SULLA VIA PROVINCIALE PER DAMASCO

 

neri

«E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce…»Atti 9: 3-4

Prima di parlare del libro di Giampiero Neri, Via Provinciale (Garzanti, 2017), riecheggiato nel titolo del mio pezzo, devo raccontare l’antefatto all’origine dell’entusiasmo che provo per la scrittura di questo decano della poesia italiana. Non proprio un cadere a terra, ma udire una voce senz’altro sì. Naturalmente con le dovute proporzioni.

L’antefatto si svolge nel luglio del 2016.

Sono a Rimini per realizzare un reportage televisivo su Parco Poesia, uno dei festival letterari italiani di più lunga vita. Parco Poesia è stato, fin dall’edizione di apertura del 2003, il festival dedicato alla poesia esordiente e giovane. Organizzato con passione da Isabella Leardini, a fine luglio nella corte del castello malatestiano di Rimini arrivano i grandi maestri, ci sono autori contemporanei molto letti, giovani poeti già affermati e le promesse che il festival scopre un po’ ovunque in Italia, attraverso un costante lavoro di scouting.

Armato di telecamera e microfono sono un one-man-band. In veste non solo di giornalista, ma anche di autore delle immagini e del sonoro.

Il set è dentro una sala di Castel Sismondo, accanto al bookshop.Lo sfondo dell’inquadratura è il muro bianco della sala. Quando andrò al montaggio quello spazio bianco diventerà uno schermo. Assomiglia a una pagina di poesia ancora da scrivere.

Intervistare i protagonisti della poesia e della critica letteraria italiana è una bella occasione per approfondire un fenomeno divenuto di tendenza. Scrivere poesia sembra essere diventata un’attività molto diffusa. Il web ha aiutato la diffusione di contenuti lirici che prima rimanevano nei cassetti. Come ha scritto sull’Espresso (gennaio 2017), Fabio Chiusi: “Se le stime parlano di circa tre milioni di poeti nel nostro paese, si comprende che i versi si scrivono più di quanto si leggono. Un problema culturale, certo, ma anche un dato che testimonia come la poesia sia e resti «una necessità profonda», dice all’Espresso uno dei massimi autori viventi, Milo De Angelis (tra i protagonisti di questa edizione di Parco Poesia, ndr), «qualcosa che parla alla nostra sete».

Con il mio speciale voglio provare a capire cosa si nasconde dietro la voglia di esprimersi in versi, come si trattasse di un’urgenza.

Franco Buffoni è uno dei primi che porto sul mio set.

“Un ritmo profondo, un ritmo intrinseco – sostiene con vigore il poeta lombardo- un ritmo che precede tutte le metriche, endecasillabi, metriche di tipo quantitativo o accentuativo, persino il verso libero. Il ritmo è qualcosa che comprende tutte le metriche, qualcosa di profondamente ancestrale, noi nasciamo impastati di un metro, di un ritmo che è poi forse il battito del cuore materno”.

“Forse vale sempre una questione messa in luce da un filosofo nel passato – esordisce Antonio Riccardi, per rispondere a una mia domanda sull’urgenza di fare poesia – la poesia serve anzitutto per chiarirsi le cose. – continua. A se stessi intendo, cioè serve per andare nel profondo di sé, serve per cercare la noce d’oro che ci riguarda. Senza dimenticare che la poesia è un genere letterario, una strumentazione che non si accontenta di andare a cercare qualcosa di sé, ma lo fa per rendere disponibile quella strumentazione di ricerca agli altri, quindi la poesia tende, esige, di diventare universale”.

“Uno si sente chiamato dalle singole parole”, dice alla telecamera Milo De Angelis

Sfilano davanti al mio microfono le menti migliori della mia generazione, hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte.

Doveroso fare il verso a Ginsberg, quando parlo con Dino Ignani. Mi racconta del festival di Castelporziano, dove proprio da quella spiaggia iniziò la sua carriera di fotografo di poeti. C’ero anch’io su quella spiaggia e ricordo bene quelle serate che si svolgevano così vicine al luogo-simbolo dove pochi anni prima era stato ucciso Pasolini. Ricordo la delusione mia e di molti per l’assenza di Patti Smith, il palco che crolla sotto il peso di tutta quella folla vociante che doveva assolutamente esprimersi e che di fatto impediva lo svolgersi regolare del festival.

Con Roberto Galaverni, critico del Corriere della Sera, parliamo di diffusione editoriale della poesia. Galaverni dice che i poeti non leggono gli altri poeti, basterebbe che tutti quelli che scrivono poesie comprassero una copia degli altri e ci sarebbe un mercato assai fiorente.

