IO

29 dicembre 2008

ciao giuseppe ho letto il tuo HITLER all’inizio dell’anno, strano libro il tuo, una lettura obliqua direi del personaggio, quasi in presa diretta

Ti ringrazio del giudizio, che non so se positivo o negativo. Io ho tentato una lettura metafisica di Hitler, che non fosse quella che lo identifica col Male assoluto, bensì con il vuoto di essere e con l’elemento di erosione dell’umano, dell’empatia. Poi non so se si è capito, se gli esiti del testo sono risultati all’altezza delle intenzioni. E’ un libro che mi ha cavato il sangue. Doveva intitolarsi: “Io”.

“io” come fossimo tutti degli hitler era titolo tosto…il mio non è giudizio negativo anzi…

Mondadori non ha voluto “Io”. Per me era fondamentale: l'”io” è il Divisore, la funzione che separa uomo da uomo. Il progetto occidentale per me è l’ipertrofia dell'”io” e culmina proprio in colui che separa, che è Hitler: infatti, oltre la supposta separazione, che è quella dei campi, io fermo la vista mia e del lettore…Ma vallo a dire agli editor…

leggendo era “fastidioso” riconoscersi nelle sofferenze di hitler, soprattutto in quella specie di ricovero…naturalmente notevole le parti del lupo…mi ricordava una poesia di mariella mehr:

Ancora ti prospera il fogliame intorno al cuore
e una fresca presa di sale
impregna il tuo sguardo.

Di me nessuno vuol sapere,
di chi io sia la spezia
e di quale amore la durata.

Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.

Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.

Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare,

e scorre via il resto di ogni ora.

Non conoscevo Mariella Mehr: ti ringrazio per la segnalazione! La postura, essenzialmente, è quella, in generale, al di là del lupo:

“Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare”

questo è ciò che custodisce “io” al suo centro, per me, e prepara il parto di Hitler… Straordinaria poesia! Grazie…

oh la là caro giuseppe m’era sfuggito il tuo nuovo  libro appena uscito, di solito sono informatissimo e in questo caso è imperdonabile visto che ci siamo anche “parlati” stamattina, ho letto la recensione sul giornale appena lo trovo, lo prendo, leggo e ti dico

Ehi, grazie, Antonio! Con la speranza che non ti deluda, a me sembra un ingombrante “fallimento”!
Intanto auguroni per un bel 2009!!!!

caro giuseppe, auguri siamo già a quella data…ieri ho comprato il tuo deprofundis…ho fatto l’esperimento che ho letto sul foglio…vado a pag.69…alla terza riga citi burroughs… bene, buon segno…a fine settanta o inzio ottanta, non mi ricordo mai, l’ho visto l’esimio burroughs a castelporziano…ondeggiava sul microfono dicendo cose turpissime…con la sua voce roca, ondeggiava…”inzuppate la bandiera ameeeericaaanaaa nell’eroina e poi suuuuucchiatela”…che spasso vederlo e nello stesso momento comprare un suo libro alle solite bancarelle…quindi se citi burroughs mi cogli nel vivo…doveva venire a riccione nel 1996, al cocoricò che aveva un privè sofisticato…m’ero attrezzato per andarci a tutti i costi…invece non ne fecero niente…peccato…poi ieri sera tra un don camillo e un letterman e i pink floyd di relics ho cominciato a leggerti…strano effetto la lettura sapendo che poi t’avrei scritto…ho letto di tuo padre…chi non ha perso il padre non sa nulla del Padre…quando il mio morì lo vegliai e verso l’alba – era agosto e per me è il mese migliore sia per nascere che per morire- gli dicevo- lui morto-“cazzo fai lì mortu-mortu, andiamo a farci una partita a scopa?


Beh, l’aneddoto su Burroughs è impagabile, anche se non penso si trattasse di Castel Porziano, non mi pare ci fosse, c’erano Ginsberg e Amiri Baraka… Che cazzo di vita fai? Satellitare onnivora? Don Camillo, Letterman, PF! Quanta energia hai?
Sul padre: io non so fino a che punto sono riuscito interiormente a realizzare quell’opera che dici, cioè a sentire il padre come Padre. Conosco solo la dolcezza inerme di quella veglia affannata e traumatica, che coinvolse anche mia sorella, la quale ha voluto essere espunta dal testo. Non so – da allora mi chiedo che rapporto ho con il dolore: è tutto così mutato… Riesco solo a osservare. Questo manda in crisi la scrittura. Da un lato, la tentazione è il silenzio, non sento più l’impulso dalla necessità di una traduzione del dolore; dall’altra, intuisco una strada, che non ho mai percorso e che muterebbe completamente la mia scrittura, ma mi pare di non avere né testa né cuore sufficientemente ampi per percorrerla…
Comunque grazie di questo bellissimo messaggio: ha dato senso alla mia giornata!

