Addio alle braccia di Catherine

1.
Partiamo da dove finiva quella mia storia.
Allora saluto la statua.
Ghiaccio sottile sotto i piedi.
Sento che il gelo  sale su per la schiena.
Sale invece di scendere, sfidando le leggi di gravità.
Mi ritorna persino un po’ di  fame.
Prosciutto, uova e birra non mi sono bastate prima.
Non dovrei nemmeno pensarle queste cose di fronte alla statua. Considero che di tutto la colpa è di quel fagotto con dentro  il coniglio scuoiato di fresco, che il dottore mi ha mostrato nel corridoio, quasi con orgoglio.
Ci penso senza partecipazione, come un dato statistico.
Me ne vado dopo un po’, l’ho già detto.
Esco dall’ ospedale e torno a piedi in albergo nella pioggia.
Lungo il tragitto continuo ad aver paura dei numeri sopra il due. Rivedo sempre davanti agli occhi quel maledetto quadrante.
Risento le parole di Catherine.
Dammi, dammi.  
Sguardo basso, ripeto a voce alta, camminando veloce con le mani in tasca,  il mio mantra.
E  se morisse? ma è morta e se morisse?  ti dico che è morta ma se morisse?  tagliati la barba piuttosto, a che ti serve ormai e se morisse per questo?  
Qualcuno si volta, non ci faccio caso.
La tragedia è mia, mica loro.
Incredibilmente, data l’ora, trovo in albergo il barbiere che ancora sfaccenda, con uno straccio in mano.
Gli dico se mi fa la barba.
Mi esce un ghigno, non una voce credibile.
“A quest’ora?”, fa lui.
“Qualcosa in contrario?”, riprendo la mia baldanza.
“Ci mancherebbe, il cliente ha sempre ragione, ma adesso mi sembra un po’ tardi.
Nella notte la barba ricresce.”, dice lui, non senza una certa logica.
Questo però è un momento che non contempla la logica, penso tra me.
Colpa del coniglio scuoiato di fresco che ha distrutto il mio amore.
“Tu pensa a tagliarla, senza troppe domande.”
“Lascio i baffi?,  chiede.
“No, perché?”
 Immagine
2.
Mi rade con delicatezza, in silenzio.
Vorrei che affondasse la lama perpendicolare alla mia gola per lenire il dolore.
Sta zitto ma si vede a miglia di distanza che non aspetta altro che far fluire il fiume di parole che cova dentro.
“Conosci qualche puttana?”, chiedo all’ improvviso, rompendo il silenzio.
“Quelle che vuole, signore, cinesi e negre persino”, fa lui.
Rimaniamo in silenzio, lui è perplesso.
Mi ha visto con Catherine e lei era incinta. Si starà facendo mille domande.
“Una puttana che sappia giocare a scacchi”, lo dico mentre lavora sulle basette. Mi guarda sempre più stupito.
“Mi informo, signore”, risponde lui.
3.
“Continua. Falla crescere. Sarà divertente. Forse sarà cresciuta per il nuovo anno.”
“Ora vuoi giocare agli scacchi?”
“Preferirei giocare con te.”
“No. Giochiamo agli scacchi.”
“E dopo giochiamo?”
“Sì.”
“Bene.”
Presi la scacchiera e misi a posto i pezzi. Fuori continuava a nevicare forte. 
Ernest Hemingway – Addio alle armi – Mondadori 1959 PAG. 297  (traduzione Fernanda Pivano)

MUSH MELLOWS: VEDI ALLA VOCE MAESTRA

VEDI ALLA VOCE MAESTRA
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La maestra ci ha chiesto di raccontare la nostra famiglia usando solo immagini. Le parole, ha detto in quel suo modo ogni tanto esaltato, arriveranno dopo, se arriveranno, ha aggiunto dopo una lunga pausa (almeno a me è sembrata molto lunga).
Ha tirato fuori dal suo cassetto segreto della cattedra pennelli, pastelli, striscioline di carta colorata, forbici tante di quelle con la punta arrotondata, matite su matite. Infine ha distribuito gli album da disegno fatti a Fabriano perché ognuno di noi bambini dovevamo rappresentare l’idea della famiglia, più che le persone fisiche. Sbizzarritevi anzi imbizzarritevi, nitrite forte, fatemi sentire il vostro creare. La maestra sembra proprio matta in quei momenti, ma è così divertente. Ha continuato parlando di un pittore olandese che era arrivato alla suprema forma della rappresentazione attraverso pochi colori fondamentali, distribuiti sulla tela in modo geometrico. Poi di un altro pittore spagnolo ma che stava sempre a Parigi e che disse una frase famosa che adesso è famosa anche per noi e la usiamo sempre quando giochiamo a nascondino invece di dire “tana” diciamo “io non cerco ma trovo”.
Infine ci ha detto di un metodo per fare poesie, che facevano degli esuli in Svizzera, ritagliando giornali per ricomporre poi le frasi dopo averle estratte da un cappello. Ho chiesto alla maestra se il cappello dev’essere un cilindro, perché a me sembra proprio magico poter diventare tutti poeti così facilmente.
Per ultimo ha detto “datevi da fare, bambini e soprattutto divertitevi”. Tutti ci eravamo portati da casa delle foto familiari per farne dei collage o della composizioni.
A me son venuti fuori un sacco di mush mellows.

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PS
A me piace nascondere perché solo nel nascondimento avviene la rivelazione. Anche questo ci ha detto la maestra, prima l’ha detto in tedesco che leggeva da un libro antico (sarà anche moderno ma a me i libri grossi pieni di pensieri mi sembrano tutti antichi) poi ci ha tradotto quella cosa del nascondere che molto mi ha colpito l’immaginazione.

 

 

 

SKA MARCIO

Chi l’ha detto che tre metri sopra il cielo il mondo è marcio

 Ho voglia di te, fidanzata di Riccardo Scamarcio

Ho voglia di te, fan di Riccardo Scamarcio

Ho voglia di te

Chi l’ha detto che chiudere lucchetti al lampione di Ponte Milvio

E’ un gesto assolutamente si assoluto e marcio assolutamente si

Chi l’ha detto che tre metri sopra il cielo non c’è nessuno squarcio

Ska Marcio

Ska Marcio

Ska Marcio

Cantiamo il mondo lurido tre metri sopra il cielo

Perché tre metri sotto terra è certo peggio.

(testo per brano ska)

CORAGGIO!

 

Nessun incontro, nemmeno sporadico. Villaggio con i suoi personaggi era parte delle domeniche pomeriggio, quel suo scendere forsennato la scalinata del teatro rai con sottobraccio un cammello di peluche.  Andava in onda quando tornavo dal cinema. Generalmente film western o di genere peplum. Si usciva dalla sala buia ancora mezzi indiani, mezzi sceriffi, mezzi romani, in senso lato. La tv in quel periodo trasmetteva prima un tempo di una partita di calcio. Tristissima e in bianco  e nero. Poi c’era questo matto che con accento tedesco (la lingua del nemico) strapazzava il pubblico, col cappello a cilindro tentava giochi di prestigio strampalati. Qualche altra volta entrava in scena Fantozzi(ma non la domenica pomeriggio).

Al liceo film e libro con protagonista Fantozzi. Lo leggeva persino il Prof di Religione.  Al cinema ci andavano tutti allora. Da adulto, molto adulto i trafiletti in prima pagina sull’Indipendente di Giordano Bruno Guerri  intitolati Coraggio!

 

Sono stato un assiduo del forum dell’Indipendente dal quale spesso giordano costruiva interessanti pagine di dibattito, inserendole nell’uscita del giornale del sabato, dal titolo accattivante La Città Che Sale. 

Finita l’esperienza del giornale i frequentatori di quel forum si sono ritrovati in un altro luogo virtuale e colà inserivo argomenti parafrasando lo stile di Paolo Villaggio sull’Indipendente nella rubrica CORAGGIO!.

 

 

I.

Sono salito sul più alto albero del villaggio, nonostante la panza un po’ così di noi che siamo nati a Genova. Da lassù ho visto tutto un lurido brulicare miserabile di poveri cristi, che mi faceva lanciare urli orrendi che nemmeno Tarzan sarebbe capace di tanto.

Ho letto molti libri lassù e anche i quotidiani mi arrivavano, romanzi d’amore, d’avventura, di politica no, erano i giornali a soddisfare la mia sete di conoscenza, davvero ai sazia.

Arrivava sotto l’albero ogni tanto un signore mal rasato che sapevo- lo sapevo d’istinto – essere l’esimio grand.uff.lup.mann. direttore del quotidiano più fico dei quotidiani fichi.

Mi diceva, con il suo parlare stentato ma preciso e con argomenti validi, di scrivere quello che volevo sul suo giornale, che ero in piena libertà di espressione, che lui era come un fratello per me.

Mi deve arrivare la voglia, gli dicevo burbero, tutto quel lurido brulicare miserabile di poveri cristi che corrono di qua e di là come impazziti, senza una logica, senza una meta vera, mi frastorna la mente, sono tutto un subbuglio, mi trema la panza un po’ così di noi che siamo nati a Genova, preferisco i romanzi western o quelli di fantascienza, o quelli mezzi mezzi, di fanta-west, eppoi sul tuo giornale, gli dicevo, non c’è niente di interessante, solo la grafica mi piace, i disegnini, quel colore azzurro tanto fico.
A furia di esser talmente libero di scrivere, non scrivevo niente, ma quello eccolo ancora lì ad insistere, mi ha tampinato assai e per non farmi più tampinare e vedermelo ancora lì sotto ho deciso di scrivere la mia esperienza sull’albero più alto del villaggio. 

