SULLA VIA PROVINCIALE PER DAMASCO

 

neri

«E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce…»Atti 9: 3-4

Prima di parlare del libro di Giampiero Neri, Via Provinciale (Garzanti, 2017), riecheggiato nel titolo del mio pezzo, devo raccontare l’antefatto all’origine dell’entusiasmo che provo per la scrittura di questo decano della poesia italiana. Non proprio un cadere a terra, ma udire una voce senz’altro sì. Naturalmente con le dovute proporzioni.

L’antefatto si svolge nel luglio del 2016.

Sono a Rimini per realizzare un reportage televisivo su Parco Poesia, uno dei festival letterari italiani di più lunga vita. Parco Poesia è stato, fin dall’edizione di apertura del 2003, il festival dedicato alla poesia esordiente e giovane. Organizzato con passione da Isabella Leardini, a fine luglio nella corte del castello malatestiano di Rimini arrivano i grandi maestri, ci sono autori contemporanei molto letti, giovani poeti già affermati e le promesse che il festival scopre un po’ ovunque in Italia, attraverso un costante lavoro di scouting.

Armato di telecamera e microfono sono un one-man-band. In veste non solo di giornalista, ma anche di autore delle immagini e del sonoro.

Il set è dentro una sala di Castel Sismondo, accanto al bookshop.Lo sfondo dell’inquadratura è il muro bianco della sala. Quando andrò al montaggio quello spazio bianco diventerà uno schermo. Assomiglia a una pagina di poesia ancora da scrivere.

Intervistare i protagonisti della poesia e della critica letteraria italiana è una bella occasione per approfondire un fenomeno divenuto di tendenza. Scrivere poesia sembra essere diventata un’attività molto diffusa. Il web ha aiutato la diffusione di contenuti lirici che prima rimanevano nei cassetti. Come ha scritto sull’Espresso (gennaio 2017), Fabio Chiusi: “Se le stime parlano di circa tre milioni di poeti nel nostro paese, si comprende che i versi si scrivono più di quanto si leggono. Un problema culturale, certo, ma anche un dato che testimonia come la poesia sia e resti «una necessità profonda», dice all’Espresso uno dei massimi autori viventi, Milo De Angelis (tra i protagonisti di questa edizione di Parco Poesia, ndr), «qualcosa che parla alla nostra sete».

Con il mio speciale voglio provare a capire cosa si nasconde dietro la voglia di esprimersi in versi, come si trattasse di un’urgenza.

Franco Buffoni è uno dei primi che porto sul mio set.

“Un ritmo profondo, un ritmo intrinseco – sostiene con vigore il poeta lombardo- un ritmo che precede tutte le metriche, endecasillabi, metriche di tipo quantitativo o accentuativo, persino il verso libero. Il ritmo è qualcosa che comprende tutte le metriche, qualcosa di profondamente ancestrale, noi nasciamo impastati di un metro, di un ritmo che è poi forse il battito del cuore materno”.

“Forse vale sempre una questione messa in luce da un filosofo nel passato – esordisce Antonio Riccardi, per rispondere a una mia domanda sull’urgenza di fare poesia – la poesia serve anzitutto per chiarirsi le cose. – continua. A se stessi intendo, cioè serve per andare nel profondo di sé, serve per cercare la noce d’oro che ci riguarda. Senza dimenticare che la poesia è un genere letterario, una strumentazione che non si accontenta di andare a cercare qualcosa di sé, ma lo fa per rendere disponibile quella strumentazione di ricerca agli altri, quindi la poesia tende, esige, di diventare universale”.

“Uno si sente chiamato dalle singole parole”, dice alla telecamera Milo De Angelis

Sfilano davanti al mio microfono le menti migliori della mia generazione, hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte.

Doveroso fare il verso a Ginsberg, quando parlo con Dino Ignani. Mi racconta del festival di Castelporziano, dove proprio da quella spiaggia iniziò la sua carriera di fotografo di poeti. C’ero anch’io su quella spiaggia e ricordo bene quelle serate che si svolgevano così vicine al luogo-simbolo dove pochi anni prima era stato ucciso Pasolini. Ricordo la delusione mia e di molti per l’assenza di Patti Smith, il palco che crolla sotto il peso di tutta quella folla vociante che doveva assolutamente esprimersi e che di fatto impediva lo svolgersi regolare del festival.

Con Roberto Galaverni, critico del Corriere della Sera, parliamo di diffusione editoriale della poesia. Galaverni dice che i poeti non leggono gli altri poeti, basterebbe che tutti quelli che scrivono poesie comprassero una copia degli altri e ci sarebbe un mercato assai fiorente.

