Poesia d’occasione

imageVoglio scrivere una poesia d’occasione Che volge a Occidente (L’occasione si sa ci spinge sempre in quella direzione) Una poesia per il parco della parola lirica A Rimini, era al castello in quell’atmosfera di battaglie di eroi di assedi e di eccessi e frecce incendiarie Dove i poeti non estinti agitavano le braccia alla telecamera Con gesti così lenti che sembravano velocissimi, strano effetto quello Endecasillabi, versi liberi, il solipsismo dei like (se passa appena un minuto quei like non hanno il significato di “ti ho letto”, in un minuto non si legge, ma solo di “ho simpatia per te”, anzi “ti prego, leggi me”) Predomina il battito del cuore della mamma che ti accompagna in quel tempo inesatto prima di nascere Lo ha detto Franco Buffoni, Gran Versificatore che suona quasi “Grande Inquisitore” ma solo per assonanza e lui il ritmo che deve avere la parola poetica lo conosce bene Il battito di cui avrai sempre memoria prima di quell’uscire tentacolare dalla caverna primigenia Dove le pareti buie appaiono rassicuranti Non come sarà dopo E senza filosofare uscire comunque incontro alla vita Respirare finalmente Vita, a noi due, come dice Amleto.

TANZ TANGO

La fine del mondo: c’è niente di più bello? Per uomini e donne è un fondaco da strapazzo, ma per gli innocenti e per gli sprovveduti è il bazar delle meraviglie; non foss’altro per la cannuccio di finto avorio dove si vede il leone di San marco; mentre rovesciando il posacarte, nevica su San pietro anche d’agosto. Tutto c’è di tutto: un lume a petrolio, il cavaliere del Cigno e Otello che strangola Desdemona; sul banco tra la bottiglia coi baffi del Re galantuomo e la caraffa bianca col ritratto di Pio IX, fra almanacchi e lunari, lo Speculum lapidarum di Camillo Lonardi pesarese, dedicato a Cesare Borgia, specchio d’ogni virtù. E ben in vista, ma nessuno abboccava, la tabacchiera di Napoleone. [Fabio Tombari, Fine del mondo Ercole al bivio, Editrice Fortuna 1986]

Dentro la mucca di floyce  c’è tutto quello che sedimentava in me in quei primi metà 90, quando i ragazzi giù a seattle indossavano camicioni da boscaiolo (le portavamo qualche anno prima anche noi, ripudiandole quasi subito) e  sulle chitarre diventavano furiosi e se si gettavano dal palco sul pubblico si aspettavano  di essere raccolti, tanto i locali erano piccoli e gremiti, come a londra nella mia personale (memorabile) notte del punk raccontata altrove, la suggestione sedimentaria  partiva da quel brano di Tombari posta in esergo, il libro me l’aveva regalato nel dicembre 1987 proprio il grande vecchio di Rio Salso, ero andato a intervistarlo per la Rai di Ancona e quel suo pezzo l’avevo letto in trasmissione,   l’avevo in mente quando ho pensato al mio guazzabuglio video successivo

