#nannimoretti al #premiopieve

l’occasione è il #premiopieve a #pievesantostefano, la cittadina #toscana non lontana da #sansepolcro diventata, grazie a una intuizione di #saveriotutino, capitale dei diari, siamo al giorno delle premiazioni e le seguo su twitter

ci sono capitato da quelle parti quasi venti anni fa per le riprese legate a  uno degli episodi più toccanti della serie #lungoviaggiovicinocasa realizzata con #toninoguerra

il cimiterino abbandonato che si vede nel video qui sotto, con il cancello che cigola, le croci  appoggiate in un angolo e che disposi secondo non so quale ordine – forse per la migliore prospettiva di ripresa – me li ricordo bene

il premio esisteva da una decina d’anni, lo conoscevo già e avrei voluto prima o poi farci un qualche servizio per la televisione di san marino, dove lavoro, ma che non ho mai fatto…

…ebbene in questa domenica di settembre si consegnano i premi e c’è anche #nannimoretti

uso tutti questi hashtag perché è attorno all’uso e al significato di questa parola, per molti misteriosa, che mi si accende una lampadina…tra le foto che posta @archiviodiari (l’account ufficiale del premio) mi colpisce l’immagine di una ragazza che posiziona un cartello,  dove c’è scritto #premiopieve e comincio a scherzarci su (scopro poi che si chiama laura, anche lei su twitter con il nick @olaurone)

sugli hashtag che gironzolano per il paese per esempio e allora mi viene  in mente la scena di palombella rossa  -proprio di nanni moretti -in cui si arrabbia moltissimo con la tipa che gli parla usando luoghi comuni….

perché le parole sono importanti -nanni la urla questa frase – e sono curioso di sapere che cosa può rispondere il regista a chi gli chiederà “cos’è un hashtag?”

con #moretti ho una specie di conto in sospeso, nel senso che sono uno dei suoi primi spettatori, quando l’AUTARCHICO era proiettato soltanto al filmstudio di roma, dove si facevano rassegne curiose, anche sul porno underground e dove  era possibile vederci il film di warhol -integrale! – sull’empire state building: una ripresa fissa del grattacielo newyorkese della durata di otto ore…

alcuni dei suoi personaggi li incrociavo sulle scalinate di lettere a Città Studi o nei miei tanti giri da flaneur di quei tempi…

andai a vedere anche gli altri suoi, tutti girati in super8 ecc ecc, insomma ho seguito il suo percorso, conosco la sua poetica fatta di illazioni, dello stupore sarcastico verso i comportamenti giovanili (di allora), anche se nel corso del tempo (questa espressione mi ricorda il titolo del film di wenders, visto proprio al filmstudio) nanni ha perso di vista i tic della sua generazione (in parte anche mia) per dedicarsi a un altro tipo di storie…

mi faccio aiutare da @silviabragagni che sta twittando in una libreria di pieve per conto del premio, le dico “mi raccomando, la tua mission di oggi è chiedere a moretti se sa cosa significa il termine hashtag”, lei dice che se il regista romano passerà da quelle parti gli farà la domanda…sarà una sorta di intervista crossmediale… nanni poi passa davvero in libreria (pieve non è certamente una metropoli) e zac la bravissima silvia gli piazza la mia richiesta sotto il naso (chissà che direbbe nanni leggendomi, e penso anche alla lampadina-che-si-accende-in-testa, alla mission e al famigerato crossmediale) …lui non si scompone e dice che morirà senza sapere cos’è un hashtag, anzi – ha aggiunto – morirà felice senza saperlo…

nel suo intervento, durante la premiazione, dice che continua a scrivere a mano…infatti non ce lo vedo a twittare, usare I-phone stile solitoidiota… ma è tipico per personaggi come moretti rifiutare o comunque prendere le distanze da fenomeni come twitter e soprattutto dai suoi gerghi, che sono il più delle volte per iniziati…

forse ha ragione lui, meglio scrivere a mano, ma un dialogo a distanza come quello che ho imbastito con lui,  grazie alle ragazze del premio, ai tempi in cui si scriveva sempre a mano non sarebbe stato possibile…

Annunci

IL CONFINE MEDIATICO (26)

«Le immagini non sono più quelle di un tempo. Impossibile fidarsi di loro. Lo sappiamo tutti. Lo sai anche tu. Mentre noi crescevamo le immagini erano narratrici di storia e rivelatrici di cose. Ora sono tutte in vendita con le loro storie e le loro cose. Sono cambiate sotto i nostri occhi. Non sanno più come mostrare noi. Hanno dimenticato tutto. Le immagini vengono vendute al di là del mondo, Winter, e con grossi sconti. […] Io amo davvero questa città. Lisboa… e c’è stato un tempo che io veramente l’ho vista di fronte ai miei occhi. Ma puntare una cinepresa è come puntare un fucile e ogni volta che la puntavo mi sembrava come se la vita si prosciugasse dalle cose. E io giravo, giravo, ma ad ogni colpo di manovella la città si ritraeva. Svaniva sempre di più, sempre di più. Come il gatto di Alice. Nada. Stava diventando insopportabile. Dio lo spavento che mi ha preso. A questo punto ho cercato il tuo aiuto. E per un po’ ho vissuto con l’illusione che il suono potesse salvare il giorno, che i tuoi microfoni potessero strappare le mie immagini dalle loro tenebre. No, non c’è speranza. Non c’è speranza per nulla, Winter. Non c’è speranza, Ma questa è la strada Winter e io voglio percorrerla. Ascolta. Un’immagine che non sia stata vista non può svendere nulla. È pura e perciò vera e meravigliosa. Insomma innocente. Finché nessun occhio la contamina è in perfetto unisono con il mondo. Se nessuno l’ha guardata, l’immagine e l’oggetto che rappresenta, sono uno dell’altra. Sì, una volta che l’immagine è stata vista l’oggetto che è in essa muore. Ecco, Winter, la mia biblioteca delle immagini non viste. Ognuno di questi nastri è stato girato senza che nessuno guardasse attraverso la lente, Nessuno li ha visti mentre venivano impressi. Nessuno, dopo, che li abbia controllati. Tutto quello che ho ripreso, l’ho ripreso alle mie spalle. Queste immagini mostrano la città com’è e non come vorrei che fosse. Insomma queste sono nel primo dolce sonno dell’innocenza. Pronte per essere scoperte da generazioni future con occhi diversi dai nostri. Non preoccuparti amico saremo morti da un pezzo».