ah che meraviglia dare senso attraverso la parola scritta…non male…castelporziano era proprio la spiaggia del minestrone e burroughs era là col suo vestito buono con la sua voce strascicata…avevo tutti i suoi libri meno quello comprato al banchetto che dovrebbe essere RAGAZZI SELVAGGI…il cut-up mi entusiasmava…giorni febbrili avanti e indietro roma-ostia…anche in lambretta…che serate…troppo forte…c’era evtuscenko, un altro messicano o che cavolo era…dario bellezza…gli italiani fischiati…e ginsberg col suo mantra che calmò tutti…c’è un film di quelle serate ma burroughs non c’è nel film…lo recuperai nell’archivio rai quando ci ho lavorato nei primi 90…il film è di andrea andermann che era amico di moravia…sono stato all’università a roma in quegli  anni…lettere: indirizzo demo-etno-antropoligico che sembra così altisonante…stavo all’occupazione della facoltà nel febbraio 1977…ho rubato al preside carlo salinari delle forbici che chissà che fine hanno fatto…ho dormito sotto la scrivania di quel gran critico letterario…per la lettura sel deprofundis oggi sono alle formiche…mi piace leggere lento…ci sono dei passi tremendi che se son realtà,  con la scrittura diventano un’altra cosa...

Sì, sì: conosco quel film e Antonio Porta non mi raccontò di Burroughs. o che studiò con Ginsberg ed Evtushenko, al secondo giorno, il modo per non essere aggrediti, si divertiva moltissimo. Il colpo lo fece Cordelli, che non avvisò che il previsto concerto di Patti Smith non si sarebbe tenuto, altrimenti ci sarebbe stato un quarto della folla. Le immagini del film sono memorabili. La tipa autistica messa accanto alla Maraini che legge, la donna delle pulizie dei cessi sulla spiaggia, quelli che dormono di giorno sotto la pedana… Indimenticabile…
Conclusione: sono nato con 10 anni di ritardo, cazzo…

ho ritrovato il libro di burroughs comprato a castelporziano, non ragazzi selvaggi ma la morbida macchina…la data: 30 giugno 1979… oltre alla data è riportata la frase della bandiera americana inzuppata nell’eroina ecc…



ho letto un pezzo tuo su NUOVI ARGOMENTI, ero sicuro di avere qualcosa d’altro di tuo, non so niente di te, conosco solo la tua scrittura…

mai in ritardo caro gius

1.583 PAROLE DOPO LA LETTURA DEL TRAUMA E LO SCIAMANO

caro giuseppe so che ti scriverò assai perché la scrittura è un fluxus che segue visioni che segue ascolti che segue letture che segue una serie di foto fatte col cellulare per l’album che voglio chiamare BABEL su facebook…visioni letture ascolti anche frammentari anzi decisamente frammentari solo in casa e non m’annoio nemmeno un po’, ascoltando un vecchio cd del 2000 (titolo: good looking blues, voce femminile dice: must have been the devil who changed my mind, c’è una tromba e dell’ elettronica di fondo, di quelle atmosfere non propriamente cupe, nemmeno drum’bass, ritmo tipico dell’epoca e nemmeno aphex twin)…l’ascolto di questo cd adesso è decisamente predominante…moglie fuori, figlia fuori…la prima ad una festa di canzoni revival a casa di certi amici di amici della provincia più profonda…l’anno scorso andai a casa degli amici (quest’anno il posto è diverso ed è a casa degli amici degli amici ed io non vado per certi rancori legati ai tempi delle scazzottate fascisti/comunisti) -anch’io andai chiamiamola alla prima edizione del canto-revival che molto successo riscosse- c’era tutta la piazza e anche la sindaca -e mi sono poi chiesto per settimane perché ancora dobbiamo tormentarci con il ragazzo che come me amava eccetera, perché sempre luciobattisti claudiobaglioni commuovono? e non una sana cantata di anarchy in uk, perché? l’età mia e di tutti loro è la stessa, stupida questione la mia e senza risposta…ha acceso dibattiti serrati in famiglia, ognuno a dire la sua…nessuno invece conosce la musica che sto ascoltando tra quella gente (il gruppo si chiama LAIKA)…

