il giorno prima

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Vapori di caldo nascondono il cielo e i treni sono straordinari in quel giorno prima.

Marcinelle  naturalmente in taglio alto. Titolo grande. Tragedia. Al Cinema Lux di Torino, gloriosa sala art déco,  si proietta la sera “Gli invincibili” con Gary Cooper, un film già vecchio quel giorno prima.                                                                                    

Paulette Goddard nel Settecento, schiava e libera oppure a scelta libera e schiava, un gioco delle parti, storia ancora più lontano nel tempo e poi e poi grazie alla tv il vincitore della puntata di Lascia o raddoppia della sera prima (quindi un altro giorno prima ancora, prima del giorno prima) quell’uomo esperto di serpenti ritrova un caro compagno che credeva morto in Russia.

Grande spazio al quiz in pagina interna, minuto per minuto, il signor Walter Marchetti da Milano si presenta per la musica contemporanea, Mike Bongiorno chiede cosa fa? Marchetti dice l’impiegato delle poste, Bongiorno incalza lei ha scelto la musica contemporanea, è anche musicista? Marchetti dice non musicista, sono solo un dilettante, una settimana dopo Bongiorno gli chiederà  quando sente musiche di questo genere che sensazioni prova? e Marchetti io la musica non l’ho mai intesa in senso edonistico, non trovo mica una cascata d’acqua, la musica la sento come vedere un bel quadro, Marchetti lavorerà poi con John Cage ecc ecc fino alla Cramps  Records, la casa discografica degli Area e alle 21,15 in tv, in quel giorno prima,  sull’unico canale Memo Benassi, che aveva conosciuto il successo con Eleonora Duse, interpreta Enrico IV di Pirandello.

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« Alcuni giovani signori e signore dell’aristocrazia pensarono di fare per loro diletto, in tempo di carnevale, una “cavalcata in costume” in una villa patrizia: ciascuno di quei signori s’era scelto un personaggio storico, re o principe, da figurare con la sua dama accanto, regina o principessa, sul cavallo bardato secondo i costumi dell’epoca. Uno di questi signori s’era scelto il personaggio di Enrico IV; e per rappresentarlo il meglio possibile, s’era dato la pena e il tormento d’uno studio intensissimo, minuzioso e preciso, che lo aveva per circa un mese ossessionato».   Luigi Pirandello, Lettera a Ruggero Ruggeri del 21 settembre 1921.

Il giorno dopo era l’undici di agosto, quando sono nato io.

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occasioni mancate, interviste sospese, lessico provinciale, ernst junger, lydia lunch, courtney love, valentino zeichen, claudio baglioni, alberto moravia, michelangelo pistoletto, william burroughs, bernardo bertolucci, bernard henry levy, andrea de carlo, gianandrea gavazzeni, ramones, antonio franchini, renata tebaldi, carlo bergonzi, aldo protti, noel redding, mitch mitchell, the fugs

SULLA VIA PROVINCIALE PER DAMASCO

 

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«E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce…»Atti 9: 3-4

Prima di parlare del libro di Giampiero Neri, Via Provinciale (Garzanti, 2017), riecheggiato nel titolo del mio pezzo, devo raccontare l’antefatto all’origine dell’entusiasmo che provo per la scrittura di questo decano della poesia italiana. Non proprio un cadere a terra, ma udire una voce senz’altro sì. Naturalmente con le dovute proporzioni.

L’antefatto si svolge nel luglio del 2016.

Sono a Rimini per realizzare un reportage televisivo su Parco Poesia, uno dei festival letterari italiani di più lunga vita. Parco Poesia è stato, fin dall’edizione di apertura del 2003, il festival dedicato alla poesia esordiente e giovane. Organizzato con passione da Isabella Leardini, a fine luglio nella corte del castello malatestiano di Rimini arrivano i grandi maestri, ci sono autori contemporanei molto letti, giovani poeti già affermati e le promesse che il festival scopre un po’ ovunque in Italia, attraverso un costante lavoro di scouting.

Armato di telecamera e microfono sono un one-man-band. In veste non solo di giornalista, ma anche di autore delle immagini e del sonoro.

Il set è dentro una sala di Castel Sismondo, accanto al bookshop.Lo sfondo dell’inquadratura è il muro bianco della sala. Quando andrò al montaggio quello spazio bianco diventerà uno schermo. Assomiglia a una pagina di poesia ancora da scrivere.

Intervistare i protagonisti della poesia e della critica letteraria italiana è una bella occasione per approfondire un fenomeno divenuto di tendenza. Scrivere poesia sembra essere diventata un’attività molto diffusa. Il web ha aiutato la diffusione di contenuti lirici che prima rimanevano nei cassetti. Come ha scritto sull’Espresso (gennaio 2017), Fabio Chiusi: “Se le stime parlano di circa tre milioni di poeti nel nostro paese, si comprende che i versi si scrivono più di quanto si leggono. Un problema culturale, certo, ma anche un dato che testimonia come la poesia sia e resti «una necessità profonda», dice all’Espresso uno dei massimi autori viventi, Milo De Angelis (tra i protagonisti di questa edizione di Parco Poesia, ndr), «qualcosa che parla alla nostra sete».

Con il mio speciale voglio provare a capire cosa si nasconde dietro la voglia di esprimersi in versi, come si trattasse di un’urgenza.

Franco Buffoni è uno dei primi che porto sul mio set.

