La notte di Campana D. / remix

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1.  Ricordo una vecchia città

Quella città in realtà non la ricordo più, di notte  i lineamenti d’intorno si confondono , le dorsali pur vicine sono una linea incerta e fuori fuoco, le sfumature si accentuano, l’impressionismo dilaga. La notte è uno stato d’animo che vivo di rimando, non solo il periodo di buio che si alterna alla luce. La notte è magia bianca, camuffata nei suoi lati poco visibili. La città dove si muove Campana D. – quella vecchia città – è percorsa d’agosto, il mese sublime dei giorni lunghi che si accorciano di già. Vedo archi enormemente vuoti di ponti sul fiume per descrivere ancora un mondo raccontato già  mille volte ancora, vedo una profetica tribù dagli occhi ardenti che bivacca sul fiume, poco lontano dalle macerie di un anfiteatro romano. Languore e mollezze, sagome e forme ‘gnude di ragazzette. Tanto per dire che il tempo non esiste.

« Il tempo?  Se non me lo chiedi so cos’è. Ma se me lo chiedi non lo so più», diceva Agostino d’Ippona.

Non scrivo su la sabbia, scrivo su l’acqua. Ogni parola tracciata si dilegua, come nella rapina d′una corrente scura, lo dice d’Annunzio nel suo Notturno. Il ricordo della vecchia città – rossa e fortificata, piena di torri, su pianure sterminate, torrida, mobile come una festa perenne, anche afona, primordiale, monotona città – mi ricorda mille altri tempi sospesi, fissati in anni, in mesi, in attimi sempre vivi nella sospensione che conosco tanto bene. Quel lasciarsi andare sul flusso delle parole che poco descrivono, creando evocazioni che diventano presente che diventa vita di ora adesso che è presente di notte sempre.

 

2. Fuggitivo lo sguardo di lei, nemmeno ridente forse.

Silenzi selvaggi senza coscienza alcuna.

Il ricordo che si maschera sempre di nostos algos, così da renderne sopportabile la perdita.

La carne presa a morsi – questo lo ricordo bene – e nella mente il suono delle campane come se fosse Dio stesso, in Persona, a parlarti di sere piene di languori, il corpo mollemente adagiato sul Mito dell’eterno ritorno dell’uguale, che inevitabilmente è solo sabbia tra le dita, senza trasformarsi in vera materia. Materia da accarezzare, da osservare con attenzione per diventare parte di te. “Suonavo il piano, nei caffè dell’Argentina, quando non avevo denaro; suonavo nei ritrovi, nei bordelli”.

 

3. C’è sempre un dormiveglia da rispettare, quando li vedi e li senti crepitare davvero i fuochi nel deserto delle città. L’azione non può avvenire secondo coscienza, sarebbe snaturato il senso ultimo di finitezza e sottile piacere del distruggersi le sinapsi in malinconiche aspirazioni, come durante l’adolescenza, quando tutto ti sembrava così impalpabile eccetera.

Non valgono niente le citazioni mandate a memoria dai tempi del ginnasio. Quis contra nos?

Nessuno ci viene contro, gli orologi sui muri non segnano l’ora come nel PostoDelleFragole, sentirsi sempre altrove è una dannazione.

 

4. Si sa ormai che la vita è solo un’ombra che cammina.

Spegniti, spegniti, breve candela…

…un povero commediante si pavoneggia e si agita sulla scena del mondo per la sua ora che diventa notturna, in mezzo a tante altre ombre, una favola piena di rumore e di furore che non significa niente.

Macbeth occhieggia tra i muri rossastri e scalcinati. Dino Campana, il matto delle montagne, vede che il suo corpo non fa più ombra, quell’oscurità rassicurante che dice sei vivo – rimanendone assai turbato.

La luce che non è vita, la luce che non riflette ombre.

E Zarathustra corse e corse ancora, non finiva di correre, ma non trovò più nessuno. Nella solitudine ritrovò però sé stesso e godette e assaporò squisitamente della sua solitudine, e pensò lungamente a cose buone e inutili. Macchine celibi per lo più. Luci soffuse davanti agli occhi. Senza nessuna possibilità di leggere il mondo attraverso qualche rito.

Il rito come superamento della crisi attraverso la coazione cinetica.

Ma verso l’ora del meriggio, quando il sole incombeva proprio sul suo capo. Zarathustra passò vicino ad un vecchio albero, curvo e nodoso, tutto intorno il prodigo amore d’un ceppo di vite (l’amore può essere solo prodigo); pendevano dall’albero grappoli dorati.

Visioni, realtà sfuggenti, un’immagine che riporta a altre immagini differenti e contrarie persino, il pomo della discordia – quel famoso e barbaro pomo – perennemente in bilico sul precipizio del mondo che verrà.

Il meriggio che dovrebbe essere magico diventa l’incubo dei fuochi del deserto delle città, occorre quindi – giusto per rimanere all’ombra dei bisogni primordiali che si soddisfano pagando di tasca propria – un rituale adatto per attrarre denaro, che è molto efficace e facile da fare, ma ricordate che i rituali per ottenere i soldi funzionano solo se si crede davvero in loro.