 

II.

Quassù sull’albero più alto del villaggio in realtà non succede mai niente di importante. Quanto tempo è passato da quando mi sono arrampicato sull’albero di fico qui vicino per poi appollaiarmi qui in solitudine? Ormai non me lo ricordo più perché mi sono voluto arrampicare quassù sull’albero più alto di questo schifo di villaggio. Me ne sto qui ad osservare tutto quel casino che con aria serena, sembro un vecchio buddha, nascondo però le emozioni e di solito cerco di assumere un atteggiamento assolutamente da stronzo. Mi viene così bene mi viene che spesso penso di esserci proprio portato a fare l’attore. E’ venuto un tipo che voleva farmi un’intervista da mettere su un sito nuovo che continua quel forum di matti che stava nell’altro sito, quello del giornale del mio amico direttor de’ direttori.
Mi ha fatto domande generiche perché – blaterava tra sé il poveretto – un’intervista genuina deve nascere come per caso tra una parola e l’altra. Si deve instaurare un qualche rapporto, diceva lui. Dentro me pensavo, rapporti con chi? Con te? Ma chi ti conosce a te chi ti conosce? Sei tu che vuoi parlare con me mica viceversa? Pussa via, gli ho detto come si fa ai cani. Scalciavo io persino, proprio come un cane, giusto per fare il transfert che per noi attori nati è il pane quotidiano . Invece lui niente, rabbioso è rimasto tutto il pomeriggio, fino al tramonto è rimasto a gingillarsi con le sue parole. Abbiamo visto il sole che veniva giù insieme. Lui mi diceva, ti piacciono i tramonti? È vero che ti commuovi quando vedi il sole che viene giù? E’ vero che in fondo hai un animo romantico?
Gli grugnivo le mie risposte acide, acide come il quasi lillà acido che il sole descriveva all’orizzonte. Chissà perché mi veniva di vederlo con quel colore il tramonto di quel pomeriggio. Forse mi si scaturivano ricordi dei tempi di quando mi crogiolavo con la panza un po’ così di noi che siamo nati a Genova, nella casa al mare su in Liguria. Il mare di fronte. Quella solitudine. Il rumore del mare. Quelle cose lì di noi inguaribili romantici che però vogliamo apparire stronzi a prescindere. Quel tipo poi mi dava ai nervi mi dava. Quando s’è stancato di parlare è rimasto zitto zitto mogio mogio s’è appoggiato all’albero qui sotto e l’ho visto che scacciava le persone che son cominciate ad affollarsi da un po’ di giorni qui intorno. Dicono che ho poteri taumaturgici, che posso guarire con l’imposizione delle mani – figurati tsè, io poteri taumaturgici? Ma non stanno mai zitti tutti questi animali umani e il tipo dell’intervista li scacciava con una pertica in una mano e una canna di bambù nell’altra, sbuffava stanco di parole e di cercare di carpirmi qualche senso logico dai mugugni e dai miei sguardi assassini. Fallo per me, mi diceva, anch’io ho un direttor de’ direttori che vuole questa intervista a tutti i costi, se non ritorno con uno straccio di intervista quello mi ammazza. Allora mi è venuto il colpo di genio – tutti sapete quanto sono geniale. Gli ho detto allora, intenerito, “guarda lontano, guarda dentro di te, guarda che lillà acido è quel tramonto là, ho detto hugh” poi zitto, con la bocca cucita, l’espressione un po’ così di noi che siamo nati a Genova. Al che lui s’è alzato in piedi di scatto sempre agitando la pertica e il bambù per scacciare tutti quegli sfaccendati che aspettano chissà cosa da me e ha gridato “Grazie, maestro, grazie, con un po’ di copia&incolla il pezzo mi verrà benissimo” poi se n’è andato. Tutti hanno cominciato a gridare ritmando l’urlato con un gran fragore di battiti di mani e piedi “Ti-tì- nun- ce -lascià – Ti- tì-nun-ce-la-scià-Ti-tì-nun-ce-la-scià”. Era il caos totale, qualcuno ha cominciato a sparare fuochi d’artificio, alcuni addirittura mi sfioravano. Era un bellissimo spettacolo, perché come un domino anche dalle parti del tramonto, hanno cominciato a sparare fuochi d’artificio. Adesso l’orizzonte era davvero lillà acido. Chissà –forse- ce li ho davvero i poteri, tanto da capire in anticipo quello che poi potrebbe succedere. Quelli continuavano a gridare “Ti-tì-nun-ce-la-scià-Ti-tì-nun-ce-la-scià”. Pochissimo dopo-il tramonto ormai non si vedeva più- è cominciato un temporale inaspettato. Gli scalmanati sotto la pioggia battente continuavano a gridare e a battere mani e piedi. Qualcuno ha cominciato a rotolarsi nel fango che la pioggia formava. Vaglielo a spiegare a tutti che hanno sbagliato film.

 

III.

Da quando sono salito sull’albero più alto del villaggio ho capito tante cose. Dall’alto si ha una visione più di insieme, ecco. C’è meno meschinità su questo albero. Posso scrivere quello che voglio. Nemmeno tanto per provocare. Solo scrivermi addosso. Provocare è facile, basta trovare le corde giuste per far incazzare qualcuno, è facilissimo. Sono in una posizione invidiabile. Bisogna salire prima sull’albero di fico qui vicino ma io con una pertica che mi son portato posso far perdere l’equilibrio a chi vuole avvicinarsi. Anche gli urlacci notturni aiutano a tener lontani i postulanti. Ce ne sono tanti, c’è da crederci.
C’è sempre quello che mi chiede minaccioso“dacce li sordi tua, che ce n’hai tanti”, è sempre lo stesso con una faccia da beduino che lo possino ammazza’.
Mi sa che me ce l’ha mandato il direttor de’ direttori proprio per provocarmi, per vedere se cedo alla tentazione di mostrami un pochino umano.
Gli rispondo “ ma tu co’ li sordi mia che ce faresti?” e lui : “ce farei la porca vita comoda tua che tu te fai”
“ma se sto su st’arbero zozzo che vita comoda vòi che faccio?”
“adesso si, ma prima?” rincalza il beduino
“ah bello mio, prima non conta, conta solo il presente, e mi sa che da quassù non scendo, proprio no”
“ma allora se non scenni, co’ li sordi che ce fai?” mi dice lui sempre più ‘mbufalito.
“me li tengo pe’ fatte schiatta’ de rabbia, ecco”
Gnente, gnente appena il beduino si allontana eccoti il direttor de’ direttori che dice “ se quello ti infastidisce dimmelo che chiamo le guardie e non ci viene più qui a romperti le scatole, così scrivi quello che vuoi”
“aridaglie co’ tutta sta libertà, quello che voglio è anche la libertà di non scrivere gnente” gli rispondo.
“ e io che ci metto nella rubrica?”
Ragazzi, ci credete? Ancora non s’è accorto che il giornale lo dirige un altro, ha perso la cognizione della realtà, ha perso.

 

IV.
Da quando sono salito sul più alto coso del coso ho qualche problema che mi cosa i refusi, mi vien fuori CORSAGGIO invece di dire cosaggio, anzi no villaggio anzi no coraggio ecco.
Qui sto bene, c’è solo il fastidio di quel tipo che mi viene a trovare ogni tanto, il gran direttor de’ direttori dei cosi, che è comunque una persona simpatica, ridacchia un po’ troppo sotto i cosi e quando meno te lo aspetti ti lancia un coso, un quesito, da buon coso voglio dire giornalista.
Si picca se lo chiami coso, se lo chiami giornalista perché lui più di tutto di mestiere è un coso, uno storico è.
Allora non può esimersi con quel suo modo finto-antipatico (ma è simpaticcismo credetemi quando ci vediamo al coso, ci vediamo al ristorante) e m’ha chiesto “ma cosa fai?” io che ci sento poco da quel coso, da quell’orecchio gli ho risposto “cosa?”

 V.

Invece io che sto quassù appollaiato sull’albero più alto del villaggio no non sono incazzato come una bestia (la parola “bestia” occorre pronunciarla con la faccia scema di Boldi) e non mi va di farmi pagare per tutto quello che scrivo anche per i biglietti d’auguri.
Tanto che valori vuoi che abbi qualcosa di scritto, è immateriale dicono gli scienziati, mica si mangia quello che hai scritto.
“Mangi, dottò, mi dii le scorze dottò, mastichi piano le pagine, dottò”, è un posteggiatore abusivo qui sotto l’albero che mi tira su delle arance come ai carcerati.
Qualche volta devo fare attenzione, si entusiasma il poveretto, ha un occhio coperto da una benda nera, assomiglia ad un pirata e le arance le tira troppo forte.
Sembra di essere a Ivrea a carnevale, mi tocca mettermi l’elmetto in quei momenti lì.
Gli dico sempre “quando ti fai un tatuaggio con il teschio?”
“Aspetto l’estate così poi si vede il teschio, ma lei, dottò, mi dichi che ci fa costì sull’albero più alto de sto cavolo de villaggio?”
“Mi guardo la panza, caro e leggo i giornali che mi porta quel tipo pelato che ogni tanto si vede giornzolare qui attorno”
“Buone notizie?” dice lui
“Mica tanto, il Genoa continua a perdere fuori casa”

VI.

Strano mondo quello che brulica qui  sotto il più alto albero del villaggio su cui mi sono appollaiato, schifato di tutti e tutto, indifferente ai tramonti, alle emozioni, a  tutto questo correre e comunicare in tempo reale.