“Un ritmo profondo, un ritmo intrinseco – sostiene con vigore il poeta lombardo- un ritmo che precede tutte le metriche, endecasillabi, metriche di tipo quantitativo o accentuativo, persino il verso libero. Il ritmo è qualcosa che comprende tutte le metriche, qualcosa di profondamente ancestrale, noi nasciamo impastati di un metro, di un ritmo che è poi forse il battito del cuore materno”.

“Forse vale sempre una questione messa in luce da un filosofo nel passato – esordisce Antonio Riccardi, per rispondere a una mia domanda sull’urgenza di fare poesia – la poesia serve anzitutto per chiarirsi le cose. – continua. A se stessi intendo, cioè serve per andare nel profondo di sé, serve per cercare la noce d’oro che ci riguarda. Senza dimenticare che la poesia è un genere letterario, una strumentazione che non si accontenta di andare a cercare qualcosa di sé, ma lo fa per rendere disponibile quella strumentazione di ricerca agli altri, quindi la poesia tende, esige, di diventare universale”.

“Uno si sente chiamato dalle singole parole”, dice alla telecamera Milo De Angelis

Sfilano davanti al mio microfono le menti migliori della mia generazione, hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte.

Doveroso fare il verso a Ginsberg, quando parlo con Dino Ignani. Mi racconta del festival di Castelporziano, dove proprio da quella spiaggia iniziò la sua carriera di fotografo di poeti. C’ero anch’io su quella spiaggia e ricordo bene quelle serate che si svolgevano così vicine al luogo-simbolo dove pochi anni prima era stato ucciso Pasolini. Ricordo la delusione mia e di molti per l’assenza di Patti Smith, il palco che crolla sotto il peso di tutta quella folla vociante che doveva assolutamente esprimersi e che di fatto impediva lo svolgersi regolare del festival.

Con Roberto Galaverni, critico del Corriere della Sera, parliamo di diffusione editoriale della poesia. Galaverni dice che i poeti non leggono gli altri poeti, basterebbe che tutti quelli che scrivono poesie comprassero una copia degli altri e ci sarebbe un mercato assai fiorente.

Rosita Copioli è piena di energia: “La poesia ubbidisce a una necessità, Goethe diceva che il mondo ha bisogno solo di poeti grandi, come si riconosce il poeta? Difficilissimo, come si riconosce la bellezza, l’autenticità”.

Con Walter Raffaelli, l’editore riminese di tanta lirica contemporanea, si discute del mercato (a detta sua presunto) della poesia. Raffaelli sostiene che non è importante il numero di copie vendute. “Non dovremmo pubblicare poesia pensando di vendere molte copie, questo lo sappiamo già”.

“L’urgenza della poesia è quella di mettersi in rapporto con il mondo nel quale si vive – è Alberto Bertoni a parlare– e con le persone più care, morte e vive, perché la poesia ha il grande dono di ridare la parola ai morti”.

“Non si va per singole illuminazioni – rincalza Gian Mario Villalta – la poesia sorprende chi la scrive”.

Nel tardo pomeriggio Isabella Leardini, che mi ha seguito per le interviste, mi dice che è arrivato Giampiero Neri. “Devi assolutamente intervistarlo, vedrai, ti stupirà”, dice lei. Non conosco la sua opera, ma so che è il fratello di Pontiggia e questo mi basta come “garanzia”. La questione da cui parto è sempre la stessa. Perché si scrive. Risponde Neri: “Come diceva Manzoni: l’animo umano è un gran guazzabuglio. La poesia non cerca tanto di mettere ordine ma di mettere a fuoco quello che succede, non si nasconde la realtà, la si racconta, la si dice.”

Neri parla molto lentamente, medita sulle parole che sta per dire, sulle singole parole. Dentro di me penso che quel suo ragionare sia poco televisivo, invece al montaggio, mi accorgo che la sua lentezza è come una sospensione che rivela ciò che apparentemente cela, anche qui come per il muro bianco che mi fa da set, lo spazio bianco della poesia.

“Achille ha ragione di essere in lite con Agamennone – continua Neri – ma la ragione non è tutto e a un certo punto anche lui deve abbandonare questa posizione sua, di egoismo, tutti gli altri greci dipendono da lui, dal suo valore, dalla sua capacità di essere un condottiero. E così quindi, per conto mio almeno è così. Vedrei nella poesia la ricerca della verità.”
L’antefatto finisce durante il montaggio del mio pezzo televisivo. Per scegliere le sequenze bisogna guardare – e naturalmente ascoltare – più volte i vari segmenti. Quando Giampiero Neri ritorna sullo schermo mi colpisce sempre quel suo essere in perfetta sintonia con la parola scritta, pur esprimendosi a voce. Attenzione. Non è che Neri parli come un libro stampato, suonerebbe banale, piuttosto: la sua scrittura – così precisa, così densa – descrive mondi in divenire con le parole necessarie. Solo quelle.

Nel bookshop a Castel Sismondo dopo l’intervista, ho comprato il volume di Neri Il Professor Fumagalli e altre poesie, pubblicato nella collana Mondadori ”Lo Specchio – i poeti del nostro tempo”, nel 2012. In seguito ho cercato di recuperare la sua centellinata bibliografia e ne ho presi diversi altri. Le poesie di Armi e mestieri (Mondadori, 2004) mantengono ancora la forma lirica dell’accapo, tutte le altre, comprese quelle di Via Provinciale (pubblicato stavolta con Garzanti) le poesie si esprimono in prosa. L’aveva detto Neri nell’intervista che la poesia non necessita di una forma particolare. Il libro inaugura la nuova collana di poesia della Garzanti, diretta proprio da Antonio Riccardi che nel risvolto di copertina dice: “Di fatto estraneo alla mappa delle tendenze in cui si è articolata la poesia italiana del secondo dopoguerra, Neri ha condotto la sua esperienza letteraria con radicale fedeltà ai principi che l’hanno originata: la memoria, prima di tutto, intesa come luogo minerario da cui estrarre i materiali necessari, indispensabili forse, alla vita attiva quotidiana”.

