occaso

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“VERBALE INTERROGATORIO PETRIGNANI SANDRA”

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scrivere è come specchiarsi?
no, è come stendersi su un lettino e guardarsi non frontalmente, ma dentro
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sandra allo specchio guarda verso la camera, anzi un po’ più su leggermente, ha il braccio sinistro alzato, sembrerebbe  essere lei a scattare, però si intravede un braccio, qualcuno alle sue spalle o accanto, sandra ha un accenno di sorriso, forse con il braccio si appoggia alla parete, la foto in realtà è di pasquale comegna, l’ho trovata sul blog di sandra, in un’intervista di gianfranco gramola per “voce romana” che comincia così: Quando è nata la passione per la scrittura, chi te l’ha trasmessa? «Ero molto piccola, non andavo ancora a scuola. Mi raccontavo storie fra me e me per riempire la solitudine, una forma di gioco. Facevo teatro con i pupazzetti, parlavo da sola, inventavo poesie che poi mi facevano declamare su uno sgabello davanti all’albero di Natale. In famiglia dicono che ho preso da una bisnonna, la nonna di mio padre, Edvige (mi chiamo così di secondo nome: Sandra Edvige). Era una maestra creativa: componeva poesie in rima per insegnare ai bambini la storia, la geografia, l’aritmetica… Questa inventiva orale si è poi naturalmente trasformata in scrittura quando ho saputo tenere la penna in mano».
la scrittura quindi è l’argomento che mi interessa di più approfondire con l’autrice di LA SCRITTRICE ABITA QUI e E IN MEZZO SCORRE IL FIUME,  che spesso pubblica sul FOGLIO di ferrara appassionati e appassionanti articoli, la scrittura che crea quella magica commistione con la vita, raccontarsi storie tra sé e sé, come faceva da bambina

l’idea dell’intervista è nata attorno al novembre del 2011, sandra andava in spagna per la traduzione del suo IL CATALOGO DEI GIOCATTOLI, poi ci siamo dispersi un po’ nella rete e nei giorni del grandefreddo sull’italia centrale, forse d’istinto sandra risponde alle mie domande. chiamandole poi sulla mia bacheca di facebook “gentilissimo interrogatorio”, di qui il titolo dell’intervista scherzosamente poliziesca, con il cognome prima del nome

