme (cmq cervello parte di corpo) quando il corpo sta bene l’anima canta diceva spesso mio nonno antonio, insomma astrazione&concretezza

mio nonno era più concreto: tromba di culo, sanità di corpo, insomma l’elogio della scoreggia

eh il linguaggio del corpo…dal pensiero breve d’un balzo si torna sulla terra…ma il pensiero pur astratto si riferisce sempre alla realtà

sono a miss italia e penso che ho avuto ragazze complessivamente migliori. Pensiero astratto. Ma quanto reale

ovvero reale ma quanto astratto

DELFINA A FERRAGOSTO

Ciao Delfina mi piacerebbe farti una specie di intervista online per il mio blog, in questi torridi giorni di ferragosto…

Volentieri ma non so cosa avrei da dire amigo in questo marasma vergognoso….

Tu hai molte cose da dire, Delfina…se ti va comincio a buttarti là delle cose che poi riassemblo, ti faccio leggere e pubblico che dici, amiga?

Tu butta ma cosa vuoi che abbia da dire? Sono anche in crisi creativa….

Vorrei cominciare facendoti la stessa domanda che ho fatto a Carolyn Carlson, immagina come lei ci rimase di stucco, si aspettava qualcosa di classico “cosa cerchi nel gesto” ecc e io invece le sparai questo EFFIMERO ED ETERNO che nel suo caso naturalmente era riferito alla danza ma che nel tuo  vorrei si riferisse  alla vita in genere-domandona eh?- e solo dopo alla “vita” virtuale, il mostrarsi sui social network (su facebook in particolare, non mi pare che tu usi twitter o altro): c’è qualcosa di effimero in questo mostrarsi, ma in realtà la traccia – apparentemente un’orma sulla sabbia- sembrerebbe difficile da cancellare, quindi eterna
(davvero sei in crisi creativa? i tuoi libri mi sono piaciuti molto, i giardinieri poi…)

Adesso ci penso.

L’effimero ha molti volti: i convolvoli rosa e azzurri si schiudono alla mattina presto, alle 10.30 stanno già sfiorendo. Come i fiori di cisto che durano un solo giorno. Basta un alito di vento a disperdere i loro petali. Nel giardinaggio è la grande sorpresa: la farfalla rossa e nera che passa dalle tue piante, la libellula in città, la cavalletta sul fico. Se scrivi un articolo ti rendi conto che la soddisfazione dura un attimo. Mentre con i libri è una soddisfazione più lunga e soprattutto più profonda. I volti delle persone sono come cieli, attraversati da nuvole e ombre, da luce e oscurità. Sono curiosa, non mi stanco mai di imparare, di tentare di leggere i volti. Dicono spesso di più delle parole. La musica non solo è effimera ma è anche invisibile e pure te la porti dietro come un’energia vitale. L’eterno è più problematico, forse quasi un concetto disumano. La morte è per sempre. Ma ti porti dietro comunque sempre un frammento vivo delle persone che se ne sono andate e a cui hai voluto bene. Mi piace come il buddismo accetta la morte. Mi interessa il pensiero religioso, con la dottrina ho più problemi. Fb ha anche valenze invisibili: sei legata anche a un figlio che ormai vive a New York ma senza disturbare, o essere invadente. Ritrovi amici, ne fai di nuovi, impari e ascolti un sacco di musica. Una tentazione anche troppo forte per chi fa un lavoro in cui si sta molto al computer.. Credo che oggi siamo più attenti a tutto ciò che cambia, in continuazione, piuttosto che a ciò che rimane immoto….