forse solo un altro nel paese può conoscerli, uno che sta tra i miei “amici” di facebook, tipo eclettico – mi può esser figlio o nipote – autore un saggio su dante gabriel rossetti e sta facendo una sua ricerca su la sindrome di stendhal a berlino…forse lui…certamente gli altri staranno ora cantando un pezzo di patty pravo che sarebbe comunque scelta sofisticata…la figlia invece ormai esce tutte le sere e torna alle 2,30/3 e la mattina faccio fatica a svegliarla per richiamarla ai suoi doveri… è in seconda liceo, studia il greco, legge dostoevski, suona in un gruppo di tutte ragazze che si son chiamate COTTON FACTORY, è una brava figliola, vive il suo tempo, io ero molto peggio, ma a me sembra che perda tempo in quella specie di intrattenimento che non so come chiamare ma che forse “cazzeggio” rende bene (il correttore automatico riporta sempre “pazzeggio”)…la musica continua…ma voglio tornare al pezzo 5 (stesso titolo del cd)…frammenti della tv accesa di là in camera da letto (la tv bandita dai luoghi della chiacchiera, a tavola e sui divani)…quando passo -negli intervalli di scrittura -vedo sarkozy che sostiene la sua su gaza…cambio canale: ancora letterman…biff, l’assistente di studio, gli tira contro continuamente delle scarpe come il giornalista egiziano a bush…tra i film vedo che c’è DON CAMILLO MONSIGNORE, ma evito…li conosco a memoria i film tratti da guareschi…ma un pezzettino non guasterebbe…sguardo veloce alla tv mentre la notte avanza e la casa diventa fredda…adesso c’è louis de funès contro fantomas…non so mai se mi fa ridere il vecchio louis ma l’effetto nostalgia è sempre all’agguato…dopo il pezzo 5 il cd è un crescendo di trombe jazzate……tutto questo giusto per dire del momento cosmico venuto dopo la lettura del capitolo 3 –il trauma e lo sciamano…fumato nel frammento sigarilli davidoff… quello che di nome si chiamava zino, morto vecchissimo e sempre in gamba con un negozio a ginevra dove sogno di entrare prima o poirimetto il pezzo 5…in copertina c’è proprio la cagnetta mandata in orbita all’inizio dell’avventura spaziale…la musica è fatta di ritmi vagamente sciamanici che mi richiamano il testo del deprofundis…li conosco bene gli sciamani per tutto quel levi-strauss e margaret mead e malinowski e ernesto de martino studiati all’università…impressionante la sequela di parole dello sciamano che descrivono con la parole che gli vengono dai morti uno status, gusti, scatti nervosi, momenti assoluti, passaggi temporali di un’esistenza – la tua – dove la fiction rappresenta la realtà perché nessuno parla senza incepparsi – spesso mi chiedo questo pensando ai dialoghi dei romanzi o dei film: non ci sono le incertezze nel parlato…non ci sono esitazioni…i ragionamenti filano via lisci…così lo sciamano…impossibile abbia usato nella realtà quelle parole…così con la dottoressa necroscopia del capitolo precedente…tu dici: io sono lo scrittore giuseppe genna…parlato e scrittura si incontrano…la realtà diventa una finzione di parole ben dette…il parlato invece non è mai come ai convegni…ci sono continue interruzioni…non è nemmeno un talk-show…me ne accorgo sempre a casa quando cerco di coordinare un pensiero che non riesco spesso a concludere perché ragionamenti troppo complessi non sono propri della quotidianità… è la prima volta che mi capita di fondere davvero scrittura e lettura con la realtà del giorno corrente e di commentare poi con altra scrittura con un’operazione fine a se stessa per il gusto di vivere il momento magico dove la scrittura si sovrappone alla realtà…poi un sobbalzo…ci sono certe oblique coincidenze con una storia che ho immagino da qualche anno, dove c’è un tipo che dopo un’eclisse di sole acquista il potere di vedere e parlare con i morti (!!!)…ha colloqui filosofici estenuanti con le ombre…i morti non sanno di esserlo davvero e parlano ad una tale velocità che è difficile captare tutto…il tipo non dorme più perché le ombre si rendono evidenti di notte –un classico-mentre di giorno sono soltanto presenze ecc…assiste all’eclisse in francia, a carnac, dove si trova con michel houellebecq (!!!) per girare un booktrailer per le particelle elementari…l’eclisse avviene l’11 agosto 1999…fine millennio…fine presunta di un’epoca…il tipo su suggerimento di un amico si rifugia su un’isola greca, sede di una fondazione inglese ecc ecc, dove ci sono percorsi creati da richard long, perché i morti hanno una specie di terrore per l’acqua ecc ecc quindi pensa che salto ho fatto: lo sciamano parla con i morti! Houellebecq! …scrittura, lettura, ancora scrittura e ancora salto al pezzo 5 del cd e la notte continua…

la domanda è: le storie sono state tutte scritte?

ALLEGATO
Nascosto in un libro dimenticato in soffitta, in uno di quei libri pieni di pieghe e con le pagine ingiallite che ricordi di aver sfogliato quando eri ragazzino- ed erano già vecchi quei volumi -, nel libro c’è un foglio azzurrino dove si racconta la stessa storia che stai vivendo.
Riconosci le parole, ti riconosci nel racconto.