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il tuo approccio alla scrittura è “tranquillo”? 
A volte mi vengono idee folgoranti, magari in sogno, che purtroppo, per pigrizia, spesso faccio cadere. Purtroppo o per fortuna, chissà. Altre volte studio e rimugino per anni, hai letto bene: anni, anche dieci (è capitato) prima di decidermi che quella cosa, quella storia, la scriverò. Mi piacciono le commissioni, con una scadenza precisa e l’anticipo da onorare, perché è l’unico modo per sbrigarmi.
scrivi quello che hai elaborato con ricerche e meditazioni varie?
Limo e rilimo (anche gli articoli per i giornali). Mi fermo quando vedo che a furia di tornarci su, su una parola, una frase, un concetto, sono tornata al punto di partenza.
oppure “soffri” limando i concetti? 
Sì, anche questo è capitato, ma in genere mi pare che il mio sia un lento avvicinarmi a quell’idea di perfezione che ho in testa e che significa semplicemente il modo più chiaro e privo di cliché per dire una certa cosa con meno parole possibili, nella maniera meno involuta, comprensibile a tutti, ma non banale, non già sentito.
scrivi di getto? 
ti soddisfa quello che hai scritto oppure devi tornarci su spesso?
Capisco quello che ciò che ho scritto è buono quando, rileggendo per l’ennesima volta, non ho più bisogno di cambiare nulla, nemmeno la punteggiatura.
quando capisci che quello che hai scritto è buono?  
quando è pubblicato sei soddisfatta?
Rileggo i miei vecchi libri solo quando è necessario: se mi chiedono una revisione per una riedizione o una traduzione, per esempio. E ogni volta mi sorprendo di due cose: 1 mi sembra di leggere un’altra persona  2 cambio pochissimo, qualche ridondanza nell’aggettivazione (era un mio difetto una volta), la punteggiatura
offline i pensieri non occupano spazio virtuale e non si trasformano in file, l’ho scritto sul mio blog https://antonioprenna.wordpress.com/2011/11/12/offoff/ 
volendo intendere questo:
i pensieri non hanno un peso specifico in sè, possono essere sfuggenti anzi sono sfuggenti per lo più, ma quando diventano scrittura allora sì che acquistano consistenza (essere online comunque è un concetto relativo, non significa necessariamente essere collegati alla rete, è anche quando si scrive, il termine lo uso in senso lato); insomma voglio chiederti quanta elaborazione mentale di ricerca ecc c’è stata nel tuo libro sulle case delle scrittrici per esempio, raccontami quello che c’è prima della scrittura  
Sono una fissata con le case, gli indirizzi. Quelle del libro “La scrittrice abita qui” le ho visitate negli anni. Faccio sempre fotografie e tengo diari. Dunque quando la Neri Pozza mi ha chiesto un libro di viaggio, avevo il lavoro preliminare praticamente pronto. Le scrittrici le conoscevo bene, avevo letto la maggior parte delle biografie oltre le loro opere. Mi mancavano Deledda e Blixen mi pare. Non ho fatto che ricostruire il tutto quasi si trattasse di un unico viaggio. Il libro è una piccola magia irripetibile. Nè da me, nè da altri. Vedo che ogni tanto qualcuno cerca di imitare l’idea. Ma non si può, perché c’è dentro l’imponderabile che ne ha fatto un racconto unitario, come fosse un romanzo. Io stessa se volessi fare un sequel di quel libro non ci riuscirei. Verrebbe fuori qualcosa di meccanico, senza l’anima. Dovrei inventarmi una struttura diversa.
La tua è una scrittura a metà tra giornalismo e letteratura, è puntuale nei riferimenti come vuole il giornalismo ma si permette passaggi letterari, quali sono i tuoi autori di riferimento? 
E’ vero, a volte uso gli strumenti del giornalismo a fini letterari. Ma proprio perché conosco molto bene sia il giornalismo sia la letteratura non penso che la mia scrittura stia in mezzo o «a metà». Sono giornalista quando devo e scrittore senza altre qualifiche accanto. Scusa la precisazione, ma con l’imperversare di giornalisti che si improvvisano scrittori, tengo molto a rivendicare il primato della letteratura sul giornalismo nella mia storia personale (non andavo ancora a scuola e già inventavo storie). Detto questo, siccome credo che il romanzo tradizionale sia ormai identificabile quasi esclusivamente con operazioni commerciali (anche molto sofisticate e interessanti a volte), preferisco contaminare. I miei libri sono difficilmente classificabili in un genere, proprio perché sfuggono la definizione di genere: sono narrazioni che utilizzano l’autobiografia, il mito, il viaggio, l’intervista, la memoria, gli oggetti. Una forma letteraria di «arte povera» se vuoi.

Mi chiedi i miei autori di riferimento:

Beckett è con Kafka, Virginia Woolf e Vladimir Nabokov l’autore che ha più contato nella mia formazione. Sono autori che ho letto fra i tredici e i vent’anni, dunque particolarmente importanti per la formazione di un immaginario narrativo. Poi, siccome sono una lettrice onnivora, potrei citarti autori anche molto distanti fra loro. Degli italiani ho amato soprattutto D’Arzo, Calvino, Morante, Natalia Ginzburg, Lalla Romano, Volponi. Meno la Ortese, della quale amo le cronache di viaggio e i racconti, ma detesto Il cardillo e un po’ anche L’Iguana. Dimenticavo Pavese, che è stato un amore generazionale: al liceo ce lo facevano leggere per forza, ma non mi dispiaceva per niente. E dimenticavo il Moravia della Noia, del Conformista, dei Racconti Romani. E chissà quanti ancora sto dimenticando…

IO

29 dicembre 2008

ciao giuseppe ho letto il tuo HITLER all’inizio dell’anno, strano libro il tuo, una lettura obliqua direi del personaggio, quasi in presa diretta

Ti ringrazio del giudizio, che non so se positivo o negativo. Io ho tentato una lettura metafisica di Hitler, che non fosse quella che lo identifica col Male assoluto, bensì con il vuoto di essere e con l’elemento di erosione dell’umano, dell’empatia. Poi non so se si è capito, se gli esiti del testo sono risultati all’altezza delle intenzioni. E’ un libro che mi ha cavato il sangue. Doveva intitolarsi: “Io”.

