PARLANDO DI LIBRI CON GIORDANO BRUNO GUERRI

Giordano Bruno Guerri  lo raggiungo al telefono, mentre sta preparandosi per andare in trasmissione alla Rai, nella sua casa di Roma, proprio circondato dai suoi libri.

Di cosa parliamo quando parliamo di libri.

Parliamo di un grande amore, parliamo di una cosa bellissima che trasmette intelligenza, sapere, trasmette piacere, ho grande pena per chi non ama i libri, perché è come qualcuno mutilato di qualcosa.

Come è nato il tuo amore per i libri? A scuola, a casa…

I libri scolastici per la verità non li ho mai amati, ho avuto un rapporto molto conflittuale con la scuola, ricordo un mio gesto tremendo, ma di cui non mi vergogno affatto, di quando finite le scuole medie inchiodai al muro, come messo in croce,  il libro di matematica.

Hai fatto come nel film di Ermanno Olmi “Cento chiodi”, il professore di filosofia della religione “crocifigge” preziosi incunaboli.

Molto prima del film di Olmi.

Era un libro di matematica non di narrativa, c’è una bella differenza, no?

La narrativa l’ho sempre amata, in casa circolavano solo ahimè gialli-i miei non erano particolarmente colti -anche se devo dire non incolti- ho cominciato a addestrarmi sui gialli, con i primi soldi che misi da parte mi comprai in cartoleria-a otto anni credo- un libro che conservo ancora e questo non si inchioda “Piccoli uomini crescono” di Louisa May Alcott.

Con la scrittura come è iniziata.

E’ iniziata con le poesie, di cui mi vergogno profondamente, per fortuna non ce ne sono di edite,  anzi non ne ho più, è iniziata tentando di scrivere racconti, romanzi, poi ho visto che non ero capace, non riesco proprio  a scrivere che Mario aprì la porta, è una cosa più forte di me.

I tuoi saggi di storia hanno uno stile narrativo invece.

Però si basano su fatti, oh beninteso amo molto la narrativa, purtroppo non sono capace di farla, sono capace di scrivere di storia in un modo  come dici tu-e ti ringrazio- narrante e questo l’ho imparato a fare fin dai tempi dell’università, la mia tesi di laurea è stata anche il mio primo libro pubblicato e sono fierissimo che quel libro, come tutti i miei, sia ancora vivo, si trova in libreria dopo 36 anni, viene continuamente ristampato, è il Bottai (l’ultima edizione è del 2010 ndr).

In quel tuo primo libro la verve narrativa si avverte, ma sembri cauto, di più è presente nei successivi, a partire dal libro su Maria Goretti, dove ti avventuri in narrazioni in cui si avverte la tua partecipazione emotiva, ti spingi a sentire Maria quasi come una figlia vera, insomma  ti serve la realtà per raccontare, riesci a descrivere solo ciò che è reale e non qualcosa di inventato “Mario chiuse la porta”.

Hai detto bene, Maria Goretti è il libro è che amo di più perché -fra i miei-  è il libro in cui mi sono affrancato dalla rigidità accademica del dimostrare e -pur credendo di riuscire a dimostrare- l’ho fatto anche con la raffigurazione descrittiva delle cose, delle situazioni, delle psicologie,  cose che cerco man mano di fare sempre più per esempio -ti do un’anteprima- nel 2008 ho pubblicato un libro su d’Annunzio, una biografia che già rispecchia questo stile di compenetrazione con il personaggio, ma l’anno prossimo, nel 2013 per il 150° della nascita di d’Annunzio, uscirò con un libro che si chiama “Casa d’Annunzio”, dove porterò questo esercizio ai massimi livelli, perché è un libro che racconta gli intrighi, i sentimenti , le situazioni  e le psicologie nella vita quotidiana del Vittoriale, quando c’era d’Annunzio.

D’altra parte tu sei il presidente della fondazione il cui scopo è quello di tutelare e salvaguardare quel posto magnifico sul lago di Garda che è stata la residenza di d’Annunzio.

Sono la “vedova” di d’Annunzio.

Invece durante l’università, il periodo in cui forse si diventa del lettori-forti, che tipo di letture facevi?

Durante l’università ho studiato come una bestia, perché volevo assolutamente finire in fretta e fare questa tesi di laurea di 800 pagine, basata in gran parte su documenti inediti, per di più lavoravo, come correttore di bozze alla Garzanti,  quindi leggevo di mestiere, anche se correggere bozze non è il modo migliore per gustare un libro, è un ottimo modo per capire come costruire la frase, perché correggendo bozze capisci cosa non funziona nella scrittura, quando uno fa fatica a leggere vuol dire che c’è qualcosa che non va.

E le tue passioni letterarie quali sono?

Il mio scrittore preferito è senz’altro Philip Roth, non mi sono perso uno solo dei suoi libri, lo amo moltissimo, è uno dei più grandi scrittori, non solo viventi di tutti i tempi, sono affascinato dalle sue tematiche, in particolare i rapporti familiari, i rapporti d’amore, il rapporto con se stesso, l’uomo che si specchia e si fruga dentro, un autore molto potente.

Escono in media 161 nuovi libri al giorno, così tanti che la loro permanenza in vendita, e quindi il loro successo, si gioca in poche settimane.  Si può dire che, anche se non ce ne accorgiamo, siamo oramai sommersi dai libri.  insomma si pubblica troppo oppure si pubblica male? Sei stato direttore editoriale di Mondadori.

Facevo mille libri all’anno, puoi metterlo agli atti, ero uno dei responsabili supremi (risate) di questa iperproduzione, mi occupavo di tutto dai Meridiani ai gialli ai libri per bambini la narrativa saggistica.

Qualche titolo…

Un libro storico, fondamentale che sono contento di aver strappato alla concorrenza con un’asta notturna tenuta con un’agente di New York è “Perestroika” di Gorbaciov , 250.000 dollari, mi ricordo ancora, il mio avversario , il direttore editoriale della Rizzoli Gian Arturo Ferrari, mi disse “sei pazzo, non li riprenderai mai”,  e invece vendette 200.000 copie.

Fiuto da storico dell’archivio del presente.

Ero andato a leggermi alcuni capitoli, lì a New York, vigilato a vista dall’agente, affinchè non prendessi appunti

I libri adesso sono troppi? Sono fatti male?

Senti, i libri non sono mai troppi, è vero che secondo statistiche la stragrande maggioranza – anche allora- non vende neanche una copia, addirittura non arriva neanche in libreria, le librerie non potrebbero sopportare 161 libri al giorno, capirai, qualsiasi libreria anche la più grande verrebbe stroncata, quindi muore sul nascere però che male c’è a chi male fanno questi libri? Fanno piacere all’autore, finiscono nelle biblioteche,  producono lavoro, vabbeh distruggono un po’ di cellulosa ma adesso abbiamo anche trovato il modo di risolvere il problema, ci sono piantagioni apposite, che provvedono al bisogno, e quindi che ben vengano , che si scriva si scriva si scriva, si pubblichi si pubblichi sempre di più, meglio abbondare non c’è dubbio.

E dell’ebook che pensi, adesso hai l’I-pad, no?

Sì, ho l’I-pad, ma rimango sempre un lettore di carta stampa ahimè, so che questo viene interpretato come un segnale di senilità, preferisco di gran lunga la carta, sottolineare a penna, strappare, son cose impagabili, poi va bene anche l’evidenziatore giallo, mi piace moltissimo, sono favorevolissimo all’ebook ovviamente,  come autore sono d’accordo con il mo agente per non dare i diritti, i miei libri non sono su ebook, perché gli editori stanno sperimentando questa nuova frontiera a spese dell’autore, la spesa che è stata annullata riguarda i diritti d’autore, per cui ci si guadagna quasi niente, mentre l’editore è abbastanza al sicuro, diciamo che è una questione di lotta di classe fra datore di lavoro e prestatore di servizi.

Confesso di avere il feticcio dei libri, mi trascino dietro dei libri di trasloco in trasloco, anche se a ogni trasloco c’è una tragica mutilazione, si pongono dei problemi di scelta e di eliminazione

Li dai a qualcuno?

A volte li do ai carcerati, ho un carcere mio prediletto, dove spero di non finire (risate), alcuni li vendo, se so che hanno un piccolo mercato, altri li do a una biblioteca del mio paesello, altri ancora li mando nella casa di campagna, dirai madonnamia e  quanti libri hai? Ne escono 161 al giorno, non 161 ma almeno uno al giorno mi arriva  dagli editori, quand’ero a Mondadori mille all’anno solo dal catalogo

Parlami dei tuoi libri, quelli che hai pubblicato, hai una sezione a parte?

Come no? Poi siccome mi serve di averne più di una copia, una di uso e una di conservazione, quella c’è l’ho in salotto, occupa tre scaffali, ci sono le varie edizioni, quelle straniere, stessa cosa nel mio studio,  dove ci sono le copie di lavoro, sottolineate, corrette per nuove edizioni, me li coccolo sì, ti devo confessare che mi fanno tutti tenerezza, mi ricordano ognuno una grande faticata, grandi gioie, e poi mi incuriosisce … vediamo li ho qui davanti…13 sono usciti nella collana SCIE di Mondadori, ci sono 13 quarte di copertina con 13 Guerri diversi, per cui si vede non solo l’invecchiamento, diciamo la crescita, ma  mi ricordano anche perfettamente com’era quel periodo della mia vita, cosa mi piaceva, cosa mi dispiaceva, che segni mi lasciava la vita addosso e ogni volta che arrivo al libro nuovo, è sempre una grande emozione,me lo accarezzo, me lo guardo,  vado in cerca dell’errore e immancabilmente lo trovo, e può essere un errore mio.

Oppure cambieresti alcuni passaggi.