Qualche sabato fa c’è stato un gran viavai. Gran casciara dappertutto dopo un silenzio improvviso seguito dallo scalpiccio di tutti. Era un sabato come tanti: c’era si dell’agitazione, in lontananza arrivavano notizie dell’urlo muto del papa che non era riuscito ad impartire il suo urbi&orbi a parole ma solo gesticolando. Ho pensato subito a quell’altro urlo, quello di munch, quel quadro con i colori acidi dell’omino che si tiene la testa tra le mani. Ho anche pensato al  poeta americano, quello che insieme ai suoi amici su di giri   “si accucciava in mutande in stanze non sbarbate, bruciando denaro nella spazzatura e ascoltando il Terrore attraverso il muro”. Pensieri anche vaghi, di sicuro confusi da quella cantilena che continuava da non so più quanti giorni “I-I-U-E-A-A”. poi come ho detto ci fu un silenzio improvviso in quel sabato di inizio aprile. Alle 21.37 la folla si è ammutolita. Tutti all’unisono. Alle 21.38 sono cominciati i segnalini dei cellulari per i messaggi sms ricevuti. Per un minuto incredibile le più varie suonerie hanno fatto a gara a segnalare la notizia delle notizie, quella che, dicono, tutti aspettavano, da diverse ore.

 VI.

Ma tu guarda se quella povera crista doveva diventare vittima di una telecamera sgangherata e costringersi a piangersi e compiangersi in quella inquadratura con troppa aria in testa. Da quassù, dall’albero più alto del villaggio, vedo tutto, ascolto tutto, tutto conosco, mentre giù le formicole si dannano in movimenti convulsi e non stanno mai ferme. Me li immagino quei beduini mettere a fuoco la telecamera, inquadrare la povera crista e tener ferma la mano per non fare una ripresa troppo mossa ma che troppo mossa è rimasta, perché con l’altra stringevano il kalashnikov .
A un certo punto è arrivato pure lui: il direttore dei direttori che direttore non è più. M’ha detto non infierire ti prego, con quella sua parlata strascicata, figurati, gli ho detto io, è un’altra delle mie tante figlie. Hai visto il padre? Gli ho detto al direttore dei direttori che direttore non è più, mi assomiglia anche un po’. Lo abbraccerei in quel suo dolore composto, gli abbraccerei la panza che assomiglia a quella di quelli come noi che sono nati a Genova. Tanti poi dicono ma che c’è andata a fare ma come gli dico è una giornalista no? Ma te lo immagini te che rapivano quel Pino lì con la patata sempre in bocca? Oppure che si prendevano la Lilli? Queste sono domande che m’ha posto quel puzzone del direttor de’ direttori, che cercava il titolo ad effetto per il giornale che non dirige più. Quando ha visto che mi grattavo la panza e che continuavo a rimirarmi l’ombelico se n’è andato. Irregolare, gli ho gridato dietro con un versaccio tremendo che quasi non si capiva se era un “non te ne andare”. Si è girato e m’ha sorriso con quel suo sorrisetto ambiguo. Strana la vita.
 

VII.

Ieri sera c’è stato un gran codazzo di studiosi qui sotto: c’era l’antropologo culturale, lo psicologo, l’entomologo, il linguista c’era e il fonetico sperimentale c’era, c’era anche il critico d’arte e l’archeologo, il fisico, il chimico, anche un teologo, con la sua aria bastonata, infine c’era il musicologo, perché tutto partiva da quel buon uomo, mezzo piegato in due, anche lui con l’aria bastonata, con la barba bianca e lunga, un vecchietto simpatico che vorrebbe capire come questa nenia ormai insopportabile sia cominciata, perché è cominciata e soprattutto perché non smette. È che poi sono cominciati ad arrivare i marocchini, i pakistani, i rumeni, gli albanesi, i filippini, i cinesi, gli indiani, ognuno con uno strumento tipico del paese d’origine, la nenia si è trasformata in una gran caciara di suoni, non sempre per la verità perché ogni tanto smettono quando si danno il cambio. Quindi occorre capire le tonalità, il ritmo, il timbro, il perché e il percome.

 

 Ma io voglio rimanere quassù sull’albero più alto del villaggio.

TRATTO DAL ROMANZO “LONG ISLAND”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un the indiano, quasi insapore. Questo mi concedo come risarcimento nelle pause del mio intenso pregare notturno. Ormai dormire è solo un ricordo. Le notti greche sono lunghe, valicarne l’erta, piena d’insidie irrazionali, sempre un’avventura. Le imboscate notturne, in questa primordiale spiritualità fatta di formule ripetitive, si manifestano spesso per il troppo lucido ragionare durante il giorno, senza riuscire a staccare mai realmente l’attenzione dalla questione primaria della perdita del ritmo della veglia e del riposo. Ci penso sempre, ci penso troppo, ma è inevitabile, non riesco a fare altro. Distrazioni poche e solo di routine qui sull’isola. Le visioni arrivano sempre senza preavviso e se prego si allontanano.

Dormire – rifletto – è in fondo un agitarsi del personale pensiero selvaggio, capace di consentire di scaricare le tensioni della vita cosciente. Quasi si tratti di una specie di download. Questo lo sanno tutti, ma è un privilegio della vita normale che non mi è più concesso. Dormire era quella dolce abitudine che chiudeva il sipario della storia quotidiana, quello scivolare nei labirinti della mente, come superare, a volte, le rapide di un fiume di montagna, in altre di lasciarsi semplicemente andare alle visioni automatiche della fase rem, fuori da ogni controllo. Anche questo tutti l’hanno sperimentato. E’ nella natura degli uomini perdersi nei sentieri che si biforcano,1 no?

Un dolce ricordo dormire, si. Niente di più. Ricordo la dolcezza di certi sogni, ma senza nessuna nostalgia. Non provo amarezza, né risentimento verso la fatalità che mi ha portato fino a questo punto, mi dico spesso:

Che vuoi farci? Succede…”.

Mi infastidisce però la mia perenne spossatezza psico-fisica: senza dormire è difficile ricaricarsi, avverto costantemente uno sfinimento che non mi piace per niente ma che cerco di tenere a bada con una disciplina fatta di esercizi, da svolgere con regolarità.

Essenziali grammatiche del corpo e della mente, necessari in un ambiente limitato come questo, come camminare, fare calcoli senza prendere appunti, imparare a memoria poesie e leggi costituzionali (ma vanno bene anche le norme del codice penale o di qualsiasi altra normazione), sollevare pesi, nuotare e infine – soprattutto di notte – pregare.

Ho pur diritto di concedermi un modo per ritrovare l’equilibrio, no?

Anche questo mi ripeto spesso, quando si vive quasi in costante solitudine si finisce per ragionarsi addosso. Porsi delle domande, rispondersi come se a farlo fosse un interlocutore. I miei soliloqui non mi creano inquietudine, mi capitava di farli anche quando ero in auto. Penso sia normale farlo.

Anche l’esercitare la memoria è parte della disciplina. Allenare la mente con il ricordo, non dimenticarsi le minuterie, di quanto è capitato tre giorni fa o un mese indietro oppure quindici anni prima.

Pregare è lo stesso: è come riempire di silenzio le parole. Mi aiuta a non disperdere la ragione per motivi che non riesco ancora a capire fino in fondo, mi aiuta anche non pensare ai miei ultimi sette anni.

Li conto: uno, due, tre quattro.

Cinque già mi tocca pronunciarlo sottovoce. E’ dura arrivare a sette. Come di notte, dall’una fino al mattino è tutto in salita.

Il prossimo marzo saranno due gli anni che mi separano dal mio arrivo qui a Long Island, l’isola del Mar Egeo che ha preso il nome dell’artista inglese della land art, Richard Long, il dinoccolato land-artista che traccia spirali nella sabbia d’Algeria e dei deserti di tutto il mondo (ma l’Algeria –chissà perché, forse per la polvere che Long solleva con i piedi in un filmato che ho visto sul web- l’Algeria mi è rimasta molto impresso), lo sciamano very english che sposta sassi creando così sentieri ma che non portano da nessuna parte e che con l’acqua versata sulla terra polverosa genera linee di pensiero.

Inoltre Long Island – questa Long Island mediterranea – condivide solo l’assonanza con l’isola di fronte a New York: il nome greco nemmeno lo conosco.

Prima di chiamarsi Long Island era The Foundation, come nei romanzi più famosi di Isaac Asimov. Una stravaganza del primo proprietario britannico che negli anni 50 aveva rilevato questo scoglio per farne un luogo d’arte. Sotto i veneziani era un lazzaretto. Ce ne sono diversi nel mar Egeo. Mura e torrette per difendersi dal male che si respirava, così questo è stato un luogo di quarantena e alcune parti sono state ricostruite, altre lasciate – secondo le nostalgie inglesi – decadere.

Alla morte dell’eccentrico signore britannico – ricchissimo e generoso mecenate che sulle intuizioni delle tendenze artistiche che avrebbero venduto di più, s’era fatto una fortuna – gli eredi avevano creato una fondazione proprio con quel nome – The Foundation – che dava il nome all’isola, secondo il volere dell’illustre fondatore che a Londra commerciava in arte moderna. Chiamare l’isola ora con questo nuovo nome ha decretato un successo senza precedenti dell’iniziativa legata al nome di Richard Long.

L’isola è chiamata in tutti e due i modi ma il riferimento ad Asimov sta perdendo attrattive rispetto all’altro.