Guardando in tv, distrattamente, un programma di storia, di quelli con le interviste interrotte ad arte e le immagini che commentano il parlato, ti accorgi di ascoltare parole che un tempo conoscevi bene, ma che ora sembrano disperse. Le riconosci lo stesso ma non sai più se le apprezzi o meno. Raccontano in sequenza le tue sequenze. Ti stupisci di apprezzarne la costruzione logica. I rimandi. Le connessioni tra i fatti. Non è propriamente la tua biografia, è una delle tante storie già scritte da qualche parte che assomiglia alla tua. Stessi passaggi temporali sottolineati dalle dissolvenze, lo stesso tappeto sonoro.
Per strada ti fermi davanti ad una libreria e i titoli dei volumi esposti ti sono già noti, anche se è la prima volta che li vedi. Entri nella libreria. Sfogli il primo volume che ti capita sotto mano, la copertina ti ricorda qualcosa: un disegno infantile – guarda che strano – uno di quelli che facevi da bambino anche tu. Apri una pagina a caso e ti riconosci nel racconto. Anche se la storia è ambientata in qualche landa desolata dove non sei mai stato, quella landa spazzata da una pioggia feroce ti appartiene. Là dove il protagonista vive un amore contrastato e da dove ancora quell’innamorato respinto parte alla ricerca di se stesso, portandosi dietro una fotografia stropicciata del suo amore, una foto custodita gelosamente nel portafoglio. Il ragazzo la mostra alle persone sbagliate. Per quanto lui sia ingenuamente fiducioso, gli altri sono truffaldini e pieni di malizia. Qualcuno poi lo aggredisce in un vicolo scuro. Lo vediamo disteso per terra con il volto pieno di lividi, i lividi lui li vedrà specchiandosi nella vetrina di un bar malfamato, dopo che si è rialzato a fatica. Rientrerà nella pensioncina che lo ospita, pulirà le ferite allo specchio di un bagno sudicio. Quando si specchia vedi il tuo volto.
In altre occasioni sei in treno e ascolti un compagno di viaggio che racconta al telefono una sua vicenda intima. Con ampi gesti, quel viaggiatore sottolinea i passaggi più vivaci del suo racconto, ma senza quasi parlare, usando frasi incomplete, con molti incisi. Tutti si, ah, ho capito e quella storia sai di averla già sentita.
Allora capisci di averla già vissuta. Una storia già scritta. La tua storia. Una delle tante.

Già. Un minuscolo sedimento di narratività che si insinua nelle viscere profonde della terra dove vivi e raggiunge silenzioso la radice di tutte le storie. Le vivifica aggiungendo un frammento narrativo dopo l’altro.

Tutte le storie sono già dentro di noi. Tutte ci appartengono e molto spesso si ripetono con le stesse movenze. Le stesse battute. Gli stessi sviluppi. E’ quasi tragico, è quasi divertente.

Perdona, Antonio: sono costretto a essere laconicissimo – la mia vita è in sisma, in questo momento (problemi di grana, di alimentazione, prossimo futuro in bilico).
Dico solo una cosa: tu devi scrivere quel libro. Hai una prosa impressionante. Sei capace di 200.000 registri e velocità differenti. Non pensarci nemmeno: scrivi e basta, poi si trova l’editore. Troppa esperienza, troppa storia personale coniugate a un istinto ritmico e immaginale potente. Buttati.

il tempo come susseguirsi di eventi è davvero strano, spesso ti ritrovi a rifare le stesse azioni senza volerlo…insomma sono stato travolto da letture, dal lavoro, dai miei andirivieni…ho letto il tuo libro e sono contento che sia capitato con queste nostre comunicazioni…grazie ancora delle belle parole sulla mia scrittura…ciao so long

***

questo pezzo non è propriamente un’intervista,  rileggendolo a distanza di qualche anno può sembrarlo, almeno all’inizio con il tipico alternarsi di domande e risposte, comunque mi piace inserirlo tra le mie  interviste perchè genna risponde (sembra lo sventurato e invece è il miserabile, come ama definirsi)

il titolo IO richiama naturalmente a come genna voleva chiamare il suo hitler e poi al fatto che l’intervista-colloquio si trasforma in qualcos’altro, con una decisa preponderanza di mia scrittura, non più solo genna quindi ma io

in realtà devo dire che è stato proprio per colpa  di giuseppe genna se mi sono iscritto a facebook nel dicembre 2008, complice un articolo su IL GIORNALE  “Una vera e propria macchina culturale instancabile è Giuseppe Genna, veterano del web e tra i primi a diventare facebookini (termine che sostituirà sanbabilini nella nostra Italietta delle lettere?).”,scriveva gian paolo serino

GIORNO DI FERIE CON MAMMA

apro gli occhi molto presto nella mia camera da ragazzo 

ventiquattro anni che non dormo nella vecchia casa familiare

siamo i primi a arrivare al reparto oculistico

giornata particolare abbozzata la sera prima

nello sprol.h.o.o.q.uio di paolo nori al teatro della filarmonica

che è la seconda volta che entro lì dentro

nel 1975 su quel palco c’erano terry riley la monte young  e l’indiano prandit pran nath accovacciato nell’oceano sonoro del suo sitar

trovo su internet un’immagine di quel posto e vedo lezioni di tango

nel salone del teatro di palazzo bourbon dal monte nella prestigiosa sede della società filarmonico-drammatica di macerata di via gramsci grazie alla disponibilità data dal consiglio direttivo nella persona del presidente

sulle sedie scomode del corridoio d’ospedale leggo quotidiani e alfabeta2

osservo le altre persone cerco con gli occhi la luce del giorno che fatica a imporsi

vedo una signora fin troppo loquace il marito silenzioso le infermiere

la barista che guarda altrove mentre mi prepara il cappuccino esco a fumare ogni tanto