Questo succede sempre, le prime edizioni sono sempre maculate di correzioni, la cosa più tragica fu quando uscì  “Ernesto Bonaiuti, un prete contro la chiesa” , libro sfortunatissimo, uscì l’11 settembre del 2001, era stato rimandato indietro perché la prima copia –la staffettissima, la prima in genere viene mandata all’autore,  sul dorso del libro c’era scritto GIODANO invece di GIORDANO.

11/09/2001 – GIORNO DI RIPRESE

Stavamo facendo le riprese per una serie di spot per una banca sammarinese, troupe ultraleggera, l’operatore un aiuto e io che coordinavo quanto concordato con l’agenzia, non si doveva vedere il microfono, niente collarino, difficile quindi posizionare il microfono direzionale, le riprese in mattinata furono soddisfacenti ma impegnative, con molte ripetizioni perchè gli “attori” erano gli stessi impiegati della banca naturalmente non abituati alla telecamera, uno dei computer era collegato alla reuters e le immagini non commentate non erano del tutto chiare, sono uscito per cercare una tv nella pausa pasto, volevamo finire tutto in fretta ma bene, dopo aver saputo la notizia è stato difficilissimo continuare con il lavoro.

pubblicato sul forum de lastampa.it “dove eravate l’11 settembre 2001?”

http://www.lastampa.it/forum/Forum3.asp?chiuso=False&pg=1&IDmessaggio=200&IDforum=809

 

DELFINA A FERRAGOSTO

Ciao Delfina mi piacerebbe farti una specie di intervista online per il mio blog, in questi torridi giorni di ferragosto…

Volentieri ma non so cosa avrei da dire amigo in questo marasma vergognoso….

Tu hai molte cose da dire, Delfina…se ti va comincio a buttarti là delle cose che poi riassemblo, ti faccio leggere e pubblico che dici, amiga?

Tu butta ma cosa vuoi che abbia da dire? Sono anche in crisi creativa….

Vorrei cominciare facendoti la stessa domanda che ho fatto a Carolyn Carlson, immagina come lei ci rimase di stucco, si aspettava qualcosa di classico “cosa cerchi nel gesto” ecc e io invece le sparai questo EFFIMERO ED ETERNO che nel suo caso naturalmente era riferito alla danza ma che nel tuo  vorrei si riferisse  alla vita in genere-domandona eh?- e solo dopo alla “vita” virtuale, il mostrarsi sui social network (su facebook in particolare, non mi pare che tu usi twitter o altro): c’è qualcosa di effimero in questo mostrarsi, ma in realtà la traccia – apparentemente un’orma sulla sabbia- sembrerebbe difficile da cancellare, quindi eterna
(davvero sei in crisi creativa? i tuoi libri mi sono piaciuti molto, i giardinieri poi…)

Adesso ci penso.

L’effimero ha molti volti: i convolvoli rosa e azzurri si schiudono alla mattina presto, alle 10.30 stanno già sfiorendo. Come i fiori di cisto che durano un solo giorno. Basta un alito di vento a disperdere i loro petali. Nel giardinaggio è la grande sorpresa: la farfalla rossa e nera che passa dalle tue piante, la libellula in città, la cavalletta sul fico. Se scrivi un articolo ti rendi conto che la soddisfazione dura un attimo. Mentre con i libri è una soddisfazione più lunga e soprattutto più profonda. I volti delle persone sono come cieli, attraversati da nuvole e ombre, da luce e oscurità. Sono curiosa, non mi stanco mai di imparare, di tentare di leggere i volti. Dicono spesso di più delle parole. La musica non solo è effimera ma è anche invisibile e pure te la porti dietro come un’energia vitale. L’eterno è più problematico, forse quasi un concetto disumano. La morte è per sempre. Ma ti porti dietro comunque sempre un frammento vivo delle persone che se ne sono andate e a cui hai voluto bene. Mi piace come il buddismo accetta la morte. Mi interessa il pensiero religioso, con la dottrina ho più problemi. Fb ha anche valenze invisibili: sei legata anche a un figlio che ormai vive a New York ma senza disturbare, o essere invadente. Ritrovi amici, ne fai di nuovi, impari e ascolti un sacco di musica. Una tentazione anche troppo forte per chi fa un lavoro in cui si sta molto al computer.. Credo che oggi siamo più attenti a tutto ciò che cambia, in continuazione, piuttosto che a ciò che rimane immoto….

Ecco…New York…hai vissuto in periodi cruciali nella città che non va mai a dormire…distanze che allora sembravano incolmabili frantumate ora da un click- distanze anche e soprattutto di tipo culturale, qui imperversava la provincia spietata, là sempre avanti, adesso non so se è ancora così- dimmi di Jackie che negli ultimi giorni è tornata sulle prime pagine…dimmi di Mapplethorpe…“Ci sono posti e momenti in cui il talento si cristallizza”, hai scritto nel tuo libro “Say goodbye”…

Mapplethorpe era pesantemente in scena sado-maso, con suo amante, Sam Wagstaff, un grandissimo collezionista d’arte. Mi ha sorpreso la bellezza del libro di Patti Smith, l’onestà intellettuale che era necessaria allora. Ero prevenuta verso Jackie, che era anche molto chiusa e timida all’inizio. Una donna di rara intelligenza, molto vitale, appassionata di cultura e di persone di talento. Le ho voluto molto bene. Anche a Diana Vreeland, con la sua passione per la vita. E’ stato un posto speciale: allora in semi bancarotta, un pò pericoloso, con buche per le strade. Ma ci potevi vivere senza andare in bancarotta. Adesso no, artisti vivono a Brooklyn. E NYC è diventata una sorta di Disneyland per turisti ricchi

Dottrina? la morte è per sempre? davvero l’eterno è disumano?  il mondo, l’universo -chissà- esiste da sempre, è un dio eterno…forse…

Sicuro, ma la mente umana ha difficoltà con il concetto di eternità. Buddismo: <<L’unica certezza è il cambiamento>>…

E la dottrina? perchè problemi? problemi di schematismo? problemi di ritualità da rispettare? in fondo anche molti dei nostri comportamenti abituali non sono rituali?

Certo che lo sono. E se qualcuno sta male vado in chiesa e tento di pregare.. Siamo esseri contradditori, ambivalenti, complicati. Il rito a certi è più necessario che ad altri. A me fanno sognare i nuovi orizzonti, conoscere

Mi incuriosisce il tuo documentario su Warhol per la nyu film school, quanto durava? che c’era dentro? chi l’ha girato? ti è capitato di rivederlo?

Eravamo tutti studenti. Ancora con la super8. L’abbiamo seguito ai parties, alla Factory. La cosa più divertente è che mi ha chiesto: <<Vuoi intervistare mia madre?>>. Io certo che sì. Abbiamo filmato signora polacca in un locale del Village su com’era Andy da bambino. E poi, dopo, uno mi ha detto ma guarda che quella non è sua madre….

Molto pop direi, il vero così veritiero da diventare falso, di plastica…ma hai rivisto quel film recentemente?

Ce l’hanno in dote gli studenti di cinema della New York University. E lo continuano a usare. Credo che Warhol affascini più adesso che allora. Era assai poco affascinante. Lui usava le persone

Veniamo alle persone allora, ho trovato questo elenco per il 1974, ci sei anche tu,
che ti dicono questi nomi? (poi passiamo ai giardini)

Maureen Abdallah, Bassem Abdullah, Mark Androw, Jonathan Berman, Lorna Bouzat, Everett Bowman, Charles Boyle, Eric Braha, Timothy Dowd, David Dyke, Jonathan Furst, Howard Gewirtz, Samuel Gruenbaum, Ernest Holzman, Ava House-McCurdy, Tannis Hugill, Laleen Shiranthi Jayamanne, Eleanor Johnson, John Kraus, Carol Ladanyi, B. Levy, Max Lewkowicz, Aharon Lipetz, Dennis Livesey, Veronica Loza, Thomas Marks, Louis Mascolo, Martin McQuade, Rosemary Miller, Kalu Okpi, John Palm, Dimitri Politis, Delfina Rattazzi, Eric Rudolph, Jessica Schenk, Robert Schilling, Joseph Schulman, Judith Seaman, Lee Server, Barbara Shear, Albert Shlomo, Kezban Tamer, Jay Teran, Svetlana Umrichin, Nancy Vaughan, Robert Vervoordt, Bruce Waterman, Miles White, Vicki Zlotnick, 1974

Sono i miei compagni di corso alla scuola di giornalismo di Columbia. Ci spedivano in tutta la città, in coppia. Dagli ospedali del sud del Bronx alle conferenze stampa del sindaco. Ho conosciuto lati di New York inaspettati, interi quartieri a me sconosciuti, umanità, disperazione, povertà, violenza, ambizione, arroganza, arrivismo. Vedevo Gloria Steinem di sera, a volte, da lontano. Brava giornalista, grande personaggio, splendida donna. Feci un ritratto di Arnold Schwarzenegger, prima che diventasse famoso, e incontrai molte alzate di sopracciglia. Posto molto serio, conservatore, un pò chiuso allo scompiglio di ciò che affascinava me: il nuovo giornalismo: Tom Wolfe, Gay Talese, Hunter S. Thompson, Joan Didion ecc. Il giardinaggio non è al centro della mia vita….

Allora le storie sui giardinieri insospettabili sono venute per caso? l’occasione di conoscerci virtualmente è venuta proprio da lì, da quando sono andato al Vittoriale per intervistare Giordano Bruno Guerri sul futurismo nel centenario del manifesto di Marinetti e tu mi avevi chiesto di guardare i giardini di D’annunzio…

Sei rimasta in contatto con qualcuno dei tuoi compagni di corso? anche professionalmente?

A me interessa la parola scritta. Letteratura, giornalismo, sceneggiature

“Non capisco quelli a cui piace scrivere. A me non piace. Ma a volte mi è necessario. Per provare a capire, per non dimenticare.”
Ti interessa ma non ti piace? la pagina bianca è così terribile? come lavori? per sottrazione? per accumulo? quanto è stata importante per te la lezione del new journalism? e come si è trasferita nel tuo modo di scrivere?