La cosa più importante da fare prima degli incantesimi e rituali per ottenere denaro urgentemente è visualizzare ciò che si vuole veramente.

Il denaro sarebbe l’ultimo dei problemi, la domanda vera è: che cosa voglio veramente io che sono solo un pazzo poeta morto?.

 

6. Chi giù dalla torre? L’io cosciente, presunto cosciente, oppure il sé stesso che quell’io vede come un’ ombra, sempre in lontananza come nei sogni? È un viaggio umbratile lungo e insidioso ai confini del mondo solito, turista a casa propria per scoprire con occhi nuovi ciò che si è sempre conosciuto. Animula vagula che si aggira nelle penombre dei deserti delle città. La ricerca sempre la stessa: un po’ di felicità, anche un attimo solo, per poi raccontarselo con la voce rotta dalla commozione. Oppure un suo presagio. Qualcuno che agita carte magiche per raccontarti ciò che sarà. Di solito vecchie streghe. Qui rivedo una scena raccontata mille volte da mio padre quando rievocava episodi dell’epopea argentina del suo di padre che aveva il mio stesso nome. Lui a cavallo su ‘pianure sterminate’ scorge la casa della strega-indovina, dai capelli neri agilmente attorti sulla testa barbaramente decorata eccetera, inutile citare Campana, non crea assonanze decifrabili. La donna aspetta Antonio sulla soglia di casa sua che lui vede di lontano, un punto prima poi tutto il resto. Quando lui arriva lì da presso, lei gli dice con la voce di tabacco: ‘sapevo che stavi arrivando, hombre’. Quell’uomo che è stato un mio io prima, molto prima del mio ingresso sulla scena della vita sensibile, scende da cavallo, poi entra in casa. Mio padre a questo punto rideva, senza dirmi il seguito. Antonio era pieno di fidanzate. Tutte queste ombre sulla scena e fuori scena, piani sequenza visti come alle spalle del protagonista che insegue il suo altro-da-sé con determinazione, per scoprire chi davvero si rappresenta negli angoli bui e peccaminosi. Per scoprire in fondo che cosa? Il languore del corpo seminudo di una puttana? D’altra parte la mia vita come ombra è piena di puttane, quando suonavo il piano nelle loro case chiuse agli sguardi esterni, dovevi vedere come brillavano quei loro occhi scaltri. Tornavano bambine. Innocenti. Non più puttane.

7. Rimane il silenzio del meriggio a farmi compagnia, quando le ombre diventano le lunghe ombre. À l’artiste pensif ton corps est doux et cher; l’azione si svolge ancora all’interno di ogni nostra Grande Allusione; tes grands yeux de velours sont plus noirs que ta chair. L’importanza delle sfumature, le spalle nude, la pelle di lei che invidia all’ ambra il suo viaggio, la via dell’ambra, che più che di un singolo itinerario, si trattava di un complesso sistema di vie commerciali attraverso le quali l’ambra, una preziosa resina fossile, veniva trasportata dai suoi luoghi d’origine, il Mar Baltico e il Mare del Nord, verso il Mediterraneo.

Te lo dico in greco antico: ἤλεκτρον! La vicinanza di quella pelle d’ambra genera elettricità. Elementi infinitamente piccoli si scontrano nella Città della Mente, provocando la Tempesta d’Amore, di cui tanto si parlava usando le carte dei tarocchi come ventagli di.

8. Qui non si tratta di vedere. La vista comporta un’azione o almeno la sottintende. Qui si tratta di ascoltare il canto delle sirene. Quel Killing me softly con le unghie smaltate di rosso acceso. Quanto c’era di primitivo e anche di automatico si trasforma in pose indecenti e ieratiche. Come un gatto che sembra tranquillo ma in ogni momento pronto al Gran Balzo in Avanti. È la fine del meriggio. La fine del silenzio. Voci si sovrappongono, il fumo del tabacco rende per niente spontanea la scena. È un teatrino del piacere pieno di sorrisi e smancerie. La natura invece è un tempio, una sfinge accovacciata sul limitare dell’orizzonte, dove le colonne sono vive e qualche volta emettono parole piene di confusione e inquietudine. Solo gli sguardi degli amanti rendono l’aria rarefatta, quasi liquida. Galleggiare nei tuoi occhi, amore. Quante volte l’ho sognato.

 

9. È successo quel che doveva succedere. La notte è arrivata. Arruffata, dolente e colma di aspettative. Il sangue placato, la terra anch’essa pacificata dopo i barbari sussulti del fiato spezzato, dentro l’oscuro-ventre-che-tutto-ingloba. Come si trattasse di conquistare aree e territori e superfici per l’Impero, in nome di Guglielmo II, l’ultimo re liberty di Prussia, quello che gli bastava muoversi impettito e mettersi in posa facendo tintinnare la sciabola nel fodero, quello che desiderava solo sentirsi come Napoleone senza combattere battaglie. Lo diceva Churchill, sbuffando fumo impaziente. Una vera battaglia privata invece si è consumata in quelle stanze chiuse della vecchia città e non ci sono parole adatte per dire della confusione creata da tutto quell’agitarsi. Mancano le precise parole poetiche. “Chiedere amore” è un modo per sviare il vero problema dell’esistenza. I can’t get no. Muovi il bacino, ondeggia il tuo corpo sinuoso, rendi perfetto questo momento, così pieno di inganni. L’ambra del suo corpo non basta ricordarne il sapore, se non si può descrivere, nemmeno con le parole e le visioni dei classici. Il pittore Michelangelo e il poeta sommo che ripetono a gran voce “non ti muovere”. Questo è paradiso. Ucciso dolcemente dall’odore forte dei fiori secchi, supino con la bocca semi-aperta in un rantolo apparentemente come di animale ferito. Questa è la morte. Questo è paradiso. Tutto questo è la conquista dell’ancella dal volto trasfigurato dall’istinto che si rende manifesto. Non muoverti. Non muoverti. Resta immobile.