Rosita Copioli è piena di energia: “La poesia ubbidisce a una necessità, Goethe diceva che il mondo ha bisogno solo di poeti grandi, come si riconosce il poeta? Difficilissimo, come si riconosce la bellezza, l’autenticità”.

Con Walter Raffaelli, l’editore riminese di tanta lirica contemporanea, si discute del mercato (a detta sua presunto) della poesia. Raffaelli sostiene che non è importante il numero di copie vendute. “Non dovremmo pubblicare poesia pensando di vendere molte copie, questo lo sappiamo già”.

“L’urgenza della poesia è quella di mettersi in rapporto con il mondo nel quale si vive – è Alberto Bertoni a parlare– e con le persone più care, morte e vive, perché la poesia ha il grande dono di ridare la parola ai morti”.

“Non si va per singole illuminazioni – rincalza Gian Mario Villalta – la poesia sorprende chi la scrive”.

Nel tardo pomeriggio Isabella Leardini, che mi ha seguito per le interviste, mi dice che è arrivato Giampiero Neri. “Devi assolutamente intervistarlo, vedrai, ti stupirà”, dice lei. Non conosco la sua opera, ma so che è il fratello di Pontiggia e questo mi basta come “garanzia”. La questione da cui parto è sempre la stessa. Perché si scrive. Risponde Neri: “Come diceva Manzoni: l’animo umano è un gran guazzabuglio. La poesia non cerca tanto di mettere ordine ma di mettere a fuoco quello che succede, non si nasconde la realtà, la si racconta, la si dice.”

Neri parla molto lentamente, medita sulle parole che sta per dire, sulle singole parole. Dentro di me penso che quel suo ragionare sia poco televisivo, invece al montaggio, mi accorgo che la sua lentezza è come una sospensione che rivela ciò che apparentemente cela, anche qui come per il muro bianco che mi fa da set, lo spazio bianco della poesia.

“Achille ha ragione di essere in lite con Agamennone – continua Neri – ma la ragione non è tutto e a un certo punto anche lui deve abbandonare questa posizione sua, di egoismo, tutti gli altri greci dipendono da lui, dal suo valore, dalla sua capacità di essere un condottiero. E così quindi, per conto mio almeno è così. Vedrei nella poesia la ricerca della verità.”
L’antefatto finisce durante il montaggio del mio pezzo televisivo. Per scegliere le sequenze bisogna guardare – e naturalmente ascoltare – più volte i vari segmenti. Quando Giampiero Neri ritorna sullo schermo mi colpisce sempre quel suo essere in perfetta sintonia con la parola scritta, pur esprimendosi a voce. Attenzione. Non è che Neri parli come un libro stampato, suonerebbe banale, piuttosto: la sua scrittura – così precisa, così densa – descrive mondi in divenire con le parole necessarie. Solo quelle.

Nel bookshop a Castel Sismondo dopo l’intervista, ho comprato il volume di Neri Il Professor Fumagalli e altre poesie, pubblicato nella collana Mondadori ”Lo Specchio – i poeti del nostro tempo”, nel 2012. In seguito ho cercato di recuperare la sua centellinata bibliografia e ne ho presi diversi altri. Le poesie di Armi e mestieri (Mondadori, 2004) mantengono ancora la forma lirica dell’accapo, tutte le altre, comprese quelle di Via Provinciale (pubblicato stavolta con Garzanti) le poesie si esprimono in prosa. L’aveva detto Neri nell’intervista che la poesia non necessita di una forma particolare. Il libro inaugura la nuova collana di poesia della Garzanti, diretta proprio da Antonio Riccardi che nel risvolto di copertina dice: “Di fatto estraneo alla mappa delle tendenze in cui si è articolata la poesia italiana del secondo dopoguerra, Neri ha condotto la sua esperienza letteraria con radicale fedeltà ai principi che l’hanno originata: la memoria, prima di tutto, intesa come luogo minerario da cui estrarre i materiali necessari, indispensabili forse, alla vita attiva quotidiana”.

Ecco. La memoria è la chiave per capire i contenuti delle poesie di Neri, ma secondo me ciò che davvero conta è il tono.

“Un tono familiare..”, sottolinea Giampiero Neri al telefono, raggiunto mesi dopo per dirgli che sto scrivendo questo pezzo. Ci diamo subito del tu e la telefonata si prolunga sulle mie curiosità. Nei discorsi compare Remo Pagnanelli, un poeta e critico maceratese che negli anni ’70 avevo frequentato quando vivevo nella città marchigiana. “È stato Giampiero Neri – scrive Guido Garufi, in un appunto che trovo sul web – ad “accorgersi” di Remo, a supportarlo. Ed è il lessico tonale di Neri che affascinava Remo, una musica di fondo minimale, massimamente espressiva, simile alla indicazione di Montale sul tema della prosa-poesia.”

