La vita ulteriore

Oblio.
Una parola che suona bene,
come aprire un oblò che si affaccia
sui buchi neri delle storie private.
Dimenticare il set.
Non usare colonne sonore.
Tornare a casa il più presto possibile.
Dimenticare le vele le vele le vele di Dino Campana.
Pensare piuttosto alla sospensione del direttore d’orchestra,
prima di ordinare l’attacco dell’ouverture.
I palchi a teatro come tanti oblò.
Occhi attenti.
L’animo di ognuno pronto a commuoversi,
pur schernendosi per le lacrime che arriveranno ineluttabili,
causate semplicemente
da quel meccanismo matematico della combinazione di suoni, melodie, colori
e persino di sapori evocati.
Masticare solo dopo un po’,
quando il groppo in gola sarà sparito,
la polvere della strada, per avviarsi lenti sulla via delle rimembranze.
Leggere in quei rari casi “Recueillement” di Baudelaire.
Tu esigevi la sera.
Eccola.
Vois se penchez les défuntes Années.
Guarda allora il Sole moribondo addormentarsi sotto l’arco di un ponte.
Solo quando sarà il momento però, non adesso che il sole è alto ancora.
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Feuilletton

Il compito dello scrittore diviene riempire spazi interstiziali, occludere i vuoti in cui la parola manca per impedire la voce assordante del nulla, come se alla fine del Novecento non restasse che il dovere di coprire l’agonia della parola televisiva con un canto disamorato e vomitante. Alfabeto privato è perciò una sovrapposizione di immagini evocate attraverso i media, fino al punto di raccogliere frammenti di conversazione su twitter per trasformarli nella parodia di un verso.  [18 Nov 2014]alfabetoprivato

Vinyl

 

Di Renzo Ricci ho letto nella biografia di Paola Gassman. Era suo nonno. Di Palatroni ho trattato molto spesso in questo blog. Del disco, realizzato nel 1961, di cui scopro la copertina in modo casuale,  mi è rimasta la curiosità di ascoltarlo da quando so della sua esistenza. Non mi ricordo se il mio prof di ginnasio ce lo ha fatto ascoltare in classe, con il suo giradischi a valigetta. Forse no.  Dentro c’è l’invito al viaggio, lassù nel paese che ti assomiglia. c’è il tedio e ci sono le vecchiette, Citera e il vino dell’assassino.

 

Poesia d’occasione

imageVoglio scrivere una poesia d’occasione Che volge a Occidente (L’occasione si sa ci spinge sempre in quella direzione) Una poesia per il parco della parola lirica A Rimini, era al castello in quell’atmosfera di battaglie di eroi di assedi e di eccessi e frecce incendiarie Dove i poeti non estinti agitavano le braccia alla telecamera Con gesti così lenti che sembravano velocissimi, strano effetto quello Endecasillabi, versi liberi, il solipsismo dei like (se passa appena un minuto quei like non hanno il significato di “ti ho letto”, in un minuto non si legge, ma solo di “ho simpatia per te”, anzi “ti prego, leggi me”) Predomina il battito del cuore della mamma che ti accompagna in quel tempo inesatto prima di nascere Lo ha detto Franco Buffoni, Gran Versificatore che suona quasi “Grande Inquisitore” ma solo per assonanza e lui il ritmo che deve avere la parola poetica lo conosce bene Il battito di cui avrai sempre memoria prima di quell’uscire tentacolare dalla caverna primigenia Dove le pareti buie appaiono rassicuranti Non come sarà dopo E senza filosofare uscire comunque incontro alla vita Respirare finalmente Vita, a noi due, come dice Amleto.

Le strade del linguaggio

  •    Che prendono sempre misteriosi itinerari, quando il reiterare di un infinito ripetersi di formule permette combinazioni e superata la zona grigia del nostos eterno, di quel particolare giorno di metà giugno che preannuncia solstizi druidici, oh quanto ci vorrei essere tra quelle vecchie pietre – lo dico come si trattasse di aprire parentesi ben ampie – dopo il rognone a colazione a Dublino o anche a Trieste, anche se puzza di piscia di gatto e berrei del whisky scozzese per annaffiare l’interiors/interiora, viaggi dentro la propria stanza, le parole sovrapposte che nascondono significati altrove irrilevanti, perché c’è sempre una prima volta per tutto e la “gran selva antica della terra” è stata umanizzata grazie alla parola – non una parola qualsiasi, ma la parola poetica, ecco la “discoverta”, motivo di “eterna, immensa gioia” per Giambattista Vico, filosofo visionario d’o sud.