10. La notte é appena iniziata. La notte è piccola e già piena di bottoni di madreperla. Ci sono ancora avventure da raccontare. Varcare ponti, varcare confini, spingersi oltre i cancelli della mente-che-tutto-oppone. Argentinee opposizioni. Corpi che si ribaltano, la tenerezza di quel rinchiudersi in castelli per sentirsi finalmente liberi. Libertà assoluta di sfogare gli istinti, nella penombra e in silenzio. La luce che filtra dalle tende è composta di istinto. L’amore se non è istinto, non c’è altro modo per definirlo. L’amore è senza ponti, confini, cancelli. Si insinua dappertutto come le ombre. Le vecchie città di cui mi ricordo hanno strade strette e pulite, dalle finestre proviene sempre una musica piena di seduzioni. Bisogna però dirlo con vigore. La seduzione non si basa sul desiderio o sull’attrazione: tutto questo è solo filosofia meccanicicistica e fisica carnale, nulla di interessante. Per la seduzione il desiderio non è un fine, ma un’ipotetica posta in gioco. Non si capisce meglio sé stessi se non quando, rinchiusi nel Castello del proprio volere, l’istinto si trasforma in desiderio.

11. Anche la mia estate dei fuochi – sulle colline fuori Firenze, fuochi e scintille e saette che vennero fuori all’improvviso nella notte – fu un’estate torrida. Anch’io hipster allora, vagabondavo nel centro Italia. Ricordi appannati. Avevo diciotto anni e non permetterò a nessuno di dire che questo è il periodo migliore della vita, anche se in realtà lo era. Gli odori che ricordo sono un misto di polvere e acqua, acqua versata sulla polvere delle strade, in fila alla mensa dell’Ente Comunale di Assistenza, per raccogliere un pasto gratis. Metodi hippie. Ci si riconosceva dall’odore forse. C’erano dei tipi di Como che poi avrei incontrato di nuovo – per caso e senza appuntamenti di sorta – a settembre al Vigorelli di Milano per un concerto memorabile di Frank Zappa – così memorabile che ricordo poco niente, le chitarre, le luci sul palco, la pista del velodromo, il crepuscolo di una Milano che avrei dimenticato. Ecco con quei tipi dopo il solito strascicarci sui marciapiedi di Firenze, ci avventurammo sulle colline poco fuori città. Sacchi a pelo per dormire. Polvere. Odore di campagna. Dopo un breve sonno ipnotico ecco i fuochi sulla collina di fronte, per niente scheletrica, come definisce il mondo nel peggiore dei folli incubi il Campana Dino, poeta appenninico, hobo lungo le vaste pianure argentine, con gli occhi di bragia nei caffè di Firenze. I ricordi di amori lontani, la memoria che svanisce, i fiori secchi, l’idea di un progresso inevitabile che si trasforma in routine, la realtà statica dei panorami visti con occhi ancora giovani, i giorni dell’estate torrida che sembrano infiniti, finiti invece chissà dove.

12. White light goin’ messin’ up my mind Don’t you know, it’s gonna make me go blind White heat, goin’ down to my toes Lord have mercy, white light had it, goodness knows, la prima parola-chiave è “luce bianca”. Attenzione. Non luce livida che racconta di altri momenti, ci sono anche qui delle baracche sullo sfondo, ma non di quel tipo che il matto di Marradi dice e che il prof di ginnasio ci leggeva con lacrime all’ occhi la piagarossalanguente (un ottimo hashtag) mostrando (lui che odiava i gerundi) le stelle che son bottonidimadreperla (idem) nell’altra famosa notte stellata di Van Gogh (quella famosa-famosa) e ascoltando con un vecchio giradischi di quelli che si chiudevano a valigia l’APRÈS MIDI D’UN FAUNE di Debussy che mi faceva sognare a occhiusaperti l’Arcadia. La seconda parola-chiave è “battaglia”. Mentre Dino volle bere come un porco e abbrutirsi con le ciane, in Manciuria si combatteva tra il 21 febbraio e l’11 marzo 1905, nelle zone della cittadina di Muckden, in Manciuria (oggi Shenyang, capitale della provincia cinese di Liaoning), per via della guerra russo-giapponese che imperversava in quelle lande: scontro decisivo sul piano terrestre di tutto il conflitto, la battaglia vide le armate giapponesi del maresciallo Ōyama Iwao assalire la linea difesa dai russi del generale Aleksej Nikolaevič Kuropatkin, riuscendo infine, al prezzo di duri combattimenti e molte perdite, a obbligarla al ripiegamento e all’abbandono di tutta la Manciuria meridionale. Nomi dimenticati, forse mai conosciuti se non ci si fosse messo di mezzo il Campana Dino e i suoi deliri notturni. La terza parola è “panorama”. La percezione della bellezza è un test morale (dal Diario di Thoreau, 21 giugno 1852). Nessun test morale per Dino e per tutti noi. Quando il panorama è il deserto delle città e vagabondare without a cause non serve più a dimostrare di essere ancora vivi – sentirsi ancora uomini – e la “baracca” si trasforma nella “cantina buia dove noi respiravamo piano” e tutto si risolve nelle solite scheletriche moine. Allora, solo allora quando le romanticherie ti fan perdere il senno, ecco che diventa urgente uscire prima che si può dalla visione di quei fuochi vorticosi nel cielo. Si direbbero peccati di gioventù. Tornare quindi con i piedi ben piantati per terra, in questo mondo comunque scheletrico (un’ossessione per il ns poeta appenninico, un’ossessione per tutti).