“io” come fossimo tutti degli hitler era titolo tosto…il mio non è giudizio negativo anzi…

Mondadori non ha voluto “Io”. Per me era fondamentale: l'”io” è il Divisore, la funzione che separa uomo da uomo. Il progetto occidentale per me è l’ipertrofia dell'”io” e culmina proprio in colui che separa, che è Hitler: infatti, oltre la supposta separazione, che è quella dei campi, io fermo la vista mia e del lettore…Ma vallo a dire agli editor…

leggendo era “fastidioso” riconoscersi nelle sofferenze di hitler, soprattutto in quella specie di ricovero…naturalmente notevole le parti del lupo…mi ricordava una poesia di mariella mehr:

Ancora ti prospera il fogliame intorno al cuore
e una fresca presa di sale
impregna il tuo sguardo.

Di me nessuno vuol sapere,
di chi io sia la spezia
e di quale amore la durata.

Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.

Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.

Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare,

e scorre via il resto di ogni ora.

Non conoscevo Mariella Mehr: ti ringrazio per la segnalazione! La postura, essenzialmente, è quella, in generale, al di là del lupo:

“Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare”

questo è ciò che custodisce “io” al suo centro, per me, e prepara il parto di Hitler… Straordinaria poesia! Grazie…

oh la là caro giuseppe m’era sfuggito il tuo nuovo  libro appena uscito, di solito sono informatissimo e in questo caso è imperdonabile visto che ci siamo anche “parlati” stamattina, ho letto la recensione sul giornale appena lo trovo, lo prendo, leggo e ti dico

Ehi, grazie, Antonio! Con la speranza che non ti deluda, a me sembra un ingombrante “fallimento”!
Intanto auguroni per un bel 2009!!!!

caro giuseppe, auguri siamo già a quella data…ieri ho comprato il tuo deprofundis…ho fatto l’esperimento che ho letto sul foglio…vado a pag.69…alla terza riga citi burroughs… bene, buon segno…a fine settanta o inzio ottanta, non mi ricordo mai, l’ho visto l’esimio burroughs a castelporziano…ondeggiava sul microfono dicendo cose turpissime…con la sua voce roca, ondeggiava…”inzuppate la bandiera ameeeericaaanaaa nell’eroina e poi suuuuucchiatela”…che spasso vederlo e nello stesso momento comprare un suo libro alle solite bancarelle…quindi se citi burroughs mi cogli nel vivo…doveva venire a riccione nel 1996, al cocoricò che aveva un privè sofisticato…m’ero attrezzato per andarci a tutti i costi…invece non ne fecero niente…peccato…poi ieri sera tra un don camillo e un letterman e i pink floyd di relics ho cominciato a leggerti…strano effetto la lettura sapendo che poi t’avrei scritto…ho letto di tuo padre…chi non ha perso il padre non sa nulla del Padre…quando il mio morì lo vegliai e verso l’alba – era agosto e per me è il mese migliore sia per nascere che per morire- gli dicevo- lui morto-“cazzo fai lì mortu-mortu, andiamo a farci una partita a scopa?


Beh, l’aneddoto su Burroughs è impagabile, anche se non penso si trattasse di Castel Porziano, non mi pare ci fosse, c’erano Ginsberg e Amiri Baraka… Che cazzo di vita fai? Satellitare onnivora? Don Camillo, Letterman, PF! Quanta energia hai?
Sul padre: io non so fino a che punto sono riuscito interiormente a realizzare quell’opera che dici, cioè a sentire il padre come Padre. Conosco solo la dolcezza inerme di quella veglia affannata e traumatica, che coinvolse anche mia sorella, la quale ha voluto essere espunta dal testo. Non so – da allora mi chiedo che rapporto ho con il dolore: è tutto così mutato… Riesco solo a osservare. Questo manda in crisi la scrittura. Da un lato, la tentazione è il silenzio, non sento più l’impulso dalla necessità di una traduzione del dolore; dall’altra, intuisco una strada, che non ho mai percorso e che muterebbe completamente la mia scrittura, ma mi pare di non avere né testa né cuore sufficientemente ampi per percorrerla…
Comunque grazie di questo bellissimo messaggio: ha dato senso alla mia giornata!

ah che meraviglia dare senso attraverso la parola scritta…non male…castelporziano era proprio la spiaggia del minestrone e burroughs era là col suo vestito buono con la sua voce strascicata…avevo tutti i suoi libri meno quello comprato al banchetto che dovrebbe essere RAGAZZI SELVAGGI…il cut-up mi entusiasmava…giorni febbrili avanti e indietro roma-ostia…anche in lambretta…che serate…troppo forte…c’era evtuscenko, un altro messicano o che cavolo era…dario bellezza…gli italiani fischiati…e ginsberg col suo mantra che calmò tutti…c’è un film di quelle serate ma burroughs non c’è nel film…lo recuperai nell’archivio rai quando ci ho lavorato nei primi 90…il film è di andrea andermann che era amico di moravia…sono stato all’università a roma in quegli  anni…lettere: indirizzo demo-etno-antropoligico che sembra così altisonante…stavo all’occupazione della facoltà nel febbraio 1977…ho rubato al preside carlo salinari delle forbici che chissà che fine hanno fatto…ho dormito sotto la scrivania di quel gran critico letterario…per la lettura sel deprofundis oggi sono alle formiche…mi piace leggere lento…ci sono dei passi tremendi che se son realtà,  con la scrittura diventano un’altra cosa...