incontro una mia cugina che dice si corre per ospedali de sti tempi parliamo di futuro dei figli di parma del ris di architettura e di legami parentali

parliamo ancora in un secondo incontro casuale in tarda mattinata

invece la pioggia della sera prima diventa già un ricordo e nostalgia e ferruginoso inarcare del corpo alla ricerca dell’impossibile equilibrio tra l’esserci e l’ansia di mostrare di sé la parte che interessa solo te è vero il pubblico sei tu che t’ascolti

a cena una pizza nei locali assai fumosi attorno a quel 1975 dove i congiurati del manifesto si riunivano torturando un grande tavolo

di scritte aggressive vogliamo tutto il pane e anche le rose  l’oriente è rosso

si parla di sibilla aleramo di libertà e io ribatto dell’unica vera libertà che è il denaro

si costeggia poi nella pioggia il palazzo del mutilato

ripenso all’ex- upim pieno di editoria locale che ho attraversato nel pomeriggio quell’ambiente che era la modernità della merce

e sguish salto nel tempo sto per raggiungere di sotto il reparto giocattoli

per acquistare finalmente una  jaguarmatic la pistola col giaguaro in rilievo sull’impugnatura che bastava un click per inserire la sicura bloccante il grilletto

sei sotto tiro non fare un passo chiudi il becco bastardo sbloccare poi la sicura  per sparare sparare sparare a vuoto

ammazzando nella mente spie banditi poliziotti e mentre la vecchia madre si opera mi avvio verso i cappuccini proprio sopra la stazione le porte spesso varcate per prendere il treno della notte verso roma

la littorina che vola nella notte via sforzacosta tolentino albacina fabriano cambio a fabriano stazione di fabriano poi foligno orvieto terni orte arrivo in capitale primo mattino

in chiesa accendo un lumino a padre pio di quelli elettrici che basta infilarli su quel qualcosa che spunta da sotto minaccioso perché s’accendano di funebre luce tremolante

incrocio un frate vorrei chiedergli dov’è sepolto alessandro

l’assassino di marietta  gli dico solo buongiorno sui muri occhieggia giovannino guareschi dovevo portarmi la macchina fotografica dimenticherò tutto

l’aria è fresca entro ancora in ospedale

alla cassa del parcheggio una zingara continua a elemosinare spicci

la vecchia madre è di spalle nella sala medicazioni sta parlando di quando ci sono i figli e di situazioni limite di delitti e di interessi superiori mi s’avvicina bendata all’occhio che non sarà più opaco e che sarà inumidito di collirii a intervalli regolari

un integratore accentuerà il lacrimarsi necessario

l’umidità del commuoversi stabilito per prescrizione medica

s’esce tardi da colà con mille raccomandazioni si torna nella casa familiare

la tv spenta mentre si pranza il vino forse sa di vino

m’addormento nella camera da ragazzo sogno di roncisvalle

di draghi che sbuffano via vapori mi sveglio sudato e la voglia di recuperare un libro di cui parlava  un altro mio cugino la sera prima davanti alla filarmonica

le macchine passavano radenti io cercavo di togliergli via i tatuaggi dal braccio e dicevo guarda sei tutto sporco il libro si chiama scatti in movimento

parla di quel passato così spesso qui evocato dalla metropoli alla provincia comuni hippy festival di giovani proletari pugni chiusi ritagli di giornali

locali incidenti alla mensa universitaria di macerata i diciottenni sono duemila anche nel vangelo si parla di divorzio  il cantagiro sfilerà per le mura

era il 1966 avevo dieci anni

i corvi cantavano un ragazzo di strada gianni morandi notte di ferragosto

il giorno di ferie con mamma finisce nel tramonto rosso van gogh

delle ondulazioni collinari sullo sfondo il monte san vicino che si vede dappertutto da queste parti.

DON TONINI

Nei tardi ’60 Monsignore, magrissimo come sempre, stava per giungere a Macerata per insediarsi come vescovo. Una piccola sosta davanti casa mia per benedire quanti lo aspettavano. Davanti alla Cappellina dedicat a ai caduti che noi chiamiamo Madonnetta c’era una piccola folla capeggiata dal curato del paese. Don Giuseppe nervoso fumava più del normale durante l’attesa. Finalmente ecco il vescovo. Sembrava di vivere la scena dei Promessi Sposi quando Borromeo visita il paese di Renzo e Lucia. Tonini benedice la folla, don Giuseppe è contento, tutti sono contenti. Altri tempi quelli senza il traffico feroce di ora. Anni luce dopo sono al Teatro Titano di San Marino. Monsignore, magrissimo come sempre, sta parlando di bioetica di embrioni. E’ divertente con quella sua voce stridula e sottile. Sono lì non per intervistarlo ma per dirgli se si ricorda di quella volta al mio paese. Certo, figliolo, come posso dimenticare, dice lui. E don Giuseppe era forte eh? Insisto. Altro che, dice lui, lo ricorda con tenerezza con quel suo sguardo sognante che guarda altrove.