Ecco…New York…hai vissuto in periodi cruciali nella città che non va mai a dormire…distanze che allora sembravano incolmabili frantumate ora da un click- distanze anche e soprattutto di tipo culturale, qui imperversava la provincia spietata, là sempre avanti, adesso non so se è ancora così- dimmi di Jackie che negli ultimi giorni è tornata sulle prime pagine…dimmi di Mapplethorpe…“Ci sono posti e momenti in cui il talento si cristallizza”, hai scritto nel tuo libro “Say goodbye”…

Mapplethorpe era pesantemente in scena sado-maso, con suo amante, Sam Wagstaff, un grandissimo collezionista d’arte. Mi ha sorpreso la bellezza del libro di Patti Smith, l’onestà intellettuale che era necessaria allora. Ero prevenuta verso Jackie, che era anche molto chiusa e timida all’inizio. Una donna di rara intelligenza, molto vitale, appassionata di cultura e di persone di talento. Le ho voluto molto bene. Anche a Diana Vreeland, con la sua passione per la vita. E’ stato un posto speciale: allora in semi bancarotta, un pò pericoloso, con buche per le strade. Ma ci potevi vivere senza andare in bancarotta. Adesso no, artisti vivono a Brooklyn. E NYC è diventata una sorta di Disneyland per turisti ricchi

Dottrina? la morte è per sempre? davvero l’eterno è disumano?  il mondo, l’universo -chissà- esiste da sempre, è un dio eterno…forse…

Sicuro, ma la mente umana ha difficoltà con il concetto di eternità. Buddismo: <<L’unica certezza è il cambiamento>>…

E la dottrina? perchè problemi? problemi di schematismo? problemi di ritualità da rispettare? in fondo anche molti dei nostri comportamenti abituali non sono rituali?

Certo che lo sono. E se qualcuno sta male vado in chiesa e tento di pregare.. Siamo esseri contradditori, ambivalenti, complicati. Il rito a certi è più necessario che ad altri. A me fanno sognare i nuovi orizzonti, conoscere

Mi incuriosisce il tuo documentario su Warhol per la nyu film school, quanto durava? che c’era dentro? chi l’ha girato? ti è capitato di rivederlo?

Eravamo tutti studenti. Ancora con la super8. L’abbiamo seguito ai parties, alla Factory. La cosa più divertente è che mi ha chiesto: <<Vuoi intervistare mia madre?>>. Io certo che sì. Abbiamo filmato signora polacca in un locale del Village su com’era Andy da bambino. E poi, dopo, uno mi ha detto ma guarda che quella non è sua madre….

Molto pop direi, il vero così veritiero da diventare falso, di plastica…ma hai rivisto quel film recentemente?

Ce l’hanno in dote gli studenti di cinema della New York University. E lo continuano a usare. Credo che Warhol affascini più adesso che allora. Era assai poco affascinante. Lui usava le persone

Veniamo alle persone allora, ho trovato questo elenco per il 1974, ci sei anche tu,
che ti dicono questi nomi? (poi passiamo ai giardini)

Maureen Abdallah, Bassem Abdullah, Mark Androw, Jonathan Berman, Lorna Bouzat, Everett Bowman, Charles Boyle, Eric Braha, Timothy Dowd, David Dyke, Jonathan Furst, Howard Gewirtz, Samuel Gruenbaum, Ernest Holzman, Ava House-McCurdy, Tannis Hugill, Laleen Shiranthi Jayamanne, Eleanor Johnson, John Kraus, Carol Ladanyi, B. Levy, Max Lewkowicz, Aharon Lipetz, Dennis Livesey, Veronica Loza, Thomas Marks, Louis Mascolo, Martin McQuade, Rosemary Miller, Kalu Okpi, John Palm, Dimitri Politis, Delfina Rattazzi, Eric Rudolph, Jessica Schenk, Robert Schilling, Joseph Schulman, Judith Seaman, Lee Server, Barbara Shear, Albert Shlomo, Kezban Tamer, Jay Teran, Svetlana Umrichin, Nancy Vaughan, Robert Vervoordt, Bruce Waterman, Miles White, Vicki Zlotnick, 1974

Sono i miei compagni di corso alla scuola di giornalismo di Columbia. Ci spedivano in tutta la città, in coppia. Dagli ospedali del sud del Bronx alle conferenze stampa del sindaco. Ho conosciuto lati di New York inaspettati, interi quartieri a me sconosciuti, umanità, disperazione, povertà, violenza, ambizione, arroganza, arrivismo. Vedevo Gloria Steinem di sera, a volte, da lontano. Brava giornalista, grande personaggio, splendida donna. Feci un ritratto di Arnold Schwarzenegger, prima che diventasse famoso, e incontrai molte alzate di sopracciglia. Posto molto serio, conservatore, un pò chiuso allo scompiglio di ciò che affascinava me: il nuovo giornalismo: Tom Wolfe, Gay Talese, Hunter S. Thompson, Joan Didion ecc. Il giardinaggio non è al centro della mia vita….