Bella domanda, anzi bellissima. Fra un’ora ti rispondo

Continuo a pensare che il nuovo giornalismo sia stato un vertice irraggiungibile. Forse per la qualità di chi lo scriveva: Truman Capote, Michael Herr dal Vietnam, Joan Didion, Gay Talese, Nora Ephron pre-Hollywood, Gloria Steinem che si vestì da coniglietta e andò a lavorare in un Playboy club per poter raccontare l’umiliazione in prima persona. Era brillante ma era anche coinvolgente. C’era un grande senso di umanità alla base, unito a intelligenze davvero rare. Ma era costoso e richiede spazio (oggi nessun giornale lo concede più salvo a lenzuolate di Claudio Magris o Pietro Citati su cose letterarie). Ma era di vita che si parlava: crimini, guerre, mafia, storie di vita vissuta. Per un certo periodo Vanity Fair americano ha continuato in quel solco. Ma ora senti che perde colpi. Lo leggo ancora, mi commuove ancora. Lo ammiro. Non credo nella facilità della scrittura. Credo nell’impegno, nel vecchio consumare le suole delle scarpe, nel lavoro silenzioso e solitario. Nell’ambizione nobile (troppo retrò e vintage?)

Mi meraviglia sempre “il consueto mistero della scrittura, quando solo con parole messe una dietro l’altra, senza una struttura grafica che non sia la composizione della pagina e i caratteri tipografici, si riesce a ricostruire una porzione di mondo, l’atmosfera vissuta e a regalarci momenti che diventano paralleli alla nostra vita”, riciclo il passaggio di una mia recensione al libro di un amico tanto più quando si tratta di storie inventate, scrivevo, nel caso del new journalism tanto più quando si tratta di storie vere…

Belli sempre i libri che trattano della presenza di un’assenza. Coraggiosi

Secondo te, si può dire che la lezione del new journalism si sia trasferita in autori americani di successo tipo Wallace o Franzen?

No secondo me no. E’ tutto un dialogo interiore, osservare realtà familiari, microcosmi, private disperazioni. Roba che i miei avrebbero disdegnato…

Lo penso anch’io, soprattutto per Wallace nonostante abbia fatto qualche tentativo su Rolling Stone raccolto poi in volume, autore forse troppo osannato (Harold Bloom inorridisce citando lui e Franzen) …non c’è nessuno nella letteratura che abbia raccolto chiamiamola l’eredità? i libri in fondo sono una dilatazione del giornalismo (nell’800 si scrivevano romanzi per i giornali no?)

Mi sembra che ci sia stato un forte ripiegamento sul privato. Io non sono fan nè di Raymond Carver nè di Paul Auster. Ho amato, invece, La breve favolosa vita di Oscar Wao, di Junot Diaz (nato nella repubblica dominicana) e Girls, terribile, di Nick Keman. Non credo più alle grandi operazioni di marketing usa… Più carne al fuoco in scrittori che vengono dalle periferie degli imperi, mi sembra

Uno che mi piace è Lawrence Osborne, inglese che vive a Brooklyn, autore di Bangkok e Il Turista Nudo (Adelphi). Lui sa unire letteratura e vero giornalismo. E’ bravissimo. Rompe tabù e limiti di consueto giornalismo

C’è in ogni epoca una linea d’ombra da varcare (Osborne è una bella segnalazione che cercherò, grazie)…e la tua?

Sì, certo, ma Conrad era in mare aperto, dall’altra parte del mondo, con una lingua nuova di cui appropriarsi. Non nel tinello della sua casa di periferia…

Periferia dell’impero? ma in fondo le avventure più esaltanti Ernst Junger – così ha scritto- le ha vissute nel giardino di casa – a proposito di giardinieri

Era un guerriero, un genio scomodo, ma pensa al suo periodo storico (poco giardinaggio mi sa…)

Nell’ultima parte della sua lunga vita è stato un gran contemplativo e si è dedicato molto all’osservazione del suo giardino (e dell’orto) …ho trovato una bella citazione:
[A Sérignan, nel giardino della casa museo di Jean Henri Casimir Fabre, entomologo e poeta.] Nei giardini come questo si dimenticano tutti i nomi, anche il proprio. Le cose parlano con la loro forza senza nome. Ci invade un senso di gioia, sorge il presagio dell’ora in cui ci lasceremo alle spalle non solo il nome, ma anche le cose.
Il sole splende, tutto è tranquillo qui fuori; ora il padrone esce dalla casa dove gli avevamo reso omaggio. Si nutre ancora ed è vivo: in casa lo abbiamo venerato, qui, ora lo amiamo. (da Polvere colorata, p. 272)

I giardini raccontano storie di persone. Svelano la personalità dietro, sono belli perchè è di umanità, intelligenza e visione che parlano

(Bello così a ruota libera, senza seguire tracce di sorta, senza voler cercare il sensoultimodellecoseimpossibilidatrovare, conversazioni in torridi pomeriggi d’agosto)

Nei miei giardinieri (che la Dandini ha sollevato di peso come idea (ok), come personaggi (meno ok) e come frasi….ci sono un paio di capitoli un pò diversi dal solito. Sopratutto quello sui giardinieri in tempo di guerra: nei ghetti, nei campi di prigionia, nelle città bombardate. Giardini di sopravvivenza

Ti racconto della “torretta” visitata e fotografata dopo aver letto i tuoi orti di guerra, avventura sulla siepe di casa, dove nel 1944 si svolse una cruenta battaglia ecc

Ho delle passioni estemporanee che nascono su suggestioni di vario tipo, segnalazioni, curiosità, occasioni…questo è il momento della prima guerra mondiale…sto leggendo una storia generale di quella terribile epopea di distruzione e morti e eroismo e mentre leggo di gallipoli e dell’entrata in scena dell’italia ecco inserirsi i tuoi orti di guerra…la scena è quella mia solita dell’estate: il balcone della vecchia casa familiare di mia moglie, il posto più bello del mondo, almeno dal 1976, da quando frequento filottrano dove ora abito…rileggo quel tuo capitolo, interrompendo martin gilbert, esimio storico inglese…mi colpisce il vecchio Winston…guerra e giardinaggio, due facce di una stessa medaglia…distruzione e creazione…allora alzo gli occhi e lo sguardo si posa di fronte sull’avvallamento di fronte…lì si è svolta una cruenta battaglia nel 1944, i tedeschi erano asserragliati all’ospedale,costruito proprio dopo la grande guerra…ci furono piùdi 70 morti lì attorno in quei giorni di luglio…mi viene allora uno slancio, devo arrampicarmi su quell’erta in mezzo a quegli alberi fitti…raggiungo il basamento di un’antica torretta che sorreggeva (adesso non c’è più) un traliccio per la corrente elettrica…poco sopra passa la strada principale…i sandali si riempiono di terra ma poco importa…scatto qualche immagine, quel basamento di cemento visto  di fianco sembra una piramide…quello era anche il luogo verso la fine dei 60 che la mia carissima suocera Ida che non c’è più aveva attrezzato per i suoi figli scavando la terra, creando degli scalini, dove tra gli alberi mia moglie bambina e le sue sorelle andavano a fare picnic oppure a fare i compiti…loro la chiamano ancora la torricella ma non c’entra con il basamento di cemento…qualche volta portavano cuscini o una coperta per stare più comodi…è il loro posto delle fragole…avventure davanti casa no?

Certo. Mi fa pensare a Beppe Fenoglio, per me inarrivabile

Una questione privata per me è un libro di bellezza davvero rara. Ma anche il partigiano Johnny. Mai una sbavatura, mai un accenno ai sentimenti. Eppure ti commuove del tutto. Chi altro ha saputo farlo? Ovvio che amo anche Il Gattopardo, ma è una cosa diversa, uno sprazzo di genio aristocratico, meraviglioso

C’è stato un tuo “primo” libro? (per me è stato “Martin Eden”) un libro-punto- di- non -ritorno?

I libri di Colette, ancora sui banchi della scuola francese di Roma. E poi lo stesso libro che è stato determinante per Roberto Saviano: Dispacci di Michael Herr. Scritto in Vietnam, durante la guerra

Il Crollo di Francis Scott Fitzgerald. (nato come giornalismo). Il sole sorge ancora di Hemingway. Jean Rhys, Vasto mar dei sargassi. E folgorante per me Karen Blixen

Ecco tornare prepotente il new journalism…e Saviano? non ha forse saputo cogliere degli spunti da quel modo? oppure è stata una sua operazione inconsapevole? o è proprio un’altra cosa come io credo?

Credo abbia avuto un grande editor, ma questo va bene. Da Herr ha preso raccontare la realtà con le viscere. Gomorra è un bellissimo libro. Dopo è un’altra storia

Eh gli editor, che strana razza, mi sono sempre chiesto (domandaretorica) come mai quando pubblicano libri in proprio gli editor combinano ben poco…e per i tuoi libri c’è stato un editor e se c’è stato come ha lavorato?