Rosita Copioli è piena di energia: “La poesia ubbidisce a una necessità, Goethe diceva che il mondo ha bisogno solo di poeti grandi, come si riconosce il poeta? Difficilissimo, come si riconosce la bellezza, l’autenticità”.

Con Walter Raffaelli, l’editore riminese di tanta lirica contemporanea, si discute del mercato (a detta sua presunto) della poesia. Raffaelli sostiene che non è importante il numero di copie vendute. “Non dovremmo pubblicare poesia pensando di vendere molte copie, questo lo sappiamo già”.

“L’urgenza della poesia è quella di mettersi in rapporto con il mondo nel quale si vive – è Alberto Bertoni a parlare– e con le persone più care, morte e vive, perché la poesia ha il grande dono di ridare la parola ai morti”.

“Non si va per singole illuminazioni – rincalza Gian Mario Villalta – la poesia sorprende chi la scrive”.

Nel tardo pomeriggio Isabella Leardini, che mi ha seguito per le interviste, mi dice che è arrivato Giampiero Neri. “Devi assolutamente intervistarlo, vedrai, ti stupirà”, dice lei. Non conosco la sua opera, ma so che è il fratello di Pontiggia e questo mi basta come “garanzia”. La questione da cui parto è sempre la stessa. Perché si scrive. Risponde Neri: “Come diceva Manzoni: l’animo umano è un gran guazzabuglio. La poesia non cerca tanto di mettere ordine ma di mettere a fuoco quello che succede, non si nasconde la realtà, la si racconta, la si dice.”

Neri parla molto lentamente, medita sulle parole che sta per dire, sulle singole parole. Dentro di me penso che quel suo ragionare sia poco televisivo, invece al montaggio, mi accorgo che la sua lentezza è come una sospensione che rivela ciò che apparentemente cela, anche qui come per il muro bianco che mi fa da set, lo spazio bianco della poesia.

“Achille ha ragione di essere in lite con Agamennone – continua Neri – ma la ragione non è tutto e a un certo punto anche lui deve abbandonare questa posizione sua, di egoismo, tutti gli altri greci dipendono da lui, dal suo valore, dalla sua capacità di essere un condottiero. E così quindi, per conto mio almeno è così. Vedrei nella poesia la ricerca della verità.”
L’antefatto finisce durante il montaggio del mio pezzo televisivo. Per scegliere le sequenze bisogna guardare – e naturalmente ascoltare – più volte i vari segmenti. Quando Giampiero Neri ritorna sullo schermo mi colpisce sempre quel suo essere in perfetta sintonia con la parola scritta, pur esprimendosi a voce. Attenzione. Non è che Neri parli come un libro stampato, suonerebbe banale, piuttosto: la sua scrittura – così precisa, così densa – descrive mondi in divenire con le parole necessarie. Solo quelle.

Nel bookshop a Castel Sismondo dopo l’intervista, ho comprato il volume di Neri Il Professor Fumagalli e altre poesie, pubblicato nella collana Mondadori ”Lo Specchio – i poeti del nostro tempo”, nel 2012. In seguito ho cercato di recuperare la sua centellinata bibliografia e ne ho presi diversi altri. Le poesie di Armi e mestieri (Mondadori, 2004) mantengono ancora la forma lirica dell’accapo, tutte le altre, comprese quelle di Via Provinciale (pubblicato stavolta con Garzanti) le poesie si esprimono in prosa. L’aveva detto Neri nell’intervista che la poesia non necessita di una forma particolare. Il libro inaugura la nuova collana di poesia della Garzanti, diretta proprio da Antonio Riccardi che nel risvolto di copertina dice: “Di fatto estraneo alla mappa delle tendenze in cui si è articolata la poesia italiana del secondo dopoguerra, Neri ha condotto la sua esperienza letteraria con radicale fedeltà ai principi che l’hanno originata: la memoria, prima di tutto, intesa come luogo minerario da cui estrarre i materiali necessari, indispensabili forse, alla vita attiva quotidiana”.

Ecco. La memoria è la chiave per capire i contenuti delle poesie di Neri, ma secondo me ciò che davvero conta è il tono.

“Un tono familiare..”, sottolinea Giampiero Neri al telefono, raggiunto mesi dopo per dirgli che sto scrivendo questo pezzo. Ci diamo subito del tu e la telefonata si prolunga sulle mie curiosità. Nei discorsi compare Remo Pagnanelli, un poeta e critico maceratese che negli anni ’70 avevo frequentato quando vivevo nella città marchigiana. “È stato Giampiero Neri – scrive Guido Garufi, in un appunto che trovo sul web – ad “accorgersi” di Remo, a supportarlo. Ed è il lessico tonale di Neri che affascinava Remo, una musica di fondo minimale, massimamente espressiva, simile alla indicazione di Montale sul tema della prosa-poesia.”