13. Una lanterna magica più magica di quella vera del numero progressivo dodici, quello-che-precede. Stretto, stretto che ti attrae con la forza della carne saporosa di una malabarese. How you would weep for your free, pleasant leisure, if,  With a brutal corset imprisoning your flanks,  You had to glean your supper in our muddy streets  And sell the fragrance of your exotic charms,  With pensive eye, following in our dirty fogs  The sprawling phantoms of the absent coco palms!

yubfyuf

 

 

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UN AMLETO DI PIU’

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Nei primissimi 70 il registratore Philips con il tasto rivoluzionario e magico per play/rewind/forward era parte dei miei apparati di ascolto, in realtà non ne avevo molti altri. I primi nastri ascoltati furono appannaggio dei Led Zeppelin, ricordo una gita a Sarnano sulla neve e Whole lotta love ascoltato un milione di volte di seguito, andando avanti e indietro. Una volta ho registrato l’Amleto di Carmelo Bene in onda in tv, l’audio non era un granché ma quel nastro l’ho riascoltato infinite volte, fino a impararne a memoria molti passaggi. Ancora adesso riguardandolo su youtube – c’è anche la versione integrale a colori – li ripeto con lo sguardo stralunato del grande Carmelo. Magia della rete stavolta, pochi tasti affatto analogici che non si possono nemmeno chiamare tasti con il touchscreen. Il mix di Freud, Gozzano, Laforgue e naturalmente Shakespeare eh come  ritorna maestoso.

Ed io non voglio più essere io!

Non più l’esteta gelido, il sofista,

ma vivere nel tuo borgo natio,

ma vivere alla piccola conquista

mercanteggiando placido, in oblio

come tuo padre, come il farmacista

Ed io non voglio più essere io!

IAVADAPERISSO

ciao rosetta mi piacerebbe farti un’intervista qui su fb per inserirla nel mio blog sullo stile di quella a delfina  https://antonioprenna.wordpress.com/2011/08/23/delfina-a-ferragosto/

ciao antonio, dopo aver letto quella che più che intervista mi sembra una conversazione, penso sia una bella sfida… non so se sono all’altezza..ma proviamo.. mi faccio coraggio!

la prima domanda è naturalmente legata all’EFFIMERO&ETERNO in questo caso ovviamente riferita al tuo lavoro teatrale

in questi giorni il collegamento alla linea adsl da parte della telecom è andato in tilt!! ora sembra ripristinato.. quindi sono riuscita a leggere il tuo messaggio, ora spero di avere un po’ di tempo per permettere al mio cervello di riflettere?!..

vai pure

(la risposta il giorno dopo)

Mi chiedo il perché del “naturalmente”, ma questa risposta forse l’avrò io in seguito..
Il coraggio non è sufficiente per rispondere a questo stimolo di riflessione, si deve attingere all’ardimento o alla sfrontatezza.
Laura Curino, una maestra del teatro italiano, un giorno durante un laboratorio disse:”Noi attori se abbiamo qualcosa da dire la dobbiamo fare in vita, perché la nostra arte muore con noi”.
Forse non sono precisamente queste le parole pronunciate dalla Curino, ma riassumono chiaramente il senso del “qui” e “ora” di cui deve essere consapevolmente impregnato chi fa teatro.
O per citare un maestro ancor più riconosciuto come Shakespeare “La vita non è che un’ombra che cammina; un povero attore, che s’agita e si pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e che poi scompare nel silenzio.”
Il senso dell’eternità a noi attori non ci appartiene, forse ci possiamo illudere di conquistarla o ambire ad essa, ma noi siamo effimeri per eccellenza.
Che vita può avere uno spettacolo? La vita di qualche stagione quando va bene, poi si deve cambiare. Si è sempre proiettati in avanti e ciò che si è fatto rimane soltanto nel nostro ricordo. A volte capita di incontrare qualcuno che ti dice che ha visto un tuo vecchio lavoro e ti stupisci di questo e ti fa piacere perché sai che significa condividere un’emozione, che temevi sopita per sempre, significa ripercorrere un mondo immaginario, significa guardarsi negli occhi e scoprire in quello sguardo un granello di eternità.