Sì, sì: conosco quel film e Antonio Porta non mi raccontò di Burroughs. o che studiò con Ginsberg ed Evtushenko, al secondo giorno, il modo per non essere aggrediti, si divertiva moltissimo. Il colpo lo fece Cordelli, che non avvisò che il previsto concerto di Patti Smith non si sarebbe tenuto, altrimenti ci sarebbe stato un quarto della folla. Le immagini del film sono memorabili. La tipa autistica messa accanto alla Maraini che legge, la donna delle pulizie dei cessi sulla spiaggia, quelli che dormono di giorno sotto la pedana… Indimenticabile…
Conclusione: sono nato con 10 anni di ritardo, cazzo…

ho ritrovato il libro di burroughs comprato a castelporziano, non ragazzi selvaggi ma la morbida macchina…la data: 30 giugno 1979… oltre alla data è riportata la frase della bandiera americana inzuppata nell’eroina ecc…



ho letto un pezzo tuo su NUOVI ARGOMENTI, ero sicuro di avere qualcosa d’altro di tuo, non so niente di te, conosco solo la tua scrittura…

mai in ritardo caro gius

1.583 PAROLE DOPO LA LETTURA DEL TRAUMA E LO SCIAMANO

caro giuseppe so che ti scriverò assai perché la scrittura è un fluxus che segue visioni che segue ascolti che segue letture che segue una serie di foto fatte col cellulare per l’album che voglio chiamare BABEL su facebook…visioni letture ascolti anche frammentari anzi decisamente frammentari solo in casa e non m’annoio nemmeno un po’, ascoltando un vecchio cd del 2000 (titolo: good looking blues, voce femminile dice: must have been the devil who changed my mind, c’è una tromba e dell’ elettronica di fondo, di quelle atmosfere non propriamente cupe, nemmeno drum’bass, ritmo tipico dell’epoca e nemmeno aphex twin)…l’ascolto di questo cd adesso è decisamente predominante…moglie fuori, figlia fuori…la prima ad una festa di canzoni revival a casa di certi amici di amici della provincia più profonda…l’anno scorso andai a casa degli amici (quest’anno il posto è diverso ed è a casa degli amici degli amici ed io non vado per certi rancori legati ai tempi delle scazzottate fascisti/comunisti) -anch’io andai chiamiamola alla prima edizione del canto-revival che molto successo riscosse- c’era tutta la piazza e anche la sindaca -e mi sono poi chiesto per settimane perché ancora dobbiamo tormentarci con il ragazzo che come me amava eccetera, perché sempre luciobattisti claudiobaglioni commuovono? e non una sana cantata di anarchy in uk, perché? l’età mia e di tutti loro è la stessa, stupida questione la mia e senza risposta…ha acceso dibattiti serrati in famiglia, ognuno a dire la sua…nessuno invece conosce la musica che sto ascoltando tra quella gente (il gruppo si chiama LAIKA)…

