tracce 1999

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FORUM
Ricordiamo Fabrizio De Andre’

alla fine degli anni 60 ero un ragazzetto… inquieto come tanti…
abitavo in un paesino sotto macerata:una vicina di casa più grande, che
aveva fatto l’università a roma, aveva i dischi di fabrizio e li
ascoltavamo con la sorella più giovane avidi di emozioni diverse rispetto
al consueto…la sua scomparsa mi ha colpito molto perchè è come se quella
porzione di adolescenza vissuta con
carlomartelloboccadirosatuttimorimmoastento se ne sia andata in un limbo
che non conosce sfumature…soprattutto ora che ho passato da un po’ i 40
anni…
sto cercando di far amare quelle canzoni a mia figlia giulia per
trasmetterle,attraverso i versi e le musiche di fabrizio,la sensibilità che
io stesso acquistai in quegli anni acerbi…

antonio prenna

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ROSI

L’ho incrociato alla fine d’un incontro drammatico. Il suo ultimo incontro. La mia prima regia d’uno scontro pugilatorio.

In onda addirittura in diretta su un canale nazionale di sport. Solo un’altra volta ho lavorato sullo sport in diretta: era una partita di qualificazioni dei mondiali e la Nazionale di San Marino si scontrava con la Croazia. Mi dicono che nelle terre dalmate hanno visto quella partita numerosi. Questo incontro qui di pugilato non so quanti lo vedranno.

Abbiamo lavorato senza ritorno della diretta. Quasi come lavorare al buio. Il conduttore – m’hanno poi riferito – chiamava immagini, ralenti, cercava particolari che non potevamo rimandare. Sulle immagini del match risaltava il vuoto della platea, come se la boxe non interessasse punto più nessuno. Forse bisogna rassegnarsi. [1]

L’ingresso di Rosi è segnato retoricamente dallo stacchetto di Rocky. Non se ne può fare a meno. We are the champions dei Queen per le vittorie -non importa se sul campo di calcio o sulle piste dei gran premi-, Money dei Pink Floyd quando si parla di soldi e Rocky per ogni buon ingresso sul ring. Non si sfugge. 

I fiati, le trombe…ta ta tadada ta ta sparati dall’impianto nel palazzetto…ma il pugile non è pronto, l’inquadratura è ferma, statica –non muoverti, eccolo, eccolo, dico all’operatore- ferma sul punto da dove uscirà.

Sull’attesa del suo ingresso si consumano minuti che in televisione sono la noia raccontata in tutta la sua azzerante magnificenza di contenuto visivo, segnico, espressivo.

Riparte lo stacchetto dopo qualche incertezza. Rosi, per primo, passa tra le sedie desolatamente vuote. Riprendi stretto, riprendi stretto, stringi su di lui che avanza, dico ancora all’operatore.

Dietro di lui avanza dopo un po’ lo sfidante, Robert Roselia, viso camuso, lungo, con poche espressioni, capelli a spazzola, non si notano tatuaggi, il fisico ben modellato, non tozzo come quello di Rosi che è un quasi cinquantenne.

Poi l’incontro. Le immagini a stacco, dissolvenze solo in chiusura di ripresa, con  la telecamera dall’alto, quella fissa che inquadra il ring (un po’ storto perché non è esattamente centrata, visto che il ring è stato montato prima delle telecamere). C’è anche la ragazza che solleva il cartello con il numero della ripresa. L’incontro è anche avvincente. Due larga su totale va a stringere, la tre già stretta sul piano americano, poi ancora due a figura intera per consentire di seguire il gioco di gambe che è tutta lì la boxe nel gioco delle gambe saltellanti sul ring.

Finito ko Rosi aveva strabuzzato gli occhi, roteato lo sguardo all’interno di sé, costretto a guardarsi l’anima con quella vista interna, in cerca di ossigeno. Nel momento in cui forse la vita ti scorre davanti come i fotogrammi fuori fuoco di un film. Ci aveva messo del tempo a riprendersi il pugile umbro. Il francese l’aveva colpito di taglio poco prima, Rosi aveva mostrato la nuca all’arbitro, il francese – campione anche di kickboxing –  esperto di colpi micidiali, non s’era scomposto, quello che poi con un unodue nemmeno irresistibile l’aveva steso all’undicesima ripresa, l’arbitro sembrava essere dalla parte di quest’ultimo, mai dalla parte di Rosi.