Ecco un’altra chiave di lettura. La musica.

Queste chiavi sono senz’altro giuste e ne posso cercare mille altre. Testo-traccia per esempio. Proprio Pagnanelli diceva di Neri: “È forse esagerato, ma non inesatto, riconoscere che il di più di queste poesie nasce e vive fuori della cornice della pagina, che i rimandi culturali e empatici sono tali da accreditare la definizione di testo-traccia.”

Per quanto mi riguarda taglio corto. Le poesie di Neri (e Via Provinciale è un’ ulteriore riprova) sono tanti incipit, oppure frammenti di romanzi che possono essere lunghissimi. I suoi libri hanno grandi spazi bianchi, da riempire con quanto riusciamo a raccogliere dal personale lessico provinciale. Il paragone con le Epifanie di Joyce è dovuto. Non ritengo importante il tono oppure la musicalità nella costruzione delle frasi. Leggendo i suoi libri- e questo in particolare che sembra riassumere i temi che gli sono cari – è come entrare con discrezione a casa sua per conversare insieme nella penombra.

 

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A QUESTO LINK E’ POSSIBILE VEDERE LO SPECIALE “PARCO POESIA”

http://www.smtvsanmarino.sm/video/speciali-rtv/speciale-parco-poesia-2016-29-07-2016

DINO CAMPANA CONTROLLA L’AUTOBIOGRAFIA NEL MANICOMIO DI CASTEL PULCI

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Ero buono per la chimica, per la chimica pura.
Ma preferii fare il vagabondo.
Vidi l’amore di mia madre nelle bufere del pianeta.
Vidi occhi senza corpo, occhi sospesi orbitando sul mio letto.
Dicevano che non stavo bene di testa.
Presi treni e barche, percorsi la terra dei giusti
di buon mattino e con la gente più umile:
gitani e mercanti.
Mi svegliavo presto o non dormivo. Nell’ora
in cui la nebbia non era ancora svanita
e i fantasmi a guardia del sonno comunicano inutilmente.
Sentivo gli avvisi e gli allarmi ma non ho saputo decifrarli.
Non erano diretti a me bensì a quelli che dormivano,
però non ho saputo decifrarli.
Parole inintelligibili, grugniti, gridi di dolore, lingue
straniere sentivo ovunque andassi.
Esercitai i mestieri più umili.
Percorsi l’Argentina e tutta l’Europa nell’ora in cui tutti
dormono e appaiono i fantasmi a guardia del sonno.
Ma proteggevano il sonno degli altri e non ho saputo
decifrare i loro urgenti messaggi.
Frammenti, forse sì, e per questo visitai i manicomi
e le prigioni. Frammenti,
sillabe brucianti.
Non credevo alla posterità, benché talvolta
credevo alla Chimera.
Ero buono per la chimica, per la chimica pura.

La notte di Campana D. / remix

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1.  Ricordo una vecchia città

Quella città in realtà non la ricordo più, di notte  i lineamenti d’intorno si confondono , le dorsali pur vicine sono una linea incerta e fuori fuoco, le sfumature si accentuano, l’impressionismo dilaga. La notte è uno stato d’animo che vivo di rimando, non solo il periodo di buio che si alterna alla luce. La notte è magia bianca, camuffata nei suoi lati poco visibili. La città dove si muove Campana D. – quella vecchia città – è percorsa d’agosto, il mese sublime dei giorni lunghi che si accorciano di già. Vedo archi enormemente vuoti di ponti sul fiume per descrivere ancora un mondo raccontato già  mille volte ancora, vedo una profetica tribù dagli occhi ardenti che bivacca sul fiume, poco lontano dalle macerie di un anfiteatro romano. Languore e mollezze, sagome e forme ‘gnude di ragazzette. Tanto per dire che il tempo non esiste.

« Il tempo?  Se non me lo chiedi so cos’è. Ma se me lo chiedi non lo so più», diceva Agostino d’Ippona.

Non scrivo su la sabbia, scrivo su l’acqua. Ogni parola tracciata si dilegua, come nella rapina d′una corrente scura, lo dice d’Annunzio nel suo Notturno. Il ricordo della vecchia città – rossa e fortificata, piena di torri, su pianure sterminate, torrida, mobile come una festa perenne, anche afona, primordiale, monotona città – mi ricorda mille altri tempi sospesi, fissati in anni, in mesi, in attimi sempre vivi nella sospensione che conosco tanto bene. Quel lasciarsi andare sul flusso delle parole che poco descrivono, creando evocazioni che diventano presente che diventa vita di ora adesso che è presente di notte sempre.