Ecco un’altra chiave di lettura. La musica.

Queste chiavi sono senz’altro giuste e ne posso cercare mille altre. Testo-traccia per esempio. Proprio Pagnanelli diceva di Neri: “È forse esagerato, ma non inesatto, riconoscere che il di più di queste poesie nasce e vive fuori della cornice della pagina, che i rimandi culturali e empatici sono tali da accreditare la definizione di testo-traccia.”

Per quanto mi riguarda taglio corto. Le poesie di Neri (e Via Provinciale è un’ ulteriore riprova) sono tanti incipit, oppure frammenti di romanzi che possono essere lunghissimi. I suoi libri hanno grandi spazi bianchi, da riempire con quanto riusciamo a raccogliere dal personale lessico provinciale. Il paragone con le Epifanie di Joyce è dovuto. Non ritengo importante il tono oppure la musicalità nella costruzione delle frasi. Leggendo i suoi libri- e questo in particolare che sembra riassumere i temi che gli sono cari – è come entrare con discrezione a casa sua per conversare insieme nella penombra.

 

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A QUESTO LINK E’ POSSIBILE VEDERE LO SPECIALE “PARCO POESIA”

http://www.smtvsanmarino.sm/video/speciali-rtv/speciale-parco-poesia-2016-29-07-2016

TANZ TANGO

La fine del mondo: c’è niente di più bello? Per uomini e donne è un fondaco da strapazzo, ma per gli innocenti e per gli sprovveduti è il bazar delle meraviglie; non foss’altro per la cannuccio di finto avorio dove si vede il leone di San marco; mentre rovesciando il posacarte, nevica su San pietro anche d’agosto. Tutto c’è di tutto: un lume a petrolio, il cavaliere del Cigno e Otello che strangola Desdemona; sul banco tra la bottiglia coi baffi del Re galantuomo e la caraffa bianca col ritratto di Pio IX, fra almanacchi e lunari, lo Speculum lapidarum di Camillo Lonardi pesarese, dedicato a Cesare Borgia, specchio d’ogni virtù. E ben in vista, ma nessuno abboccava, la tabacchiera di Napoleone. [Fabio Tombari, Fine del mondo Ercole al bivio, Editrice Fortuna 1986]

Dentro la mucca di floyce  c’è tutto quello che sedimentava in me in quei primi metà 90, quando i ragazzi giù a seattle indossavano camicioni da boscaiolo (le portavamo qualche anno prima anche noi, ripudiandole quasi subito) e  sulle chitarre diventavano furiosi e se si gettavano dal palco sul pubblico si aspettavano  di essere raccolti, tanto i locali erano piccoli e gremiti, come a londra nella mia personale (memorabile) notte del punk raccontata altrove, la suggestione sedimentaria  partiva da quel brano di Tombari posta in esergo, il libro me l’aveva regalato nel dicembre 1987 proprio il grande vecchio di Rio Salso, ero andato a intervistarlo per la Rai di Ancona e quel suo pezzo l’avevo letto in trasmissione,   l’avevo in mente quando ho pensato al mio guazzabuglio video successivo