Fuggo le insidie notturne delle ore più silenziose – ma qui è sempre silenzio a parte il rumore delle onde e degli uccelli marini -con un lento sgranare il rosario d’avorio che ho comprato in un piccolo negozio d’antiquariato proprio a Londra, anni fa.

E’ stato meno di dodici mesi prima della deriva che caratterizza il mio presente, nell’agosto 1998.

Così prego. Anche con le dita. Non solo con le labbra e il cuore.

Quando ho acquistato il rosario – era un pomeriggio piovoso che sembrava già di fine estate – non potevo immaginare che l’avrei usato principalmente a questo scopo.

Ero entrato in quel sottoscala dalle parti di Notting Hill, dopo aver visto in vetrina dei bastoni da passeggio molto interessanti.

Ce ne sono sempre in questi piccoli negozi d’antichità, di solito vicino all’ingresso, insieme agli ombrelli.

Le teste di drago mi avevano colpito, accanto alle solite impugnature con teste di cani da caccia, con il muso allungato e l’aspetto rassicurante del miglior amico dell’uomo, qualcuno più stravagante degli altri con la lingua di fuori.

I bastoni da passeggio li collezionava mio padre. Per questo li avevo notati. E’ una specie di deformazione continuare la sua raccolta, come si rispetta una tradizione. La mamma diceva sempre che papà non doveva sfidare la sorte con quella sua passione.

Che non ti debbano servire…”, lo apostrofava.

Mio padre alzava le spalle ascoltando quelle parole, per quante volte lei gli aveva ripetuto quella frase, diventata in famiglia proverbiale.

A cinquantadue anni però papà l’avrebbe davvero utilizzati quei bastoni così eleganti, raccolti solo per capriccio collezionistico. Ero poco più che un adolescente quando cadde malamente dalle scale di casa. Venne giù di peso. Ricordo ancora il rumore della caduta e il grido del babbo. Si era fratturato un ginocchio e fu costretto al gesso per diverso tempo – un tempo che mi sembrò lunghissimo – e ad una severa rieducazione. Per quanto poi cercasse di nasconderlo, un poco zoppicava e si aiutava proprio con i bastoni della collezione. Li cambiava spesso, come se volesse solo provarli, stringerli in mano, per apprezzarli meglio, avvertirne la forza, non per trovare un sostegno alle sue incertezze.

Il mio ingresso nel negozietto londinese fu accompagnato dal suono di un campanello, sopra la porta. Dal retro, da dove si ascoltava lontana la voce di uno speaker radiofonico che annunciava il secondo atto del Rigoletto, era comparso il padrone. Un uomo dai capelli radi e gli occhi piccoli ma di statura imponente. Riempiva la porta con la sua mole. Si pose dietro un tavolo che faceva da bancone con un gesto elegante, da uomo di buone maniere. Fece solo un cenno del capo, entrando; il suo non sembrava nemmeno un saluto, con una pezza azzurrina puliva i suoi occhialetti rotondi. Abbassò il capo subito dopo, considerandomi forse più un fastidio che una parte rilevante della sua attività professionale, almeno in quel momento. Mugugnai una specie di risposta un po’ in inglese, un po’ in italiano. L’uomo non rispose, continuando con meticolosità la pulizia delle sue lenti. Intanto l’opera aveva preso un bel ritmo ma rimaneva in lontananza, di sottofondo. Cominciai allora a curiosare in giro. C’era di tutto. Raccolte di riviste scientifiche, cappelli, cuscini con ricami insoliti, uno richiamava addirittura motivi futuristi, bigiotteria sovietica, vecchi volumi –forse rari – dei polizieschi di Sherlock Holmes, pipe – per rimanere in tema- mappamondi e fermacarte dalle forme eleganti. Da Belle Epoque. Elefanti, mongolfiere, aerei da guerra, coltellini, tarocchi e dadi.

Regnava un eclettismo che nella casa di qualcuno avrei trovato persino imbarazzante. Statuette di Lenin e Stalin, alcune in coppia, palline da golf con su scritto il nome del club, alcune con delle macchie d’erba, animali fossili intrappolati nella roccia e souvenir dell’India in ceramica, numeri sparsi di Esquire, di Playboy, di Granta e una lunga serie di colossei di grandezza diversa, guanti da pilota, qualche bottiglia di birra e un album di carte telefoniche dell’isola Saint Lucia, nei Caraibi. Una celebrava il nobel per la letteratura di Derek Walcott, dell’anno prima. Mi venne in mente quella sua poesia in cui scrive che alla fine della frase la pioggia comincerà a cadere. Qualcosa di simile dovevo aver pensato anch’io davanti al negozio, prima di entrare, perché ancora non pioveva tanto forte, quella pioggerella londinese che non bagna davvero. Solo quando ero entrato e il campanello si era fatto sentire, cominciò a cadere una pioggia battente. Strano avere in mente la poesia di Walcott poco prima della scoperta del catalogo, quella poesia che tanto mi piaceva e imbattermi sulla sua immagine subito dopo. Strana associazione, pensai sfogliando quell’album di stupide carte telefoniche plastificate. Forse quel bazar anglosassone possedeva una sua logica e quell’uomo così grigio- che continuava indifferente nella sua ostinata pulizia mentre Rigoletto eccetera- chissà quante storie aveva da raccontare.

Già. Le storie. La mia vera passione. La passione che si era trasformata in un lavoro. Lavoravo allora nell’ufficio stampa di una casa editrice italiana piuttosto importante. All’università mi piaceva leggere le interviste degli scrittori. Adesso mi capitava spesso di farne io. Non ero a Londra per caso, anche se mi accompagnava Maria Grazia, la donna che era diventata da un paio di mesi mia moglie. Univo il piacere di essere nella capitale più stimolante dell’Occidente con la donna che amavo e un impegno di lavoro.

La sera ci sarebbe stata la presentazione del nuovo romanzo di Irvine Welsh, astro nascente – anzi più che affermato – della letteratura di lingua inglese.

Dovevo sbrigarmi: Maria Grazia era da Harrods a comprarsi un vestito-maschera per la serata in uno di quei locali, a metà tra discoteca e pub, tipici di Londra, dove si sarebbero esibiti band e dj. Le presentazioni dei libri da qualche anno erano più un happening che una noiosa conferenza-stampa.

Occorreva continuare nella ricognizione per arrivare almeno ad un acquisto. Me lo dettava la mia coscienza: ormai non potevo uscire di lì a mani vuote, tanto più che la pioggia non smetteva di cadere. Gli oggetti erano disposti su mobiletti e tavolini e piccole scrivanie di taglio romantico.

I bastoni erano sempre lì vicino all’ingresso, li avevo un po’ lasciati in disparte, distratto da quell’amalgama di oggetti che sembravano esposti come si trattasse di una mostra, non per essere venduti.

C’era una tale quantità di stimoli visivi e tattili, in un’apparente disordine, che faticavo a concentrarmi su qualcosa da acquistare.

Prima di rifugiarmi nel negozio di antiquariato ero stato da un collega dell’ufficio stampa di Irvine Welsh. Avevamo deciso una prima strategia per il lancio del suo nuovo romanzo. Per me era il grande salto in avanti. Dopo essermi occupato solo di autori italiani – anche importanti – adesso curavo l’edizione del nuovo scoppiettante volume di Welsh, un autore che mi piaceva molto e che aveva un bel successo, soprattutto dopo l’uscita del film Trainspotting, tratto da uno dei primi romanzi. Avevo letto tutto quello che avevo trovato dello scrittore scozzese. Welsh all’incontro di Notting Hill non si era visto come eravamo d’accordo ma sarebbe stato presente la sera alla festa. Dovevo intervistare Welsh per mettere poi a disposizione della stampa le sue riflessioni, riprese in un momento particolare.

In quel 1998 il dibattito culturale era incentrato sul concetto di fine, di lì a poco, come si diceva allora, avremmo varcato la soglia del nuovo millennio. Il Novecento – il secolo breve, il secolo crudele, il secolo del fantasma nella macchina – avrebbe esaurito la sua spinta propulsiva, diventando un lungo capitolo di storia e niente più. Non sarebbe stato più attualità: l’idea della fine si coniugava alla perfezione con quei tempi confusi.

Welsh seguiva la corrente, un po’ per ispirazione, un po’ per facili opportunismi commerciali (la violenza vende sempre): insieme a pochi altri riusciva a raccontare nei suoi libri storie che parlavano dei tempi correnti, con un linguaggio originale-fatto anche di audaci grafismi- che coniugava il cinema, le arti visive, la musica di tendenza.

Forse lì dentro quel negozietto avrei potuto trovare un qualcosa da portare allo scrittore. Giusto per essere gentili. Senza nessuno scopo secondario, come quando si va a cena da amici e una bottiglia di vino è scontato portarsela appresso. Così. Un gesto fine a se stesso, da tenere per me.

Aprii dei cassetti con discrezione, l’uomo alzò per un attimo lo sguardo, che riabbassò subito come per darmi il permesso di curiosare dove volevo.

In uno dei cassetti trovai un’infinità di quei badge che i punk infilzavano con una spilla sui giubbotti di cuoio o sulle giacche. Numerosi quelli dedicati alle band di fine anni 70: i Dictators, Eddie & the Hot Rods, gli Stranglers, Siouxsie e naturalmente i Sex Pistols, ce erano altri che descrivevano un universo di formule ambigue e dissonanti come svastiche, simboli dell’anarchia e figure sovietiche insieme a frasi altrettanto ambigue oppure semplicemente dei titoli di canzoni.

Avrei portato a Welsh una di quelle patacche. Scelsi i Dictators perché mi avevano colpito subito. La prima scelta di solito è quella azzeccata.