 

2. Fuggitivo lo sguardo di lei, nemmeno ridente forse.

Silenzi selvaggi senza coscienza alcuna.

Il ricordo che si maschera sempre di nostos algos, così da renderne sopportabile la perdita.

La carne presa a morsi – questo lo ricordo bene – e nella mente il suono delle campane come se fosse Dio stesso, in Persona, a parlarti di sere piene di languori, il corpo mollemente adagiato sul Mito dell’eterno ritorno dell’uguale, che inevitabilmente è solo sabbia tra le dita, senza trasformarsi in vera materia. Materia da accarezzare, da osservare con attenzione per diventare parte di te. “Suonavo il piano, nei caffè dell’Argentina, quando non avevo denaro; suonavo nei ritrovi, nei bordelli”.

 

3. C’è sempre un dormiveglia da rispettare, quando li vedi e li senti crepitare davvero i fuochi nel deserto delle città. L’azione non può avvenire secondo coscienza, sarebbe snaturato il senso ultimo di finitezza e sottile piacere del distruggersi le sinapsi in malinconiche aspirazioni, come durante l’adolescenza, quando tutto ti sembrava così impalpabile eccetera.

Non valgono niente le citazioni mandate a memoria dai tempi del ginnasio. Quis contra nos?

Nessuno ci viene contro, gli orologi sui muri non segnano l’ora come nel PostoDelleFragole, sentirsi sempre altrove è una dannazione.

 

4. Si sa ormai che la vita è solo un’ombra che cammina.

Spegniti, spegniti, breve candela…

…un povero commediante si pavoneggia e si agita sulla scena del mondo per la sua ora che diventa notturna, in mezzo a tante altre ombre, una favola piena di rumore e di furore che non significa niente.

Macbeth occhieggia tra i muri rossastri e scalcinati. Dino Campana, il matto delle montagne, vede che il suo corpo non fa più ombra, quell’oscurità rassicurante che dice sei vivo – rimanendone assai turbato.

La luce che non è vita, la luce che non riflette ombre.

E Zarathustra corse e corse ancora, non finiva di correre, ma non trovò più nessuno. Nella solitudine ritrovò però sé stesso e godette e assaporò squisitamente della sua solitudine, e pensò lungamente a cose buone e inutili. Macchine celibi per lo più. Luci soffuse davanti agli occhi. Senza nessuna possibilità di leggere il mondo attraverso qualche rito.

Il rito come superamento della crisi attraverso la coazione cinetica.

Ma verso l’ora del meriggio, quando il sole incombeva proprio sul suo capo. Zarathustra passò vicino ad un vecchio albero, curvo e nodoso, tutto intorno il prodigo amore d’un ceppo di vite (l’amore può essere solo prodigo); pendevano dall’albero grappoli dorati.

Visioni, realtà sfuggenti, un’immagine che riporta a altre immagini differenti e contrarie persino, il pomo della discordia – quel famoso e barbaro pomo – perennemente in bilico sul precipizio del mondo che verrà.

Il meriggio che dovrebbe essere magico diventa l’incubo dei fuochi del deserto delle città, occorre quindi – giusto per rimanere all’ombra dei bisogni primordiali che si soddisfano pagando di tasca propria – un rituale adatto per attrarre denaro, che è molto efficace e facile da fare, ma ricordate che i rituali per ottenere i soldi funzionano solo se si crede davvero in loro.

La cosa più importante da fare prima degli incantesimi e rituali per ottenere denaro urgentemente è visualizzare ciò che si vuole veramente.

Il denaro sarebbe l’ultimo dei problemi, la domanda vera è: che cosa voglio veramente io che sono solo un pazzo poeta morto?.

 