il “naturalmente” si riferisce alla natura di queste “interviste” o almeno alla piega che voglio dar loro…se ne esce qualcosa di compiuto voglio proprio chiamarle così…effimero e e terno…suggestione che viene da una mia intervista a carolyn carlson https://antonioprenna.wordpress.com/2010/02/11/carlson/ effimero è il gesto sulla scena, eterna può esserela suggestione che provoca nello spettatore (ma anche su chi è in scena), sull’ombra-che-cammina mi colpisci al cuore…al cuore ramon alcuore, grida clint eastwood…

Se avessi citato “Siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni” mi sarei sentita banale! E comunque è il Bardo che colpisce sempre al cuore, Antonio, al cuore!
Accetto di pensare ad una eternità relativa, altrimenti il mio concetto di eterno è legato alla morte e limiterebbe ogni riflessione prospettica.
Il gesto che sulla scena appare effimero è in realtà il frutto di un lungo percorso di lavoro, di tentativi, di scarti, di limature, di prove. Ciò che rimane e si sceglie è una sintesi, una essenza e per questo a volte può lasciare una suggestione o una emozione che accetto di definire eterna, sia per chi lo ha compiuto, che per chi lo ha visto. Un ricordo dell’anima, e i ricordi sono le uniche cose che ci appartengono, mai dimenticarlo.

shakespeare è fondamento del canone occidentale per bloom…citando i sogni mi fai pensare che in fondo il teatro puà esser proprio quello…non cia vevo mai pensato… in effetti la visione di uno spettacolo è quasi come se si svolgesse in un angolo della mente, buio intorno (almeno la maggior parte delle volte e comunque in un teatro di solito è buio)…come sei arrivata al teatro in una zona depressa come la nostra? c’è stato un momento in cui l’hai deciso oppure è stato frutto del caso? (per me il giornalismo, la tv ecc è stato quasi per caso)

Sicuramente Shakespeare è il punto di riferimento per ogni operatore teatrale, di lui ci si può fidare e a lui ci si può affidare, per questo ancora oggi sopporta e sostiene tutte le interpretazioni, anche registiche, anche le più audaci.
Il buio in teatro è uno stato perenne, o meglio la luce artificiale. Quando si entra, per lavorarci, si perde la cognizione del tempo. Gran parte delle volte entri con il sole ed esci con la luna, o viceversa! Il tempo del teatro non è un tempo scandito dalla natura, si forse è il tempo del sogno o meglio della finzione.

Non so se è stato un caso avere una insegnante di musica che avendo colto in me una sensibilità particolare, scontrandosi con mia madre, decise di portarmi a 13 anni a vedere uno spettacolo, un balletto. Ne rimasi incantata. La mia insegnante avrebbe desiderato che facessi il conservatorio, ma io allora ero una sportiva..
Non so se è stato un caso ascoltare il mio nome pronunciato da un attore e aver sentito per la prima volta la bellezza della esse sonora e desiderare di parlare come lui..
Non so se è stato un caso innamorarsi di un attore-ballerino e iniziare a fare teatro per seguirlo..
Non so se è stato un caso ma ad un certo punto ho capito che non ne potevo più fare a meno.
“Ogni inizio è solo un seguito..” per continuare a fare citazioni, questa è della mia diletta Wislawa Szymborska.

(qualche tempo dopo)

“iavadaperissu” è uno spunto buono, assonanze, onomatopee, parole che si intrecciano con il reale,pomeriggiassolati, è già una “scena”

forse occorre la j iniziale (l’espressione iavadaperisso- io faccio qualche confusione di colline- è venuta fuori da un incontro quasi casuale al bar)

In realtà questa serie di parole, che mi piace pronunciare tutte legate, termina con una O nel mio dialetto. È protagonista di una serie di bigliettini che compongono una parete della mia casa, dove raccolgo termini che ascolto per strada o ritornano da una memoria antica. Insegnando, tra l’altro, dizione, ad un certo punto ho sentito la necessità di recuperare dei suoni “primordiali”, veraci, spontanei. Il dialetto è la lingua delle ferite, dicono. Sicuramente è la lingua dell’istinto: quando litighiamo sono queste le parole che usiamo, hanno più ritmo, sono più ficcanti. Anche in teatro mi è capitato di lavorare con grandi registi che chiedevano di sperimentare un personaggio facendolo parlare con il nostro dialetto. Si ritrova una verità, una autenticità, come un togliere delle strutture che il tempo ha consolidato, è come recuperare una purezza da fanciullo. E poi il ritmo, il tempo comico naturale del dialetto. L’italiano è ancora lontano dal conquistarlo.

mi piacerebbe se riuscissi a scrivere -so che può apparire “stupido”-cosa vedi quando sei in scena, ti rivolgi a qualcuno in particolare che riconosci in platea oppure la mente è vuota di questo e solo occupata da parole che s’accavallano come fossero vita e quella è la tua vita in quel momento ma è “solo” una rappresentazione di altre vite (nel tuo caso joyce e sibilla), le parole magari ti scorrono come in uno dei video di sibilla o le vedi disegnate addosso? (sto improvvisando