Il racconto GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI l’ho scritto per partecipare al premio dedicato a Giovannino Guareschi.

 Ho sempre visto don Giuseppe come un perfetto don Camillo. Gli assomigliava persino a Fernandel. Però ho sempre dimenticato la data di scadenza per spedire in tempo utile il racconto. Ogni anno m’accorgo del concorso troppo tardi (o troppo presto per poi dimenticarmene).

 L’idea di scriverlo m’è venuta dopo l’incontro con Monsignor Tonini, sempre magrissimo.

https://antonioprenna.wordpress.com/2010/01/30/gli-ultimi-saranno-i-primi-racconto/

GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI (racconto)

 

In tutti i paesi nascono (o meglio nascevano) leggende da raccontare poi, più e più volte con l’enfasi delle epopee e il gusto della narrazione orale, diventato ora appannaggio di un mezzo freddo come la televisione. C’era calore invece in quel ridere di cuore di episodi buffi.
Il mio paese non era differente dagli altri nell’epoca prototelevisiva degli anni sessanta. Personaggi curiosi non mancavano di certo.
Pasqualottu era uno di loro. Aveva la faccia paciosa del grasso che diverte e si poteva definire pachidermico: l’uomo più grande e grosso e grasso e enorme e immenso che abbia mai visto in vita mia.
Quando passava per il paese, in sella al suo motorino, sembrava che la forza di gravità fosse soltanto una opinione. Si teneva in equilibrio come per magia, per un miracolo delle leggi della fisica.
Il motorino scompariva sotto la sua mole. La testa però la teneva alta e la vedevo svettare da lontano.
L’Ollio del nostro paese era sempre molto concentrato nella guida, riuscendo a sorpassare quei pochi cavalli che ancora passavano e i ciclisti e i pedoni con una certa sua leggerezza. Un piccolo scarto dell’enorme corpo ed eccolo superare tutti con disinvoltura.
Il paese – proprio sotto Macerata, a cento metri sul livello del mare, come recitava una scritta all’ingresso, dopo il ponte sul fiume Potenza – era disegnato su due fila di case attraversate da una strada. Assomigliava ai tanti villaggi descritti dai film western all’italiana che la domenica pomeriggio riempivano il cinema CRAL.
Quella strada non era ancora percorsa dal traffico feroce dei decenni successivi che avrebbe impedito ad un personaggio “ingombrante” come Pasqualottu di passare indenne.
Il suo era uno di quei motorini senza marce, a presa diretta, bastava una pedalata per avviarlo. Sotto i suoi colpi sembrava andare in mille pezzi invece partiva strombazzando rumorosamente.
Pasqualottu commerciava in ferro vecchio, gomme d’auto e di motociclette e altri residuati della prima società consumistica.
Lo vedevi gironzolare da un meccanico all’altro, caricando i pezzi sul piccolo bagagliaio con gesti lenti. Il suo migliore amico era uno di questi artigiani della rivoluzione economica del dopoguerra che tutti chiamavano Pirelli.
Aveva addirittura fama di essere un guaritore, uno che le mani riscaldavano e guarivano corpi malati. Pirelli aveva sempre la sigaretta accesa tra le labbra e spesso ne appoggiava una da qualche parte sul suo bancone, dando fuoco ad un’altra, senza accorgersene. Il vecchio mozzicone stava lì a consumarsi e il nuovo era succhiato avidamente, come si trattasse dell’aria necessaria per sopravvivere.Fumava sigarette tutte bianche, da signora, la marca –erano le Mercedes che adesso non si trovano più- venivano vendute in pacchetti da dieci con la scatola di cartone.
Pasqualottu e Pirelli facevano coppia fissa nelle partite a briscola e tressette dei lunghi pomeriggi estivi, quando molti del paese si ritrovavano, dopo la pennichella, al bar di Tonino, davanti alla chiesa.
Giocavano contro un’altra strana coppia fissa: il parroco, Don Giuseppe – prete energico inevitabilmente d’altri tempi – anche lui gran fumatore e Rosario, detto Rosario U’ Rutì, juventino leggendario – che aveva convertito alla fede della “vecchia signora” mezzo paese – titolare della tabaccheria attaccata al bar di Tonino, dove il sabato si giocava febbrilmente al Totocalcio.
Durante quelle partite molto tese il prete e gli altri si facevano trascinare dal gioco e non si risparmiavano accidenti ed espressioni irripetibili per noi bambini. Don Giuseppe si lasciava travolgere dalla situazione, alla ricerca del modo giusto di combinare le carte, tanto da perdere in quei momenti il controllo. Il carisma del suo ruolo consacrato andava a farsi benedire – è il caso di dirlo- così tanto da scandalizzare le mie zie zitelle (zia Sittimia, zia Marietta, la zia monnica, suor Maria Isabella). Occorre dire che però non volavano mai bestemmie o maledizioni vere e proprie, piuttosto i quattro preferivano le colorite espressioni che si riferiscono alle solite vergognose funzioni del corpo umano, così care al linguaggio popolare. Un prete che dice parolacce è comunque anomalo. Eravamo tutti molto puritani in quel periodo. Il cartello che vietava a norma di legge di imprecare contro il Signore veniva insomma rispettato, ma la caciara dei quattro era uno spettacolo. Si raccontava che una volta il vescovo -era allora Ersilio Tonini, adesso cardinale emerito che molto compare in tv- fosse venuto a cercare Don Giuseppe durante una di queste partite (erano davvero altri tempi: un vescovo adesso non entra certamente in un bar con quella naturalezza). Mentre Tonini gli bussava sulla spalla, l’altro continuava la sua invettiva momentanea e senza