Ecco. La memoria è la chiave per capire i contenuti delle poesie di Neri, ma secondo me ciò che davvero conta è il tono.

“Un tono familiare..”, sottolinea Giampiero Neri al telefono, raggiunto mesi dopo per dirgli che sto scrivendo questo pezzo. Ci diamo subito del tu e la telefonata si prolunga sulle mie curiosità. Nei discorsi compare Remo Pagnanelli, un poeta e critico maceratese che negli anni ’70 avevo frequentato quando vivevo nella città marchigiana. “È stato Giampiero Neri – scrive Guido Garufi, in un appunto che trovo sul web – ad “accorgersi” di Remo, a supportarlo. Ed è il lessico tonale di Neri che affascinava Remo, una musica di fondo minimale, massimamente espressiva, simile alla indicazione di Montale sul tema della prosa-poesia.”

Ecco un’altra chiave di lettura. La musica.

Queste chiavi sono senz’altro giuste e ne posso cercare mille altre. Testo-traccia per esempio. Proprio Pagnanelli diceva di Neri: “È forse esagerato, ma non inesatto, riconoscere che il di più di queste poesie nasce e vive fuori della cornice della pagina, che i rimandi culturali e empatici sono tali da accreditare la definizione di testo-traccia.”

Per quanto mi riguarda taglio corto. Le poesie di Neri (e Via Provinciale è un’ ulteriore riprova) sono tanti incipit, oppure frammenti di romanzi che possono essere lunghissimi. I suoi libri hanno grandi spazi bianchi, da riempire con quanto riusciamo a raccogliere dal personale lessico provinciale. Il paragone con le Epifanie di Joyce è dovuto. Non ritengo importante il tono oppure la musicalità nella costruzione delle frasi. Leggendo i suoi libri- e questo in particolare che sembra riassumere i temi che gli sono cari – è come entrare con discrezione a casa sua per conversare insieme nella penombra.

 

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A QUESTO LINK E’ POSSIBILE VEDERE LO SPECIALE “PARCO POESIA”

http://www.smtvsanmarino.sm/video/speciali-rtv/speciale-parco-poesia-2016-29-07-2016

The natural Pacman

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A fine serata quando capisci

che il mondo va avanti

anche senza di te

mentre tu credevi di farne parte

così intensamente

con tutta quella passione

che caratterizza il tuo Gran Cuore

perché tu sei umano

non sei mica un cane

anzi i cani sono spesso meglio degli uomini,

allora pensi che l’unica soluzione possibile

diventa l’oscurità del sogno o almeno un bel film,

ecco in quel momento

non aspetti altro

l’attimo magico

in cui con una sciacquata di faccia

tiri via la pellicola

di quel sorriso artificiale

che t’eri stampato

così bello e accattivante,

insomma ti chiedi

perché perché perché tre volte

te lo chiedi

per ficcartelo bene in testa,

altrimenti come al solito ti dimentichi

di tutto

ma non certamente

di quel pacman readymade

nel tunnel dell’uscita di sicurezza

su in TV.

BUTOR

 

dicono non ci sia niente di più provinciale del farsi firmare i libri dagli autori, a michel butor in realtà avevo chiesto un segno, solo un segno ma alle abitudini non si sfugge e i cordialmente sono il modo migliore di cavarsela,  cordialmente quindi entra a far parte del mio privatissimo lessico provinciale

 

DELFINA A FERRAGOSTO

Ciao Delfina mi piacerebbe farti una specie di intervista online per il mio blog, in questi torridi giorni di ferragosto…

Volentieri ma non so cosa avrei da dire amigo in questo marasma vergognoso….

Tu hai molte cose da dire, Delfina…se ti va comincio a buttarti là delle cose che poi riassemblo, ti faccio leggere e pubblico che dici, amiga?

Tu butta ma cosa vuoi che abbia da dire? Sono anche in crisi creativa….

Vorrei cominciare facendoti la stessa domanda che ho fatto a Carolyn Carlson, immagina come lei ci rimase di stucco, si aspettava qualcosa di classico “cosa cerchi nel gesto” ecc e io invece le sparai questo EFFIMERO ED ETERNO che nel suo caso naturalmente era riferito alla danza ma che nel tuo  vorrei si riferisse  alla vita in genere-domandona eh?- e solo dopo alla “vita” virtuale, il mostrarsi sui social network (su facebook in particolare, non mi pare che tu usi twitter o altro): c’è qualcosa di effimero in questo mostrarsi, ma in realtà la traccia – apparentemente un’orma sulla sabbia- sembrerebbe difficile da cancellare, quindi eterna
(davvero sei in crisi creativa? i tuoi libri mi sono piaciuti molto, i giardinieri poi…)

Adesso ci penso.