Allora le storie sui giardinieri insospettabili sono venute per caso? l’occasione di conoscerci virtualmente è venuta proprio da lì, da quando sono andato al Vittoriale per intervistare Giordano Bruno Guerri sul futurismo nel centenario del manifesto di Marinetti e tu mi avevi chiesto di guardare i giardini di D’annunzio…

Sei rimasta in contatto con qualcuno dei tuoi compagni di corso? anche professionalmente?

A me interessa la parola scritta. Letteratura, giornalismo, sceneggiature

“Non capisco quelli a cui piace scrivere. A me non piace. Ma a volte mi è necessario. Per provare a capire, per non dimenticare.”
Ti interessa ma non ti piace? la pagina bianca è così terribile? come lavori? per sottrazione? per accumulo? quanto è stata importante per te la lezione del new journalism? e come si è trasferita nel tuo modo di scrivere?

Bella domanda, anzi bellissima. Fra un’ora ti rispondo

Continuo a pensare che il nuovo giornalismo sia stato un vertice irraggiungibile. Forse per la qualità di chi lo scriveva: Truman Capote, Michael Herr dal Vietnam, Joan Didion, Gay Talese, Nora Ephron pre-Hollywood, Gloria Steinem che si vestì da coniglietta e andò a lavorare in un Playboy club per poter raccontare l’umiliazione in prima persona. Era brillante ma era anche coinvolgente. C’era un grande senso di umanità alla base, unito a intelligenze davvero rare. Ma era costoso e richiede spazio (oggi nessun giornale lo concede più salvo a lenzuolate di Claudio Magris o Pietro Citati su cose letterarie). Ma era di vita che si parlava: crimini, guerre, mafia, storie di vita vissuta. Per un certo periodo Vanity Fair americano ha continuato in quel solco. Ma ora senti che perde colpi. Lo leggo ancora, mi commuove ancora. Lo ammiro. Non credo nella facilità della scrittura. Credo nell’impegno, nel vecchio consumare le suole delle scarpe, nel lavoro silenzioso e solitario. Nell’ambizione nobile (troppo retrò e vintage?)

Mi meraviglia sempre “il consueto mistero della scrittura, quando solo con parole messe una dietro l’altra, senza una struttura grafica che non sia la composizione della pagina e i caratteri tipografici, si riesce a ricostruire una porzione di mondo, l’atmosfera vissuta e a regalarci momenti che diventano paralleli alla nostra vita”, riciclo il passaggio di una mia recensione al libro di un amico tanto più quando si tratta di storie inventate, scrivevo, nel caso del new journalism tanto più quando si tratta di storie vere…

Belli sempre i libri che trattano della presenza di un’assenza. Coraggiosi

Secondo te, si può dire che la lezione del new journalism si sia trasferita in autori americani di successo tipo Wallace o Franzen?

No secondo me no. E’ tutto un dialogo interiore, osservare realtà familiari, microcosmi, private disperazioni. Roba che i miei avrebbero disdegnato…

Lo penso anch’io, soprattutto per Wallace nonostante abbia fatto qualche tentativo su Rolling Stone raccolto poi in volume, autore forse troppo osannato (Harold Bloom inorridisce citando lui e Franzen) …non c’è nessuno nella letteratura che abbia raccolto chiamiamola l’eredità? i libri in fondo sono una dilatazione del giornalismo (nell’800 si scrivevano romanzi per i giornali no?)