L’immagine del pugile al tappeto che rimandavamo era impallata un po’ da tutti, ho detto all’ operatore sul ring di andargli sotto. Momenti drammatici quelli. L’uomo restava disteso. I medici gli stavano addosso, fornendo le prime cure. Poi Rosi si è rialzato. Gli occhi non più roteanti, ma lo stesso assenti, liquidi, mortificati. Poi l’uscita di scena in ambulanza. Ero accanto all’operatore che cercava la documentazione del presente.

Quelle immagini le ho riviste in un programma sportivo della Terza Rete. Io ero dietro la ripresa e non mi si vede, ho rivissuto la scena perché ero lì a testimoniare giornalisticamente che quanto avviene occorre sentirne il sapore direttamente. 

Sulla Repubblica un articolo parla dell’incontro. Ci sono polemiche successive. Rosi accusa il francese di aver messo una sostanza irritante sui guantoni. Così si spiega una sua congiuntivite che l’ha disturbato durante il match. Non si parla dei colpi di taglio. Forse è difficile dimostrarne l’esecuzione. La Gendarmeria (siamo a San Marino è i carabinieri sono gendarmi) chiede il giorno la registrazione dell’incontro per verificare dubbi e incertezze.

A casa commento l’incontro leggendo  Mi sono fatto una piccola rassegna stampa. Il Giornale ne ha parlato, anche il Messaggero riporta la cronaca, per non parlare della Gazzetta dello Sport ovviamente. Ma l’articolo migliore è quello della Repubblica che si spinge a citare Scorsese. 

Finisce fra ospedali, sospetti e sequestri l’ultimo spettacolo di Gianfranco Rosi. Venerdì sera, al penultimo round della sfida col francese Robert Roselia per la corona intercontinentale  dei medi IBF, un sinistro d’incontro col suo avversario lo trova completamente scoperto. Una botta micidiale che trasforma l’eroico 49enne in un bambolone di pezza. Rosi, che ne ha viste di tutti i colori, smette di vedere qualunque colore e va giù come al cinematografo. Nemmeno Scorsese avrebbe reso meglio un ko.

 Vedi? dico a mia moglie sono meglio di Scorsese.

Mi riferisco ai miei stacchi, alle immagini che il mixer ha composto sul mio chiamare le camere, sul mio vedere il risultato in onda.

Seeeeee, ti piacerebbe eh? dice lei ridendomi dietro.

Ma l’articolo non fa riferimento alla ripresa televisiva eh? insisto io. Mi schernisco, faccio un po’ l’offeso, in famiglia succedono sempre piccole schermaglie fatte di frasi smozzicate.

 Ma s’era capito, che ti credevi eh? taglia corto lei.


[1]        Altri tempi quelli in cui Babbu mi svegliava nel cuore della notte per guardare gli scontri di Cassius Clay, in mondovisione via satellite.

foto di gruppo


“Quando vidi che Tano stava scattando la foto, mi coprii il volto con una mano per non farmi riconoscere nel caso l’avessero pubblicata sui giornali”. Altri tempi, lui era uno studente fuorisede, veniva dalla provincia. Ha una collezione di tutte le riviste di quell’epoca. Alle volte lo scambiavano per un poliziotto a causa dei capelli corti. “Poi intuirono l’equivoco e cominciai a fare il servizio d’ordine”. Quello scatto lo ricorda come il canto del cigno del Movimento, dopo troppa violenza. L’evasione a Londra, quando conobbe il nichilismo del punk. Ha una figlia che fa “l’alternativa, ma anche suo padre era un ribelle da ragazzo, ora lo saprà!” GAIA GIULIANI- La Repubblica

http://www.repubblica.it/2007/01/speciale/altri/2007dossier1977/quelli/quelli.html

CENTO ANNI DI FUTURISMO CON GIORDANO BRUNO GUERRI, GIORNALISTA E SCRITTORE, NELLA RESIDENZA DI GABRIELE D’ANNUNZIO – GARDONE RIVIERA