Editor è diventato mio amico e mio agente. Quando sei stanco, in dirittura di arrivo, solo a loro, se sono bravi, permetti di prenderti a legnate sui denti. E dopo è meglio

Una specie di personaltrainer? con la scrittura vera e propria quanto incide? insomma si dice spesso “se non c’era l’editor” o cose simili, diversi addetti al lavori mi hanno detto che il libro di giordano sui numeriprimi è un’abile operazione ecc (e infatti c’è un momento nel libro in cui lo stile cambia per esempio), è un qualcosa che mi “spaventa” e affascina insieme, l’autore in certi casi mette “soltanto” l’idea generale, certi sviluppi? il caso di Carver è stato ampiamente dibattuto, lo stesso vale per Eliot  Quindi, tornando a te direttamente, il lavoro editoriale ti appartiene..anche sceneggiature, hai detto…curiosity…voglio sapere… (Tonino Guerra mi ha raccontato il metodo che usava con antonioni, lanciavano a turno delle palline o qualcosa di simile, se facevano centro in un punto stabilito si attivavano) 

Ti appartiene nel senso che hai percorso diversi modi del lavoro editoriale
Si, con umiltà e rispetto.
Dimmi del lavoro di sceneggiatura

Ho lavorato per Dino De Laurentiis un’estate a New York, e su svariati set. Ma in realtà ne ho lette molte ma non ci ho mai davvero lavorato. E mi dispiace

Davvero peccato…il cinema è la somma di tutte le arti e si avvicina molto alla letteratura, poco fa ho rivisto ORIZZONTI DI GLORIA (vista la passione per la grande guerra ci voleva) straordinario…

Il cinema è una passione per me. Rivedo i film molte volte, se mi piacciono

Quale film hai rivisto di più? intendo al cinema (con i dvd è troppo facile)

I miei: 2001 odissea nello spazio, Guerre stellari, L’oro di mackenna

Il film di Kubrick l’ho visto a 12 anni, facevo le medie e ci scrissi su qualcosa per la scuola, ho “costretto” mia figlia a vederlo prima che arrivasse la fatidica data ehehhehehe (però in dvd)

Lawrence of Arabia, Michael Collins, Quarto Potere, Chinatown, M di Fritz Lang, Syriana, il Verdetto…tanti. Mi piaccino anche alcune serie americane: Shark, Doct. House, Law & Order

Bellelenco

E Giorni del Cielo di Terrence Malick, lo rivedo spesso (in dvd…)

Mi chiedo (risposta semplice in fondo) perchè sia così facile rivedere film mentre spesso è difficile rileggere libri, non ho quasi mai riletto romanzi per esempio, e tu?

Amo Balzac ma credo di rileggere solo romanzi di Jean Rhys, Colette, Blixen, Marguerite Duras e Fenoglio

Potremmo continuare all’infinito…ancora effimero e eterno…
sarebbe una novità, un’ intervista (una specie di intervista ho detto all’inizio) che non si conclude

Chiusi in casa nella calura

Amo anche Emily Dickinson. La posso rileggere all’infinito. E’ un mistero

L’unico libro che ho tentato di rileggere è l’Ulisse ma sono arrivato fino a un certo punto, rileggere mi sembra un’intrusione in quell’io estasiato (quando in estasi) che in una rilettura potrebbe rimanere deluso ma questa è quasi una scusa per non ripetermi, di solito preferisco leggere sempre cose nuove, visto che vorrei leggere tutti i libri del mondo (!?)
le poesie invece riesco a rileggerle spesso, ultimamente quelle di Valentino Zeichen, la “Terra desolata” di Eliot l’ho riletto molte volte…

Si, rileggere non è una cosa che mi viene poi così spontanea, a meno che stia facendo delle ricerche. Anche a me interessano cose nuove, ma troppi libri sono una delusione

Troppi è vero…pensavo che Franzen fosse il massimo almeno da quello che avevo letto e invece…buona scrittura, belle intuizioni ma non è sconvolgente…libertà l’ho interrotto…per gli italiani è diverso: leggo anche quello che non mi piace di per sè, mi affascina su tutto la capacità (di marketing d’accordo) di arrivare a così tante persone con contenuti spesso poveri ma sempre c’è qualcosa che avvinghia il lettore “tipo”, Susanna Tamaro la leggo sempre invece perchè ha una sensibilità per la natura particolare e ha una voce che mi piace (l’ho sentita alla radio quando ha percorso una parte del Camino di Santiago con Valzania nel 2004)

Fra le italiane amo poetessa Patrizia Cavalli

Esseri testimoni di se stessi

sempre in propria compagnia

mai lasciati soli in leggerezza

doversi ascoltare sempre

in ogni avvenimento fisico chimico

mentale, è questa la grande prova

l’espiazione, è questo il male.

…questi sono versi di Patrizia Cavalli, prova invece a sondare, chiusa in casa nella calura, il mistero Emily Dickinson che non ho mai letto

Grande…

Oggi si sa che probabilmente era epilettica. Questo significava, all’inizio dell’Ottocento, il divieto di sposarsi. E’ rimasta quasi tutta la vita rinchiusa in casa. Usciva solo per camminare sulle colline o occuparsi del giardino. E’ morta a poco più di cinquant’anni avendo pubblicato solo una o due poesie. Dopo la sua morte la scoperta del suo taccuino, della sua opera, nella casa di Amherst, nel Massachusets. Oggi è considerata una grandissima poetessa. Criptica, bisessuale, ermetica, visionaria, amatissima dalle donne. <<Alcuni dicono che/quando è detta/la parola muore./Io dico invece che/proprio quel giorno/comincia a vivere.>> Una reclusa

Il mistero della scrittura è davvero insondabile e la vicenda di Emily smentisce (in quel caso mi riferivo all’arte applicata) quanto ho polemizzato con la gallerista Eva Menzio “senza mercato, comunque lo si voglia chiamare il diffondere forme e segni, l’arte non esiste” https://antonioprenna.wordpress.com/2010/02/04/menzio/

il contesto era l’Artefiera di bologna quindi la mia leggerezza è perdonabile

l’arte è un altro argomento che mi interessa molto, Delfina, tu sei cresciuta tra artisti immagino, i tuoi occhi si sono nutriti di figurazioni ecc no?

New York per me è stato il posto degli artisti, dell’arte. Ci sono arrivata a 18-19 anni, e quella allora era la storia. Era dappertutto

Meraviglia…al liceo ho fatto una “fuga” a roma sotto natale, alla Galleria d’Arte Moderna di Valle Giulia mi imbattei con tutte quelle opere che mi piacevano, i futuristi, De Chirico, Fontana, l’op art ecc…indimenticabile…certo aver a che fare con i veri artisti era un’altra cosa…una volta ho sbicchierato al Gabbiano di roma con Bob Rauschenberg…sono capitato alla Biennale del 76…ma la provincia (abitavo a Macerata) era allora il nonesserci…si sognavano orizzonti altri…i viaggi in America…si riusciva a raggiungere qualche luogo non lontanissimo…parigi per esempio e provare un po’ di vita hippie (ho dormito con i barboni e le puttane sotto Pont Neuf per una settimana)… continua…

Rauschenberg era sempre strafatto. Ma era un genio. Una settimana sotto ai ponti? Però

Questo è un capitolo fondamentale che hai raccontato in “Say goodbye”…continua…

eh già…sotto IL ponte…giravo scalzo addirittura…

Rauschenberg aveva l’occhio lucido infatti ahahhahaha

Ora è facile dire erano tutti strafatti. ma non è così. Lavoravano al massimo e poi facevano festa al massimo. Tutto era estremo. Ma quello che resta è la qualità del lavoro

La qualità del lavoro…adesso sembrerebbe tutto marketing anche se forse è ingiusto giudicare il presente con gli occhi di “quel” passato forse irripetibile…continua su queste cose

Il marketing può anche essere brillante, ma di solito si ripete, fa leva su cose già passate. Il nuovo vero fa terribilmente fatica a emergere sui media tradizionali credo

Invece allora nell’età d’oro dell’arte contemporanea di marketing come possiamo intenderlo adesso ce n’era ben poco, vero?
Era il colpo di coda dei Mad Men, quelli veri. George Lois faceva pubblicità e anche l’art director di Esquire. Hai presente la copertina con Warhol che affonda in una lattina di zuppa al pomodoro Campbell’s? Era lui. Erano un pò geniali

Osborne non l’ho trovato (ah la provincia) in compenso ho preso un’antologia della tua cara Emily

C’è qualcosa in un giorno d’estate

mentre lente le sue fiaccole ardono

che mi rende solenne

ho preso anche andre dubus, mi dicono straordinario, che dici?

Non conosco Andrè Dubus. Ma il clima invoglia a letture, ricerche e cose simili. Non certo a imprese atletiche

Ti associo alla delfina del raggioverde di Rohmer, tu l’hai “visto”?

L’ultima “domanda” (che non esaurisce il piacere di parlarti,trovare sollecitazioni letterarie ecc) di questa specie di intervista non è una domanda ma una citazione tratta da “Vestivamo alla marinara” di tua mamma, che dice “ho guardato nei suoi occhi verdi e ho pensato che la vita sarebbe stata un prato verde, verde come i suoi occhi, pieno di bambini che correvano”, tra quei bambini ci saresti stata anche tu…

Non smetto mai di cercare di vedere il raggio verde, nei tramonti. Mio padre ha gli occhi verdi. E sono nata in Argentina e cresciuta in un’estancia. Siamo sei e ci siamo gli uni per gli altri, anche se le vite e gli interessi e i posti in cui viviamo sono molto diversi. Sto tentando di fare un romanzo “argentino” ma temo di non esserne capace

(14/22 agosto 2011)

Delfina Rattazzi

Nata a Buenos Aires, vive e lavora a Milano. Autrice e giornalista apprezzata, ha scritto, con Giuseppe Turani, i saggi Mondadori. La grande sfida (Rizzoli) e Raul Gardini – Il contadino, la Montedison e il diavolo e di recente Say Goodbye. Avere vent’anni a New York negli anni Settanta. L’ultimo libro: Storie di insospettabili giardinieri.

TERRA_VISTA_DA_LUNA

(scritto con Lya Luft, a sua insaputa)

Stranissimo ritrovarsi dentro le pagine di un libro. Riconoscersi è però impossibile. Quello non sono certo io. E’ una trasfigurazione tra il dire e l’udire, come direbbe Manzoni. Ma tra il leggere e l’interpretare c’è in mezzo la vita quotidiana. Cotidie conditio in simil-latino. Condizione necessaria se non indispensabile dell’esserci. Ma l’esserci nelle parole scritte da altri e stampate è esperienza affatto comune. Altri ch’erano intenti a suggellare la memoria di resoconti e passaggi verbal-temporali che estrapolati dai misteriosi percorsi della mente diventano qualcosa di scritto.