Mi sembra che ci sia stato un forte ripiegamento sul privato. Io non sono fan nè di Raymond Carver nè di Paul Auster. Ho amato, invece, La breve favolosa vita di Oscar Wao, di Junot Diaz (nato nella repubblica dominicana) e Girls, terribile, di Nick Keman. Non credo più alle grandi operazioni di marketing usa… Più carne al fuoco in scrittori che vengono dalle periferie degli imperi, mi sembra

Uno che mi piace è Lawrence Osborne, inglese che vive a Brooklyn, autore di Bangkok e Il Turista Nudo (Adelphi). Lui sa unire letteratura e vero giornalismo. E’ bravissimo. Rompe tabù e limiti di consueto giornalismo

C’è in ogni epoca una linea d’ombra da varcare (Osborne è una bella segnalazione che cercherò, grazie)…e la tua?

Sì, certo, ma Conrad era in mare aperto, dall’altra parte del mondo, con una lingua nuova di cui appropriarsi. Non nel tinello della sua casa di periferia…

Periferia dell’impero? ma in fondo le avventure più esaltanti Ernst Junger – così ha scritto- le ha vissute nel giardino di casa – a proposito di giardinieri

Era un guerriero, un genio scomodo, ma pensa al suo periodo storico (poco giardinaggio mi sa…)

Nell’ultima parte della sua lunga vita è stato un gran contemplativo e si è dedicato molto all’osservazione del suo giardino (e dell’orto) …ho trovato una bella citazione:
[A Sérignan, nel giardino della casa museo di Jean Henri Casimir Fabre, entomologo e poeta.] Nei giardini come questo si dimenticano tutti i nomi, anche il proprio. Le cose parlano con la loro forza senza nome. Ci invade un senso di gioia, sorge il presagio dell’ora in cui ci lasceremo alle spalle non solo il nome, ma anche le cose.
Il sole splende, tutto è tranquillo qui fuori; ora il padrone esce dalla casa dove gli avevamo reso omaggio. Si nutre ancora ed è vivo: in casa lo abbiamo venerato, qui, ora lo amiamo. (da Polvere colorata, p. 272)

I giardini raccontano storie di persone. Svelano la personalità dietro, sono belli perchè è di umanità, intelligenza e visione che parlano

(Bello così a ruota libera, senza seguire tracce di sorta, senza voler cercare il sensoultimodellecoseimpossibilidatrovare, conversazioni in torridi pomeriggi d’agosto)

Nei miei giardinieri (che la Dandini ha sollevato di peso come idea (ok), come personaggi (meno ok) e come frasi….ci sono un paio di capitoli un pò diversi dal solito. Sopratutto quello sui giardinieri in tempo di guerra: nei ghetti, nei campi di prigionia, nelle città bombardate. Giardini di sopravvivenza

Ti racconto della “torretta” visitata e fotografata dopo aver letto i tuoi orti di guerra, avventura sulla siepe di casa, dove nel 1944 si svolse una cruenta battaglia ecc

Ho delle passioni estemporanee che nascono su suggestioni di vario tipo, segnalazioni, curiosità, occasioni…questo è il momento della prima guerra mondiale…sto leggendo una storia generale di quella terribile epopea di distruzione e morti e eroismo e mentre leggo di gallipoli e dell’entrata in scena dell’italia ecco inserirsi i tuoi orti di guerra…la scena è quella mia solita dell’estate: il balcone della vecchia casa familiare di mia moglie, il posto più bello del mondo, almeno dal 1976, da quando frequento filottrano dove ora abito…rileggo quel tuo capitolo, interrompendo martin gilbert, esimio storico inglese…mi colpisce il vecchio Winston…guerra e giardinaggio, due facce di una stessa medaglia…distruzione e creazione…allora alzo gli occhi e lo sguardo si posa di fronte sull’avvallamento di fronte…lì si è svolta una cruenta battaglia nel 1944, i tedeschi erano asserragliati all’ospedale,costruito proprio dopo la grande guerra…ci furono piùdi 70 morti lì attorno in quei giorni di luglio…mi viene allora uno slancio, devo arrampicarmi su quell’erta in mezzo a quegli alberi fitti…raggiungo il basamento di un’antica torretta che sorreggeva (adesso non c’è più) un traliccio per la corrente elettrica…poco sopra passa la strada principale…i sandali si riempiono di terra ma poco importa…scatto qualche immagine, quel basamento di cemento visto  di fianco sembra una piramide…quello era anche il luogo verso la fine dei 60 che la mia carissima suocera Ida che non c’è più aveva attrezzato per i suoi figli scavando la terra, creando degli scalini, dove tra gli alberi mia moglie bambina e le sue sorelle andavano a fare picnic oppure a fare i compiti…loro la chiamano ancora la torricella ma non c’entra con il basamento di cemento…qualche volta portavano cuscini o una coperta per stare più comodi…è il loro posto delle fragole…avventure davanti casa no?