o almeno quel tutto, quell’aleph, che ho sempre inseguito d’istinto, ginsberg e il suo mantra, il kaddish per la madre morta e la grande madre terra atomica del disco della mucca, gli orizzonti verso il mare percorsi da nuvole veloci citazione dalle immagini di un documentarista francese che mi piaceva molto (un’impresa ritrovare il nome del regista scrivendo su google parole-chiave come nuvole velocizzate documentarista francese, tanto non me lo ricordo e quando lo ricorderò sarà sempre troppo tardi), e ancora ci sono le ceneri che tornano cenere sulle immagini del trattamento ludovico van,  “è buffo come i colori del vero mondo, diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo”,  non sono proprio le stesse, vigliacco se riesco a trovarle quelle esplosioni di stazioni di carburante, quella terra smossa da scoppi intensi sulla musica di bowie, poi ancora il paesaggio di quella magica stagione dopo il giugno 1993, dalle parti di rimini verso arezzo,  con quelle nuvole che scorrono sul letto del fiume detto piccolo mare, marecula, dove tonino guerra  ha ambientato tante sue storie (l’anno era proprio quello delle peregrinazioni in valmarecchia), quelle nuvole che son copiate dalle sequenze di quell’altro regista francese (che tanto non mi ricordo come si chiama) che si vedono poco dopo,  intanto ginsberg continua con il  suo mantra e sfuma verso” atom hearth mother” (la copertina del vinile è inquadrato da una telecamera da studio,  l’immagine della mucca si è un po’ sbiadita per il sole che entrava dall’angolo di san leo nel vecchio ufficio) le chitarre universali dei pink floyd si ascoltano come un refrain (che sempre  miritornainmente lungo i decenni e non perde di smalto) mentre ” una mucca che veniva giù per la strada”, l’incipit inquietante di dedalus e le” belle lose veldi”, la mamma aveva un odore più buono del babbo (questo è joyce) gli suonava una tarantella per farlo ballare eccetera,  eccole arrivare le immagini del regista di cui non ricordo più il nome  e mentre continua  il solito mantra ginsbergiano che ha fatto pure a castelporziano ecc l’ho raccontato più volte, una lama di luce attraversa veloce  l’orizzonte l’immagine è fissa ma accelerata, hey father death I’m flying home hey poor man you’re alone, hey old daddy, I know where I’m going (fine prima parte) nella seconda – realizzata tempo dopo – ginsberg è davvero a castelpoziano con la sua camicia bianca da professore americano, continua inesorabile nel suo blues (serviva in quell’estate del festival dei poeti sulla spiaggia verso ostia a calmare anime ribollenti assemblee universitarie, aule magne piene di fumo dove tutti urlavano “scemo, scemo“),  mentre la ballerina di pina bausch danza nella neve con un vestitino a fiori (nel link si trova  piuttosto in là, a 37′) intanto cominciano a sovrapporsi immagini estranee (abe sada dell‘impero dei sensi, ancora l’infiorata della ballerina tra le neve che scende), poi esplode il tanz tango der sufi pulp pound, ecco tarantino nella sua forma pura (la musica!)  alternato al lamento dell’imperatrice di pina, continua così fino a ezra pound- recuperato da qualche archivio- che legge i cantos sulla musicadi nusrat fateh ali khan dal film maledetto natural born killers, (sempre di tarantino o comunque con il suo tocco, che faceva il paio allora con forrest gump io sono la luna con i piedi sulla falce d’argento (sovrapposte le ballerine di wuppertal che sbattono stracci per terra, alzano polvere, stacchi su pound a rapallo sugli scogli, la ballerina nella neve con la sua musica -proprio sua scelta dalla bausch- ipnotica, seducente avvolgente, la scena è ripresa dalla tv con una camerina high8 che allora sembrava il massimo che c’era, la neve sferza i capelli neri della ragazza dal vestito delizioso), sovrapposizioni da ultimo tango, brando e maria si inseguono con gli sguardi (c’è un effetto elettronico vintage),  intanto ritorna tarantino dal libro di ezechiele  

25:17. “il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te.”  

(ezechiele è detto in inglese mentre le immagini sono ancora quelle decadenti dell’appartamento parigino, peccaminoso e casto, di bertolucci), ma il nome di quel regista francese non lo ricordoproprio e non posso metterlo tra i tag.

IO

29 dicembre 2008

ciao giuseppe ho letto il tuo HITLER all’inizio dell’anno, strano libro il tuo, una lettura obliqua direi del personaggio, quasi in presa diretta

Ti ringrazio del giudizio, che non so se positivo o negativo. Io ho tentato una lettura metafisica di Hitler, che non fosse quella che lo identifica col Male assoluto, bensì con il vuoto di essere e con l’elemento di erosione dell’umano, dell’empatia. Poi non so se si è capito, se gli esiti del testo sono risultati all’altezza delle intenzioni. E’ un libro che mi ha cavato il sangue. Doveva intitolarsi: “Io”.

“io” come fossimo tutti degli hitler era titolo tosto…il mio non è giudizio negativo anzi…

Mondadori non ha voluto “Io”. Per me era fondamentale: l'”io” è il Divisore, la funzione che separa uomo da uomo. Il progetto occidentale per me è l’ipertrofia dell'”io” e culmina proprio in colui che separa, che è Hitler: infatti, oltre la supposta separazione, che è quella dei campi, io fermo la vista mia e del lettore…Ma vallo a dire agli editor…

leggendo era “fastidioso” riconoscersi nelle sofferenze di hitler, soprattutto in quella specie di ricovero…naturalmente notevole le parti del lupo…mi ricordava una poesia di mariella mehr:

Ancora ti prospera il fogliame intorno al cuore
e una fresca presa di sale
impregna il tuo sguardo.

Di me nessuno vuol sapere,
di chi io sia la spezia
e di quale amore la durata.

Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.

Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.

Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare,

e scorre via il resto di ogni ora.