Mi piace questa riflessione,  mi fa tornare in mente tanti spettacoli diversi, tanti frammenti, immagini, ricordi, emozioni, paure e anche grandi risate. Intanto quando si è in scena si vede tutto, c’è solitamente un livello di ascolto molto alto, tutto deve essere tenuto sotto controllo e insieme ci deve essere una sorta di perdizione. È come se ci fossero due entità, il personaggio e l’attore. Solo a volte avviene la magia che le due entità diventino corpo unico. Più spesso accade che l’attore sia una sorta di tutor, mettendo a disposizione del personaggio il proprio corpo e la propria voce, ma proteggendolo, avendo cura di lui, ricordandogli le tappe da percorrere, i paletti definiti insieme, per il resto il vero capo, la mente suprema, è il personaggio.
La prima volta che ho recitato al Teatro delle Muse ad Ancona, insieme a Neri Marcorè, il teatro era al completo, 1200/1500 persone. Nel momento in cui dovevo fare il mio monologo sono avanzata e ho guardato il pubblico, platea e tre gallerie, tutte piene, ho avuto una sospensione del respiro, allora la Rosetta attrice-tutor ha offuscato la vista e ha permesso al suo personaggio di vivere quel momento senza fargli sentire paura.
Mi è capitato anche più volte di interpretare dei personaggi che agivano tra il pubblico, quindi necessariamente dovevo essere pronta a tutte le variabili possibili, hai un canovaccio ma comanda l’improvvisazione. In queste occasioni il personaggio va a briglia sciolta, può essere un cavallo impazzito, rischia la perdizione totale e in questi momenti il livello d’”ascolto” dell’attore deve essere estremamente elevato, deve regalare al suo personaggio il dono dell’equilibrio. In questi momenti le parole nascono davvero, sono vita di quel momento, senza mediazioni. Anche dei piccoli “incidenti” si prestano alla vera vita teatrale: alla prima dello spettacolo LA FAVOLA DI CATERINA, uno dei lavori più faticosi e insieme più esilaranti che abbia mai interpretato, il mio compagno di scena, Luigi Moretti, cade accidentalmente nel baule dove eravamo seduti, mi giro e lo vedo incastrato lì dentro, con le ginocchia praticamente in bocca, l’attrice Rosetta non ha potuto fare altro che iniziare a ridere convulsamente, senza neanche riuscire a prendere fiato, (ora che lo sto ripensando sto ridendo ancora!!!), è stata necessaria tutta la freddezza del mio collega per riprendere la scena. Ma il tutto è apparso talmente vero, e lo era!, che il pubblico ha iniziato a ridere con noi, tanto da farci decidere a tenere, anche nelle repliche successive, quella caduta accidentale che è rimasta una dei momenti più divertenti dello spettacolo.
Una volta invece ho vissuto la situazione diametralmente opposta. Con la compagnia giovani del Teatro Stabile delle Marche eravamo a Milano e stavamo rappresentando uno spettacolo sull’olocausto. Prima di partire il nostro regista aveva ricevuto delle minacce telefoniche e quindi aveva allertato le forze dell’ordine che avevano ritenuto opportuno presidiare il teatro mentre c’era la rappresentazione, procurando a noi attori, gli unici che sapevano, un certo allarme. Eravamo sempre in scena e gran parte del tempo dovevamo recitare fissando dei punti precisi verso il pubblico, ma durante quella serie di rappresentazioni la mia attenzione, ma anche quella dei miei colleghi, era tutta dedicata a cercare di cogliere qualche movimento sospetto o rumori inopportuni. Le parole scorrevano in automatico, non c’era nessun collegamento con il pensiero che era decisamente altrove, l’attore in quella situazione aveva relegato il personaggio a mera marionetta esecutrice.
Amo molto la relazione diretta con il pubblico, il poterlo guardare negli occhi, potermi rivolgere chiaramente a lui, quasi aspettando che qualcuno ti dia una risposta o ti faccia una domanda. Crea uno stato di coinvolgimento reciproco che porta un altissimo livello di attenzione e di ascolto, ritorna ancora questa parola per me fondamentale sia nel teatro che nella vita.
Scardina anche un po’ la finzione teatrale e ribadisce quell’essere presente, quell’essere qui e ora, che l’attore deve ricordare di professare nella scena e nella vita.

come avviene la scelta di joyce oppure di dolores (vado sempre a pregare sulla sua tomba a treia)o di sibilla

Anche io sono andata a trovare Dolores al cimitero di Treia,  recentemente a San Ginesio (MC) abbiamo fatto una sorta di processione laica per ricordarla. San Ginesio è il comune dove lei insegnò per circa 5 anni e al quale ha dedicato il romanzo CAMPANE A SAN GIOCONDO, pensa un libro, tra l’altro piacevolissimo, scritto nel 1963 e pubblicato solo nel 2009!