Certo. Mi fa pensare a Beppe Fenoglio, per me inarrivabile

Una questione privata per me è un libro di bellezza davvero rara. Ma anche il partigiano Johnny. Mai una sbavatura, mai un accenno ai sentimenti. Eppure ti commuove del tutto. Chi altro ha saputo farlo? Ovvio che amo anche Il Gattopardo, ma è una cosa diversa, uno sprazzo di genio aristocratico, meraviglioso

C’è stato un tuo “primo” libro? (per me è stato “Martin Eden”) un libro-punto- di- non -ritorno?

I libri di Colette, ancora sui banchi della scuola francese di Roma. E poi lo stesso libro che è stato determinante per Roberto Saviano: Dispacci di Michael Herr. Scritto in Vietnam, durante la guerra

Il Crollo di Francis Scott Fitzgerald. (nato come giornalismo). Il sole sorge ancora di Hemingway. Jean Rhys, Vasto mar dei sargassi. E folgorante per me Karen Blixen

Ecco tornare prepotente il new journalism…e Saviano? non ha forse saputo cogliere degli spunti da quel modo? oppure è stata una sua operazione inconsapevole? o è proprio un’altra cosa come io credo?

Credo abbia avuto un grande editor, ma questo va bene. Da Herr ha preso raccontare la realtà con le viscere. Gomorra è un bellissimo libro. Dopo è un’altra storia

Eh gli editor, che strana razza, mi sono sempre chiesto (domandaretorica) come mai quando pubblicano libri in proprio gli editor combinano ben poco…e per i tuoi libri c’è stato un editor e se c’è stato come ha lavorato?

Editor è diventato mio amico e mio agente. Quando sei stanco, in dirittura di arrivo, solo a loro, se sono bravi, permetti di prenderti a legnate sui denti. E dopo è meglio

Una specie di personaltrainer? con la scrittura vera e propria quanto incide? insomma si dice spesso “se non c’era l’editor” o cose simili, diversi addetti al lavori mi hanno detto che il libro di giordano sui numeriprimi è un’abile operazione ecc (e infatti c’è un momento nel libro in cui lo stile cambia per esempio), è un qualcosa che mi “spaventa” e affascina insieme, l’autore in certi casi mette “soltanto” l’idea generale, certi sviluppi? il caso di Carver è stato ampiamente dibattuto, lo stesso vale per Eliot  Quindi, tornando a te direttamente, il lavoro editoriale ti appartiene..anche sceneggiature, hai detto…curiosity…voglio sapere… (Tonino Guerra mi ha raccontato il metodo che usava con antonioni, lanciavano a turno delle palline o qualcosa di simile, se facevano centro in un punto stabilito si attivavano) 

Ti appartiene nel senso che hai percorso diversi modi del lavoro editoriale
Si, con umiltà e rispetto.
Dimmi del lavoro di sceneggiatura

Ho lavorato per Dino De Laurentiis un’estate a New York, e su svariati set. Ma in realtà ne ho lette molte ma non ci ho mai davvero lavorato. E mi dispiace

Davvero peccato…il cinema è la somma di tutte le arti e si avvicina molto alla letteratura, poco fa ho rivisto ORIZZONTI DI GLORIA (vista la passione per la grande guerra ci voleva) straordinario…

Il cinema è una passione per me. Rivedo i film molte volte, se mi piacciono

Quale film hai rivisto di più? intendo al cinema (con i dvd è troppo facile)

I miei: 2001 odissea nello spazio, Guerre stellari, L’oro di mackenna

Il film di Kubrick l’ho visto a 12 anni, facevo le medie e ci scrissi su qualcosa per la scuola, ho “costretto” mia figlia a vederlo prima che arrivasse la fatidica data ehehhehehe (però in dvd)

Lawrence of Arabia, Michael Collins, Quarto Potere, Chinatown, M di Fritz Lang, Syriana, il Verdetto…tanti. Mi piaccino anche alcune serie americane: Shark, Doct. House, Law & Order

Bellelenco

E Giorni del Cielo di Terrence Malick, lo rivedo spesso (in dvd…)

Mi chiedo (risposta semplice in fondo) perchè sia così facile rivedere film mentre spesso è difficile rileggere libri, non ho quasi mai riletto romanzi per esempio, e tu?