Non conoscevo Mariella Mehr: ti ringrazio per la segnalazione! La postura, essenzialmente, è quella, in generale, al di là del lupo:

“Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare”

questo è ciò che custodisce “io” al suo centro, per me, e prepara il parto di Hitler… Straordinaria poesia! Grazie…

oh la là caro giuseppe m’era sfuggito il tuo nuovo  libro appena uscito, di solito sono informatissimo e in questo caso è imperdonabile visto che ci siamo anche “parlati” stamattina, ho letto la recensione sul giornale appena lo trovo, lo prendo, leggo e ti dico

Ehi, grazie, Antonio! Con la speranza che non ti deluda, a me sembra un ingombrante “fallimento”!
Intanto auguroni per un bel 2009!!!!

caro giuseppe, auguri siamo già a quella data…ieri ho comprato il tuo deprofundis…ho fatto l’esperimento che ho letto sul foglio…vado a pag.69…alla terza riga citi burroughs… bene, buon segno…a fine settanta o inzio ottanta, non mi ricordo mai, l’ho visto l’esimio burroughs a castelporziano…ondeggiava sul microfono dicendo cose turpissime…con la sua voce roca, ondeggiava…”inzuppate la bandiera ameeeericaaanaaa nell’eroina e poi suuuuucchiatela”…che spasso vederlo e nello stesso momento comprare un suo libro alle solite bancarelle…quindi se citi burroughs mi cogli nel vivo…doveva venire a riccione nel 1996, al cocoricò che aveva un privè sofisticato…m’ero attrezzato per andarci a tutti i costi…invece non ne fecero niente…peccato…poi ieri sera tra un don camillo e un letterman e i pink floyd di relics ho cominciato a leggerti…strano effetto la lettura sapendo che poi t’avrei scritto…ho letto di tuo padre…chi non ha perso il padre non sa nulla del Padre…quando il mio morì lo vegliai e verso l’alba – era agosto e per me è il mese migliore sia per nascere che per morire- gli dicevo- lui morto-“cazzo fai lì mortu-mortu, andiamo a farci una partita a scopa?


Beh, l’aneddoto su Burroughs è impagabile, anche se non penso si trattasse di Castel Porziano, non mi pare ci fosse, c’erano Ginsberg e Amiri Baraka… Che cazzo di vita fai? Satellitare onnivora? Don Camillo, Letterman, PF! Quanta energia hai?
Sul padre: io non so fino a che punto sono riuscito interiormente a realizzare quell’opera che dici, cioè a sentire il padre come Padre. Conosco solo la dolcezza inerme di quella veglia affannata e traumatica, che coinvolse anche mia sorella, la quale ha voluto essere espunta dal testo. Non so – da allora mi chiedo che rapporto ho con il dolore: è tutto così mutato… Riesco solo a osservare. Questo manda in crisi la scrittura. Da un lato, la tentazione è il silenzio, non sento più l’impulso dalla necessità di una traduzione del dolore; dall’altra, intuisco una strada, che non ho mai percorso e che muterebbe completamente la mia scrittura, ma mi pare di non avere né testa né cuore sufficientemente ampi per percorrerla…
Comunque grazie di questo bellissimo messaggio: ha dato senso alla mia giornata!

ah che meraviglia dare senso attraverso la parola scritta…non male…castelporziano era proprio la spiaggia del minestrone e burroughs era là col suo vestito buono con la sua voce strascicata…avevo tutti i suoi libri meno quello comprato al banchetto che dovrebbe essere RAGAZZI SELVAGGI…il cut-up mi entusiasmava…giorni febbrili avanti e indietro roma-ostia…anche in lambretta…che serate…troppo forte…c’era evtuscenko, un altro messicano o che cavolo era…dario bellezza…gli italiani fischiati…e ginsberg col suo mantra che calmò tutti…c’è un film di quelle serate ma burroughs non c’è nel film…lo recuperai nell’archivio rai quando ci ho lavorato nei primi 90…il film è di andrea andermann che era amico di moravia…sono stato all’università a roma in quegli  anni…lettere: indirizzo demo-etno-antropoligico che sembra così altisonante…stavo all’occupazione della facoltà nel febbraio 1977…ho rubato al preside carlo salinari delle forbici che chissà che fine hanno fatto…ho dormito sotto la scrivania di quel gran critico letterario…per la lettura sel deprofundis oggi sono alle formiche…mi piace leggere lento…ci sono dei passi tremendi che se son realtà,  con la scrittura diventano un’altra cosa...