6. Chi giù dalla torre? L’io cosciente, presunto cosciente, oppure il sé stesso che quell’io vede come un’ ombra, sempre in lontananza come nei sogni? È un viaggio umbratile lungo e insidioso ai confini del mondo solito, turista a casa propria per scoprire con occhi nuovi ciò che si è sempre conosciuto. Animula vagula che si aggira nelle penombre dei deserti delle città. La ricerca sempre la stessa: un po’ di felicità, anche un attimo solo, per poi raccontarselo con la voce rotta dalla commozione. Oppure un suo presagio. Qualcuno che agita carte magiche per raccontarti ciò che sarà. Di solito vecchie streghe. Qui rivedo una scena raccontata mille volte da mio padre quando rievocava episodi dell’epopea argentina del suo di padre che aveva il mio stesso nome. Lui a cavallo su ‘pianure sterminate’ scorge la casa della strega-indovina, dai capelli neri agilmente attorti sulla testa barbaramente decorata eccetera, inutile citare Campana, non crea assonanze decifrabili. La donna aspetta Antonio sulla soglia di casa sua che lui vede di lontano, un punto prima poi tutto il resto. Quando lui arriva lì da presso, lei gli dice con la voce di tabacco: ‘sapevo che stavi arrivando, hombre’. Quell’uomo che è stato un mio io prima, molto prima del mio ingresso sulla scena della vita sensibile, scende da cavallo, poi entra in casa. Mio padre a questo punto rideva, senza dirmi il seguito. Antonio era pieno di fidanzate. Tutte queste ombre sulla scena e fuori scena, piani sequenza visti come alle spalle del protagonista che insegue il suo altro-da-sé con determinazione, per scoprire chi davvero si rappresenta negli angoli bui e peccaminosi. Per scoprire in fondo che cosa? Il languore del corpo seminudo di una puttana? D’altra parte la mia vita come ombra è piena di puttane, quando suonavo il piano nelle loro case chiuse agli sguardi esterni, dovevi vedere come brillavano quei loro occhi scaltri. Tornavano bambine. Innocenti. Non più puttane.

7. Rimane il silenzio del meriggio a farmi compagnia, quando le ombre diventano le lunghe ombre. À l’artiste pensif ton corps est doux et cher; l’azione si svolge ancora all’interno di ogni nostra Grande Allusione; tes grands yeux de velours sont plus noirs que ta chair. L’importanza delle sfumature, le spalle nude, la pelle di lei che invidia all’ ambra il suo viaggio, la via dell’ambra, che più che di un singolo itinerario, si trattava di un complesso sistema di vie commerciali attraverso le quali l’ambra, una preziosa resina fossile, veniva trasportata dai suoi luoghi d’origine, il Mar Baltico e il Mare del Nord, verso il Mediterraneo.

Te lo dico in greco antico: ἤλεκτρον! La vicinanza di quella pelle d’ambra genera elettricità. Elementi infinitamente piccoli si scontrano nella Città della Mente, provocando la Tempesta d’Amore, di cui tanto si parlava usando le carte dei tarocchi come ventagli di.

8. Qui non si tratta di vedere. La vista comporta un’azione o almeno la sottintende. Qui si tratta di ascoltare il canto delle sirene. Quel Killing me softly con le unghie smaltate di rosso acceso. Quanto c’era di primitivo e anche di automatico si trasforma in pose indecenti e ieratiche. Come un gatto che sembra tranquillo ma in ogni momento pronto al Gran Balzo in Avanti. È la fine del meriggio. La fine del silenzio. Voci si sovrappongono, il fumo del tabacco rende per niente spontanea la scena. È un teatrino del piacere pieno di sorrisi e smancerie. La natura invece è un tempio, una sfinge accovacciata sul limitare dell’orizzonte, dove le colonne sono vive e qualche volta emettono parole piene di confusione e inquietudine. Solo gli sguardi degli amanti rendono l’aria rarefatta, quasi liquida. Galleggiare nei tuoi occhi, amore. Quante volte l’ho sognato.

 

9. È successo quel che doveva succedere. La notte è arrivata. Arruffata, dolente e colma di aspettative. Il sangue placato, la terra anch’essa pacificata dopo i barbari sussulti del fiato spezzato, dentro l’oscuro-ventre-che-tutto-ingloba. Come si trattasse di conquistare aree e territori e superfici per l’Impero, in nome di Guglielmo II, l’ultimo re liberty di Prussia, quello che gli bastava muoversi impettito e mettersi in posa facendo tintinnare la sciabola nel fodero, quello che desiderava solo sentirsi come Napoleone senza combattere battaglie. Lo diceva Churchill, sbuffando fumo impaziente. Una vera battaglia privata invece si è consumata in quelle stanze chiuse della vecchia città e non ci sono parole adatte per dire della confusione creata da tutto quell’agitarsi. Mancano le precise parole poetiche. “Chiedere amore” è un modo per sviare il vero problema dell’esistenza. I can’t get no. Muovi il bacino, ondeggia il tuo corpo sinuoso, rendi perfetto questo momento, così pieno di inganni. L’ambra del suo corpo non basta ricordarne il sapore, se non si può descrivere, nemmeno con le parole e le visioni dei classici. Il pittore Michelangelo e il poeta sommo che ripetono a gran voce “non ti muovere”. Questo è paradiso. Ucciso dolcemente dall’odore forte dei fiori secchi, supino con la bocca semi-aperta in un rantolo apparentemente come di animale ferito. Questa è la morte. Questo è paradiso. Tutto questo è la conquista dell’ancella dal volto trasfigurato dall’istinto che si rende manifesto. Non muoverti. Non muoverti. Resta immobile.