Il mio percorso teatrale nel mondo femminile in realtà è iniziato ancora più lontano nel tempo, con Paolina Leopardi, sorella di Giacomo. Essendo di origine marchigiana sono sempre stata attenta e incuriosita dalla cultura del mio territorio.
Scoprii per caso che Giacomo aveva una sorella che con lui aveva condiviso studi e formazione, ma lei in quanto donna, aveva poi condotto una vita da reclusa, malgrado una fortissima sensibilità e una cultura ricchissima.
Più tardi ho incrociato Dolores Prato, altro personaggio travagliato e sofferente, sempre legato alle Marche. Da lì non ho più lasciato che il caso mi indicasse un percorso ma ho scelto di affrontare le “donne di marca”, prima Joyce Lussu e ora Sibilla Aleramo. Joyce che ha amato profondamente la mia regione, pur essendo una cittadina del mondo e Sibilla che invece da questa regione, anzi proprio dal paese dove io sono nata, è scappata. Proprio per questo, Sibilla più delle altre, mi ha sempre accompagnato, ma ammetto di non aver mai, prima, approfondito la sua conoscenza, se non attraverso il romanzo UNA DONNA e qualche poesia.
La molla è stata la visione di una mostra, a lei dedicata, curata da Alba Morino, nella quale ho scoperto la sua complessità e la sua ricchezza, il suo essere anticipatrice e anche il fascino delle sue contraddizioni, che la rendono molto contemporanea e soprattutto molto uman

Rosetta Martellini sii diploma alla scuola di formazione professionale per attori “Sangallo” e studia sotto la guida del maestro F.Ferrarone del Teatro Stabile di Torino, prosegue la sua formazione seguendo laboratori sia di teatro (Laura Curino, Renata Palminiello, Valerio Binasco, Danio Manfredini, Giampiero Solari, Giles Smith del Royal National Theatre) che di danza contemporanea (Cristiane Glick della compagnia Maguy Marin, Adriana Borriello, Andy Peck, Annabelle Gamson, Raffaella Giordano, Ashley Roland )

Spettacoli: “Capelli al vento” sulla vita e la poesia di Joyce Lussu per il Teatro Stabile delle Marche, in collaborazione con il musicista-compositore Andrea Mei, con il quale ha già realizzato nel 2007 “Rosa violata”, sulla violenza contro le donne. SONO STATA AMORE dedicato a Sibilla Aleramo..

http://antonioprenna.tumblr.com/post/30385784759/rosetta-nata-pueta-no-santa-rosetta-laltra

BIBLIOGRAFIA – ROMANO PALATRONI

Traduzioni, poesie e riassunti

A. RIMBAUD – LE VOCALI – «Meridiano di Roma», III, 31, 31 luglio 1938

T. KLINGSOR – LA NUBE- «Meridiano di Roma», IV, 28, 16 luglio 1939

AA.VV. – ORFEO, IL TESORO DELLA LIRICA UNIVERSALE INTERPRETATO IN VERSI ITALIANI – Sansoni Firenze 1950 (a cura di Vincenzo Errante e Emilio Mariano)

P. ACQUABONA – DIECI CONDIZIONI POETICHE – Bucciarelli 1957 (a cura di Plinio Acquabona)

 P. VERLAINE – Feste galanti e altre poesie – Ceschina Milano 1957 (a cura di Fernando Palazzi)

 AA.VV. – TRAME D’ORO –  ENCICLOPEDIA DI LETTERATURA NARRATIVA. CAPOLAVORI DI TUTTI I TEMPI E DI TUTTI I PAESI NARRATI DAI MIGLIORI SCRITTORI ITALIANI – IDEATA E DIRETTA DA FERNANDO PALAZZI, MARINA SPANO, ALDO GABRIELLI. – Utet 1958

 C. BAUDELAIRE – Poesie – Nuova Accademia Milano 1959 (a cura di Enea Balmas, note di Gino Regini)

 AA.VV. – LA MUSA CELESTE, un secolo di poesia inglese da Shakespeare a Milton– San Paolo 1999 (a cura di Paolo Ruffilli)

Su disco

Charles Baudelaire : poesie dette da Renzo Ricci / Nuova Accademia disco, 1961 – La voce del padrone

Citazioni

M. PRAZ- La casa della fama: saggi di letteratura e d’arte – Ricciardi 1952

Bollettino delle pubblicazioni italiane ricevute per diritto di stampa, Edizione 1 – 1957

Studi francesi, Volumi 10-12 – Società editrice internazionale., 196

F.Petralia – Bibliographie de Rimbaud en Italie – Institut français de Florence, 1960

Italian books and periodicals, Volume 5 – 1962

I FIORI DEL MALE – Feltrinelli Milano 1964 (traduzione di Luigi de Nardis)

I FIORI DEL MALE E TUTTE LE POESIE – Newton Compton 2005 (traduzione di Claudio Rendina, a cura di Massimo Colesanti)

 Libri e riviste d’Italia, Volume 16,Parte 1 – Presidenza del Consiglio dei Ministri 1964

 Contributi dell’Istituto di filologia moderna: Serie francese, Volumi 7-8 – Vita e pensiero 1972