accorgersi del prelato. Anzi scansava il braccio del monsignore con dei gestacci. Gli altri sbiancati e con mille segni cercavano di avvertirlo, ma quello niente – era concentratissimo sulla scelta della carta da giocare e non voleva essere disturbato. Quando finalmente si voltò dicendo “chi è che me rompe li cojombri”, col tipico accento maceratese, capì di averla fatta grossa. Non finiva più di scusarsi e di baciare l’anello del vescovo.
Monsignor Ersilio ridacchiava dietro la sua maschera finto-severa perché voleva un gran bene a quel prete con la tonaca lisa.
Questo episodio fa capire come la quattrata a briscola e tressette fosse un duello serio. Bisognava non distrarsi e tenere a mente le carte uscite: in questo Don Giuseppe era un mostro rispetto agli altri. Pasqualottu era il più tonto e doveva continuamente muoversi perché sulla sedia ci stava a malapena, aveva una digestione difficile – per tutto quello che trangugiava – e tendeva ad assopirsi. Rosario era un buon giocatore ma era portato a distrarsi. Pirelli invece era scaltro: riusciva a comunicare le carte che aveva- almeno a briscola è permesso far capire al compagno cosa si ha in mano – con mosse elaborate e molto teatrali.
Giocavano nel retro del caffè sotto i pampini di un vigneto e i violenti raggi del sole pomeridiano, attraversando il versò, rendevano la scena spettrale, accentuando il carattere epico del momento, con il fumo delle tante sigarette che danzava leggero nell’aria ferma e che tanto assomigliava a certe scene cruciali dei rari film in cinemascope. Naturalmente western. Colori sgranati, vivissimi, quasi vibranti per l’effetto iperreale. Vedere quei quattro singolari personaggi giocare a briscola e a tressette era qualcosa di impedibile che si seguiva di nascosto.
Se un compagno sbagliava una giocata erano guai e insulti. Sbocchi de sangue, sbocchi de veleno. Tu’ madre era meglio se se stava bona quella notte che è meglio che me sto zittu. Le assordanti cicale di quelle estati magiche si zittivano sulle imprecazioni urlate dal prete e dai suoi compagni di gioco: il rumore di qualche rara auto sottolineava i momenti di silenzio e di concentrazione.
Don Giuseppe era un perfetto Don Camillo-Fernandel con la sua mascella pronunciata e la voce tonante e i gesti decisi con quei gran colpi che facevano sussultare il tavolo quando scartava un re o un asso. Anche il prete era bravo a fare i segni. Un’alzata di spalle per il cavallo, la linguetta per indicare il re, ma come dicevamo Rosario, si distraeva spesso, la moglie lo chiamava in continuazione dalla tabaccheria. Così per un’incomprensione di segni una partita che il parroco stava conducendo tranquillamente alla vittoria, fu vinta dalla coppia avversaria: Pirelli e Pasqualottu sugli scudi, Don Giuseppe e U’ Rutì nella polvere. Grande smacco per il prete che vinceva quasi sempre e mai – ma proprio mai -contro quella coppia così scalcagnata.
Nella predica della domenica successiva –durante la messa delle 11- Don Giuseppe non trovava il verso giusto. Non gli era ancora andata giù la sconfitta e vedere i suoi compagni di gioco seduti allineati sulla stessa panca gli faceva tornare il tormento per una partita persa stupidamente. Arrivò al fatidico “non voglio dilungarmi di più” che significava un altro quarto d’ora di predica e che soprattutto il filo del discorso gli si stava intrecciando tra mille schiocchi di lingua.Stava girando attorno a un paio di concetti, da cui non riusciva a districarsi: gli ultimi che sarebbero stati i primi secondo la parabola raccontata da Matteo e il perdono come miglior vendetta, l’espressione popolare che non c’entra nulla con i Vangeli ma che Don Giuseppe usava spesso. Non riusciva a perdonare U’ Rutì, né tanto meno il duo Pirelli-Pasqualottu che ne avevano approfittato. Cercava se non la vendetta una rivincita pubblica. Lì in quel momento. Dal pulpito.