10. La notte é appena iniziata. La notte è piccola e già piena di bottoni di madreperla. Ci sono ancora avventure da raccontare. Varcare ponti, varcare confini, spingersi oltre i cancelli della mente-che-tutto-oppone. Argentinee opposizioni. Corpi che si ribaltano, la tenerezza di quel rinchiudersi in castelli per sentirsi finalmente liberi. Libertà assoluta di sfogare gli istinti, nella penombra e in silenzio. La luce che filtra dalle tende è composta di istinto. L’amore se non è istinto, non c’è altro modo per definirlo. L’amore è senza ponti, confini, cancelli. Si insinua dappertutto come le ombre. Le vecchie città di cui mi ricordo hanno strade strette e pulite, dalle finestre proviene sempre una musica piena di seduzioni. Bisogna però dirlo con vigore. La seduzione non si basa sul desiderio o sull’attrazione: tutto questo è solo filosofia meccanicicistica e fisica carnale, nulla di interessante. Per la seduzione il desiderio non è un fine, ma un’ipotetica posta in gioco. Non si capisce meglio sé stessi se non quando, rinchiusi nel Castello del proprio volere, l’istinto si trasforma in desiderio.

11. Anche la mia estate dei fuochi – sulle colline fuori Firenze, fuochi e scintille e saette che vennero fuori all’improvviso nella notte – fu un’estate torrida. Anch’io hipster allora, vagabondavo nel centro Italia. Ricordi appannati. Avevo diciotto anni e non permetterò a nessuno di dire che questo è il periodo migliore della vita, anche se in realtà lo era. Gli odori che ricordo sono un misto di polvere e acqua, acqua versata sulla polvere delle strade, in fila alla mensa dell’Ente Comunale di Assistenza, per raccogliere un pasto gratis. Metodi hippie. Ci si riconosceva dall’odore forse. C’erano dei tipi di Como che poi avrei incontrato di nuovo – per caso e senza appuntamenti di sorta – a settembre al Vigorelli di Milano per un concerto memorabile di Frank Zappa – così memorabile che ricordo poco niente, le chitarre, le luci sul palco, la pista del velodromo, il crepuscolo di una Milano che avrei dimenticato. Ecco con quei tipi dopo il solito strascicarci sui marciapiedi di Firenze, ci avventurammo sulle colline poco fuori città. Sacchi a pelo per dormire. Polvere. Odore di campagna. Dopo un breve sonno ipnotico ecco i fuochi sulla collina di fronte, per niente scheletrica, come definisce il mondo nel peggiore dei folli incubi il Campana Dino, poeta appenninico, hobo lungo le vaste pianure argentine, con gli occhi di bragia nei caffè di Firenze. I ricordi di amori lontani, la memoria che svanisce, i fiori secchi, l’idea di un progresso inevitabile che si trasforma in routine, la realtà statica dei panorami visti con occhi ancora giovani, i giorni dell’estate torrida che sembrano infiniti, finiti invece chissà dove.

12. White light goin’ messin’ up my mind Don’t you know, it’s gonna make me go blind White heat, goin’ down to my toes Lord have mercy, white light had it, goodness knows, la prima parola-chiave è “luce bianca”. Attenzione. Non luce livida che racconta di altri momenti, ci sono anche qui delle baracche sullo sfondo, ma non di quel tipo che il matto di Marradi dice e che il prof di ginnasio ci leggeva con lacrime all’ occhi la piagarossalanguente (un ottimo hashtag) mostrando (lui che odiava i gerundi) le stelle che son bottonidimadreperla (idem) nell’altra famosa notte stellata di Van Gogh (quella famosa-famosa) e ascoltando con un vecchio giradischi di quelli che si chiudevano a valigia l’APRÈS MIDI D’UN FAUNE di Debussy che mi faceva sognare a occhiusaperti l’Arcadia. La seconda parola-chiave è “battaglia”. Mentre Dino volle bere come un porco e abbrutirsi con le ciane, in Manciuria si combatteva tra il 21 febbraio e l’11 marzo 1905, nelle zone della cittadina di Muckden, in Manciuria (oggi Shenyang, capitale della provincia cinese di Liaoning), per via della guerra russo-giapponese che imperversava in quelle lande: scontro decisivo sul piano terrestre di tutto il conflitto, la battaglia vide le armate giapponesi del maresciallo Ōyama Iwao assalire la linea difesa dai russi del generale Aleksej Nikolaevič Kuropatkin, riuscendo infine, al prezzo di duri combattimenti e molte perdite, a obbligarla al ripiegamento e all’abbandono di tutta la Manciuria meridionale. Nomi dimenticati, forse mai conosciuti se non ci si fosse messo di mezzo il Campana Dino e i suoi deliri notturni. La terza parola è “panorama”. La percezione della bellezza è un test morale (dal Diario di Thoreau, 21 giugno 1852). Nessun test morale per Dino e per tutti noi. Quando il panorama è il deserto delle città e vagabondare without a cause non serve più a dimostrare di essere ancora vivi – sentirsi ancora uomini – e la “baracca” si trasforma nella “cantina buia dove noi respiravamo piano” e tutto si risolve nelle solite scheletriche moine. Allora, solo allora quando le romanticherie ti fan perdere il senno, ecco che diventa urgente uscire prima che si può dalla visione di quei fuochi vorticosi nel cielo. Si direbbero peccati di gioventù. Tornare quindi con i piedi ben piantati per terra, in questo mondo comunque scheletrico (un’ossessione per il ns poeta appenninico, un’ossessione per tutti).