 M. LUZI – L’IDEA SIMBOLISTA – GARZANTI 1976

 Bibliographie de Verlaine en Italie – Sansoni 1976

 Francofonia, Edizioni 28-29 – 1996

 Le carte e i libri di Riccardo Marchi nella Biblioteca comunale Gaetano Badii di Massa Marittima – Vecchiarelli 1998

 Sugli epistolari a Oreste Macrì -Bulzoni Roma 2002

 G. Zaccaria,C. Benussi – Per studiare la letteratura italiana -Bruno Mondadori 2002

 M. RICHTER – CONSIDERAZIONI SUL PROBLEMA DI TRADURRE. LES FLEURS DU MAL – Atti del trentatreesimo Convegno sui problemi della traduzione letteraria e scientifica -XIX volume, Edizioni del premio n. 34-35 acura di Gianfelice Peron, Monselice 2007 (disponibile in rete: http://www.provincia.padova.it/comuni/monselice/traduzione/34-35%20pdf/relazione%20giuria%202005.pdf)

 Le letterature straniere nell’Italia dell’entre-deux-guerres. Atti del Convegno (Milano, 26-27 febbraio e 1 marzo 2003)  a cura di E.Esposito – Pensa Multimedia Milano 2004

La forma del fuoco e la memoria del vento: Gabriele Baldini saggista e narratore a cura di Viola Papetti – EDIZIONI DI STORIA E LETTERATURA Roma 2005

Gli «Irregolari» nella letteratura. Eterodossi, parodisti, funamboli della parola – Atti del Convegno (Catania, 31 ottobre-2 novembre 2005) – Salerno 2007

D. DAZZAN -MUSICA COME GIOCO – ILMIOLIBRO.IT – 2009 (disponibile in rete: http://www.dadazz.com/liberi/MUSICACOMEGIOCO%20.pdf)

Cenni biografici

F. PALATRONI –DICIASSETTE NOTTI DI SAN SILVESTRO


Romano Palatroni

OBITUARY FACEBOOK

Quando si cercano amici nel famigerato “libro delle facce”- uno dei fenomeni mediatici del momento, sinonimo di “fancazzismo”, secondo il ministro Brunetta- che d’ora in poi chiameremo con la sigla FB – compare una schermata dove si allineano i possibili candidati a quella sorta di elettro-fratellanza, che permetterà di dividere foto, testi, video, link, posta, giochini, test scemi , motti e mottetti, a cominciare da quello che stai facendo nel momento in cui sei collegato. Probabilmente la funzione più inquietante perché si deve usare la terza persona, per esempio: “Antonio sta scrivendo un pezzo per Periodico Italiano”, il nome compare sempre quindi non suona bene scrivere “Antonio sto scrivendo ecc.”.


La stessa schermata compare per qualsiasi altra ricerca che serve ad individuare un particolare qualsiasi contenuto nelle “info” o nelle altre cartelle personali, come i film preferiti, scuole frequentate, religione, citazioni.
Ebbene l’impressione è di trovarsi in un cimitero di guerra, con le croci allineate tutte uguali, che nella loro sistemazione simmetrica affratellano i morti in una stessa tragica sorte.
Quelle foto-tessera poste accanto al nome sembrano lapidi telematiche.
Qui naturalmente non si consuma nessuna tragedia e bisogna anche dire che il “facebook”- come libro di fine corso scolastico- è una tradizione tipicamente anglosassone, quindi quello che a me appare cimiteriale, altrove è una consuetudine.
Le immagini, poste accanto al nome nella sezione chiamata profilo, sono piene di fantasia.
Ognuno cerca le pose migliori oppure le più fantasiose o significative o emblematiche o suggestive o evocative, oppure interpretazioni di se stessi così particolari tanto da rendersi interessanti, accattivanti, insomma la mission è quella di porgersi, raccontare il proprio mondo attraverso una immagine che non necessariamente sia una foto con la propria faccia.
C’è poi chi si nasconde con le mani o nel fuori-fuoco, chi mette uno scatto della propria infanzia.
Generalmente però l’immagine è quella che potrebbe stare su una carta d’identità.
Immagino la difficoltà della scelta quando si opta per un ritratto.
Questa no, troppo seria, questa neppure, è ripresa dal mio lato sbagliato. Sorridente o rassicurante?
Sguardo in macchina o proteso verso l’infinito che di solito è posto dietro le spalle di chi guarda?
Qualcuno opta per immagini neutre, senza una raffigurazione personale che si esaurisca in una posa, rappresentandosi con un simbolo, oppure usa foto particolari usata come bandiera, come nel caso della guerra di Gaza dove molti hanno usato una stessa immagine, oppure Stefania Craxi ha usato un’immagine del padre, nella ricorrenza della scomparsa il 19 gennaio (notizia riportata da molte agenzie).

Per quanto mi riguarda- per tentare di aggirare il carattere obituary del mio profilo su FB- ho scelto una foto della mia ombra, fatta con il cellulare la scorsa estate, in una sera magnifica di caldi colori crepuscolari.

Le parole che Shakespeare mette in bocca a Macbeth, descrivono alla perfezione il perché di questa scelta: “la vita è solo un’ombra che cammina: un povero istrione che si dimena, e va pavoneggiandosi sulla scena del mondo, un’ora sola: e poi, non s’ode più”.