o almeno quel tutto, quell’aleph, che ho sempre inseguito d’istinto, ginsberg e il suo mantra, il kaddish per la madre morta e la grande madre terra atomica del disco della mucca, gli orizzonti verso il mare percorsi da nuvole veloci citazione dalle immagini di un documentarista francese che mi piaceva molto (un’impresa ritrovare il nome del regista scrivendo su google parole-chiave come nuvole velocizzate documentarista francese, tanto non me lo ricordo e quando lo ricorderò sarà sempre troppo tardi), e ancora ci sono le ceneri che tornano cenere sulle immagini del trattamento ludovico van,  “è buffo come i colori del vero mondo, diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo”,  non sono proprio le stesse, vigliacco se riesco a trovarle quelle esplosioni di stazioni di carburante, quella terra smossa da scoppi intensi sulla musica di bowie, poi ancora il paesaggio di quella magica stagione dopo il giugno 1993, dalle parti di rimini verso arezzo,  con quelle nuvole che scorrono sul letto del fiume detto piccolo mare, marecula, dove tonino guerra  ha ambientato tante sue storie (l’anno era proprio quello delle peregrinazioni in valmarecchia), quelle nuvole che son copiate dalle sequenze di quell’altro regista francese (che tanto non mi ricordo come si chiama) che si vedono poco dopo,  intanto ginsberg continua con il  suo mantra e sfuma verso” atom hearth mother” (la copertina del vinile è inquadrato da una telecamera da studio,  l’immagine della mucca si è un po’ sbiadita per il sole che entrava dall’angolo di san leo nel vecchio ufficio) le chitarre universali dei pink floyd si ascoltano come un refrain (che sempre  miritornainmente lungo i decenni e non perde di smalto) mentre ” una mucca che veniva giù per la strada”, l’incipit inquietante di dedalus e le” belle lose veldi”, la mamma aveva un odore più buono del babbo (questo è joyce) gli suonava una tarantella per farlo ballare eccetera,  eccole arrivare le immagini del regista di cui non ricordo più il nome  e mentre continua  il solito mantra ginsbergiano che ha fatto pure a castelporziano ecc l’ho raccontato più volte, una lama di luce attraversa veloce  l’orizzonte l’immagine è fissa ma accelerata, hey father death I’m flying home hey poor man you’re alone, hey old daddy, I know where I’m going (fine prima parte) nella seconda – realizzata tempo dopo – ginsberg è davvero a castelpoziano con la sua camicia bianca da professore americano, continua inesorabile nel suo blues (serviva in quell’estate del festival dei poeti sulla spiaggia verso ostia a calmare anime ribollenti assemblee universitarie, aule magne piene di fumo dove tutti urlavano “scemo, scemo“),  mentre la ballerina di pina bausch danza nella neve con un vestitino a fiori (nel link si trova  piuttosto in là, a 37′) intanto cominciano a sovrapporsi immagini estranee (abe sada dell‘impero dei sensi, ancora l’infiorata della ballerina tra le neve che scende), poi esplode il tanz tango der sufi pulp pound, ecco tarantino nella sua forma pura (la musica!)  alternato al lamento dell’imperatrice di pina, continua così fino a ezra pound- recuperato da qualche archivio- che legge i cantos sulla musicadi nusrat fateh ali khan dal film maledetto natural born killers, (sempre di tarantino o comunque con il suo tocco, che faceva il paio allora con forrest gump io sono la luna con i piedi sulla falce d’argento (sovrapposte le ballerine di wuppertal che sbattono stracci per terra, alzano polvere, stacchi su pound a rapallo sugli scogli, la ballerina nella neve con la sua musica -proprio sua scelta dalla bausch- ipnotica, seducente avvolgente, la scena è ripresa dalla tv con una camerina high8 che allora sembrava il massimo che c’era, la neve sferza i capelli neri della ragazza dal vestito delizioso), sovrapposizioni da ultimo tango, brando e maria si inseguono con gli sguardi (c’è un effetto elettronico vintage),  intanto ritorna tarantino dal libro di ezechiele  

25:17. “il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te.”  

(ezechiele è detto in inglese mentre le immagini sono ancora quelle decadenti dell’appartamento parigino, peccaminoso e casto, di bertolucci), ma il nome di quel regista francese non lo ricordoproprio e non posso metterlo tra i tag.

GUTHRIE

 

Ho mangiato una pizza a Rimini d’estate con Arlo Guthrie. Aveva il viso rubicondo, per niente smagrito e drammaticamente giovane come in Alice’s Restaurant. C’era anche un suo figlio che sembrava lontano anni luce dal cliché dell’on-the-road che m’ero costruito nell’adolescenza e pensavo Questo è il nipote di Woody Guthrie, Marooonna…

Arlo apprezzava assai la pizza e mi sorrideva spesso, non riuscivo a togliermi dalla testa l’immagine di lui mentre canta a Woodstock, ma forse quella era solo una mia proiezione di gioventù.

You…Woodstock…very nice, gli dico. Lui continua a sorridere mentre continua a mangiare la pizza.