Sì, sì: conosco quel film e Antonio Porta non mi raccontò di Burroughs. o che studiò con Ginsberg ed Evtushenko, al secondo giorno, il modo per non essere aggrediti, si divertiva moltissimo. Il colpo lo fece Cordelli, che non avvisò che il previsto concerto di Patti Smith non si sarebbe tenuto, altrimenti ci sarebbe stato un quarto della folla. Le immagini del film sono memorabili. La tipa autistica messa accanto alla Maraini che legge, la donna delle pulizie dei cessi sulla spiaggia, quelli che dormono di giorno sotto la pedana… Indimenticabile…
Conclusione: sono nato con 10 anni di ritardo, cazzo…

ho ritrovato il libro di burroughs comprato a castelporziano, non ragazzi selvaggi ma la morbida macchina…la data: 30 giugno 1979… oltre alla data è riportata la frase della bandiera americana inzuppata nell’eroina ecc…



ho letto un pezzo tuo su NUOVI ARGOMENTI, ero sicuro di avere qualcosa d’altro di tuo, non so niente di te, conosco solo la tua scrittura…

mai in ritardo caro gius

1.583 PAROLE DOPO LA LETTURA DEL TRAUMA E LO SCIAMANO

caro giuseppe so che ti scriverò assai perché la scrittura è un fluxus che segue visioni che segue ascolti che segue letture che segue una serie di foto fatte col cellulare per l’album che voglio chiamare BABEL su facebook…visioni letture ascolti anche frammentari anzi decisamente frammentari solo in casa e non m’annoio nemmeno un po’, ascoltando un vecchio cd del 2000 (titolo: good looking blues, voce femminile dice: must have been the devil who changed my mind, c’è una tromba e dell’ elettronica di fondo, di quelle atmosfere non propriamente cupe, nemmeno drum’bass, ritmo tipico dell’epoca e nemmeno aphex twin)…l’ascolto di questo cd adesso è decisamente predominante…moglie fuori, figlia fuori…la prima ad una festa di canzoni revival a casa di certi amici di amici della provincia più profonda…l’anno scorso andai a casa degli amici (quest’anno il posto è diverso ed è a casa degli amici degli amici ed io non vado per certi rancori legati ai tempi delle scazzottate fascisti/comunisti) -anch’io andai chiamiamola alla prima edizione del canto-revival che molto successo riscosse- c’era tutta la piazza e anche la sindaca -e mi sono poi chiesto per settimane perché ancora dobbiamo tormentarci con il ragazzo che come me amava eccetera, perché sempre luciobattisti claudiobaglioni commuovono? e non una sana cantata di anarchy in uk, perché? l’età mia e di tutti loro è la stessa, stupida questione la mia e senza risposta…ha acceso dibattiti serrati in famiglia, ognuno a dire la sua…nessuno invece conosce la musica che sto ascoltando tra quella gente (il gruppo si chiama LAIKA)…