L’uomo continuava nella sua opera di pulizia come se quella fosse la cosa più importante da fare al mondo, ogni tanto alzavo lo guardavo dagli specchi cercando di incrociare la sua attenzione, almeno per chiedere-se non altro a gesti o con uno sguardo d’intesa- il prezzo. Quello non mi guardava neppure.

Continuai nella mia ricognizione. M’ero attaccato alla giacca la spalletta per non dimenticarla.

Il luogo mi ricordava sempre più una di quelle stanze delle meraviglie del ‘500, certamente con meno pretese, in un’atmosfera meno austera e seriosa di quei primi esperimenti di raccolta ragionata di reperti, ma la disposizione generale era dello stesso tipo.

Arrivai in un angolo dove c’era una bella scrivania di mogano che aveva conosciuto tempi migliori, borbottando tra me in modo che l’uomo mi sentisse- ma senza per questo richiedere propriamente una risposta.

Aveva bisogno di un restauro ma era comunque molto bella, con delle colonnine neoclassiche e dei cassetti a scomparsa.

Accarezzai il legno. C’era della polvere, ma non così tanta da crearmi problemi. La polvere di solito mi infastidisce ma in quell’ambiente aveva un suo fascino. Sfregai le dita tra loro. Era polvere fina, appena una patina. Segno che non era un posto del tutto abbandonato al suo destino, quello.

Mia moglie mi trascura, anzi in negozio viene lo stretto necessario e forse si vede, dice che non sopporta la moltitudine di questi oggetti, come si trattasse di una folla, mia moglie odia gli assembramenti”, disse l’uomo con un sorriso ambiguo, quasi a scusarsi della polvere. Non aveva detto una sola parola in tutto quel tempo e quella specie di confessione suonava persino indiscreta.

Ah fa niente – risposi -, sono sposato da poco e non so ancora come sono fatte le mogli, conosco le ragazze, quelle si… le mogli sono una categoria a parti?

Ho il sospetto che lo siano-dissi, dopo un breve silenzio, con ironia- non so ancora se la donna che ho sposato, rimarrà uguale a se stessa, come la conosco adesso, oppure se si trasformerà in qualche altra cosa.”

Interessante il suo punto di vista, sir, sembra conoscere bene le mogli invece”, rispose lui.

In realtà l’ho letto in un libro, un capitolo era intitolato proprio “Quando la donna si trasforma in moglie”, ma non mi è mai sembrata un’espressione molto gentile verso le donne, non crede?

Già”, l’uomo tornò silenzioso ai suoi occhiali ed io alla scrivania di mogano.

Nella mia perlustrazione sfiorai una delle colonnine che ornavano la parte superiore della scrivania. Si avvertì un tac. Un congegno si era attivato.

L’uomo alzò la testa ma non si scompose. Non era la prima volta evidentemente che un cliente riusciva ad aprire quel cassetto segreto. Lo vidi che continuava a sorridere in quel suo modo sornione, complice ma indifferente, come a dire “so come va a finire”.

Con uno scatto si aprì uno scomparto laterale dove scoprii il rosario.

L’antiquario alzò lo sguardo.

Ah, quello…”, disse, lasciando sospeso il seguito. Era compiaciuto della mia scoperta. Presi in mano il rosario, rigirandolo tra le dita, senza riuscire ad afferrarlo davvero, tanto è sfuggente la sua natura. Un rosario puoi stringerlo anche con forza, ma la sua conformazione ti costringe a passare da un grano all’altro. Avvicinai gli occhi quasi piegandomi e sentendomi attratto da quel simbolo di devozione, quasi rapito dal misterioso carisma che trasmetteva al tatto e alla vista.

Rividi allora la nonna che pregava sottovoce vicino alla finestra della sua camera da letto. Possedeva un rosario del tutto simile a quello. Grani grossi con venature di ambra. Stringendolo, dopo quella modalità di scoperta, avevo rivissuto un momento della mia infanzia, che lasciavo sepolta sotto i detriti di pochi decenni.

La nonna scomparve quasi subito quando sentii il cellulare vibrare in tasca. Era Maria Grazia. Aveva comprato un vestito tigrato e mi avrebbe aspettato in un bar italiano davanti ad Harrods. Dissi arrivo tra poco, amore, voltando le spalle all’uomo.

Ricordo poi la contrattazione con l’antiquario. Ormai volevo quell’oggetto e dimenticai i bastoni con le teste di drago. Ho pochi ricordi dell’infanzia: quello della nonna, con i capelli bianchi e il rosario tra le dita mentre prega, è molto vivido.

Quella mia stretta invece definiva una sensazione effimera ed eterna allo stesso tempo. Stringi un grano. Ti sfugge. Ne stringi un altro. Ti sfugge anche quello. Passi allora al successivo in un gioco infinito, senza un vero inizio, senza una fine definitiva. Per questo lo comprai nonostante il prezzo richiesto dall’antiquario mi sembrasse un po’ eccessivo.

150 pounds? Sta scherzando, vero?”, esclamai con l’espressione più offesa che riuscivo ad avere.

Guardi, gentile amico, che quello è avorio”, fece lui.

All’inizio cercai di mostrami indeciso. Non sono bravissimo in questo genere di cose, ma ho capito in linea di massima come si fa.

Stavo però commettendo l’errore fondamentale: avevo in mano da troppo tempo l’oggetto. Il venditore capisce quella vostra debolezza del momento, quel vostro desiderioche supera ogni considerazione logica.

E’ appartenuto ad una signora di Milano…”, disse a sorpresa l’antiquario, come a rivelare un segreto.

Si era trasferita qui a Londra dopo una delusione d’amore…”, continuò quell’uomo un po’ grigio, ma che si dimostrava pieno di sorprese.

La scrivania era sua…ho lasciato appositamente nel cassetto il rosario-sempre suo – in attesa che qualcuno, come lei, lo aprisse per caso…”, filosofeggiava persino, gigioneggiando un po’. Probabilmente di sentiva molto snob, membro di un club esclusivo, con durissime selezioni d’ingresso.

M’aveva anche raccontato di come gli oggetti di pregio della signora di Milano fossero stati venduti dai suoi nipoti – i figli di un fratello – , alla sua morte, e di come con quella vendita avessero finanziato un magic bus, di quelli che in periodo hippy, partivano da Londra e dopo migliaia di chilometri arrivavano in India, passando per l’Iran e l’Afghanistan, in quegli anni in cui era ancora possibile, almeno prima del 1978, quando il paese fu invaso dai russi. L’inizio della fine dell’impero sovietico.

L’oggetto –il rosario –riusciva a trasmettermi suggestioni straordinarie: dai pomeriggi della nonna fino alla casa della signora milanese con i nipoti hippy. Non potevo lasciarmelo sfuggire. Sentivo che dovevo comprarlo.

Forse – molto più semplicemente – l’antiquario era un bravo affabulatore.

Conosceva i tempi giusti. I silenzi. Il momento in cui colpire nel segno.

Alla fine lo presi per 90 sterline, compreso il badge dei Dictators.

Avvenne un fatto sconcertante: al momento di firmare la ricevuta della carta di credito, un raggio di sole prepotente illuminò il negozio, come se a illuminarlo fosse un faro posto sul pianerottolo che portava in quel sottoscala.

La dura pioggia era finita.

Lo interpretai come un segno, uno dei tanti di cui mi accorgevo, soprattutto dopo la morte di mio padre una decina di anni prima.

Mi rendevo conto di fenomeni -per lo più atmosferici ma non solo- di cui prima non mi accorgevo o non gli davo quella importanza: arcobaleni, scie in cielo, rumori della natura, venti improvvisi sul viso come carezze. Li interpretavo come una forma di saluto o di presenza del mio padre morto all’improvviso in una notte di ferragosto.

All’uscita dal negozio una sorpresa ancora più grande: nel cielo c’era disegnato un arcobaleno di proporzioni gigantesche, sopra Notting Hill vedevo la perfetta perfezione dei gas e del pulviscolo e nelle rifrazioni multicolori era scritta la Grande Poesia che tutto compenetra e ogni mistero o dubbio o curiosità permette di capire.

Era un segno. Ero sicuro di questo.

Ora uso il rosario per le mie quasi-preghiere nelle ore notturne qui a Long Island, quasi a rivivere quel momento in cui il cielo si era tutto colorato. Per strada in quel momento passava un ragazzo nero con una grande radio sulle spalle che mandava note dissonanti, ritmi forsennati. Per un attimo la strada sembrò trasformarsi nel set di un musical, o così parve a me. Un paio di ragazze accennarono un ballo che era più un agitare le braccia e le gambe in modo scomposto, ma lo stesso l’idea era quella del musical. Fu solo un attimo, forse lo avevo solo immaginato. Il carnevale di Notting Hill poteva continuare. In tasca stringevo il rosario.

La ripetizione ossessiva delle formule che pronuncio sottovoce. Frammenti di parole sacre. Parole che pronuncio come se non dovessi fare altro. Come senza conoscere il vero significato delle parole. Dal momento in cui mi sdraio per riposare rigiro tra le mani il rosario dai grani d’avorio e d’ambra. Nel dormiveglia comincio a pregare ormai d’abitudine. Non ci sono richieste di aiuto, di serenità o persino promesse di bontà. Le parole sono pronunciate in modo automatico. Meccanico. Come si trattasse di assolvere ad un dovere. Se razionalizzo non vedo nei confronti di chi devo assolvere a questo dovere. Quando prego rivolgo comunque il viso verso l’alto.