forse solo un altro nel paese può conoscerli, uno che sta tra i miei “amici” di facebook, tipo eclettico – mi può esser figlio o nipote – autore un saggio su dante gabriel rossetti e sta facendo una sua ricerca su la sindrome di stendhal a berlino…forse lui…certamente gli altri staranno ora cantando un pezzo di patty pravo che sarebbe comunque scelta sofisticata…la figlia invece ormai esce tutte le sere e torna alle 2,30/3 e la mattina faccio fatica a svegliarla per richiamarla ai suoi doveri… è in seconda liceo, studia il greco, legge dostoevski, suona in un gruppo di tutte ragazze che si son chiamate COTTON FACTORY, è una brava figliola, vive il suo tempo, io ero molto peggio, ma a me sembra che perda tempo in quella specie di intrattenimento che non so come chiamare ma che forse “cazzeggio” rende bene (il correttore automatico riporta sempre “pazzeggio”)…la musica continua…ma voglio tornare al pezzo 5 (stesso titolo del cd)…frammenti della tv accesa di là in camera da letto (la tv bandita dai luoghi della chiacchiera, a tavola e sui divani)…quando passo -negli intervalli di scrittura -vedo sarkozy che sostiene la sua su gaza…cambio canale: ancora letterman…biff, l’assistente di studio, gli tira contro continuamente delle scarpe come il giornalista egiziano a bush…tra i film vedo che c’è DON CAMILLO MONSIGNORE, ma evito…li conosco a memoria i film tratti da guareschi…ma un pezzettino non guasterebbe…sguardo veloce alla tv mentre la notte avanza e la casa diventa fredda…adesso c’è louis de funès contro fantomas…non so mai se mi fa ridere il vecchio louis ma l’effetto nostalgia è sempre all’agguato…dopo il pezzo 5 il cd è un crescendo di trombe jazzate……tutto questo giusto per dire del momento cosmico venuto dopo la lettura del capitolo 3 –il trauma e lo sciamano…fumato nel frammento sigarilli davidoff… quello che di nome si chiamava zino, morto vecchissimo e sempre in gamba con un negozio a ginevra dove sogno di entrare prima o poirimetto il pezzo 5…in copertina c’è proprio la cagnetta mandata in orbita all’inizio dell’avventura spaziale…la musica è fatta di ritmi vagamente sciamanici che mi richiamano il testo del deprofundis…li conosco bene gli sciamani per tutto quel levi-strauss e margaret mead e malinowski e ernesto de martino studiati all’università…impressionante la sequela di parole dello sciamano che descrivono con la parole che gli vengono dai morti uno status, gusti, scatti nervosi, momenti assoluti, passaggi temporali di un’esistenza – la tua – dove la fiction rappresenta la realtà perché nessuno parla senza incepparsi – spesso mi chiedo questo pensando ai dialoghi dei romanzi o dei film: non ci sono le incertezze nel parlato…non ci sono esitazioni…i ragionamenti filano via lisci…così lo sciamano…impossibile abbia usato nella realtà quelle parole…così con la dottoressa necroscopia del capitolo precedente…tu dici: io sono lo scrittore giuseppe genna…parlato e scrittura si incontrano…la realtà diventa una finzione di parole ben dette…il parlato invece non è mai come ai convegni…ci sono continue interruzioni…non è nemmeno un talk-show…me ne accorgo sempre a casa quando cerco di coordinare un pensiero che non riesco spesso a concludere perché ragionamenti troppo complessi non sono propri della quotidianità… è la prima volta che mi capita di fondere davvero scrittura e lettura con la realtà del giorno corrente e di commentare poi con altra scrittura con un’operazione fine a se stessa per il gusto di vivere il momento magico dove la scrittura si sovrappone alla realtà…poi un sobbalzo…ci sono certe oblique coincidenze con una storia che ho immagino da qualche anno, dove c’è un tipo che dopo un’eclisse di sole acquista il potere di vedere e parlare con i morti (!!!)…ha colloqui filosofici estenuanti con le ombre…i morti non sanno di esserlo davvero e parlano ad una tale velocità che è difficile captare tutto…il tipo non dorme più perché le ombre si rendono evidenti di notte –un classico-mentre di giorno sono soltanto presenze ecc…assiste all’eclisse in francia, a carnac, dove si trova con michel houellebecq (!!!) per girare un booktrailer per le particelle elementari…l’eclisse avviene l’11 agosto 1999…fine millennio…fine presunta di un’epoca…il tipo su suggerimento di un amico si rifugia su un’isola greca, sede di una fondazione inglese ecc ecc, dove ci sono percorsi creati da richard long, perché i morti hanno una specie di terrore per l’acqua ecc ecc quindi pensa che salto ho fatto: lo sciamano parla con i morti! Houellebecq! …scrittura, lettura, ancora scrittura e ancora salto al pezzo 5 del cd e la notte continua…

la domanda è: le storie sono state tutte scritte?

ALLEGATO
Nascosto in un libro dimenticato in soffitta, in uno di quei libri pieni di pieghe e con le pagine ingiallite che ricordi di aver sfogliato quando eri ragazzino- ed erano già vecchi quei volumi -, nel libro c’è un foglio azzurrino dove si racconta la stessa storia che stai vivendo.
Riconosci le parole, ti riconosci nel racconto.