“Parliamo due linguaggi diversi: il mio amico molto più contemporaneo di me, si vede da come si aggira per le vie di Roma, di come non presta attenzione alle cose di strada, mentre per me è un continuo vedere e rivedere situazioni sfumate dieci, dodici, quindici anni fa, quando venivo spesso qui.”

Qui si parla di me. L’amico sono io. il periodo è il 1993 quando lavoravo in via del Babuino, dove adesso c’è un grandhotel che solo il nome (Hotel De Russie) nasconde raffinatezze e agi e lussuose permanenze.

Il brano è contenuto in un volume di racconti e poesie che ha scritto un vecchio compagno dell’adolescenza. Quella è stata una delle ultime volte in cui siamo stati a lungo insieme.

E quello sono io che si aggira per le vie senza prestare attenzione eccetera.

Trovo parole mie in un libro di Lya Luft, Historias do tempo. Si tratta addirittura di una metafora (così il titolo), inizialmente scritto in italiano. Da lei poi tradotto nella sua lingua.

Alguém me conta a història do peixe-voador, que poderìa ser una metafora dos homens-anjos:

O peixe – confinado na sua vida de peixe como qualquer outro peixe deste mundo – no fundo de suas àaguas è tocado pelo rastro do voo de una gaivota. Mas nao è por acaso que essa clara sombra lhe corta a alma: è porque por isso esperava. Deslumbra-se, quer ir, descobre que tem asas, e voa, e vai

E aquila a quem desejou nao se assusta ao ver um peixe-voador, mas abre as suas asas também e lhe diz:

-Vem comigo, vem comigo.

Fundam nos ares e nas aguas (nao importa) a sua bela ilha.

Um dia, o peixe ve refletidos na superficie seus prçprios olhos, e se assusta: revelam extase ou afflicao? Porque afinal ele nao è anjo nem passaro – mas peixe.

Pode-se voar assim? – indaga. Ou tudo tem de estar dentro dos trilhos, controlado no mensuràvel cotidiano? Por quanto tempo serà preciso respirar os mesmos ares para saborear esse novo contato – è preciso repetir uma experiencia para entende-la a fundo?

Difficile ritrovarsi coniugando immagini e concetti, addirittura in un’altra lingua.

L’incontro con Lya è sporadico e aleatorio per sua natura elettronica. Email intercorrono varcando oceani e alture virtuali, surfando corpo e mente astrali, come si presta all’esserci in senso digitale.

Per qualche tempo Lya ha scritto brevi post a commento del mio ragionare su un blog da me creato (la solita blaterante voglia di renderla in forma scritta, l’emozione):  www.terravistadaluna.blogspot.com.

Ecco quanto scritto insieme.

TERRA_VISTA_DA_LUNA
il pensiero che si forma camminando…eppure adesso sono seduto, proprio ora a cercare la prima parola…

…presto comincerò a scrivere con uno sguardo lontano, la terra vista dalla luna, con uno sguardo disincantato, domande semplici che cercheranno in terre lontane risposte che verranno dal cuore e che d’un balzo torneranno sulla luna e da lì lo sguardo si adagerà sulle distese oceaniche, sulle foreste, sui ghiacciai, addirittura attraversando l’atmosfera…

mi guardo intorno e mi sento spaesato, non riconosco il luogo dove mi trovo: dove sono?

guardare il mondo attraverso lo schermo, inebriarsi di sguardi anonimi, di gesti automatici, delle movenze del corpo fatte senza sapere che da un computer remoto, remotissimo – di là dal mondo e degli oceani – qualcuno osserva quei gesti, quegli sguardi, quegli scarti improvvisi del vivere…

dimmi il colore del cielo di san paolo, scrivi dei profili dei palazzi…dimmi dei pinguini persi sulla spiaggia di rio…

c’è sempre un luogo della memoria dove vorresti tornare…

vedo quel me stesso sempre evanescente osservare il mare, osservare un pesce volante immaginario all’orizzonte, mi vedo mentre lo scrivo e mi vedo mentre sollevo vesti leggere…un attimo in modo cauto…un attimo dopo in modo indecente e l’innocenza è nell’essere proprio evanescente, far finta di non esserci, ma assaporare ogni più picciola (si picciola) piega di realtà, per ricordarlo in sere nebbiose, dove nei fumi toscani ritrovo una certa saudade sottotraccia.

mi guardo intorno e non riconosco il luogo: dove sono?

Una scrittura assente o un palinsesto, dove qualcosa si scrive sopra l’altra, sempre qualcosa accade sopra.

gentile signora, ho avuto la sua e-mail per una via che prima di internet avrebbe richiesto mesi di ricerche, leggevo di clarice lispector ed ero in contatto in quel periodo con un qualcuno di porto alegre che ha il mio stesso cognome, leggendo di clarice ho trovato un riferimento alla sua opera e proseguendo le ricerche ho letto di un suo piccolo libro, pubblicato in uno degli stati più piccoli del mondo…

sembrava materia per una narrazione con un approccio di questo tipo…

poi deve sapere che ho preso passione di questo mezzo straordinario che è il web e soprattutto mi entusiasmano le telecamere sparse per il mondo, allora ho pensato che potevo non solo leggere quel piccolo libro che parla -come lei sa bene- di una delle ali di un angelo (l’ala sinistra, disdegnando l’altra), ma anche riuscire a vederla da qualcuna di queste webcam (ce ne sono anche a porto alegre, ho controllato), magari salutarsi in questo modo inusuale, perdere il senso delle cose, non perdere di vista i paesaggi consueti, amarli per una certa coazione a ripetere il già visto il già detto il già sentito ripetere litanie dentro di sé per non perdere il senso delle cose ripetere il senso delle cose ripetere il senso delle cose il senso delle cose per perdere in questo modo il senso delle cose per perdere così il senso delle cose il senso delle cose, cercare il significato della parola “cosa”non perdere di vista il fine ultimo quel puntino all’orizzonte che diventa sempre più grande e mentre s’avvicina non avvicinarsi assolutamente al fine ultimo allontanarsi piuttosto perdere prospettiva perdere la prospettiva universale guardare gli angoli col solito sguardo obliquo rendere obliquo il senso delle cose rendere obliquo il senso delle cose ultime chiudere la finestra rabbuiarsi chiudendo la finestra chiudersi in sè non parlare più non usare significati noti non usare significanti consueti perdere il senso delle cose…

Carissimo: le cose non devono fare senso, perché senso é limite, e io voglio il non-limite, cosi voglio il sogno e l’arte perché l’onirico dell’arte è la libertà suprema, e questo voglio, e t’invito a venire con me lungo questa strada, in questo bosco non oscuro anzi chiaro i lucente…attimo di una passione senza limite, non c’è più l’aria per respirare, solo si sente il profumo della carne nell’ humore dell’ amore e una machina corre runrunrun, ascendendo a quel luogo stranissimo sopra il sasso gigantesco, come se il mondo fosse una grande stanza buia, il pesce volante è un uomo che non sa se deve nuotare o volare, l’amore può essere fatto d’acqua o aria…vita o morte…decisione difficile… rimanere o partire…quella che aspettava l’uomo/pesce non lo dimentica, ma sa che lui non volteggia nè nuota, sta tra cielo e acqua con suo animo di poeta, suo corpo di uomo, suo cuore di marito e pater amatissimus…e così la vita prosegue nel suo divenire, il fiume incessante sotto il cielo che va dall’adriatico all’atlantico, di cuore a cuore, di bocca in bocca passa il segreto del segretissimo pensiero…

ho fatto uno strano sogno ero al computer scrivevo un testo intitolato LA TERRA VISTA DALLA LUNA, come screensaver c’era l’immagine della luna con un occhio trafitto da un razzo, il film di meliés, tutto attorno ferro e bulloni della “belle epoque”, sembrava di stare sulla torre Eiffel invece ero al computer e avevo in testa un colbacco con una pelliccia di coniglio e alzavo il colbacco e usciva il coniglio… i sogni sono strani per definizione altrimenti sarebbero realtà com’è logico insomma alzo gli occhi e vedo questa luce lontana che racconta di incontri di gruppi di viaggiatori in sosta attorno ad un fuoco, alcuni portano cappellacci impolverati e baffi lunghi, fumando lunghi sigari, non parlano in realtà tra loro ma si scrutano e non vanno verso la stessa direzione, ma sono troppo lontano per capire bene la scena, la luce del fuoco non illumina così bene la scena, colori intensi all’orizzonte, non adesso che è notte ma quando cerco di carpire il segreto della vera sopravvivenza vedo i fuochi vedo i bivacchi ma non vedo gente attorno ai fuochi, sono tutti nelle tende a fumare e fumando cercano l’essenza della vera sopravvivenza- suppongo- li vedo con sguardi estatici scambiarsi sguardi d’intesa come a dire “siamo d’accordo”…

ho adesso un piccolo appartamento sul mare, stiamo sopra una barca altissima, ai nostri piedi, il mare…ieri c’era tempesta, pioggia, vento fortissimo, mare colore grigio, malinconico, umbra profonda… sombra, solombra…pensavo, come tante volte, all’adriatico e tutta la vita, vita brevis però intensissima, vissuta da quelle parti, due volte, tre volte, tante volte, o mai, mai, mai?

never say never and anche oggi no dico mai…dico può essere, chissà….la stanza buia assomiglia a questo mare grigio, il cuore grigio , il corpo di fuoco, piacere e tenerezza, e l’addio sopra il letto, come un abatjour triste, come una nebbia sotto la seta dei vestiti…così la vita, fuoco e gelo, neve, neve, neve e questa stranissima lontananza che è come se fosse una cattiva mentira, mensonge si dice in brasile, dimenticato la parola italiana……mentira…

il tempo è mentira, la realtà non esiste, esiste la sensazione di una presenza/assenza che mai ritorna perché mai sta assente… allora scrivi, racconta, come sai fare così bene, non dimenticare le parole, racconta…ero frente al atlantico questo fine settimana e pensavo come è strano che una vita umana possa sembrare cosi importante, comunque tutto è sempre lo stesso nel mare: la stessa plagia, li stessi sassi,la stessa acqua…forse le stelle di mare sono figli, nipoti, di quelle che, quando ero bambina, trovavo sulla spaggia? non so, ma é possibile….un po’ triste che adesso il vecchio “farol” di ferro sia modernissimo,e mi va di piangere ricordando un vecchio cimitero abbandonato che c’era sopra il monte del faro, e dove, quando piccolissima, con mia nonna io poneva fiori rosa per l’anima dei morti, soprattutto di una bambina di 6 anni come me, morta più di cento anni fa.