Preghiere cattoliche, di quelle mandate a memoria da bambino, ascoltando la nonna oppure imparate al catechismo.

Intanto vedo mia madre mentre si china su di me e con la gentilezza e la pazienza tipiche delle mamme mi insegna a congiungere le mani e a rivolgerle verso l’alto.

Come dentro una bolla d’aria dove la respirazione risulta difficoltosa, l’apnea del sacro circoscrive il mio intenso pregare notturno. La mia è una qualche forma di difesa per avere a disposizione uno spazio puro ed immacolato, dove non sia possibile peccare – sbagliare forse è l’espressione esatta– perché non c’è modo di fare altro che pregare. Lo spazio nella bolla d’aria è occupato solo dalla preghiera. Il tempo si dilata. E’ un esercizio che mi ha insegnato Chico per tenere a bada le ombre della terraferma. Sull’isola non mi servirebbe pregare ma mi è rimasta come rasserenante abitudine.

Chico sta scrivendo una sua antropologia delle ombre che è un sunto delle parole da lui dette in quella notte a Venezia nel 2001, alla Biennale.

Lo racconterò più avanti di quel girovagare tra le calli del labirinto veneziano: senza l’incontro con Chico Buarque de Hollanda tutto quello che sto vivendo ora non ci sarebbe stato. Non finirò mai di ringraziarlo.

Mi sono accorto che pregando dimentico le sequenze esatte delle formule, così le sovrappongo. Piena di grazia, luce perpetua, ora e sempre, pane quotidiano, così sia. Così sia. I grani del rosario sono lisci al tatto.

Anche la loro semplicità mi aveva spinto all’acquisto.

E’ avorio pregiato, lavorato in una qualche missione africana prima della guerra…le zanne dell’elefante dovevano essere uno spettacolo a vedersi…

è quasi trasparente e forse c’è un miscuglio di ambra”, aveva detto l’antiquario, abbassando lo sguardo ad arte.

Le sue parole, dette in quel modo mellifluo, nascondevano l’ansia di sbarazzarsi di quell’oggetto, che forse da anni non riusciva a vendere. Se non m’avesse assalito la fretta di raggiungere Maria Grazia da Harrods avrei lavorato su quella debolezza per strappare un prezzo migliore. La fretta è sempre una cattiva compagnia.

Il rosario, forse e chissà da quanto tempo, l’aveva addirittura dimenticato e la storia della signora milanese e dei nipoti hippy poteva essere una sua invenzione, per rendere avvincente la decisione di acquistarlo. Ci sono oggetti che portano altrove, non sono la fattezza o il materiale usato, il colore, la consistenza che rendono desiderabile il loro possesso ma la forza di evocazione che trasmettono. Non è la loro preziosità o rarità o qualità propria a renderli attraenti, piuttosto la giostra di racconti che si può fare attorno a loro. In fondo è un gioco della mente che si fa da bambini. La maestra ti spinge a descrivere l’itinerario della moneta che chissà quali tortuosi percorsi ha avuto prima di giungere nelle tue mani e chissà quanta strada percorrerà ancora dopo che avrai speso il soldino per comprarci un gelato. Così immagini personaggi, situazioni esotiche, il corollario di varianti narrative che sono, per via dell’età, piuttosto semplici e limitate ma comunque efficaci. Entri nel gioco e la moneta ti porta a ripercorrere strade, valichi di montagna, pianure, paesaggi che mutano di continuo, dalla città al mare, passando per le colline.

Per questo insisto a tirarmi dietro nei miei traslochi (ma forse quest’ultimo sull’isola è quello definitivo) un paio di scatole piene di ogni tipo di oggetti-ricordo-di-qualcosa. Ci sono anche degli orribili souvenir in ottone dell’Egitto, residui e rovine del mio tempo passato, che, proprio per la loro forza evocativa, hanno perso la loro oggettiva bruttezza.

In quel momento il rosario mi riportava sia alla nonna, sia alle avventure hippy di quei ragazzi milanesi, partiti secoli fa da Londra per raggiungere l’Oriente via terra.

Un viaggio molto lungo. Pieno di sole. Di polvere. Di incontri. Come negli on-the-road al cinema che negli anni 60 costituivano quasi un genere a parte. Avevo dimenticato per un attimo il motivo per cui ero a Londra in quel fine agosto: era sufficiente per far diventare parte della mia vita la corona d’avorio che continuo a rigirarmi tra le dita, notte dopo notte.

Doveva essere anche bravo ad improvvisare, l’antiquario, ma la storia della signora e dei nipoti doveva averla nel repertorio, da tenere in serbo per le grandi occasioni, l’aveva di sicuro raccontata molte altre volte, forse arricchendola di particolari.

Mi disse poi delle comitive colorate che partivano su questi bus variopinti, pieni di buone vibrazioni, di alcuni suoi amici, diventati poi, finito quel Grand Tour dagli itinerari differenti rispetto a quelli tra 700 e 800, rispettabilissimi gentlemen, mi raccontò delle partenze da Piccadilly, con il codazzo di adepti di Hare Krsna che suonavano tamburi e campanelli, cantando nenie, e lo diceva con troppa enfasi per non essere partecipe di una nostalgia acquattata in qualche angolo di noia quotidiana.

Mi disse delle riviste undergound in vendita allora.

Se vuole nel retro ho una raccolta rilegata di una di quelle riviste, si chiamava OZ , sono molto ricercate, sa? Farebbe un ottimo affare

Forse anche lui aveva intrapreso quel viaggio in Oriente, magari dopo aver letto Herman Hesse, su uno di quei mezzi. Mi mostrò da un album dei volantini dai colori psichedelici che annunciavano concerti dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane ad Hyde Park , insieme ad altri che illustravano l’itinerario fino a Bombay di quei fantastici carrozzoni tutti gialli con disegni rossi, come il sottomarino dei Beatles. Magic bus. Era proprio un nome azzeccato: dovevo essere davvero magico, sempre se tutto filava liscio.

Gli occhi dell’uomo si erano fatti opachi, un po’ acquosi. Solo con l’espressione esprimeva tenerezza verso quel periodo e questo sentimento non si addiceva alla sua imponenza: un omaccione che nasconde lati patetici è quanto mento ambiguo, ma era un’ambiguità che mi lasciava indifferente. Se fingeva non si poteva che dirgli che era davvero bravo, se diceva sul serio era solo da ammirare.

Come si chiamava la signora?”, chiesi in modo distratto.

Lorenza…”, rispose con noncuranza, come si trattasse di un’amica comune.

Come me…”, dissi, ma mi sarei mangiato la lingua, sapevo che non dovevo dirlo, rischiavo di mostrare io una certa debolezza, arrivati a quel punto della trattativa, anzi della schermaglia, perché di soldi non si era ancora parlato. L’antiquario recuperava terreno con abilità.

Vede? E’ un segno del destino…”, fece lui, piuttosto furbescamente, cogliendo un nesso misterioso e pieno di fascino, che m’avrebbe spinto sicuramente all’acquisto.

Ci fu un silenzio per me imbarazzante in quel momento. Si doveva concludere l’affare in qualche modo.

150 sterline, non un penny di meno.”, sparò lui

Mi sembra caro…mi faccia un prezzo ragionevole…”, risposi.

Spendere denaro per rispondere ad un segno del destino non ha prezzo…”, disse l’antiquario, mettendosi gli occhiali per osservare meglio il rosario, dopo avermelo finalmente tolto dalle mani.

Probabilmente quella era una frase che si riservava per occasioni come quella. Assomigliava troppo ad uno slogan pubblicitario.

Con una gestualità frutto di una lunga esperienza in quel tipo di contrattazione, dove non conta il valore proprio di ciò che si vende, ma l’universo di rimandi che il desiderio di possesso crea, disse, mostrando l’oggetto in un modo esageratamente plateale:

Quello che si vende qui è sempre un desiderio.”

Altri tempi. Altra musica. Allora giravo spesso in Europa. Londra, Parigi, Milano, qualche volta Barcellona, E quell’occasione a Londra era davvero speciale. La sera incontrai Welsh e Maria Grazia si divertì moltissimo. Potevo dire di essere felice.

Ora invece mi sono ridotto a sgranare quel rosario ogni notte qui su un’isola dell’Egeo, divenuta un’opera d’arte, grazie agli interventi del profeta della land art Richard Long.

Non che sia spiacevole essere qui. Forse è anche il sogno di molti.

L’orizzonte ben delimitato. Il mare sotto casa. Caldo abbastanza ma con i giusti passaggi climatici; i ritmi stagionali che danno il sapore della discontinuità del tempo trascorso; senza la piattezza di una mono-stagione.

Niente traffico, giusto il passaggio dei pescherecci e degli yacht. Molto silenzio. Molto sole. Molto tempo per sé.

Però continuo a pregare tutte le notti.

Finito un giro, ne ricomincio un altro, mentre sorseggio il the insapore che ho preparato con lentezza.

Le dita non si staccano dal contatto con i grani lisci.

Penso al microcosmo raccontato da quelle piccole sfere d’avorio.

Le conto mentalmente, poi ricomincio da capo.

Ho sempre pensato che anche la sequenza dei numeri assomigli ad una preghiera. Unità, trinità, sette volte sette, l’infinito ricominciare di nuovo dall’inizio.

Cercare una finitezza irraggiungibile, incommensurabile, fatale.

Cercare una formula – una vera formula aritmetica come la base per l’altezza diviso due che definisce lo spazio circoscritto da due linee che partono da un punto e mai più – mai più – sono destinate ad incontrarsi.