forse solo un altro nel paese può conoscerli, uno che sta tra i miei “amici” di facebook, tipo eclettico – mi può esser figlio o nipote – autore un saggio su dante gabriel rossetti e sta facendo una sua ricerca su la sindrome di stendhal a berlino…forse lui…certamente gli altri staranno ora cantando un pezzo di patty pravo che sarebbe comunque scelta sofisticata…la figlia invece ormai esce tutte le sere e torna alle 2,30/3 e la mattina faccio fatica a svegliarla per richiamarla ai suoi doveri… è in seconda liceo, studia il greco, legge dostoevski, suona in un gruppo di tutte ragazze che si son chiamate COTTON FACTORY, è una brava figliola, vive il suo tempo, io ero molto peggio, ma a me sembra che perda tempo in quella specie di intrattenimento che non so come chiamare ma che forse “cazzeggio” rende bene (il correttore automatico riporta sempre “pazzeggio”)…la musica continua…ma voglio tornare al pezzo 5 (stesso titolo del cd)…frammenti della tv accesa di là in camera da letto (la tv bandita dai luoghi della chiacchiera, a tavola e sui divani)…quando passo -negli intervalli di scrittura -vedo sarkozy che sostiene la sua su gaza…cambio canale: ancora letterman…biff, l’assistente di studio, gli tira contro continuamente delle scarpe come il giornalista egiziano a bush…tra i film vedo che c’è DON CAMILLO MONSIGNORE, ma evito…li conosco a memoria i film tratti da guareschi…ma un pezzettino non guasterebbe…sguardo veloce alla tv mentre la notte avanza e la casa diventa fredda…adesso c’è louis de funès contro fantomas…non so mai se mi fa ridere il vecchio louis ma l’effetto nostalgia è sempre all’agguato…dopo il pezzo 5 il cd è un crescendo di trombe jazzate……tutto questo giusto per dire del momento cosmico venuto dopo la lettura del capitolo 3 –il trauma e lo sciamano…fumato nel frammento sigarilli davidoff… quello che di nome si chiamava zino, morto vecchissimo e sempre in gamba con un negozio a ginevra dove sogno di entrare prima o poirimetto il pezzo 5…in copertina c’è proprio la cagnetta mandata in orbita all’inizio dell’avventura spaziale…la musica è fatta di ritmi vagamente sciamanici che mi richiamano il testo del deprofundis…li conosco bene gli sciamani per tutto quel levi-strauss e margaret mead e malinowski e ernesto de martino studiati all’università…impressionante la sequela di parole dello sciamano che descrivono con la parole che gli vengono dai morti uno status, gusti, scatti nervosi, momenti assoluti, passaggi temporali di un’esistenza – la tua – dove la fiction rappresenta la realtà perché nessuno parla senza incepparsi – spesso mi chiedo questo pensando ai dialoghi dei romanzi o dei film: non ci sono le incertezze nel parlato…non ci sono esitazioni…i ragionamenti filano via lisci…così lo sciamano…impossibile abbia usato nella realtà quelle parole…così con la dottoressa necroscopia del capitolo precedente…tu dici: io sono lo scrittore giuseppe genna…parlato e scrittura si incontrano…la realtà diventa una finzione di parole ben dette…il parlato invece non è mai come ai convegni…ci sono continue interruzioni…non è nemmeno un talk-show…me ne accorgo sempre a casa quando cerco di coordinare un pensiero che non riesco spesso a concludere perché ragionamenti troppo complessi non sono propri della quotidianità… è la prima volta che mi capita di fondere davvero scrittura e lettura con la realtà del giorno corrente e di commentare poi con altra scrittura con un’operazione fine a se stessa per il gusto di vivere il momento magico dove la scrittura si sovrappone alla realtà…poi un sobbalzo…ci sono certe oblique coincidenze con una storia che ho immagino da qualche anno, dove c’è un tipo che dopo un’eclisse di sole acquista il potere di vedere e parlare con i morti (!!!)…ha colloqui filosofici estenuanti con le ombre…i morti non sanno di esserlo davvero e parlano ad una tale velocità che è difficile captare tutto…il tipo non dorme più perché le ombre si rendono evidenti di notte –un classico-mentre di giorno sono soltanto presenze ecc…assiste all’eclisse in francia, a carnac, dove si trova con michel houellebecq (!!!) per girare un booktrailer per le particelle elementari…l’eclisse avviene l’11 agosto 1999…fine millennio…fine presunta di un’epoca…il tipo su suggerimento di un amico si rifugia su un’isola greca, sede di una fondazione inglese ecc ecc, dove ci sono percorsi creati da richard long, perché i morti hanno una specie di terrore per l’acqua ecc ecc quindi pensa che salto ho fatto: lo sciamano parla con i morti! Houellebecq! …scrittura, lettura, ancora scrittura e ancora salto al pezzo 5 del cd e la notte continua…

la domanda è: le storie sono state tutte scritte?

ALLEGATO
Nascosto in un libro dimenticato in soffitta, in uno di quei libri pieni di pieghe e con le pagine ingiallite che ricordi di aver sfogliato quando eri ragazzino- ed erano già vecchi quei volumi -, nel libro c’è un foglio azzurrino dove si racconta la stessa storia che stai vivendo.
Riconosci le parole, ti riconosci nel racconto.