 Alice’s Restaurant…very good movie…I like very much…continuo quasi parlassi tra me e me

GROSSMAN

Chiedo allo scrittore israeliano quale libro consiglierebbe di leggere per capire l’orrore della guerra, a un soldato del suo paese e a un palestinese kamikaze.

Mi dice che deve pensarci e che lo farà durante la conferenza stampa.

Siamo a Rimini, alle giornate di studio del Centro Pio Manzu’ , un organismo in status consultivo generale con le Nazioni Unite  che opera per l’approfondimento dei temi di interesse cruciale per il futuro dell’umanità, come recita piuttosto pomposamente il sito ufficiale.

David è insieme a Tahar Ben Jelloun, famoso per i numerosi interventi da opinionista sui giornali italiani e per un suo libro, dove spiega il razzismo alla figlia.

Segue la conferenza stampa.

Sono curioso di sapere la proposta di Grossman, Jelloun invece mi aveva liquidato subito bofonchiando che l’intervista potevo fargliela solo dopo la conferenza stampa, senza aggiungere altro.

Mentre i due illustrano i loro futuri interventi, mi piace pensare  Grossman  alle prese non solo con la memoria dell’olocausto (tema del suo intervento), ma con la sua personale.

Mi aveva molto colpito la sensibilità del suo romanzo epistolare Che tu sia per me il coltello.

Grossman appena si libera della conferenza, mi dice subito it’s a good question e  gli dico qual è la sua risposta, non mi fa ripetere la domanda. Ci aveva pensato su.

Con fare grave e puntuale lo scrittore israeliano indica  LA STORIA di Elsa Morante come suo consiglio di lettura.

La stessa questione la propongo poi anche a Tahar Ben Jelloun. Con lui non avevo parlato prima. Con Grossman, per quell’occasione e anche altre in seguito, compone una coppia arabo-israeliana di sicuro impatto mediatico, facile a connubi e dialoghi e confronti, utili a superare quel fenomeno che dall’11 settembre  viene chiamato scontro di civiltà tra mondo arabo e occidente.

gross

Tahar, meno emotivo di David, non si scompone, risponde in modo freddo ma preciso e dice che i fanatici – di qualsiasi parte – non leggono libri, quindi inutile consigliare letture.

CARDENAL

La scena è la stessa di Walcott. Stavolta la saletta delle conferenze stampa del Teatro Novelli di Rimini. Il leggendario – per molti – prete, ministro zapatista indossa il suo baschetto guevariano d’ordinanza. Tra noi una hostess traduttrice. Cardenal ha parlato di mito nel suo intervento. Ci vado a nozze col mito.  Però avviene il Maledetto Scarto Linguistico che non gli fa capire al Cardenal la questione che ponevo e che adesso come adesso non è che mi ricordo più di tanto.

Una qualche contorsione sul creare miti, sul fondarsi sul racconto, sul regolarsi in base alla narrazione di vicende primordiali che diventano una specie di legge di comportamento. Col mito si può volare alto. ci si può perdere col mito.

Morale: Cardenal si stizzisce, dice assolutamente no non era quello che intendevo, no, no ribatto, sovrapponendomi a lui e alla ragazza che continua a tradurre. Per un attimo ognuno parla per conto suo, senza davvero comunicare, senza capirsi.

Risposta secca del poeta, adesso tocca a me ribattere. Mi perdo ancora, stavolta sul serpente piumato Quetzacoatl. Ho visto un bellissimo volume illustrato in Italia anni fa. Il poema di Cardenal è potente. Ma lì parliamo due lingue diverse.

Alla fine cedo al dovere di portare a casa una qualche testimonianza, pur banale e gli dico che l’intervento della mattinata toccava punti estremamente interessanti…lascio sospese le ultime parole e porgo da buon porgitore di microfono il Magico Strumento del Giornalismo, così aspetto la sua risposta. Come direbbe Andrea De Carlo (vedi) mi concentro sul pulviscolo che filtra nel controluce delle luci comunque piatte e non lo ascolto più. Aspetto la traduzione porgendo il microfono di lato. Cardenal è già lontano. Lo ringrazio. Lui borbotta qualcosa e si aggiusta il baschetto aspettando altri microfoni e chissà quali altre stupide questioni.