L’effimero ha molti volti: i convolvoli rosa e azzurri si schiudono alla mattina presto, alle 10.30 stanno già sfiorendo. Come i fiori di cisto che durano un solo giorno. Basta un alito di vento a disperdere i loro petali. Nel giardinaggio è la grande sorpresa: la farfalla rossa e nera che passa dalle tue piante, la libellula in città, la cavalletta sul fico. Se scrivi un articolo ti rendi conto che la soddisfazione dura un attimo. Mentre con i libri è una soddisfazione più lunga e soprattutto più profonda. I volti delle persone sono come cieli, attraversati da nuvole e ombre, da luce e oscurità. Sono curiosa, non mi stanco mai di imparare, di tentare di leggere i volti. Dicono spesso di più delle parole. La musica non solo è effimera ma è anche invisibile e pure te la porti dietro come un’energia vitale. L’eterno è più problematico, forse quasi un concetto disumano. La morte è per sempre. Ma ti porti dietro comunque sempre un frammento vivo delle persone che se ne sono andate e a cui hai voluto bene. Mi piace come il buddismo accetta la morte. Mi interessa il pensiero religioso, con la dottrina ho più problemi. Fb ha anche valenze invisibili: sei legata anche a un figlio che ormai vive a New York ma senza disturbare, o essere invadente. Ritrovi amici, ne fai di nuovi, impari e ascolti un sacco di musica. Una tentazione anche troppo forte per chi fa un lavoro in cui si sta molto al computer.. Credo che oggi siamo più attenti a tutto ciò che cambia, in continuazione, piuttosto che a ciò che rimane immoto….

Ecco…New York…hai vissuto in periodi cruciali nella città che non va mai a dormire…distanze che allora sembravano incolmabili frantumate ora da un click- distanze anche e soprattutto di tipo culturale, qui imperversava la provincia spietata, là sempre avanti, adesso non so se è ancora così- dimmi di Jackie che negli ultimi giorni è tornata sulle prime pagine…dimmi di Mapplethorpe…“Ci sono posti e momenti in cui il talento si cristallizza”, hai scritto nel tuo libro “Say goodbye”…

Mapplethorpe era pesantemente in scena sado-maso, con suo amante, Sam Wagstaff, un grandissimo collezionista d’arte. Mi ha sorpreso la bellezza del libro di Patti Smith, l’onestà intellettuale che era necessaria allora. Ero prevenuta verso Jackie, che era anche molto chiusa e timida all’inizio. Una donna di rara intelligenza, molto vitale, appassionata di cultura e di persone di talento. Le ho voluto molto bene. Anche a Diana Vreeland, con la sua passione per la vita. E’ stato un posto speciale: allora in semi bancarotta, un pò pericoloso, con buche per le strade. Ma ci potevi vivere senza andare in bancarotta. Adesso no, artisti vivono a Brooklyn. E NYC è diventata una sorta di Disneyland per turisti ricchi

Dottrina? la morte è per sempre? davvero l’eterno è disumano?  il mondo, l’universo -chissà- esiste da sempre, è un dio eterno…forse…

Sicuro, ma la mente umana ha difficoltà con il concetto di eternità. Buddismo: <<L’unica certezza è il cambiamento>>…

E la dottrina? perchè problemi? problemi di schematismo? problemi di ritualità da rispettare? in fondo anche molti dei nostri comportamenti abituali non sono rituali?

Certo che lo sono. E se qualcuno sta male vado in chiesa e tento di pregare.. Siamo esseri contradditori, ambivalenti, complicati. Il rito a certi è più necessario che ad altri. A me fanno sognare i nuovi orizzonti, conoscere

Mi incuriosisce il tuo documentario su Warhol per la nyu film school, quanto durava? che c’era dentro? chi l’ha girato? ti è capitato di rivederlo?

Eravamo tutti studenti. Ancora con la super8. L’abbiamo seguito ai parties, alla Factory. La cosa più divertente è che mi ha chiesto: <<Vuoi intervistare mia madre?>>. Io certo che sì. Abbiamo filmato signora polacca in un locale del Village su com’era Andy da bambino. E poi, dopo, uno mi ha detto ma guarda che quella non è sua madre….

Molto pop direi, il vero così veritiero da diventare falso, di plastica…ma hai rivisto quel film recentemente?

Ce l’hanno in dote gli studenti di cinema della New York University. E lo continuano a usare. Credo che Warhol affascini più adesso che allora. Era assai poco affascinante. Lui usava le persone

Veniamo alle persone allora, ho trovato questo elenco per il 1974, ci sei anche tu,
che ti dicono questi nomi? (poi passiamo ai giardini)

Maureen Abdallah, Bassem Abdullah, Mark Androw, Jonathan Berman, Lorna Bouzat, Everett Bowman, Charles Boyle, Eric Braha, Timothy Dowd, David Dyke, Jonathan Furst, Howard Gewirtz, Samuel Gruenbaum, Ernest Holzman, Ava House-McCurdy, Tannis Hugill, Laleen Shiranthi Jayamanne, Eleanor Johnson, John Kraus, Carol Ladanyi, B. Levy, Max Lewkowicz, Aharon Lipetz, Dennis Livesey, Veronica Loza, Thomas Marks, Louis Mascolo, Martin McQuade, Rosemary Miller, Kalu Okpi, John Palm, Dimitri Politis, Delfina Rattazzi, Eric Rudolph, Jessica Schenk, Robert Schilling, Joseph Schulman, Judith Seaman, Lee Server, Barbara Shear, Albert Shlomo, Kezban Tamer, Jay Teran, Svetlana Umrichin, Nancy Vaughan, Robert Vervoordt, Bruce Waterman, Miles White, Vicki Zlotnick, 1974

Sono i miei compagni di corso alla scuola di giornalismo di Columbia. Ci spedivano in tutta la città, in coppia. Dagli ospedali del sud del Bronx alle conferenze stampa del sindaco. Ho conosciuto lati di New York inaspettati, interi quartieri a me sconosciuti, umanità, disperazione, povertà, violenza, ambizione, arroganza, arrivismo. Vedevo Gloria Steinem di sera, a volte, da lontano. Brava giornalista, grande personaggio, splendida donna. Feci un ritratto di Arnold Schwarzenegger, prima che diventasse famoso, e incontrai molte alzate di sopracciglia. Posto molto serio, conservatore, un pò chiuso allo scompiglio di ciò che affascinava me: il nuovo giornalismo: Tom Wolfe, Gay Talese, Hunter S. Thompson, Joan Didion ecc. Il giardinaggio non è al centro della mia vita….