Guardando in tv, distrattamente, un programma di storia, di quelli con le interviste interrotte ad arte e le immagini che commentano il parlato, ti accorgi di ascoltare parole che un tempo conoscevi bene, ma che ora sembrano disperse. Le riconosci lo stesso ma non sai più se le apprezzi o meno. Raccontano in sequenza le tue sequenze. Ti stupisci di apprezzarne la costruzione logica. I rimandi. Le connessioni tra i fatti. Non è propriamente la tua biografia, è una delle tante storie già scritte da qualche parte che assomiglia alla tua. Stessi passaggi temporali sottolineati dalle dissolvenze, lo stesso tappeto sonoro.
Per strada ti fermi davanti ad una libreria e i titoli dei volumi esposti ti sono già noti, anche se è la prima volta che li vedi. Entri nella libreria. Sfogli il primo volume che ti capita sotto mano, la copertina ti ricorda qualcosa: un disegno infantile – guarda che strano – uno di quelli che facevi da bambino anche tu. Apri una pagina a caso e ti riconosci nel racconto. Anche se la storia è ambientata in qualche landa desolata dove non sei mai stato, quella landa spazzata da una pioggia feroce ti appartiene. Là dove il protagonista vive un amore contrastato e da dove ancora quell’innamorato respinto parte alla ricerca di se stesso, portandosi dietro una fotografia stropicciata del suo amore, una foto custodita gelosamente nel portafoglio. Il ragazzo la mostra alle persone sbagliate. Per quanto lui sia ingenuamente fiducioso, gli altri sono truffaldini e pieni di malizia. Qualcuno poi lo aggredisce in un vicolo scuro. Lo vediamo disteso per terra con il volto pieno di lividi, i lividi lui li vedrà specchiandosi nella vetrina di un bar malfamato, dopo che si è rialzato a fatica. Rientrerà nella pensioncina che lo ospita, pulirà le ferite allo specchio di un bagno sudicio. Quando si specchia vedi il tuo volto.
In altre occasioni sei in treno e ascolti un compagno di viaggio che racconta al telefono una sua vicenda intima. Con ampi gesti, quel viaggiatore sottolinea i passaggi più vivaci del suo racconto, ma senza quasi parlare, usando frasi incomplete, con molti incisi. Tutti si, ah, ho capito e quella storia sai di averla già sentita.
Allora capisci di averla già vissuta. Una storia già scritta. La tua storia. Una delle tante.

Già. Un minuscolo sedimento di narratività che si insinua nelle viscere profonde della terra dove vivi e raggiunge silenzioso la radice di tutte le storie. Le vivifica aggiungendo un frammento narrativo dopo l’altro.

Tutte le storie sono già dentro di noi. Tutte ci appartengono e molto spesso si ripetono con le stesse movenze. Le stesse battute. Gli stessi sviluppi. E’ quasi tragico, è quasi divertente.

Perdona, Antonio: sono costretto a essere laconicissimo – la mia vita è in sisma, in questo momento (problemi di grana, di alimentazione, prossimo futuro in bilico).
Dico solo una cosa: tu devi scrivere quel libro. Hai una prosa impressionante. Sei capace di 200.000 registri e velocità differenti. Non pensarci nemmeno: scrivi e basta, poi si trova l’editore. Troppa esperienza, troppa storia personale coniugate a un istinto ritmico e immaginale potente. Buttati.

il tempo come susseguirsi di eventi è davvero strano, spesso ti ritrovi a rifare le stesse azioni senza volerlo…insomma sono stato travolto da letture, dal lavoro, dai miei andirivieni…ho letto il tuo libro e sono contento che sia capitato con queste nostre comunicazioni…grazie ancora delle belle parole sulla mia scrittura…ciao so long

***

questo pezzo non è propriamente un’intervista,  rileggendolo a distanza di qualche anno può sembrarlo, almeno all’inizio con il tipico alternarsi di domande e risposte, comunque mi piace inserirlo tra le mie  interviste perchè genna risponde (sembra lo sventurato e invece è il miserabile, come ama definirsi)

il titolo IO richiama naturalmente a come genna voleva chiamare il suo hitler e poi al fatto che l’intervista-colloquio si trasforma in qualcos’altro, con una decisa preponderanza di mia scrittura, non più solo genna quindi ma io

in realtà devo dire che è stato proprio per colpa  di giuseppe genna se mi sono iscritto a facebook nel dicembre 2008, complice un articolo su IL GIORNALE  “Una vera e propria macchina culturale instancabile è Giuseppe Genna, veterano del web e tra i primi a diventare facebookini (termine che sostituirà sanbabilini nella nostra Italietta delle lettere?).”,scriveva gian paolo serino