Guardando in tv, distrattamente, un programma di storia, di quelli con le interviste interrotte ad arte e le immagini che commentano il parlato, ti accorgi di ascoltare parole che un tempo conoscevi bene, ma che ora sembrano disperse. Le riconosci lo stesso ma non sai più se le apprezzi o meno. Raccontano in sequenza le tue sequenze. Ti stupisci di apprezzarne la costruzione logica. I rimandi. Le connessioni tra i fatti. Non è propriamente la tua biografia, è una delle tante storie già scritte da qualche parte che assomiglia alla tua. Stessi passaggi temporali sottolineati dalle dissolvenze, lo stesso tappeto sonoro.
Per strada ti fermi davanti ad una libreria e i titoli dei volumi esposti ti sono già noti, anche se è la prima volta che li vedi. Entri nella libreria. Sfogli il primo volume che ti capita sotto mano, la copertina ti ricorda qualcosa: un disegno infantile – guarda che strano – uno di quelli che facevi da bambino anche tu. Apri una pagina a caso e ti riconosci nel racconto. Anche se la storia è ambientata in qualche landa desolata dove non sei mai stato, quella landa spazzata da una pioggia feroce ti appartiene. Là dove il protagonista vive un amore contrastato e da dove ancora quell’innamorato respinto parte alla ricerca di se stesso, portandosi dietro una fotografia stropicciata del suo amore, una foto custodita gelosamente nel portafoglio. Il ragazzo la mostra alle persone sbagliate. Per quanto lui sia ingenuamente fiducioso, gli altri sono truffaldini e pieni di malizia. Qualcuno poi lo aggredisce in un vicolo scuro. Lo vediamo disteso per terra con il volto pieno di lividi, i lividi lui li vedrà specchiandosi nella vetrina di un bar malfamato, dopo che si è rialzato a fatica. Rientrerà nella pensioncina che lo ospita, pulirà le ferite allo specchio di un bagno sudicio. Quando si specchia vedi il tuo volto.
In altre occasioni sei in treno e ascolti un compagno di viaggio che racconta al telefono una sua vicenda intima. Con ampi gesti, quel viaggiatore sottolinea i passaggi più vivaci del suo racconto, ma senza quasi parlare, usando frasi incomplete, con molti incisi. Tutti si, ah, ho capito e quella storia sai di averla già sentita.
Allora capisci di averla già vissuta. Una storia già scritta. La tua storia. Una delle tante.

Già. Un minuscolo sedimento di narratività che si insinua nelle viscere profonde della terra dove vivi e raggiunge silenzioso la radice di tutte le storie. Le vivifica aggiungendo un frammento narrativo dopo l’altro.

Tutte le storie sono già dentro di noi. Tutte ci appartengono e molto spesso si ripetono con le stesse movenze. Le stesse battute. Gli stessi sviluppi. E’ quasi tragico, è quasi divertente.

Perdona, Antonio: sono costretto a essere laconicissimo – la mia vita è in sisma, in questo momento (problemi di grana, di alimentazione, prossimo futuro in bilico).
Dico solo una cosa: tu devi scrivere quel libro. Hai una prosa impressionante. Sei capace di 200.000 registri e velocità differenti. Non pensarci nemmeno: scrivi e basta, poi si trova l’editore. Troppa esperienza, troppa storia personale coniugate a un istinto ritmico e immaginale potente. Buttati.

il tempo come susseguirsi di eventi è davvero strano, spesso ti ritrovi a rifare le stesse azioni senza volerlo…insomma sono stato travolto da letture, dal lavoro, dai miei andirivieni…ho letto il tuo libro e sono contento che sia capitato con queste nostre comunicazioni…grazie ancora delle belle parole sulla mia scrittura…ciao so long

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questo pezzo non è propriamente un’intervista,  rileggendolo a distanza di qualche anno può sembrarlo, almeno all’inizio con il tipico alternarsi di domande e risposte, comunque mi piace inserirlo tra le mie  interviste perchè genna risponde (sembra lo sventurato e invece è il miserabile, come ama definirsi)

il titolo IO richiama naturalmente a come genna voleva chiamare il suo hitler e poi al fatto che l’intervista-colloquio si trasforma in qualcos’altro, con una decisa preponderanza di mia scrittura, non più solo genna quindi ma io

in realtà devo dire che è stato proprio per colpa  di giuseppe genna se mi sono iscritto a facebook nel dicembre 2008, complice un articolo su IL GIORNALE  “Una vera e propria macchina culturale instancabile è Giuseppe Genna, veterano del web e tra i primi a diventare facebookini (termine che sostituirà sanbabilini nella nostra Italietta delle lettere?).”,scriveva gian paolo serino

BURROUGHS

Roma, 30 Giugno 1979

Stasera l’ho visto a Castelporziano il williamburroughs e mentre compravo thesoftmachine  ad un banchetto ai bordi della spiaggia, lui declamante con voce roca un suo pezzo che dice se inzuppi la bandiera americana nell’eroina io me la succhio.

Parole dure, il vecchio Bill col suo cappello a tese e l’abito grigio dell’irregolare uniformato si agita sul palco, da poco tornato alla sua dimensione di ribalta e non più teatro di psicodrammi che a rivederli nel film di Cronenberg diventano un’altra cosa.

Riportò la calma col suo OHM Ginsberg e il suo amico Peter e tanti altri con le tablas e gli organetti e le voci di tutti, quiete e tranquillanti. Il mare Tirreno lì di fronte, i fuochi in spiaggia dietro il palco. 

Mi sembra un bel gesto letterario l’acquisto del libro [1], costo lire 2000, nel momento in cui la luce attraversa l’occhio di bue che circonda l’autore.


[1](ed.sugarco, una casa editrice scomparsa negli anni 2000)