Allora le storie sui giardinieri insospettabili sono venute per caso? l’occasione di conoscerci virtualmente è venuta proprio da lì, da quando sono andato al Vittoriale per intervistare Giordano Bruno Guerri sul futurismo nel centenario del manifesto di Marinetti e tu mi avevi chiesto di guardare i giardini di D’annunzio…

Sei rimasta in contatto con qualcuno dei tuoi compagni di corso? anche professionalmente?

A me interessa la parola scritta. Letteratura, giornalismo, sceneggiature

“Non capisco quelli a cui piace scrivere. A me non piace. Ma a volte mi è necessario. Per provare a capire, per non dimenticare.”
Ti interessa ma non ti piace? la pagina bianca è così terribile? come lavori? per sottrazione? per accumulo? quanto è stata importante per te la lezione del new journalism? e come si è trasferita nel tuo modo di scrivere?

Bella domanda, anzi bellissima. Fra un’ora ti rispondo

Continuo a pensare che il nuovo giornalismo sia stato un vertice irraggiungibile. Forse per la qualità di chi lo scriveva: Truman Capote, Michael Herr dal Vietnam, Joan Didion, Gay Talese, Nora Ephron pre-Hollywood, Gloria Steinem che si vestì da coniglietta e andò a lavorare in un Playboy club per poter raccontare l’umiliazione in prima persona. Era brillante ma era anche coinvolgente. C’era un grande senso di umanità alla base, unito a intelligenze davvero rare. Ma era costoso e richiede spazio (oggi nessun giornale lo concede più salvo a lenzuolate di Claudio Magris o Pietro Citati su cose letterarie). Ma era di vita che si parlava: crimini, guerre, mafia, storie di vita vissuta. Per un certo periodo Vanity Fair americano ha continuato in quel solco. Ma ora senti che perde colpi. Lo leggo ancora, mi commuove ancora. Lo ammiro. Non credo nella facilità della scrittura. Credo nell’impegno, nel vecchio consumare le suole delle scarpe, nel lavoro silenzioso e solitario. Nell’ambizione nobile (troppo retrò e vintage?)

Mi meraviglia sempre “il consueto mistero della scrittura, quando solo con parole messe una dietro l’altra, senza una struttura grafica che non sia la composizione della pagina e i caratteri tipografici, si riesce a ricostruire una porzione di mondo, l’atmosfera vissuta e a regalarci momenti che diventano paralleli alla nostra vita”, riciclo il passaggio di una mia recensione al libro di un amico tanto più quando si tratta di storie inventate, scrivevo, nel caso del new journalism tanto più quando si tratta di storie vere…

Belli sempre i libri che trattano della presenza di un’assenza. Coraggiosi

Secondo te, si può dire che la lezione del new journalism si sia trasferita in autori americani di successo tipo Wallace o Franzen?

No secondo me no. E’ tutto un dialogo interiore, osservare realtà familiari, microcosmi, private disperazioni. Roba che i miei avrebbero disdegnato…

Lo penso anch’io, soprattutto per Wallace nonostante abbia fatto qualche tentativo su Rolling Stone raccolto poi in volume, autore forse troppo osannato (Harold Bloom inorridisce citando lui e Franzen) …non c’è nessuno nella letteratura che abbia raccolto chiamiamola l’eredità? i libri in fondo sono una dilatazione del giornalismo (nell’800 si scrivevano romanzi per i giornali no?)

Mi sembra che ci sia stato un forte ripiegamento sul privato. Io non sono fan nè di Raymond Carver nè di Paul Auster. Ho amato, invece, La breve favolosa vita di Oscar Wao, di Junot Diaz (nato nella repubblica dominicana) e Girls, terribile, di Nick Keman. Non credo più alle grandi operazioni di marketing usa… Più carne al fuoco in scrittori che vengono dalle periferie degli imperi, mi sembra

Uno che mi piace è Lawrence Osborne, inglese che vive a Brooklyn, autore di Bangkok e Il Turista Nudo (Adelphi). Lui sa unire letteratura e vero giornalismo. E’ bravissimo. Rompe tabù e limiti di consueto giornalismo

C’è in ogni epoca una linea d’ombra da varcare (Osborne è una bella segnalazione che cercherò, grazie)…e la tua?