Amo Balzac ma credo di rileggere solo romanzi di Jean Rhys, Colette, Blixen, Marguerite Duras e Fenoglio

Potremmo continuare all’infinito…ancora effimero e eterno…
sarebbe una novità, un’ intervista (una specie di intervista ho detto all’inizio) che non si conclude

Chiusi in casa nella calura

Amo anche Emily Dickinson. La posso rileggere all’infinito. E’ un mistero

L’unico libro che ho tentato di rileggere è l’Ulisse ma sono arrivato fino a un certo punto, rileggere mi sembra un’intrusione in quell’io estasiato (quando in estasi) che in una rilettura potrebbe rimanere deluso ma questa è quasi una scusa per non ripetermi, di solito preferisco leggere sempre cose nuove, visto che vorrei leggere tutti i libri del mondo (!?)
le poesie invece riesco a rileggerle spesso, ultimamente quelle di Valentino Zeichen, la “Terra desolata” di Eliot l’ho riletto molte volte…

Si, rileggere non è una cosa che mi viene poi così spontanea, a meno che stia facendo delle ricerche. Anche a me interessano cose nuove, ma troppi libri sono una delusione

Troppi è vero…pensavo che Franzen fosse il massimo almeno da quello che avevo letto e invece…buona scrittura, belle intuizioni ma non è sconvolgente…libertà l’ho interrotto…per gli italiani è diverso: leggo anche quello che non mi piace di per sè, mi affascina su tutto la capacità (di marketing d’accordo) di arrivare a così tante persone con contenuti spesso poveri ma sempre c’è qualcosa che avvinghia il lettore “tipo”, Susanna Tamaro la leggo sempre invece perchè ha una sensibilità per la natura particolare e ha una voce che mi piace (l’ho sentita alla radio quando ha percorso una parte del Camino di Santiago con Valzania nel 2004)

Fra le italiane amo poetessa Patrizia Cavalli

Esseri testimoni di se stessi

sempre in propria compagnia

mai lasciati soli in leggerezza

doversi ascoltare sempre

in ogni avvenimento fisico chimico

mentale, è questa la grande prova

l’espiazione, è questo il male.

…questi sono versi di Patrizia Cavalli, prova invece a sondare, chiusa in casa nella calura, il mistero Emily Dickinson che non ho mai letto

Grande…

Oggi si sa che probabilmente era epilettica. Questo significava, all’inizio dell’Ottocento, il divieto di sposarsi. E’ rimasta quasi tutta la vita rinchiusa in casa. Usciva solo per camminare sulle colline o occuparsi del giardino. E’ morta a poco più di cinquant’anni avendo pubblicato solo una o due poesie. Dopo la sua morte la scoperta del suo taccuino, della sua opera, nella casa di Amherst, nel Massachusets. Oggi è considerata una grandissima poetessa. Criptica, bisessuale, ermetica, visionaria, amatissima dalle donne. <<Alcuni dicono che/quando è detta/la parola muore./Io dico invece che/proprio quel giorno/comincia a vivere.>> Una reclusa

Il mistero della scrittura è davvero insondabile e la vicenda di Emily smentisce (in quel caso mi riferivo all’arte applicata) quanto ho polemizzato con la gallerista Eva Menzio “senza mercato, comunque lo si voglia chiamare il diffondere forme e segni, l’arte non esiste” https://antonioprenna.wordpress.com/2010/02/04/menzio/

il contesto era l’Artefiera di bologna quindi la mia leggerezza è perdonabile

l’arte è un altro argomento che mi interessa molto, Delfina, tu sei cresciuta tra artisti immagino, i tuoi occhi si sono nutriti di figurazioni ecc no?