13. Una lanterna magica più magica di quella vera del numero progressivo dodici, quello-che-precede. Stretto, stretto che ti attrae con la forza della carne saporosa di una malabarese. How you would weep for your free, pleasant leisure, if,  With a brutal corset imprisoning your flanks,  You had to glean your supper in our muddy streets  And sell the fragrance of your exotic charms,  With pensive eye, following in our dirty fogs  The sprawling phantoms of the absent coco palms!

yubfyuf

 

 

Eclissi

Voglio dimenticare

con quale parola si dice

quando il sole si oscura.

Li ho vissuti quei momenti

di buio innaturale

e voglio dimenticare

le parole per indicarli.

L’atmosfera rarefatta,

quel tempo sospeso

dove tutto può succedere

e voglio dimenticare anche il significato di “atmosfera”.

Far diventare puro suono

questa parola

piena di parole

ἀτμός e σφαῖρα

scordarmi del fiato de la terra

non sapere più niente de il grande respiro de l’universo.

Voglio dimenticarmi come si chiama

quella parte de le stringhe de le scarpe

ne la loro parte finale più dura,

un particolare – indicare con il loro nome preciso gli oggetti o parte degli oggetti –

che mi ricorda le pagine di un romanzo fluviale di Don DeLillo

che per fortuna ho già dimenticato come finisce.

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Voglio dimenticarmi di tanti giorni de la mia vita,

in particolare di uno che ho vissuto come un brutto sogno altrui,

quando come per incanto si accumulavano

foglietti segnati con segni rabbiosi

colori tenui

portamenti affettati

mezze frasi

specchi alle pareti

tanti specchi

e voglio dimenticare quel momento

in cui sfogliavo distrattamente

i Canti Orfici di Dino Campana

tra gli specchi,

.

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Voglio dimenticarmi il tuo nome,

non dire più ecco questo è il tuo nome,

perché se non ricordo più il tuo nome sono come purificato.

Voglio illuminarmi di luce nera e non sapere come si dice luce nera.

Voglio leggere stavolta con attenzione

i Canti Orfici di Dino Campana

per dimenticare le strofe subito dopo averle lette.

Voglio dimenticarmi che faccia hai,

in groppa a quel focoso cavallo bianco,

la tua faccia senza nome che ho già dimenticato.

928 parole -comprese le sedici di questo titolo- sul liceo campana di osimo, quand’era in centro


è una storia lunga che spesso ho raccontato, per non dimenticarla…forse comincia in una soffitta del centro storico di una città della provincia marchigiana nell’inverno 1970, sfogliando un catalogo di opere di modigliani… con quelle donne-giraffa tutte nude, dagli occhi vitrei…al cinema avevo già visto l’odissea di kubrick e l’alba acida di hendrix a woodstock e i cannibali di liliana cavani, con tutti quei morti della tragedia grecia, stesi su strade di città e per conto mio letto qualche racconto di poe e guardato in tv il processo di kafka, nel film di welles e a teatro, da un palco nel buio (esperienza davvero nuova) ammirato carmelo bene, sputare in aria per farsi ricadere addosso la saliva e con una rumorosa armatura tentare di crocifiggersi, scandalizzando i “borghesi” della “piccola città, bastardo posto e ancora avevo canticchiato la ballata degli impiccati di de andrè e letto quindi villon e quando mi capitava sorriso con le strisce di linus…

ma di studiare neanche a parlarne…quell’anno la quarta ginnasio della piccola sonnolenta città marchigiana fu falcidiata di alcuni elementi poco consoni al metodo della classicità…

c’ero anch’io nel mucchio di quelli che nei pomeriggi incendiati da crepuscoli vermigli preferivano frammenti beat all’idrogeno alla severa disciplina delle regole della lingua…a giugno la catastrofe…