cosi, lì tutto per me è ancora magico, e le anime dei morti afogados piangono. parlando nel rumore del mare quando é notte alta e nessuna stella si vede dal mio balcone vetrato, da dove sembra sempre che sto come in un barco altissimo e nulla esiste tra me e l’acqua… l’acqua che sospira e sussurra come una persona, mille persone morte nel fondo….come nel fondo di mia memoria, il mare è un racconto infinito, le onde sono frasi sempre interrotte, mai finito è il lungo discorso del mare, sussurra di tempi lontanissimi quando gli esseri proteiformi che sarebbero diventati mammiferi e si sarebbero trascinati sulla terra ferma comunicavano con sguardi e singulti e si muovevano nell’acqua agili cercando risposte senza domande, sembravano sirene prima che la parola “sirena” avesse il significato che riporta a cannibalismi durante dolci melodie e parlavano di semplici concetti come “perché siamo qui?”

VANITAS… lei continuava a parlargli di spreco e diceva: è tutto uno spreco
lui rispondeva indicandogli l’orizzonte…
uno spreco perchè? chiedeva lui
abbiamo così tanto tempo davanti a noi
oppure meglio dire attorno a noi?
il tempo è un concetto o è qualcosa di tattile?
puoi toccarlo il tempo? diceva lei
sai che in questi casi mi viene sempre in mente keats, diceva lui
cosa?
l’attimo fuggente
ah quella vecchia storia, diceva lei
oppure mi viene in mente l’altro luogo comune sempre efficace
quale?
cogli l’attimo,
l’attimo dovevi coglierlo al momento giusto mio caro…quanto spreco…
hai toni biblici con quello sguardo
naaaaaa shit, toni biblici non direi, sono molto terrena invece…
terrena? di questa terra?
si, di questa terra
ma lo sai che lo sguardo obliquo significa per me vedere la terra vista dalla luna?
uno sguardo sempre lontano?
un altro spreco disse lei…

VANITA’ DELLE VANITA’ …sono dialoghi che non finiscono mai e continuano in macchina spesso e me li porto dietro dai tempi del liceo quando facevo dialogare galileo con satana, immaginando che questo dialogo avvenisse la notte dell’abiura, la notte in cui il povero galileo sarà stato fortemente e pervicacemente combattuto tra l’uniformarsi al sentire comune –quindi salvarsi-e il cedere all’istinto della scienza che ricerca sempre la verità…
a tratti il dialogo continua incessante, si parla di sprechi assomiglia ad alcuni passaggi dell’ecclesiaste quando si fanno riferimenti alle eterne vanità del quotidiano e viene rimarcato il senso di spreco, usando piccoli sbuffi, all’angolo della bocca, li vedo quegli sbuffi e gli occhi che calano dall’alto con sufficienza… ma il chiacchiericcio è troppo intenso, persone tutti parlano, radio accese vomitano news, niente musica solo rumori di fondo stanchezza diffusa…

invece adesso la melodia è quella dei tasti colpiti a forza ma con sottofondi armonici, c’è un suono di clarinetto, ci sono violini, c’è sempre una contingenza da rispettare, questo è vero, fuori il mondo sembra scomparso, è visibile appena la sagoma degli abeti più prossimi, il paesaggio è scomparso in questa fitta nebbia, la mia consueta skyline fatta di emergenze rocciose venute su come funghi nel corso degli eoni…le divisioni, le somme, i conteggi, i numeri in testa ci sono sempre, un modo immediato per non disperdere saperi avviluppati nella magia delle successioni numeriche: tre è prima di novantanove, insieme diventano centodue che diviso per quattro diventa venticinque e cinque, un quarto e un po’, così mi ricordo del modo maya di dividere il tempo: periodi del conto lungo: 5125 anni, l’intero ciclo della storia sempre raffigurati da glifi e suddivisi in tun (l’intero anno solare, senza però calcolare cinque giorni considerati sospesi), composto a sua volta da diciotto uinal (il ciclo di 20 giorni)… sommando 20 tun si raggiunge l’unità di un katun che, moltiplicato ancora una volta per venti, diventa un baktun (400 anni maya)…dieci periodi del conto lungo saranno stati sufficienti per questi funghi rocciosi che adesso non vedo più?

ognuno ha i suoi bei tempi… anzi ognuno ha il diritto di dirsi (ma solo a sé stessi) che i suoi bei tempi erano proprio quelli giusti… non importa l’età o dove si vive…sguscia via il pensiero camminando…

in cammino il pensiero è allo stato puro, di un qualcosa ancora informe, o almeno non formato alla perfezione… questa non-cosa non proviene dalla lingua, dal cuore o dal cervello ma da tutto il corpo che nell’atto del camminare si esprime nella sua pienezza…

di qui il pensiero si forma in un modo del tutto particolare e la ricerca di una forma che assomigli ai fonemi, alle sillabe, alle vocali ecc. di quel momento porta a volte a usare non- lingue, un miscuglio di lingue… il caos linguistico ma organizzato…

la veglia di finnegan può essere un esempio che illustra bene questa non-cosa, non-lingua, anche se in quel caso si tratta di pensiero che si forma nel dormiveglia…
la scrittura automatica dei surrealisti può essere presa come altro esempio, ma siamo sempre in presenza di una sorta di vagabondare dell’inconscio…il pensiero si deve formare nell’atto di camminare…camminando si è ben svegli, tutti i sensi all’erta, come ho letto in una poesia…pronto a cogliere le sfumature mentre cammino di lena lungo questo sentiero di campagna… il pomeriggio è accaldato…umidità nell’aria…guardo dritto davanti a me, intento a cercare di interpretare quello che la strada rappresenta: non solo un segmento da percorrere a piedi, un passo appresso all’altro; ho immagini di film in mente naturalmente, perché ormai –nei tempi della riproducibilità tecnica dell’ingegno artistico -non posso che ragionare in un modo visivo, una sequenza già montata, magari proprio un piano- sequenza e per staccare – come si trattasse di uno “stacco” fotografico- chiudo gli occhi come in una dissolvenza in nero… ecco, lentamente chiudo gli occhi per poi volgere lo sguardo verso quei pioppi là che costeggiano il fiumiciattolo che sto per attraversare…

non c’è narrazione primitiva senza un flusso di pensieri autonomo: ma come può il pensiero formarsi senza un background, senza un qualcosa che deve esserci prima?
come cercare l’innocenza del pensiero senza un sentimento di colpevolezza anche solo presunto?

ai miei bei tempi ciò che accadeva nei giorni lunghissimi dell’estate non era mai predeterminato, pensato prima, organizzato: si andava la mare, si percorrevano scoscesi fino al mare, ci si tuffava dagli scogli più alti con noncuranza, si cercava l’amore (che era in verità sempre al centro delle nostre ricerche) e solo nell’abbraccio dell’acqua il pensiero si annullava in quel muro (mare/muro) d’acqua che era facile attraversare con i piedi in avanti, nell’atto del tuffarsi…non è così semplice fissare nella memoria il pensiero che fluisce… le prossime volte che andrò a camminare devo dire i miei pensieri a voce alta così da memorizzarli…recitarli come una preghiera…

ascoltare voci dal passato che ripetono gli sproL.H.O.O.Q.ui del tempo presente è triste, davvero triste, le ascolti quelle voci come fossero sincere e capisci che quello è giornalismo, sguaiato giornalismo, non il giornalismo presunto glorioso- così si favoleggia- anglosassone o francese o tedesco dove sembrerebbe non ci siano servilismi, dove tutto quello che si racconta è verità…

rivedere vecchie immagini che appartengono ad un periodo – anch’esso- presunto felice, un periodo ancora denso d’innocenza, non imbastardito dal nervosismo del presente che non porta da nessuna parte, immagini come quelle del fotografo tedesco wilhelm von gloeden mi creano inquietudine…qualcosa poteva essere diverso da com’è ora, bastava che il volo della farfalla nella foresta amazzonica deviasse dal volo stabilito per un qualche accidente, per sovvertire lo spazio-tempo, potentemente carico di energia…von gloeden però era in gamba, un vero artista, peccato per tutta quella gayezza ostentata…

il leviatano si riprende quello che ho tentato invano di far mio, il suo tempo è devastante, immenso, incommensubile, il mio è solo umano, piccolo piccolo, stupido stupido…
il leviatano ridacchia accorgendosi della mia incredulità, perchè ci casco sempre nel suo gioco spietato, non m’accorgo mia della mia piccolezza, penso sempre che la mente è capace di tutto…illusioni…chimere…gioco di specchi…specularità…

ma quello che vedo nello specchio è deformato…

piove in miacasa…sento un tic tic regolare dallo stanzino sottotetto…mi tornano in mente le paurosissime paure delle soffitte esorcistiche…rumori strani, strane parole…apro la porticina senza nulla temere che ormai son grande assai…una goccia assassina quasi una tortura cinese ad intervalli regolari crea irregolari umidità in miacasa…nessun esorcismo, nessun lucifero…solo pioggia, solo pioggia, sempre pioggia da due giorni…una chiazza che sembra un frattale avanza da un’altra parte della soffitta, ci ho messo un segno a matita a futura memoria…intanto continuo a pregare molto nei dormiveglia…prego usando mantra catto-nichilisti…