La parabola dice di esser pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; di essere simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Quella necessità – predicava Don Giuseppe – della vigilanza che mal si conciliava con l’altra similitudine del padrone di casa, uguale uguale, preciso preciso con il regno dei cieli. Il padrone che esce all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna, accordandosi con loro per un denaro al giorno. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vede altri che stanno sulla piazza disoccupati e dice loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. E quelli vanno, eccetera. E così con altri operai, eccetera. Quando scende la sera, il padrone della vigna dice al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevono ciascuno un denaro. Qui gli occhi del prete sgranavano guardando ora qui, ora là, per poi fermarsi sui tre seduti vicini.Quando arrivano i primi –continuava con gli occhi ormai da matto – pensano di dover
ricevere di più. Ma anch’essi ricevono un denaro per ciascuno. Nel ritirarlo però, mormorano contro il padrone: Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone sentenzia: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi.
Concludendo con il suo la miglior vendetta è il perdono detto a sproposito che in quel contesto non c’entrava niente. Per arrivare al dunque Don Giuseppe doveva riraccontarla tutta la parabola spiegando che quel padrone assomiglia al regno dei cieli che non guarda a quanto, ma a come. Trovava grandi difficoltà invece a giustificare la presenza nel suo discorso di quel proverbio sulla vendetta e il perdono che gli era scappato così come gli uscivano tante altre espressioni del linguaggio comune. Così si intestardiva su quella che poteva essere una vendetta mascherata da perdono, oppure dal giustificato senso di giustizia che ogni vendetta apparentemente fornisce come pretesto ad una risoluzione di qualsivoglia conflitto di interesse.Il discorso prendeva una piega talmente ingarbugliata che si faticava a stargli dietro.Don Giuseppe naturalmente si riferiva alla partita a carte del pomeriggio di due giorni prima. Guardava i protagonisti di questa vicenda ad uno ad uno –Pirelli, Pasqualottu, Rosario – e nei silenzi che volevano essere di riflessione – sempre più lunghi – continuava a fissarli. Non era capace di uscire dall’impasse del perdono e della vendetta che si intrecciavano al pensiero della sconfitta e alla rivincita possibile – magari cambiando compagno di gioco. Il silenzio fu rotto dal suo “Non voglio dilungarmi”, mentre continuava a fissare i suoi compagni di gioco, soltanto loro. Infine in una pausa che sembrò eterna e che voleva essere piena di rimandi, quel suo sguardo inquisitore e un po’ vendicativo -ma senza cattiveria- era rivolto solo a quei tre: non solo al compagno di gioco che aveva sbagliato ma anche agli avversari che avevano approfittato della situazione. Pasqualottu non aveva capito niente del discorso e stava per addormentarsi, Pirelli si guardava le unghie e Rosario con uno sbuffo pensò che stavolta Don Giuseppe superava il record di durata di un’omelia.
Alla fine tuonò:
“Chi ha detto che gli ultimi saranno i primi? –indicando il terzetto -se butti coppe quando comanda spade è ovvio…diventi ultimo e devi prendertela solo con te stesso se poi perdi la partita…mannaggia alla miseria, non c’è vendetta, non c’è perdono, comanda spade…”
Don Giuseppe senza volerlo fece una pausa ad effetto che generò nell’assemblea una fragorosa risata liberatoria che mai si era sentita in chiesa. Alcuni allora presero ad applaudire. I bambini più piccoli, a tanto strepito, cominciarono a piangere contemporaneamente, quelli delle elementari si spintonavano. Sembrava tutto fuorché una messa.Confuso Don Giuseppe divenne paonazzo. Picchiò un pugno sulla balaustra di pietra, ottenendo l’effetto contrario a quello sperato. Si fece male e cominciò a torcersi dal dolore. Tutti ridevano ora: Pasqualottu si risvegliò dal suo torpore, Rosario ghignava piano, Pirelli smise di guardarsi le unghie. Le suore si segnavano e bisbigliavano avemarie e pater noster a raffica. Poi il prete urlò un bastaaaaaaaaa assolutamente disumano e disse indicando i suoi compagni di carte:
“Tu, tu e tu, uscite immediatamente dalla chiesa, siete voi la causa di tutto questo- poi sbrigativo e sempre urlando- benedico tutti, la messa è finita, andate in pace, fuori tutti.”
Se ne andò in sagrestia come una furia, accarezzandosi la mano dolorante. Quando, sotto il grande crocifisso dove si cambiava, si rese conto della bestialità che stava facendo ritornò sui suoi passi, mentre la gente cominciava ad uscire. In sagrestia aveva capito che non poteva interrompere la messa in quel modo. Forse il crocifisso gli aveva fatto qualche rimprovero, come succedeva al Don Camillo di Giovannino Guareschi.
“Scusate, scusate, la messa non era ancora finita…continuiamo…”
Tutti tornarono al loro posto finalmente acquietati pur sbuffando e Don Giuseppe concluse il rito in tempi davvero record. Quella messa domenicale delle 11 divenne proverbiale nel paese e faceva parte dell’antologia dei racconti orali –con dentro molte varianti -dove si rideva di più, esagerando la mimica del prete.
Si evitava però di farlo in sua presenza, come si evitava di dirgli che gli ultimi saranno i primi e naturalmente che la miglior vendetta è il perdono.