Sì, certo, ma Conrad era in mare aperto, dall’altra parte del mondo, con una lingua nuova di cui appropriarsi. Non nel tinello della sua casa di periferia…

Periferia dell’impero? ma in fondo le avventure più esaltanti Ernst Junger – così ha scritto- le ha vissute nel giardino di casa – a proposito di giardinieri

Era un guerriero, un genio scomodo, ma pensa al suo periodo storico (poco giardinaggio mi sa…)

Nell’ultima parte della sua lunga vita è stato un gran contemplativo e si è dedicato molto all’osservazione del suo giardino (e dell’orto) …ho trovato una bella citazione:
[A Sérignan, nel giardino della casa museo di Jean Henri Casimir Fabre, entomologo e poeta.] Nei giardini come questo si dimenticano tutti i nomi, anche il proprio. Le cose parlano con la loro forza senza nome. Ci invade un senso di gioia, sorge il presagio dell’ora in cui ci lasceremo alle spalle non solo il nome, ma anche le cose.
Il sole splende, tutto è tranquillo qui fuori; ora il padrone esce dalla casa dove gli avevamo reso omaggio. Si nutre ancora ed è vivo: in casa lo abbiamo venerato, qui, ora lo amiamo. (da Polvere colorata, p. 272)

I giardini raccontano storie di persone. Svelano la personalità dietro, sono belli perchè è di umanità, intelligenza e visione che parlano

(Bello così a ruota libera, senza seguire tracce di sorta, senza voler cercare il sensoultimodellecoseimpossibilidatrovare, conversazioni in torridi pomeriggi d’agosto)

Nei miei giardinieri (che la Dandini ha sollevato di peso come idea (ok), come personaggi (meno ok) e come frasi….ci sono un paio di capitoli un pò diversi dal solito. Sopratutto quello sui giardinieri in tempo di guerra: nei ghetti, nei campi di prigionia, nelle città bombardate. Giardini di sopravvivenza

Ti racconto della “torretta” visitata e fotografata dopo aver letto i tuoi orti di guerra, avventura sulla siepe di casa, dove nel 1944 si svolse una cruenta battaglia ecc

Ho delle passioni estemporanee che nascono su suggestioni di vario tipo, segnalazioni, curiosità, occasioni…questo è il momento della prima guerra mondiale…sto leggendo una storia generale di quella terribile epopea di distruzione e morti e eroismo e mentre leggo di gallipoli e dell’entrata in scena dell’italia ecco inserirsi i tuoi orti di guerra…la scena è quella mia solita dell’estate: il balcone della vecchia casa familiare di mia moglie, il posto più bello del mondo, almeno dal 1976, da quando frequento filottrano dove ora abito…rileggo quel tuo capitolo, interrompendo martin gilbert, esimio storico inglese…mi colpisce il vecchio Winston…guerra e giardinaggio, due facce di una stessa medaglia…distruzione e creazione…allora alzo gli occhi e lo sguardo si posa di fronte sull’avvallamento di fronte…lì si è svolta una cruenta battaglia nel 1944, i tedeschi erano asserragliati all’ospedale,costruito proprio dopo la grande guerra…ci furono piùdi 70 morti lì attorno in quei giorni di luglio…mi viene allora uno slancio, devo arrampicarmi su quell’erta in mezzo a quegli alberi fitti…raggiungo il basamento di un’antica torretta che sorreggeva (adesso non c’è più) un traliccio per la corrente elettrica…poco sopra passa la strada principale…i sandali si riempiono di terra ma poco importa…scatto qualche immagine, quel basamento di cemento visto  di fianco sembra una piramide…quello era anche il luogo verso la fine dei 60 che la mia carissima suocera Ida che non c’è più aveva attrezzato per i suoi figli scavando la terra, creando degli scalini, dove tra gli alberi mia moglie bambina e le sue sorelle andavano a fare picnic oppure a fare i compiti…loro la chiamano ancora la torricella ma non c’entra con il basamento di cemento…qualche volta portavano cuscini o una coperta per stare più comodi…è il loro posto delle fragole…avventure davanti casa no?

Certo. Mi fa pensare a Beppe Fenoglio, per me inarrivabile

Una questione privata per me è un libro di bellezza davvero rara. Ma anche il partigiano Johnny. Mai una sbavatura, mai un accenno ai sentimenti. Eppure ti commuove del tutto. Chi altro ha saputo farlo? Ovvio che amo anche Il Gattopardo, ma è una cosa diversa, uno sprazzo di genio aristocratico, meraviglioso

C’è stato un tuo “primo” libro? (per me è stato “Martin Eden”) un libro-punto- di- non -ritorno?

I libri di Colette, ancora sui banchi della scuola francese di Roma. E poi lo stesso libro che è stato determinante per Roberto Saviano: Dispacci di Michael Herr. Scritto in Vietnam, durante la guerra

Il Crollo di Francis Scott Fitzgerald. (nato come giornalismo). Il sole sorge ancora di Hemingway. Jean Rhys, Vasto mar dei sargassi. E folgorante per me Karen Blixen

Ecco tornare prepotente il new journalism…e Saviano? non ha forse saputo cogliere degli spunti da quel modo? oppure è stata una sua operazione inconsapevole? o è proprio un’altra cosa come io credo?

Credo abbia avuto un grande editor, ma questo va bene. Da Herr ha preso raccontare la realtà con le viscere. Gomorra è un bellissimo libro. Dopo è un’altra storia

Eh gli editor, che strana razza, mi sono sempre chiesto (domandaretorica) come mai quando pubblicano libri in proprio gli editor combinano ben poco…e per i tuoi libri c’è stato un editor e se c’è stato come ha lavorato?

