Vinyl

 

Di Renzo Ricci ho letto nella biografia di Paola Gassman. Era suo nonno. Di Palatroni ho trattato molto spesso in questo blog. Del disco, realizzato nel 1961, di cui scopro la copertina in modo casuale,  mi è rimasta la curiosità di ascoltarlo da quando so della sua esistenza. Non mi ricordo se il mio prof di ginnasio ce lo ha fatto ascoltare in classe, con il suo giradischi a valigetta. Forse no.  Dentro c’è l’invito al viaggio, lassù nel paese che ti assomiglia. c’è il tedio e ci sono le vecchiette, Citera e il vino dell’assassino.

 

Poesia d’occasione

imageVoglio scrivere una poesia d’occasione Che volge a Occidente (L’occasione si sa ci spinge sempre in quella direzione) Una poesia per il parco della parola lirica A Rimini, era al castello in quell’atmosfera di battaglie di eroi di assedi e di eccessi e frecce incendiarie Dove i poeti non estinti agitavano le braccia alla telecamera Con gesti così lenti che sembravano velocissimi, strano effetto quello Endecasillabi, versi liberi, il solipsismo dei like (se passa appena un minuto quei like non hanno il significato di “ti ho letto”, in un minuto non si legge, ma solo di “ho simpatia per te”, anzi “ti prego, leggi me”) Predomina il battito del cuore della mamma che ti accompagna in quel tempo inesatto prima di nascere Lo ha detto Franco Buffoni, Gran Versificatore che suona quasi “Grande Inquisitore” ma solo per assonanza e lui il ritmo che deve avere la parola poetica lo conosce bene Il battito di cui avrai sempre memoria prima di quell’uscire tentacolare dalla caverna primigenia Dove le pareti buie appaiono rassicuranti Non come sarà dopo E senza filosofare uscire comunque incontro alla vita Respirare finalmente Vita, a noi due, come dice Amleto.

Le strade del linguaggio

  •    Che prendono sempre misteriosi itinerari, quando il reiterare di un infinito ripetersi di formule permette combinazioni e superata la zona grigia del nostos eterno, di quel particolare giorno di metà giugno che preannuncia solstizi druidici, oh quanto ci vorrei essere tra quelle vecchie pietre – lo dico come si trattasse di aprire parentesi ben ampie – dopo il rognone a colazione a Dublino o anche a Trieste, anche se puzza di piscia di gatto e berrei del whisky scozzese per annaffiare l’interiors/interiora, viaggi dentro la propria stanza, le parole sovrapposte che nascondono significati altrove irrilevanti, perché c’è sempre una prima volta per tutto e la “gran selva antica della terra” è stata umanizzata grazie alla parola – non una parola qualsiasi, ma la parola poetica, ecco la “discoverta”, motivo di “eterna, immensa gioia” per Giambattista Vico, filosofo visionario d’o sud.

La zona grigia

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Caro Vladimir, devo dirti che la zona grigia che è dritta dentro nell’occhi tua, mette proprio a disagio. 

 In basso a sinistra, pur dove il grigio è persistente e uniforme  e senza l’ambiguità di quel tuo sguardo doppelganger, riesco invece a notare poco di interessante, nient’altro che una qualche miserabile serie di incertezze diffuse. 

 L’ importante comunque è concentrarsi sulla zona dell’occhio che in realtà non si vede, ma si può facilmente percepire. Il terzo della serie. Proprio in mezzo alla fronte, come l’occhio di un dio maldestro. Quello che sta dentro, invisibile ai più. 

 Il terzocchio, lo chiamavamo così da ragazzi, che sembrava uno scherzo del destino – ma pieno di presagi – quando si tentava di conoscere il futuro con l’I Ching, tirando le tre monete con su inciso il fluido abbraccio grafico  di yin e yang, la metafora essenziale di una scopata, l’azzardo mascherato da vita quotidiana.

 Come fosse tutto normale. Il fluxus che mai conoscerà intervalli. Simultaneità era la parola-chiave per capire quel lontano linguaggio dei sentimenti. Tutto e subito, senza concessioni alla gentilezza, una delle regole. La voracità faceva il resto. 

 C’erano molte assonanze nelle parole sottintese e naturalmente inespresse in quel tempo magico, con tutto quel muoversi continuo e nervoso e con quel dimenarsi nelle balere di provincia, con la voglia di sbranare gazzelle, noi giovani leoni inesperti. 

 La vita insegnerà a quelle bestie che eravamo, che scendere a patti con la realtà è ineluttabile, che occorre fare più di una mediazione per non lasciarsi travolgere da tutto quel Volere. 