l’anno scolastico successivo -cioè pochi mesi dopo, il primo ottobre – eccomi “ripetente”…ancora mi umilia solo dirlo…è un’onta che ho riscattato solo molto tempo dopo (ma l’ho riscattata)…

il primo giorno di scuola, in un’altra città di un’altra provincia -ma sempre marchigiana, anzi confinante con la prima: dal liceo leopardi di macerata al campana di osimo- il prof che sembra un po’ charles m. schultz (giusto per rimanere in tema), un po’ enzo biagi (che aveva diretto o dirigeva il tg2 ), con gli occhiali spessi e un’aria allampanata da docente yankee ci fa rispondere ad un questionario…

lo scopo è quello di testare i nostri gusti, il background, le conoscenze acquisite, le curiosità, per carpire, impossessarsi un po’ di noi ragazzi (per lui bambini ma allora non lo sapevo)…

quel questionario sarà la mia salvezza fino alla terzo liceo, il nerosubianco che mi consentirà di ovviare alla mia scarsa voglia di studiare, quell’accidia dei pomeriggi uggiosi che rimarrà fino all’esame di stato per scomparire poi con l’università…

memorabile, durante la mia prova di esame orale alla maturità, il momento in cui entra il ragazzo del bar per portare la colazione ai professori della commissione… appena mi supera, alzo il braccio e con un tono deciso chiedo a mia volta un caffè, mentre la commissaria interna si mette le mani nei capelli per la disperazione…

nel questionario del prof. di ginnasio –il mitico marino marini- scrivo di conoscere kafka e di cosa si racconta nel suo “processo”…

questo fu sufficiente per quell’uomo straordinario: se conoscevo kafka o comunque citavo kafka un po’ valeva la pena perdere del tempo con me e tentare di insegnarmi qualcosa di buono…

il liceo campana di osimo era di quelli con una tradizione da consegnare alle generazioni successive…il preside aveva lavorato alla stesura di un vocabolario di italiano e la moglie, nostra prof di francese, nella sua casa di torino –frequentava cesare pavese e natalia ginzburg…

sotto il palazzo della vecchia sede del liceo (adesso trasferito tristemente, ma comodamente- per i trasporti- in periferia, proprio vicino all’istituto san carlo, dove per i due anni di ginnasio sono stato interno) c’erano e ci sono delle grotte misteriose che collegavano le varie parti dell’antica città, da cui pompeo magno era partito per muovere la guerra fratricida a cesare e dove cavalieri templari, secoli dopo, scavavano ancora il tufo non solo per creare nuovi passaggi, ma per riempire le pareti di simboli arcani…

questo l’avrei saputo molto tempo dopo, voglio le notizie precise…sapevo delle grotte e un compagno di classe che abitava sulla piazza dell’edificio, una volta mi aveva portato a vedere l’ingresso delle sue, sotto casa…si scendeva una ripida scala, cui si accedeva da un armadio…

allora le mie sensazioni erano molto di superficie, mascherate da una qualche conclamata e roboante profondità (ricordarsi che più qualcosa si grida, meno si è convinti dell’intimo nobile valore di quanto urlato)…

il mio prof avrebbe detto arzigogolata profondità…ero “interno” nel collegio di preti scalabriniani, adesso dismesso e poco distante dall’attuale sede, io che mi dicevo nichilista, quello contro tutto e contro tutti che per alleviare alla pesantezza di quella “prigionia” – comunque volontaria, quasi come era volontaria per i mezzi matti del cuculo di milos forman – insomma mi inebriai della letteratura che il prof dai capelli a spazzola proponeva…

dino campana, verlaine, cardarelli, manzoni, prevert, il gran meaulnes, i malavoglia, dostojevski, oblomov, il colpo di dadi che non abolirà mai l’azzardo di mallarmè, goffredo parise, il battello ebbro, qualche americano, steinbeck, london e naturalmente i fiori del male di baudelaire, che già nel titolo andava fuori dagli schemi e dai codici…

il prof distribuiva dei volantini ciclostilati–le fotocopie erano di là da venire – che non contenevano proclami rivoluzionari, come si usava distribuirne all’uscita delle scuole, ma critica letteraria e testi sconvolgenti…

dei “fiori del male” leggeva le traduzioni di romano palatroni che il prof riusciva a leggere solo fino ad un certo punto, per interrompersi nei momenti di intenso lirismo, perché non riusciva ad andare avanti tanta intensa era la commozione…
se interrotto, da rumori esterni, si torceva come rattrappendosi e spezzava matite e penne…diceva “eh mamma mia cara” oppure “vivaddio”…

rintracciare quei ciclostilati e riscriverli per poi inserirli su queste pagine sarebbe un’operazione degna…

(nel link i ciclostili postati tempo dopo)