quando si dice sinchronicity…ieri incontro questo artista qui che fa le terrecotte e che ha riempito delle sue statue il film di bertolucci con la figlia-dalle-labbra-enormi-come-il-padredel, il cantante simil-jagger degli aerosmith…l’atmosfera del film era bellissima…quelle notti d’estate che vorresti non finissero mai…pure la morte arriva in estate ma non è drammatica….l’artista mi dice del metodo di bernardo che si basa sulle improvvisazioni degli attori e comunque aspetta che il film avvenga, nonostante la sceneggiatura…poi c’è il momento topico dell’intervista –sono qui per un servizio- che a me piace fare sempre non canonica…gli dico che le sue terrecotte ricordano gli etruschi…gli sposi sdraiati visti al louvre in agosto…nonostante il suo aplomb tipically inglisc vedo che comincia ad entusiasmarsi…l’intervista non è di quelle chi-come-quando-perchè…finisce che non si rivolge più nemmeno a me…guarda direttamente in macchina…la figlia è documentarista e conosce quindi il mezzo…vorrei farmi regalare un suo disegno ma non trovo l’aggancio giusto per chiederglielo…dimentico anche di farmi firmare il catalogo come chiedo sempre a tutti gli artisti che intervisto…beh la sinchronicity…


stamattina m’arrivano qui in casa persone che vengono da lontanissimo…dall’altra parte del mondo…mi lasciano un libro per regalo…un libro su ezra pound…sfoglio le pagine piene di fotografie…trovo poud con indosso la sciarpona gialla con cui mi sono fatto fare delle foto quando sono stato a brunnenburg secoli fa per un documentario…poi c’è una foto di ezra pound a spoleto nel 1969…è in compagnia proprio del padre dell’artista delle terrecotte “etrusche” intervistato ieri…stranissima la vita…

rettangoli di spazio, collocati su un fondo colorato, dai contorni indefiniti che ne rendono ambigua la collocazione… sospesi, essi avanzano verso l’osservatore, o retrocedono in uno spazio poco profondo. ..i rapporti cromatici e la loro interazione all’interno del rettangolo e dello spazio danno luogo a un lieve ritmo pulsante…il dipinto costituisce il punto focale per la meditazione dell’osservatore che viene coinvolto in uno spazio che oggi chiameremmo “virtuale”…

…e insomma rothko ha elaborato quella stanza fatta tutta di sfumature rossastre alla tate gallery di londra, la tate sul tamigi, non quella grande alla centrale elettrica…

anni fa ci capitai in quella stanza che l’artista volle fortemente realizzare, quasi come un’urgenza..li ho visti quei colori sfumati, ci sono entrato quasi dentro…ero parte di quei colori…

è freddo in times square vedo uomini solitari passare veloci sotto le webcam, occhi sul mondo, vedo passare persone che non rivedrò più e mai incontrerò davvero…incrocio spesso gli sguardi di donne e ragazzi ma adesso a times square è notte e passano soltanto uomini infreddoliti…

ogni tanto mi prende di guardare una webcam che si trova a times square …vedo rari passanti e numerosi taxi tagliare l’incrocio…la mia camera preferita tra le tante è quella proprio sulla 7^ avenue…si vedono dei telefoni e delle cartacce per terra..la camera è posizionata sopra un ristorante in cui prima o poi mangerò…entusiasmante è sintonizzarsi nel momento dell’apertura della saracinesca…ma i momenti che preferiscono sono quelli come ora che è notte colà e si vedono solo rarefatte figure apparire e scomparire, le immagini non sono in sequenza perfetta, c’è sempre uno scarto di un paio di secondi…parvenze di uomini e donne dell’america che passeggiano nella notte di times square…si recano a qualche festa o anche stanno tornando da qualche festa oppure tornano a casa dopo un qualche cavolo di turno notturno di lavoro o chissà quali storie contengono quelle figure che passano veloci e scompaiono velocissime…ma per lo più la scena è vuota…ad una certa ora passano gli spazzini che tolgono la cartacce per terra…la cartaccia che adesso vedo vicino ai telefoni sarà tolta tra qualche ora da un omino vestito di arancione che con molta meticolosità la toglierà dalla strada…

è una estetica alla AMERICAN BEAUTY –quando il ragazzo filmava momenti insignificanti, riempiendoli di grande interesse proprio per la loro eccezionale mancanza di significato ma meritevoli di attenzione, è un’estetica che riempie spesso le mie solitudini…

ho visto tre ragazzine guardarsi intorno a times square, con passo deciso sono scese dal marciapiede e si sono avventurate tra la folla, si tenevano per mano…

la realtà spesso non soddisfa l’immaginario: occorre narratività, perbacco!…presto fatto…è semplice…basta avviare il time-lapse e rivedi il giorno precedente con intervalli tra un’immagine e l’altra di dieci minuti…cioè non è che ci mette dieci minuti a passare da un’immagine all’altra…la scansione intendo…le immagini scorrono e sono la registrazione dei frammenti di realtà timessqueriana più pura di un giorno qualsiasi e quel giorno qualsiasi lasciato in memoria in genere è solo quello precedente…la scansione parte alla mezzanotte e arriva alla successiva metà della calda notte newyorkese di inizi giugno…vedi il sole muoversi veloce sulle ombre dell’insegna del ristorante friday’s…vedi il mobiletto delle cartoline ruotare tra un’immagine e l’altra…ci sono dieci minuti in mezzo…di vita vera, cristo!…

vedi il solito tipo che s’affaccia alla webcam sapendo che qualcuno lo vede da lontano, c’è un qualche amico o parente che l’osserva da un computer da qualche parte là fuori…è un’umanità in movimento…solo io sto qui fermo ad osservare tutto quell’agitarsi sulla strada più famosa del mondo…

ci sono di quei giorni che non vorresti uscire dai sogni anche se i sogni qualche volta sono la realtà stessa o almeno uno specchio della realtà, stamattina pochissimo prima di svegliarmi sognavo una situazione simile a quelle che si vivono sul luogo di lavoro e per fortuna che mi sono svegliato, insomma il sogno non era molto meglio della realtà, nonostante l’affascinante paesaggio che poteva dirsi jungeriano –le scogliere di marmo -e nonostante la percezione dei vasti possedimenti immateriali in dentro mia testa…

sveglia tardi nel grigiore di questo novembre, notte dove si dice per non dire… sogni di camminate sull’acqua di un canale verso una casa in collina in toscana o forse nelle marche, lungo un viale alberato, attorno c’è dell’acqua, in fondo al viale un cimitero festoso e pieno di luci…

stamattina in autostrada l’ombra di un aeroplano da turismo ha incrociato la mia traiettoria e prima di vederlo davvero atterrare all’aeroporto di falconara ho seguito ancora l’oscura umbratile sagoma del velivolo percorrere veloce i campi della pianura, poco dopo altre ombre, questa volta di gabbiani, hanno attraversato il mio sguardo…

alle 2.30 mi sono svegliato con le solite litanìe in testa e l’audio della radio acceso e -curioso- anche la tv era accesa, è la prima volta che mi capita questa contemporaneità di media diversi attivi nel mio rem…la radio era sul letto senza il tasto di protezione e rigirandomi nei miei deliri notturni devo averla accesa…dopo non c’era verso di riaddormentarmi…la notte era calda, il temporale di stamattina di là da venire, solo qualche macchina sfrecciava incurante di me e di tutto intorno…ho preso allora a leggere IL SANGUE DEI VINTI, un resoconto sul dopoguerra, iniziato ascoltando il “tannhauser” da bayreuth…tutti quei fascisti ammazzati come cani…tutte quelle esecuzioni m’hanno conciliato il sonno dei giusti che come si dice è stato senza sogni…i sogni li lascio per la veglia…

magari qualcosa avviene oggi di solenne che ti risvolta la quotidianità d’un botto…

ora crepuscolare…passaggi liminali… non tutta luce, non tutta ombra… ci si può nascondere facilmente con questa luce…nascondere sentimenti, sguardi,occhiate oblique…si può far finta di non provarla più l’emozione di esserci…scomparire in un soffio azzurrino: il toscano con fumo prepotente…e guardare lontano per scoprire laggiù lo sfumato leonardesco rendersi evidente con naturalezza, naturaliter, naturlische…qualcuno le ha chiamate “emozioni”, cercando una melodia che le accompagnasse…non ho nemmeno sfogliato i giornali di oggi…fatto chilometri invece…tanti chilometri…ragionato sulla dura strada, segnandomi con la croce quando toccavo la latitudine, laddove passò la furia della guerra…o quando passo accanto al fiore rosso,sempre alto svettante, che ricorda la morte di una bambina pakistana, sbalzata fuori dall’auto proprio in quel punto, non lontano da miacasa…o dove l’asfalto ha strisciato sull’anima di un vecchio uomo dallo sguardo stupito per tanta morte stupida, dopo senigallia e che ho visto ben in volto strisciare sull’asfalto…pensieri di morte no però che l’ora ammette anche lo scherno…

ma le ombre lunghe presto diverranno uniformi e stasera aspetterò i barbari con coetzee…
ci sono quei momenti che ti sembra di non vivere davvero ma di essere raccontato da qualcuno, ascolti quelle voci con indifferenza, ti diverti persino, questa sensazione assomiglia ad una qualche schizofrenia che vorresti evitare, in realtà quelle voci fastidiose ti danno anche un certo fastidio, non ti lasciano riposar bene la mente, diventi litigioso, le voci si sovrappongono all’audio anche distorto di televisioni e radio acccese qui e là, tutte insieme, allora cerchi di isolarti con le cuffie, ma le voci diventano un’unica voce. predominante e fastidiosa di cui non ami il timbro…insomma raccontarsi non è facile, raccontare il quotidiano -mentre sta avvenendo per giunta- è un’impresa…rileggersi poi è sempre un dramma…