IL CONFINE MEDIATICO (8)

LA TELEVISIONE UCCIDE LA REALTA’?
“LEZIONE MAGGGISTRALE”  tenuta all’Accademia di Macerata, corso di cinema prof. pierpaolo loffreda (novembre 2009)

mi presento prima dell’incipit…
sono maceratese, nato a villa potenza (sembra l’inizio di un romanzo di saul bellow, “le avventure di augie march” sono americano, nato a chicago…)
ricordo quando l’accademia si trovava a palazzo buonaccorsi
e ricordo un artista nato nel mio paese, valeriano trubbiani, che con la sua aria stravagante usava fiamme ossidriche per sculture che nessuno capiva nel paese, poi trubbiani ha anche diretto l’accademia ecc
sono un giornalista-regista
lavoro presso l’emittente di stato della repubblica di san marino
qui ho conosciuto loffreda che periodicamente collabora con la tv e a san marino si occupa delle rassegne cinematografiche d’autore

L’ incipit…

-qualsiasi tipo di incipit, letterario, di una trasmissione, di un discorso
(proprio come questo mio che più di tutto si occuperà di eveline, cioè delle immagini che da Ginevra, come vedremo, giungono alle emittenti televisive associate)

l’incipit è una sorta di assolvenza, lo schermo nero si apre su un mondo fatto di immagini, di parole, comunque di concetti, il più delle volte nel caso di libri, solo di caratteri tipografici, parole in sequenza, accapo, parentesi, nient’altro.

OGGI LA MAMMA E’ MORTA. O FORSE IERI, NON SO. (Camus, Lo straniero)

E’ COMINCIATA COSI’. IO, AVEVO MAI DETTO NIENTE. NIENTE. (Cèline, Viaggio termine notte)

ENTRO’ CARLA. AVEVA INDOSSO UN VESTITINO DI LANETTA MARRONE CON LA GONNA COSI’ CORTA, CHE BASTO’ QUEL MOVIMENTO DI CHIUDERE L’USCIO PER FARGLIELA SALIRE DI UN BUON PALMO SOPRA LE PIEGHE LENTE CHE LE FACEVANO LE CALZE INTORNO ALLE GAMBE. (Moravia, Gli indifferenti)

SEI GIORNI FA UN UOMO SI E’ FATTO SALTARE IN ARIA SUL CIGLIO DI UNA STRADA DEL WISCONSIN DEL NORD. (Auster, Leviatano)

MIO CUGINO COMPIVA GLI ANNI DIECI GIORNI PRIMA DI NATALE E SUA MOGLIE GLI AVEVA ORGANIZZATO UNA FESTA A SORPRESA, HA TELEFONATO PER DIRMI CHE DOVEVO ASSOLUTAMENTE ANDARCI.
(DeCarlo, Arcodamore)

IL 1° LUGLIO 1998 CADEVA DI MERCOLEDI.
(Houellebecq, Le particelle elementari)

Il gioco dell’incipit risulta facile con quelli letterari, un po’ meno nei film

(Provate a farlo davvero il gioco dell’incipit, è avvincente)

I titoli di testa occorre sempre considerarli, in certi casi fanno storia a sé, sono quasi un genere, come nel caso di 007 ( viene sempre coinvolto un interprete particolare per la musica dei titoli e fino al 1991 i titoli erano una specie di marchio di fabbrica di Maurice Binder (che si ispirò a LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE (1958) di Hitchcock

Spesso però prima dei titoli c’è una sequenza che serve a far assaporare quello che verrà dopo oppure a farti dire come Snoopy il mistero si infittisce

Mi viene in mente ancora OO7, dove prima dei crediti c’è un condensato del mondo-bond con un minifilm che spesso non anticipa niente di particolare, ma regala un’atmosfera, Bond si riaggiusta semplicemente lo smoking dopo una sarabanda di situazioni pericolose spettacolari avvincenti dal sapore forte

curiosità: la sequenza si chiama GUNBARREL (canna di pistola) perché segue la sigletta grafica, quella con il punto di vista dell’interno di una canna di pistola
sullo sfondo Bond è preso di mira ma dopo due passi si volta
e spara
lo schermo si tinge di rosso e parte il film anche se lo schema è stato spesso stravolto nell’evoluzione del gusto ecc

vediamo la sequenza tratta da un DVD dedicato a 007
http://www.youtube.com/watch?v=HpDLRkf2CD0
(…)