New York per me è stato il posto degli artisti, dell’arte. Ci sono arrivata a 18-19 anni, e quella allora era la storia. Era dappertutto

Meraviglia…al liceo ho fatto una “fuga” a roma sotto natale, alla Galleria d’Arte Moderna di Valle Giulia mi imbattei con tutte quelle opere che mi piacevano, i futuristi, De Chirico, Fontana, l’op art ecc…indimenticabile…certo aver a che fare con i veri artisti era un’altra cosa…una volta ho sbicchierato al Gabbiano di roma con Bob Rauschenberg…sono capitato alla Biennale del 76…ma la provincia (abitavo a Macerata) era allora il nonesserci…si sognavano orizzonti altri…i viaggi in America…si riusciva a raggiungere qualche luogo non lontanissimo…parigi per esempio e provare un po’ di vita hippie (ho dormito con i barboni e le puttane sotto Pont Neuf per una settimana)… continua…

Rauschenberg era sempre strafatto. Ma era un genio. Una settimana sotto ai ponti? Però

Questo è un capitolo fondamentale che hai raccontato in “Say goodbye”…continua…

eh già…sotto IL ponte…giravo scalzo addirittura…

Rauschenberg aveva l’occhio lucido infatti ahahhahaha

Ora è facile dire erano tutti strafatti. ma non è così. Lavoravano al massimo e poi facevano festa al massimo. Tutto era estremo. Ma quello che resta è la qualità del lavoro

La qualità del lavoro…adesso sembrerebbe tutto marketing anche se forse è ingiusto giudicare il presente con gli occhi di “quel” passato forse irripetibile…continua su queste cose

Il marketing può anche essere brillante, ma di solito si ripete, fa leva su cose già passate. Il nuovo vero fa terribilmente fatica a emergere sui media tradizionali credo

Invece allora nell’età d’oro dell’arte contemporanea di marketing come possiamo intenderlo adesso ce n’era ben poco, vero?
Era il colpo di coda dei Mad Men, quelli veri. George Lois faceva pubblicità e anche l’art director di Esquire. Hai presente la copertina con Warhol che affonda in una lattina di zuppa al pomodoro Campbell’s? Era lui. Erano un pò geniali

Osborne non l’ho trovato (ah la provincia) in compenso ho preso un’antologia della tua cara Emily

C’è qualcosa in un giorno d’estate

mentre lente le sue fiaccole ardono

che mi rende solenne

ho preso anche andre dubus, mi dicono straordinario, che dici?

Non conosco Andrè Dubus. Ma il clima invoglia a letture, ricerche e cose simili. Non certo a imprese atletiche

Ti associo alla delfina del raggioverde di Rohmer, tu l’hai “visto”?

L’ultima “domanda” (che non esaurisce il piacere di parlarti,trovare sollecitazioni letterarie ecc) di questa specie di intervista non è una domanda ma una citazione tratta da “Vestivamo alla marinara” di tua mamma, che dice “ho guardato nei suoi occhi verdi e ho pensato che la vita sarebbe stata un prato verde, verde come i suoi occhi, pieno di bambini che correvano”, tra quei bambini ci saresti stata anche tu…

Non smetto mai di cercare di vedere il raggio verde, nei tramonti. Mio padre ha gli occhi verdi. E sono nata in Argentina e cresciuta in un’estancia. Siamo sei e ci siamo gli uni per gli altri, anche se le vite e gli interessi e i posti in cui viviamo sono molto diversi. Sto tentando di fare un romanzo “argentino” ma temo di non esserne capace

(14/22 agosto 2011)

Delfina Rattazzi

Nata a Buenos Aires, vive e lavora a Milano. Autrice e giornalista apprezzata, ha scritto, con Giuseppe Turani, i saggi Mondadori. La grande sfida (Rizzoli) e Raul Gardini – Il contadino, la Montedison e il diavolo e di recente Say Goodbye. Avere vent’anni a New York negli anni Settanta. L’ultimo libro: Storie di insospettabili giardinieri.