Ho sempre creduto molto ai segni casuali. Venditore o non venditore. Comprai il rosario senza più farmi influenzare dai suoi modi all’apparenza gentili (tipicamente english), senza farmi raccontare più niente da quell’uomo che cominciava a sembrarmi non più tanto bonario, con la meticolosità maniaca nel gesto di pulire lenti, con quelle movenze che dovevano essere o molto studiate o spontanee fino alla sfrontatezza. Senza mezze misure.

Lui avrebbe volentieri continuato. Uscii in quel pomeriggio londinese così strano, così pieno di cose e di presagi, trasfigurato nella luminosità da quei repentini cambi di clima, caratteristici di quel periodo, nel sud dell’Inghilterra, senza nemmeno salutare. Senza voltarmi. Ho sempre pensato che tornare sui propri passi porti in qualche modo sfortuna.

Sentivo lo sguardo dell’uomo alle mie spalle, con la coda dell’occhio intravidi, in uno specchio all’ingresso, ancora il suo sorriso sarcastico.

Forse mi aveva imbrogliato e non mi importava: la vista dell’arcobaleno mi portò fuori dalla cupezza di fondo dall’antiquario e se non avevo fatto un affare, ero comunque contento del mio acquisto.

La storia di Lorenza magari se l’era inventata lì per lì per affascinarmi, unendo storie ascoltate o vissute o lette da qualche parte.

Uscendo misi la mano destra in tasca per sentire la levigatezza dei grani d’avorio.

E’ un gesto che continuo a fare nel cuore della notte da molte settimane e mesi ormai. Pregare riesce a calmarmi.

Il the indiano è una sorta di rito.

La lentezza con cui lo preparo.

Riempire il bollitore d’acqua.

Accendere il fuoco.

Aspettare che l’acqua raggiunga l’esatta temperatura di ebollizione.

Fare bollire l’acqua solo per un po’.

Il rumore dell’acqua che bolle per un attimo.

Ascoltare il rumore delle bolle.

Ripetersi che quando si ha coscienza dei gesti minuti vuol dire che si è ancora vivi e coscienti.

Ripetersi genera assuefazione.

Assuefarsi alla ritualità per sfuggire la confusione del dormiveglia.

Riempire poi la tazza.

Mischiare all’acqua bollita le erbe del the indiano.

Filtrare l’acqua.

Lasciarla raffreddare appena un po’ per non scottarsi la lingua e il palato. Sgradevole sensazione scottarsi.

Innaturale.

Intanto prego. Il Signore è con te, santo il tuo nome, adesso e nell’ora.

Questa è appunto l’ora. Allora mi dirigo verso la veranda. Guardo la luna che si specchia sul mare, quando c’è la luna.

Quando non c’è guardo le stelle. Quelle luci che vengono da un lontanissimo spazio-tempo, capace di riempire le notti estive dell’adolescenza di ragionamenti profondi.

Complici le parole dei poeti romantici, studiati al liceo.

Mi assale il pensiero (lo dico con un’espressione classica), persino banale, dell’infinito in questi momenti. Guardando la profondità del cielo stellato, ma è solo un attimo.

Facile perdersi, in quell’oscurità, ma facile anche ritrovarsi, se si fa uno sforzo di leggerezza. Le preghiere che continuo a formulare tra me, mi aiutano a non pensare ed allo stesso tempo a cercare una sorta di pace interiore, ormai svanita da anni.

Dio non riesce ad ascoltare le preghiere di tutti, di questo sono sicuro. Sarebbe una tale discordante polifonia di suppliche, di ansie, di richieste o anche di gioia, che l’orecchio divino si rifiuterebbe di ascoltarle tutte.

Spero ascolti le mie però qualche volta, lo spero davvero.

Regina del cielo, mio custode, mio angelo, sia fatta la tua volontà. Mi pento e mi dolgo. Signore, oh Signore.

Varianti non ne cerco. Sarebbe inutile personalizzare una richiesta di vuoto mentale come questa.

Sorseggio il the quasi insapore. L’acqua è appena più scura del normale. E’ il momento in cui mi siedo sulla sdraio sotto la veranda della casa che mi ospita negli ultimi due anni, nelle lunghe interminabili notti che iniziano adesso e finiranno al primo sorgere del sole.

Cerco di ripetere sempre gli stessi gesti e nello stesso modo di sempre, anche quasi seguendo un rituale come nella preparazione del the. Come nella messa ortodossa, quando il pope si sforza di rifare gli stessi gesti che ha visto fare e di cui ha letto sui manuali e che da mille anni si rinnovano nello stesso stessissimo modo. Anche qui una circolarità: mi sembra una delle chiavi possibili per capire perché diavolo siamo al mondo.

Quando saluterò il sole avrò esaurito la voglia di pregare sottovoce e le formule sante saranno appena un sussurro interiore. Gli occhi tenderanno a chiudersi, ma resisterò perché non posso fare altrimenti. devo resistere.

Se mi addormento torneranno le ombre a tormentarmi?

1 Citazione da Borges

GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI (racconto)

 