Editor è diventato mio amico e mio agente. Quando sei stanco, in dirittura di arrivo, solo a loro, se sono bravi, permetti di prenderti a legnate sui denti. E dopo è meglio

Una specie di personaltrainer? con la scrittura vera e propria quanto incide? insomma si dice spesso “se non c’era l’editor” o cose simili, diversi addetti al lavori mi hanno detto che il libro di giordano sui numeriprimi è un’abile operazione ecc (e infatti c’è un momento nel libro in cui lo stile cambia per esempio), è un qualcosa che mi “spaventa” e affascina insieme, l’autore in certi casi mette “soltanto” l’idea generale, certi sviluppi? il caso di Carver è stato ampiamente dibattuto, lo stesso vale per Eliot  Quindi, tornando a te direttamente, il lavoro editoriale ti appartiene..anche sceneggiature, hai detto…curiosity…voglio sapere… (Tonino Guerra mi ha raccontato il metodo che usava con antonioni, lanciavano a turno delle palline o qualcosa di simile, se facevano centro in un punto stabilito si attivavano) 

Ti appartiene nel senso che hai percorso diversi modi del lavoro editoriale
Si, con umiltà e rispetto.
Dimmi del lavoro di sceneggiatura

Ho lavorato per Dino De Laurentiis un’estate a New York, e su svariati set. Ma in realtà ne ho lette molte ma non ci ho mai davvero lavorato. E mi dispiace

Davvero peccato…il cinema è la somma di tutte le arti e si avvicina molto alla letteratura, poco fa ho rivisto ORIZZONTI DI GLORIA (vista la passione per la grande guerra ci voleva) straordinario…

Il cinema è una passione per me. Rivedo i film molte volte, se mi piacciono

Quale film hai rivisto di più? intendo al cinema (con i dvd è troppo facile)

I miei: 2001 odissea nello spazio, Guerre stellari, L’oro di mackenna

Il film di Kubrick l’ho visto a 12 anni, facevo le medie e ci scrissi su qualcosa per la scuola, ho “costretto” mia figlia a vederlo prima che arrivasse la fatidica data ehehhehehe (però in dvd)

Lawrence of Arabia, Michael Collins, Quarto Potere, Chinatown, M di Fritz Lang, Syriana, il Verdetto…tanti. Mi piaccino anche alcune serie americane: Shark, Doct. House, Law & Order

Bellelenco

E Giorni del Cielo di Terrence Malick, lo rivedo spesso (in dvd…)

Mi chiedo (risposta semplice in fondo) perchè sia così facile rivedere film mentre spesso è difficile rileggere libri, non ho quasi mai riletto romanzi per esempio, e tu?

Amo Balzac ma credo di rileggere solo romanzi di Jean Rhys, Colette, Blixen, Marguerite Duras e Fenoglio

Potremmo continuare all’infinito…ancora effimero e eterno…
sarebbe una novità, un’ intervista (una specie di intervista ho detto all’inizio) che non si conclude

Chiusi in casa nella calura

Amo anche Emily Dickinson. La posso rileggere all’infinito. E’ un mistero

L’unico libro che ho tentato di rileggere è l’Ulisse ma sono arrivato fino a un certo punto, rileggere mi sembra un’intrusione in quell’io estasiato (quando in estasi) che in una rilettura potrebbe rimanere deluso ma questa è quasi una scusa per non ripetermi, di solito preferisco leggere sempre cose nuove, visto che vorrei leggere tutti i libri del mondo (!?)
le poesie invece riesco a rileggerle spesso, ultimamente quelle di Valentino Zeichen, la “Terra desolata” di Eliot l’ho riletto molte volte…

Si, rileggere non è una cosa che mi viene poi così spontanea, a meno che stia facendo delle ricerche. Anche a me interessano cose nuove, ma troppi libri sono una delusione

Troppi è vero…pensavo che Franzen fosse il massimo almeno da quello che avevo letto e invece…buona scrittura, belle intuizioni ma non è sconvolgente…libertà l’ho interrotto…per gli italiani è diverso: leggo anche quello che non mi piace di per sè, mi affascina su tutto la capacità (di marketing d’accordo) di arrivare a così tante persone con contenuti spesso poveri ma sempre c’è qualcosa che avvinghia il lettore “tipo”, Susanna Tamaro la leggo sempre invece perchè ha una sensibilità per la natura particolare e ha una voce che mi piace (l’ho sentita alla radio quando ha percorso una parte del Camino di Santiago con Valzania nel 2004)

Fra le italiane amo poetessa Patrizia Cavalli

Esseri testimoni di se stessi

sempre in propria compagnia

mai lasciati soli in leggerezza

doversi ascoltare sempre

in ogni avvenimento fisico chimico

mentale, è questa la grande prova

l’espiazione, è questo il male.

…questi sono versi di Patrizia Cavalli, prova invece a sondare, chiusa in casa nella calura, il mistero Emily Dickinson che non ho mai letto

Grande…

Oggi si sa che probabilmente era epilettica. Questo significava, all’inizio dell’Ottocento, il divieto di sposarsi. E’ rimasta quasi tutta la vita rinchiusa in casa. Usciva solo per camminare sulle colline o occuparsi del giardino. E’ morta a poco più di cinquant’anni avendo pubblicato solo una o due poesie. Dopo la sua morte la scoperta del suo taccuino, della sua opera, nella casa di Amherst, nel Massachusets. Oggi è considerata una grandissima poetessa. Criptica, bisessuale, ermetica, visionaria, amatissima dalle donne. <<Alcuni dicono che/quando è detta/la parola muore./Io dico invece che/proprio quel giorno/comincia a vivere.>> Una reclusa

Il mistero della scrittura è davvero insondabile e la vicenda di Emily smentisce (in quel caso mi riferivo all’arte applicata) quanto ho polemizzato con la gallerista Eva Menzio “senza mercato, comunque lo si voglia chiamare il diffondere forme e segni, l’arte non esiste” https://antonioprenna.wordpress.com/2010/02/04/menzio/

il contesto era l’Artefiera di bologna quindi la mia leggerezza è perdonabile

l’arte è un altro argomento che mi interessa molto, Delfina, tu sei cresciuta tra artisti immagino, i tuoi occhi si sono nutriti di figurazioni ecc no?