un paio di riflessioni
prima di passare all’ebu, alle eveline, a come riversarle, vedere le
immagini, catalogarle, capire che cosa contengono, da dove
arrivano, quale meccanismo viene utilizzato…vi leggo un articolo
di marco belpoliti, comparso su la stampa il 20 marzo 2009

prima riflessione:
il mondo tecnologico rende più stretto il mondo, eppure…

il titolo dell’articolo: IGNORA IL PROSSIMO TUO
http://altrimondi.gazzetta.it/2009/03/ignora-il-prossimo-tuo.html
(…)

l’altro spunto di riflessione proviene da una anticipazione del prossimo libro di Jean Baudrillard, uscita su repubblica il 18.02.09, nella sezione cultura

baudrillard è scomparso da poco…
filosofo e sociologo, scriveva libri pieni di iperboli colme di buon senso per quanto esagerate -da leggere in un senso più generale- direi epistemologico
dalla prospettiva del quotidiano forse le sue analisi sono plausibili fino ad un certo punto, ma hanno il linguaggio adatto per misurare il polso della situazione

leggiamo IL DELITTO PERFETTO 1996, ed.cortina pag.69

il brano che la repubblica anticipa è anch’esso molto interessante,
è in uscita un libro postumo da cui a sua volta è tratto il brano, forse qui Baudrillard parla più efficacemente della nostra quotidianità, introducendo ottimamente il discorso relativo alle eveline

QUANDO L’IMMAGINE CANCELLA LA REALTA’
di jean baudrillard
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/02/18/quando-immagine-cancella-la-realta.html

(…)

per alleggerire il discorso vi mostro un pezzo che ho realizzato per il magazine settimanale della san marino rtv con immagini di eveline che descrivono ina successione temporale day-by-day le fasi della guerra di Gaza, è senza commento ma la musica e i versi di una canzone dei rage against the machine dicono più di tanti testi giornalistici
BEAUTIFUL WORLD

(…)

veniamo al dunque
la storia dell’ebu la trovate sulla versione italiana di wikipedia
su quella mi baso

il sito ufficiale è in francese e in inglese
http://www.ebu.ch
il dominio è svizzero: è un dato significativo che spiega lo spirito “indipendente” voluto dai fondatori
(comunque apparentemente indipendente per forza di cose perchè è bene che lo sappiate la purezza non esiste da nessuna parte, neanche a greenpeace e ad amnesty)

STORIA DELL’EBU
http://www.ebu.ch/
sigla eurovisione (anche radiofonica)
eurofestival
giochi senza frontiera

(…)

passiamo alla parte più propriamente “tecnica”, direi anche meccanica, dell’acquisizione e utilizzo delle immagini, quello che dovrebbe, a mio avviso, esser fatta da stagisti provenienti da un corso di comunicazione dell’accademia delle belle arti, per esempio

per accedere all’utilizzo del materiale che l’ebu quotidianamente invia alle emittenti associate, bisogna connettersi al sito http://www.eurovision.net dove si trovano le informazioni di base per realizzare un servizio per il tg oppure per ricavare comunque i dati basilari (luogo e data di dove e quando le immagini sono state girate, per esempio) per un no-comment, quel tipo di programmi dove vengono proposte le immagini del mondo senza essere speakerati

no-comment (euronews)
decoder (rainews24)
senza parole, globus (san marino rtv)

occorre una password per entrare…
adesso vi mostro quello che il sito contiene, almeno quello che interessa di più…

(…)

c’è un altro collegamento che permette in ftp di acquisire in formato mpeg le immagini,
dopo un paio di click lo shot è pronto per la messa in onda,
basta ripulirlo un po’ in testa e in coda e volendo può essere trasmesso in tempo-quasi-reale

in altri casi ci si può collegare in diretta al servizio e naturalmente in questi casi non occorre nessun tipo di lavorazione

(…)

qualche esempio del trattamento delle immagini in fase di postproduzione
di solito si opera una sorta di censura preventiva (mostrare persone insanguinate o morte o pezzi di corpo sparse per la via dopo un attentato kamikaze non è necessario, diventerebbe morboso e comunque potrebbe ferire la sensibilità di molti spettatori

LA SOGGETTIVA DELLA VIDEOCAMERA da il mulino
il Mulino
Rivista bimestrale di cultura e di politica
ISSN : 0027-3120
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Numero: 1, gennaio-febbraio 2009

DOI: 10.1402/28665
Finte verità. La soggettiva da videocamera
Emilio Cozzi

RIUNIONE DI FAMIGLIA ballard
http://www.thrillermagazine.it/rubriche/2958