In tutti i paesi nascono (o meglio nascevano) leggende da raccontare poi, più e più volte con l’enfasi delle epopee e il gusto della narrazione orale, diventato ora appannaggio di un mezzo freddo come la televisione. C’era calore invece in quel ridere di cuore di episodi buffi.
Il mio paese non era differente dagli altri nell’epoca prototelevisiva degli anni sessanta. Personaggi curiosi non mancavano di certo.
Pasqualottu era uno di loro. Aveva la faccia paciosa del grasso che diverte e si poteva definire pachidermico: l’uomo più grande e grosso e grasso e enorme e immenso che abbia mai visto in vita mia.
Quando passava per il paese, in sella al suo motorino, sembrava che la forza di gravità fosse soltanto una opinione. Si teneva in equilibrio come per magia, per un miracolo delle leggi della fisica.
Il motorino scompariva sotto la sua mole. La testa però la teneva alta e la vedevo svettare da lontano.
L’Ollio del nostro paese era sempre molto concentrato nella guida, riuscendo a sorpassare quei pochi cavalli che ancora passavano e i ciclisti e i pedoni con una certa sua leggerezza. Un piccolo scarto dell’enorme corpo ed eccolo superare tutti con disinvoltura.
Il paese – proprio sotto Macerata, a cento metri sul livello del mare, come recitava una scritta all’ingresso, dopo il ponte sul fiume Potenza – era disegnato su due fila di case attraversate da una strada. Assomigliava ai tanti villaggi descritti dai film western all’italiana che la domenica pomeriggio riempivano il cinema CRAL.
Quella strada non era ancora percorsa dal traffico feroce dei decenni successivi che avrebbe impedito ad un personaggio “ingombrante” come Pasqualottu di passare indenne.
Il suo era uno di quei motorini senza marce, a presa diretta, bastava una pedalata per avviarlo. Sotto i suoi colpi sembrava andare in mille pezzi invece partiva strombazzando rumorosamente.
Pasqualottu commerciava in ferro vecchio, gomme d’auto e di motociclette e altri residuati della prima società consumistica.
Lo vedevi gironzolare da un meccanico all’altro, caricando i pezzi sul piccolo bagagliaio con gesti lenti. Il suo migliore amico era uno di questi artigiani della rivoluzione economica del dopoguerra che tutti chiamavano Pirelli.
Aveva addirittura fama di essere un guaritore, uno che le mani riscaldavano e guarivano corpi malati. Pirelli aveva sempre la sigaretta accesa tra le labbra e spesso ne appoggiava una da qualche parte sul suo bancone, dando fuoco ad un’altra, senza accorgersene. Il vecchio mozzicone stava lì a consumarsi e il nuovo era succhiato avidamente, come si trattasse dell’aria necessaria per sopravvivere.Fumava sigarette tutte bianche, da signora, la marca –erano le Mercedes che adesso non si trovano più- venivano vendute in pacchetti da dieci con la scatola di cartone.
Pasqualottu e Pirelli facevano coppia fissa nelle partite a briscola e tressette dei lunghi pomeriggi estivi, quando molti del paese si ritrovavano, dopo la pennichella, al bar di Tonino, davanti alla chiesa.
Giocavano contro un’altra strana coppia fissa: il parroco, Don Giuseppe – prete energico inevitabilmente d’altri tempi – anche lui gran fumatore e Rosario, detto Rosario U’ Rutì, juventino leggendario – che aveva convertito alla fede della “vecchia signora” mezzo paese – titolare della tabaccheria attaccata al bar di Tonino, dove il sabato si giocava febbrilmente al Totocalcio.
Durante quelle partite molto tese il prete e gli altri si facevano trascinare dal gioco e non si risparmiavano accidenti ed espressioni irripetibili per noi bambini. Don Giuseppe si lasciava travolgere dalla situazione, alla ricerca del modo giusto di combinare le carte, tanto da perdere in quei momenti il controllo. Il carisma del suo ruolo consacrato andava a farsi benedire – è il caso di dirlo- così tanto da scandalizzare le mie zie zitelle (zia Sittimia, zia Marietta, la zia monnica, suor Maria Isabella). Occorre dire che però non volavano mai bestemmie o maledizioni vere e proprie, piuttosto i quattro preferivano le colorite espressioni che si riferiscono alle solite vergognose funzioni del corpo umano, così care al linguaggio popolare. Un prete che dice parolacce è comunque anomalo. Eravamo tutti molto puritani in quel periodo. Il cartello che vietava a norma di legge di imprecare contro il Signore veniva insomma rispettato, ma la caciara dei quattro era uno spettacolo. Si raccontava che una volta il vescovo -era allora Ersilio Tonini, adesso cardinale emerito che molto compare in tv- fosse venuto a cercare Don Giuseppe durante una di queste partite (erano davvero altri tempi: un vescovo adesso non entra certamente in un bar con quella naturalezza). Mentre Tonini gli bussava sulla spalla, l’altro continuava la sua invettiva momentanea e senza
accorgersi del prelato. Anzi scansava il braccio del monsignore con dei gestacci. Gli altri sbiancati e con mille segni cercavano di avvertirlo, ma quello niente – era concentratissimo sulla scelta della carta da giocare e non voleva essere disturbato. Quando finalmente si voltò dicendo “chi è che me rompe li cojombri”, col tipico accento maceratese, capì di averla fatta grossa. Non finiva più di scusarsi e di baciare l’anello del vescovo.
Monsignor Ersilio ridacchiava dietro la sua maschera finto-severa perché voleva un gran bene a quel prete con la tonaca lisa.
Questo episodio fa capire come la quattrata a briscola e tressette fosse un duello serio. Bisognava non distrarsi e tenere a mente le carte uscite: in questo Don Giuseppe era un mostro rispetto agli altri. Pasqualottu era il più tonto e doveva continuamente muoversi perché sulla sedia ci stava a malapena, aveva una digestione difficile – per tutto quello che trangugiava – e tendeva ad assopirsi. Rosario era un buon giocatore ma era portato a distrarsi. Pirelli invece era scaltro: riusciva a comunicare le carte che aveva- almeno a briscola è permesso far capire al compagno cosa si ha in mano – con mosse elaborate e molto teatrali.
Giocavano nel retro del caffè sotto i pampini di un vigneto e i violenti raggi del sole pomeridiano, attraversando il versò, rendevano la scena spettrale, accentuando il carattere epico del momento, con il fumo delle tante sigarette che danzava leggero nell’aria ferma e che tanto assomigliava a certe scene cruciali dei rari film in cinemascope. Naturalmente western. Colori sgranati, vivissimi, quasi vibranti per l’effetto iperreale. Vedere quei quattro singolari personaggi giocare a briscola e a tressette era qualcosa di impedibile che si seguiva di nascosto.
Se un compagno sbagliava una giocata erano guai e insulti. Sbocchi de sangue, sbocchi de veleno. Tu’ madre era meglio se se stava bona quella notte che è meglio che me sto zittu. Le assordanti cicale di quelle estati magiche si zittivano sulle imprecazioni urlate dal prete e dai suoi compagni di gioco: il rumore di qualche rara auto sottolineava i momenti di silenzio e di concentrazione.
Don Giuseppe era un perfetto Don Camillo-Fernandel con la sua mascella pronunciata e la voce tonante e i gesti decisi con quei gran colpi che facevano sussultare il tavolo quando scartava un re o un asso. Anche il prete era bravo a fare i segni. Un’alzata di spalle per il cavallo, la linguetta per indicare il re, ma come dicevamo Rosario, si distraeva spesso, la moglie lo chiamava in continuazione dalla tabaccheria. Così per un’incomprensione di segni una partita che il parroco stava conducendo tranquillamente alla vittoria, fu vinta dalla coppia avversaria: Pirelli e Pasqualottu sugli scudi, Don Giuseppe e U’ Rutì nella polvere. Grande smacco per il prete che vinceva quasi sempre e mai – ma proprio mai -contro quella coppia così scalcagnata.
Nella predica della domenica successiva –durante la messa delle 11- Don Giuseppe non trovava il verso giusto. Non gli era ancora andata giù la sconfitta e vedere i suoi compagni di gioco seduti allineati sulla stessa panca gli faceva tornare il tormento per una partita persa stupidamente. Arrivò al fatidico “non voglio dilungarmi di più” che significava un altro quarto d’ora di predica e che soprattutto il filo del discorso gli si stava intrecciando tra mille schiocchi di lingua.Stava girando attorno a un paio di concetti, da cui non riusciva a districarsi: gli ultimi che sarebbero stati i primi secondo la parabola raccontata da Matteo e il perdono come miglior vendetta, l’espressione popolare che non c’entra nulla con i Vangeli ma che Don Giuseppe usava spesso. Non riusciva a perdonare U’ Rutì, né tanto meno il duo Pirelli-Pasqualottu che ne avevano approfittato. Cercava se non la vendetta una rivincita pubblica. Lì in quel momento. Dal pulpito.
La parabola dice di esser pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; di essere simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Quella necessità – predicava Don Giuseppe – della vigilanza che mal si conciliava con l’altra similitudine del padrone di casa, uguale uguale, preciso preciso con il regno dei cieli. Il padrone che esce all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna, accordandosi con loro per un denaro al giorno. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vede altri che stanno sulla piazza disoccupati e dice loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. E quelli vanno, eccetera. E così con altri operai, eccetera. Quando scende la sera, il padrone della vigna dice al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevono ciascuno un denaro. Qui gli occhi del prete sgranavano guardando ora qui, ora là, per poi fermarsi sui tre seduti vicini.Quando arrivano i primi –continuava con gli occhi ormai da matto – pensano di dover
ricevere di più. Ma anch’essi ricevono un denaro per ciascuno. Nel ritirarlo però, mormorano contro il padrone: Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone sentenzia: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi.
Concludendo con il suo la miglior vendetta è il perdono detto a sproposito che in quel contesto non c’entrava niente. Per arrivare al dunque Don Giuseppe doveva riraccontarla tutta la parabola spiegando che quel padrone assomiglia al regno dei cieli che non guarda a quanto, ma a come. Trovava grandi difficoltà invece a giustificare la presenza nel suo discorso di quel proverbio sulla vendetta e il perdono che gli era scappato così come gli uscivano tante altre espressioni del linguaggio comune. Così si intestardiva su quella che poteva essere una vendetta mascherata da perdono, oppure dal giustificato senso di giustizia che ogni vendetta apparentemente fornisce come pretesto ad una risoluzione di qualsivoglia conflitto di interesse.Il discorso prendeva una piega talmente ingarbugliata che si faticava a stargli dietro.Don Giuseppe naturalmente si riferiva alla partita a carte del pomeriggio di due giorni prima. Guardava i protagonisti di questa vicenda ad uno ad uno –Pirelli, Pasqualottu, Rosario – e nei silenzi che volevano essere di riflessione – sempre più lunghi – continuava a fissarli. Non era capace di uscire dall’impasse del perdono e della vendetta che si intrecciavano al pensiero della sconfitta e alla rivincita possibile – magari cambiando compagno di gioco. Il silenzio fu rotto dal suo “Non voglio dilungarmi”, mentre continuava a fissare i suoi compagni di gioco, soltanto loro. Infine in una pausa che sembrò eterna e che voleva essere piena di rimandi, quel suo sguardo inquisitore e un po’ vendicativo -ma senza cattiveria- era rivolto solo a quei tre: non solo al compagno di gioco che aveva sbagliato ma anche agli avversari che avevano approfittato della situazione. Pasqualottu non aveva capito niente del discorso e stava per addormentarsi, Pirelli si guardava le unghie e Rosario con uno sbuffo pensò che stavolta Don Giuseppe superava il record di durata di un’omelia.
Alla fine tuonò:
“Chi ha detto che gli ultimi saranno i primi? –indicando il terzetto -se butti coppe quando comanda spade è ovvio…diventi ultimo e devi prendertela solo con te stesso se poi perdi la partita…mannaggia alla miseria, non c’è vendetta, non c’è perdono, comanda spade…”
Don Giuseppe senza volerlo fece una pausa ad effetto che generò nell’assemblea una fragorosa risata liberatoria che mai si era sentita in chiesa. Alcuni allora presero ad applaudire. I bambini più piccoli, a tanto strepito, cominciarono a piangere contemporaneamente, quelli delle elementari si spintonavano. Sembrava tutto fuorché una messa.Confuso Don Giuseppe divenne paonazzo. Picchiò un pugno sulla balaustra di pietra, ottenendo l’effetto contrario a quello sperato. Si fece male e cominciò a torcersi dal dolore. Tutti ridevano ora: Pasqualottu si risvegliò dal suo torpore, Rosario ghignava piano, Pirelli smise di guardarsi le unghie. Le suore si segnavano e bisbigliavano avemarie e pater noster a raffica. Poi il prete urlò un bastaaaaaaaaa assolutamente disumano e disse indicando i suoi compagni di carte:
“Tu, tu e tu, uscite immediatamente dalla chiesa, siete voi la causa di tutto questo- poi sbrigativo e sempre urlando- benedico tutti, la messa è finita, andate in pace, fuori tutti.”
Se ne andò in sagrestia come una furia, accarezzandosi la mano dolorante. Quando, sotto il grande crocifisso dove si cambiava, si rese conto della bestialità che stava facendo ritornò sui suoi passi, mentre la gente cominciava ad uscire. In sagrestia aveva capito che non poteva interrompere la messa in quel modo. Forse il crocifisso gli aveva fatto qualche rimprovero, come succedeva al Don Camillo di Giovannino Guareschi.
“Scusate, scusate, la messa non era ancora finita…continuiamo…”
Tutti tornarono al loro posto finalmente acquietati pur sbuffando e Don Giuseppe concluse il rito in tempi davvero record. Quella messa domenicale delle 11 divenne proverbiale nel paese e faceva parte dell’antologia dei racconti orali –con dentro molte varianti -dove si rideva di più, esagerando la mimica del prete.
Si evitava però di farlo in sua presenza, come si evitava di dirgli che gli ultimi saranno i primi e naturalmente che la miglior vendetta è il perdono.