ho visto la folle corsa dei tori a san firmino, ho visto il cavallo più piccolo del mondo, ho visto gli anelli di saturno, ho visto una coppia di indiani sposarsi via internet, ho visto gorilla, panda, coccodrilli, robot, speedway sul ghiaccio, un castello costruito nel ghiaccio, sfilate di calvin klein, ho visto la street parade di zurigo, ho visto i carri passare con la musica techno a tutto volume, ho visto le ragazze con dei nastri neri sui seni e altre con i seni dipinti che si dimenavano a ritmi indiavolati e sentivo il desiderio desiderante crescere ma rimaner lì, ho visto eruzioni e polvere cadere, ho visto tifoni, gente che si picchia, che incattivita mostra i pugni, cani mordersi, bambini chiedere in silenzio un po’ di cibo, chiederlo solo con lo sguardo, ho visto tutto questo naturalmente da freddi monitor televisivi…

nella prima metà dei 70 sono stato a parigi e non avevo ancora ventanni, nella prima parte del viaggio trascorsi diversi giorni sulla costa adriatica a vendere collanine fatte con i sassi del monte conero e disegnate a china con motivi presi dalle figure inventate da una ragazza giapponese, poi arrivai fino a domodossola con un biglietto del treno regalatomi da un parlamentare, da lì il gran balzo verso la capitale francese con un treno notturno dove dormii lungo il corridoio, a parigi trovai subito la comunità degli hipsters che allora si trovava in ogni grande città, dormivo sotto il pont neuf col sacco a pelo e c’erano cinquanta, sessanta persone accomunate dall’irregolarità di quei tempi, di giorno andavo in giro a raccogliere bottiglie vuote con i clochard e mi divertivo così ad essere un outsider, non volevo fare il turista a tutti i costi ma al centre pompidou ci andai e di fronte a un quadro di dalì trascorsi un paio di intensissime ore, non so perchè proprio quel quadro mi colpì così tanto…operazioni di visioni dilatate le sperimentavo assai, nel viaggio di ritorno rimasi di fronte all’orologio di una sala d’aspetto della stazione di lione per tre ore di seguito senza staccare gli occhi dall’inesorabile scorrere del tempo…

è passata come una furia la dura pioggia
picchiava sui vetri
gocciava veloce sui vetri
mi diceva sono qui
da molto non ci vediamo
non è che mi piace così tanto vederti, rispondo
ma ti ho visto sai?
dove? mi dice lei
ti ho visto a parigi prima di entrare alla tomba di napoleone
e come mi hai trovato? rincalza lei
ti ho trovata come sempre affascinante ma non così gradita e poi lo sai a parigi hai tutta un’altra faccia
e che faccia avrei? mi fa lei
uscivamo dal museo d’orsay
quello che era una stazione, dice lei
brava, le dico
però mi stai sviando dal mio discorso iniziale anzi m’hai proprio confuso
è la mia natura, dice lei…
adesso all’orizzonte c’è una striscia di sereno, e mi orna il solito pensiero di quando sono in volo
cioè che sopra le nuvole è sempre sereno…
per noi nati d’agosto la pioggia non ci è così tanto amica…

strano fenomeno l’avambraccio s’è messo a vibrare fuori dal mio controllo, la mano protesa su questo coso che serve per muovere le parole e orizzontarsi sullo schermo che proprio non mi viene come si chiama, alla radio ascolto musiche barocche, quest’ anno il RING da bayreuth me lo sono perso, l’altra radio trasmette scarsi intervalli da cabaret, con un sacco di risate registrate, l’avambraccio intanto continua a vibrare
scrivere non aiuta così tanto come credevo un giorno
poco fa mi sono ricapitate tra le mani vecchie carte di anni e anni fa ancora ben sigillate in uno scatolone ho stracciato tutto non con rabbia ma con metodo ho salvato solo i francobolli uno è bellissimo con una farfalla degli emirati

ho sognato il fuoco che divampava
da una casa vicino alla mia, mi sono alzato di scatto,
le fiamme erano così realistiche

gentile signora lya luft
ho fatto una ricognizione (che brutta fredda parola) ricercando le webcam di porto alegre ed ho visto che sono tutte invariabilmente lontane dai soggetti, mi piacerebbe invitarla davanti ad una di queste webcam per poterla vedere perchè dopo i nostri primi messaggi e la lettura del suo piccolo libro sull’angelo la curiosità è veramente forte
ormai queste visioni da lontano fanno parte della mia vita quotidiana non un’ossessione per carità però la mattina in ufficio se arrivo molto presto quando mi collego con la webcam di times square posso fantasticare su volti anonimi che passano distratti ma non mi emozionano più come un tempo
mi piacerebbe rendere vivida questa mia passione
so che in lei (ma continuerò a darle del lei per quanto tempo ancora?) c’è la sacra passione della poesia e penso che riuscirà a capire questa mia ambizione di portarla da qualche parte davanti ad una qualche webcam per poterla vedere
a presto quindi

ORFEO NEGRO
(allegato)

ci sono infiniti inizi, ogni volta è un ricominciare dall’inizio, da quando ci eravamo lasciati con un senso di rammarico senza capire perché…
poteva dirsi soddisfacente la vita di a.
riusciva ad esprimere le sue idee, il suo modello di vita quotidiana, insomma resistere alle urgenze della realtà attraverso un lavoro fatto di piccole cose da mettere insieme come un intricato puzzle con i pezzi dallo stesso colore ma di forma ovviamente differente, simile ma differente…
si lamentava spesso di quanto sia lacunoso il modo di memorizzare i momenti assoluti, quelli che valgono una vita, una mezza vita, lo scopo dell’esserci in una parola…
presunzione forte ma supportata da un modo scanzonato di procedere attraverso il tempo, gli anni non l’avevano così distrutto, né nel fisico né tanto meno nella spigliatezza dei ragionamenti…
farsi piacere tutto, amare qualsiasi forma delle espressione umane: dall’artigianato alla pittura astratta fino alla cucina alle musiche trasmesse dalla radio ma non sempre è un pregio, si rischia il collasso degli argomenti, la frustrazione di non riuscire ad approfondire certi passaggi della storia, certe tendenze artistiche, certi saperi…
a. senza perdersi d’animo, pensava che l’accumulo riuscisse a colmare l’approfondimento: non tanto la quantità a discapito della qualità, ma un archiviare brandelli di conoscenza qua e là con la consapevolezza che prima o poi sarebbe tornato utile conoscerne i contorni…

ogni tanto capitava questo e a. era molto felice delle intuizioni avute, del suo fare sempre due più due più uno più tre, fino ad una somma che oltre all’accumulo comprendeva illuminazioni veloci come intuizioni…

era la prima volta che voleva avventurarsi in un qualcosa di suo, costruito per la sua gratuità, futilità, natura effimera quanti mai, le movenze di un ballo, i gesti delle mani danzando…
che significava danzare allora?
o comunque veder danzare qualcuno?
lo stesso per i film, le letture, addirittura lo scambio di idee tra colleghi diventava l’occasione per mettersi in gioco…
mettersi in gioco, è una frase che aveva sentito spesso…
trascorreva i pomeriggi del sabato, fuori dal lavoro, solo in casa a disegnare il suo attimo di eternità: fuori dalle interviste consuete, il lavoro ordinario per la tv in cui lavorava, voleva realizzare un film artistico da usare come lasciapassare, come n specie di password, la parola non gli era chiara (e per la verità nemmeno lo scopo) di questa operazione…

era provvidenziale questa conoscenza via web con la scrittrice brasiliana (la gentile signora) solo un suo piccolo libro -“perdite e guadagni” -era disponibile in italiano, nemmeno tradotto così bene in italiano, ma quello che cercava non era un testimonial, pur d’eccezione come l’autrice gaucha lya luft…

attraversate le sue ricerche trovava una persona sensibile cha aveva avuto le sue traversie, qualcosa traspariva dalle e-mail, ma si manteneva circondata d’una aura solare che probabilmente è tipica in brasile…

a. non sapeva niente del brasile, quello che si può sapere se non ci si è mai stati…
da piccolissimo aveva visto un film che raccontava la storia di orfeo che per amore di euridice discende all’ade per ritrovarla, la storia del mito trasportata in brasile, attori non professionisti e location esotiche, il film era in bianco e nero…

lya luft conosceva bene le cose del brasile e tentare di farsele raccontare era come vedere la terra dalla luna, come gli astronauti del luglio 1969 tra un saltello e l’altro fuori gravità vedevano il nostro pianeta da lassù, dal nostro satellite…

vita e morte per la gentile signora potevano essere un tutt’uno nel realismo magico che caratterizzava il suo scrivere

la gentile signora parlava di un’anima della terra come soffio universale

riusciva a guardare così l’altra parte del mondo che non aveva mai visto e che non poteva nemmeno immaginare, la donna lo diceva ad a…
“non te lo puoi nemmeno immaginare il candomblè”
“sono abituato ai modi consueti nel rapportarsi col reale e con l’ultrarealtà, magari un prete, una candela accesa…” rispondeva lui
“non te lo puoi nemmeno immaginare il respiro del mondo, il sangue dell’animale sgozzato che rigenera gli uomini…”

VIDA – Vida é esse processo misterioso da gente estar jogado no mundo. Esse aprendizado maravilhoso. Desde muito criança tenho o desejo de entender um pouco esse mistério – as relações humanas, a natureza, o destino do homem. Sou muito tocada pela sensação do mistério, da transcendência da vida. Acho que a vida é mistério, transcendência e processo.

la morte come proiezione della notte

MORTE – Não sei, saberemos depois de estarmos nela . Acho que ela é tão natural como a vida. Mas nunca estamos preparados. A grande fragilidade humana é exatamente esta. Estamos pouco preparados para as coisas naturais. A civilização nos tornou seres pouco naturais. A educação, a civilização são cortes da natureza. A gente está se afastando da natureza. Você deixa de ser um animal puro, quando se educa, se sofistica, se intelectualiza. E este afastamento da natureza traz aquilo que Freud chamou de mal-estar da civilização E nisso está inserido a questão da morte, que para nós é estranha porque não somos naturais.