New York per me è stato il posto degli artisti, dell’arte. Ci sono arrivata a 18-19 anni, e quella allora era la storia. Era dappertutto

Meraviglia…al liceo ho fatto una “fuga” a roma sotto natale, alla Galleria d’Arte Moderna di Valle Giulia mi imbattei con tutte quelle opere che mi piacevano, i futuristi, De Chirico, Fontana, l’op art ecc…indimenticabile…certo aver a che fare con i veri artisti era un’altra cosa…una volta ho sbicchierato al Gabbiano di roma con Bob Rauschenberg…sono capitato alla Biennale del 76…ma la provincia (abitavo a Macerata) era allora il nonesserci…si sognavano orizzonti altri…i viaggi in America…si riusciva a raggiungere qualche luogo non lontanissimo…parigi per esempio e provare un po’ di vita hippie (ho dormito con i barboni e le puttane sotto Pont Neuf per una settimana)… continua…

Rauschenberg era sempre strafatto. Ma era un genio. Una settimana sotto ai ponti? Però

Questo è un capitolo fondamentale che hai raccontato in “Say goodbye”…continua…

eh già…sotto IL ponte…giravo scalzo addirittura…

Rauschenberg aveva l’occhio lucido infatti ahahhahaha

Ora è facile dire erano tutti strafatti. ma non è così. Lavoravano al massimo e poi facevano festa al massimo. Tutto era estremo. Ma quello che resta è la qualità del lavoro

La qualità del lavoro…adesso sembrerebbe tutto marketing anche se forse è ingiusto giudicare il presente con gli occhi di “quel” passato forse irripetibile…continua su queste cose

Il marketing può anche essere brillante, ma di solito si ripete, fa leva su cose già passate. Il nuovo vero fa terribilmente fatica a emergere sui media tradizionali credo

Invece allora nell’età d’oro dell’arte contemporanea di marketing come possiamo intenderlo adesso ce n’era ben poco, vero?
Era il colpo di coda dei Mad Men, quelli veri. George Lois faceva pubblicità e anche l’art director di Esquire. Hai presente la copertina con Warhol che affonda in una lattina di zuppa al pomodoro Campbell’s? Era lui. Erano un pò geniali

Osborne non l’ho trovato (ah la provincia) in compenso ho preso un’antologia della tua cara Emily

C’è qualcosa in un giorno d’estate

mentre lente le sue fiaccole ardono

che mi rende solenne

ho preso anche andre dubus, mi dicono straordinario, che dici?

Non conosco Andrè Dubus. Ma il clima invoglia a letture, ricerche e cose simili. Non certo a imprese atletiche

Ti associo alla delfina del raggioverde di Rohmer, tu l’hai “visto”?

L’ultima “domanda” (che non esaurisce il piacere di parlarti,trovare sollecitazioni letterarie ecc) di questa specie di intervista non è una domanda ma una citazione tratta da “Vestivamo alla marinara” di tua mamma, che dice “ho guardato nei suoi occhi verdi e ho pensato che la vita sarebbe stata un prato verde, verde come i suoi occhi, pieno di bambini che correvano”, tra quei bambini ci saresti stata anche tu…

Non smetto mai di cercare di vedere il raggio verde, nei tramonti. Mio padre ha gli occhi verdi. E sono nata in Argentina e cresciuta in un’estancia. Siamo sei e ci siamo gli uni per gli altri, anche se le vite e gli interessi e i posti in cui viviamo sono molto diversi. Sto tentando di fare un romanzo “argentino” ma temo di non esserne capace

(14/22 agosto 2011)

Delfina Rattazzi

Nata a Buenos Aires, vive e lavora a Milano. Autrice e giornalista apprezzata, ha scritto, con Giuseppe Turani, i saggi Mondadori. La grande sfida (Rizzoli) e Raul Gardini – Il contadino, la Montedison e il diavolo e di recente Say Goodbye. Avere vent’anni a New York negli anni Settanta. L’ultimo libro: Storie di insospettabili giardinieri.

LOLLI

Era stato ospite di un programma che avevo dedicato al Festival di Recanati. C’erano anche altri in studio, ma Lolli era nella memoria della terra di mezzo degli anni ’70. Terra di mezzo geografica e temporale. Gli zingari felici. Bologna, Piazza Maggiore. Case in campagna, un camino acceso e sul piatto dello stereo io ti racconto oppure piazza bella piazza ci passò una lepre pazza  oppure ancora vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia eccetera. Ti ricordi Michel era persino proverbiale. Nascondeva le melancolie dell’adolescenza, bruciate in sigarette succhiate con vigore tutto  giovanile.

Alla fine del programma Lolli tornerà a Bologna con la sua macchina, una sgangherata e polverosa R5. nel salutarci gli lascio una specie di rimborso spese che l’amministrazione m’ha lasciato per lui. 50.000 delle vecchie lire. I soldi per la benzina.

Lo rivedo di lontano alla stazione Termini una volta che tornavamo da una delle nostre vacanze estive in Sardegna. Non lo dico nemmeno ai miei che quello laggiù è l’aedo della nostra gioventù. Chi? Chi? Direbbero mentre chi indico col mento diventa un’ombra nella folla