 E non farsi trascinare nel delirio da tutto quel  Potere che giustifica a volte il lasciarsi andare, allora con il vigore della giovinezza che si concede così generosamente ai repentini cambiamenti di programma, ora con i silenzi che caratterizzano la maturità. 

 Sempre tuttavia con spontaneità e senza chiedere nulla in cambio, se non rallegrarsi con leggerezza per il tempo concesso in dono. Dopo i gridi “motore, ciak, azione”, che troncavano di netto il bailamme provocato dal chiacchiericcio, quel ribadire incessante io-ho-quel-che-ho-donato era tutto meno che un teatrino di guerre solitarie, come sbagliando pensa chi ha una visione romantica – ma romantica in modo dolciastro – della propria realtà. Quella concessione di tempo regalato  – così nobile perché fine a se stessa –  verrà vista solo attraverso il filtro oscuro delle zone – né grigie né niente – non rivelate della coscienza.  Chi poteva capire si è tappati l’occhi, preoccupandosi solo di soddisfare le proprie stanche voglie, perdendo tutto alla fine del giro di giostra. 

 E tu Vladimir, campione di Nessuna Zona Mai Grigia, perché ti sei voluto ammazzare? Non ti piaceva anche solo respirare?

 Nota bene: i tagli sulla faccia strappata di Vladimir descrivono tre diversi suoi momenti, ma non so dove si colloca temporalmente uno delle tre, quando scriveva “S’io fossi piccolo come il grande oceano, mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l’alta marea, accarezzando la luna”, mentre il coltello tra i denti di Abe Sada indica un momento particolare del Percorso Fuori Dalla Zona Grigia, in un pomeriggio del secolo scorso, quando ancora le sale cinematografiche erano in centro città e le immagini in movimento erano vera vita.

Mario

Padre Mario, un vero uomo-mito che non vedevo dal 1972. Avevo quindici, sedici anni quando ero interno al Collegio San Carlo di Osimo e lui era padre spirituale, il vicedirettore di un casermone e una torre e un campo di calcio e una chiesa ancora da finire. Un luogo retto dagli Scalabriniani, abitato per lo più dai figli dei migranti del sud che stavano su in Germania o in Svizzera. Siciliani, abruzzesi, calabresi sulla rotta Palermo-Ancona. Lui, Toffari Mario con la stessa tempra e energia di allora, quando giocava al calcio con grande impeto e le sigarette le succhiava avidamente, ognuna come fosse l’ultima. Era il prete di Brescia che risolse una storia di migranti dei tempi nostri, abbarbicati su una gru nel 2010. “Grazie alla paziente mediazione e al cuore generoso di padre Toffari, Rashid, Sajab, Jimi e Arun sono scesi dalla gru e posto fine a una lunga e dolorosa protesta”, scriveva un giornale web della città. Gli telefonai allora dopo aver trovato il numero sul sito della diocesi (per i preti la privacy non esiste) dicendogli: “Ti do del tu, Padre, perché adesso sono molto più grande di te, quando eri al San Carlo”. Incontrarsi è stato commovente, lui grosso e invecchiato faceva finta di niente, come se ci fossimo visti il giorno prima. Poi ha detto messa, c’erano tanti altri ex ragazzi di cui mi ricordavo i cognomi per me esotici a quei tempi. Braico, Longo, Adamo, Laucella. Ricordavo anche le fisionomie, sedimentate nella memoria. Toffari ha detto nell’omelia: “Sono contento che tu esista” e poi: “Voglio che tu esista”. Ho fatto una delle letture della messa con gran gesti delle mani e un tono da vero lettore, come quando leggo i testi per la TV o sono in diretta. Con le pause giuste. Scandendo le parole. Del brano che parlava di Davide e della moglie di Uria l’Ittita ho capito ben poco, attento com’ero all’interpretazione. Nella lettura dei salmi ho sbagliato invece i tempi e non riuscivo a coordinare le risposte. Mi sono voltato verso Toffari e ho detto: “Sai, sono poco avvezzo a tutto questo.” Padre Mario, finita la messa, mi ha poi regalato un libro su Scalabrini, il fondatore della sua congregazione religiosa, io il mio “Alfabeto privato”. “Perché privato?”, mi chiede. Gli dico: “È un linguaggio così personale che alla fine non si capisce niente”. “Ah bravo, allora non sei cambiato”, mi ribatte. Il luogo era Loreto, la città della Madonna Nera.

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