SCRABRRRRAAANG AL VITTORIALE DEGLI ITALIANI

(1909 parole)

Il 20 febbraio 1909 è ricordato come l’atto di nascita del movimento artistico-letterario chiamato dal suo ideatore Filippo Tommaso Marinetti con il roboante neo-logismo di FUTURISMO.
L’atto di nascita avvenne con la pubblicazione- sul quotidiano francese LE FIGARO – addirittura in prima pagina- di undici punti programmatici che inneggiavano al superamento del languore romantico e delle idee passatiste (altro modo di dire tipico dei futuristi), preceduti da uno stravagante editoriale, dove si raccontava di un incidente avvenuto a Marinetti, con la sua Isotta Fraschini, episodio all’origine dell’idea del movimento.
Undici –come vedremo-era il numero fortunato del letterato, nato in Egitto e cresciuto tra Milano e Parigi.
“Il futurismo fonda la sua visione del mondo sul completo rinnovamento della sensibilità umana avvenuto per effetto delle grandi scoperte scientifiche. Addio all’uomo dell’800: il telefono, l’automobile, il cinema, l’aeroplano hanno trasformato un nuovo modo di sentire, l’uomo si proietta nel futuro”.
“La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.”
Le colorite espressioni, contenute nel manifesto, rappresentano una violenta dichiarazione d’intenti che ha lasciato tracce evidenti nell’arte, nello spettacolo e nella pubblicità e non solo.

C’è un po’ di futurismo nella nostra vita quotidiana. L’immagine sul retro dei 20 centesimi di euro riproduce un’opera di Umberto Boccioni del 1913. Forme uniche della continuità dello spazio, il suo enigmatico titolo. La figura di un uomo che cammina viene ripresa come si trattasse di una macchina umana, energia allo stato puro che si muove nello spazio – pur trattandosi di una forma scultorea immobile. C’è un po’ di futurismo nel nostro modo di comunicare con gli sms, usando simboli, sintesi grafica e numeri, parole allungate, parole in libertà. C’è stato molto più che un semplice rimando al futurismo in recenti fatti di cronaca. La fontana di Trevi colorata di rosso nell’ottobre 2007, per protestare contro la festa del cinema e le 500.000 palline fatte rotolare dalla scalinata di Trinità dei Monti, nel gennaio 2008, per sensibilizzare sui problemi della capitale, in una analoga provocazione dal gusto tipicamente futurista, azioni che hanno fatto diventare famosissimo il suo ideatore, Graziano Cecchini.
Chiediamo allo storico Giordano Bruno Guerri, che ha pubblicato una biografia di Filippo Tommaso Marinetti –in occasione del centenario- di aiutarci a capire il futurismo in poche parole, anche se non è facile sintetizzare le numerose angolazioni espresse dal movimento in ogni campo: dalla cucina alla sintassi, all’architettura, alla musica, alla politica.
Cento anni dopo che cosa rimane di quella straordinaria avventura intellettuale?
Il futurismo più che capirlo, lo si intuisce, anche abbastanza facilmente secondo me, perché, essendo un movimento precursore, soprattutto nella pittura, ha un gusto che noi adesso possiamo recepire come contemporaneo.
L’incontro con Guerri avviene al Vittoriale degli Italiani, che fu residenza di Gabriele d’Annunzio.
Non è un caso aver scelto come location dell’intervista il luogo che più di tutti ricorda il poeta e romanziere abruzzese.
Giordano Bruno Guerri è presidente della Fondazione Vittoriale ed è qui un paio di volte al mese, inoltre le vicende umane ed artistiche di Marinetti si sono spesso incrociate con quelle del Vate d’Annunzio.
Guerri ha pubblicato nel 2008 una biografia del poeta nato in terra d’Abruzzo, D’ANNUNZIO POETA-GUERRIERO e in questo 2009 MARINETTI INVENZIONI AVVENTURE E PASSIONI DI UN RIVOLUZIONARIO.
Le biografie di Marinetti e d’Annunzio sono frutto di una stessa ricerca storiografica, altrimenti sarebbe stato impossibile, pubblicare a distanza di un solo anno i due volumi, dice Giordano Bruno Guerri, aggirandosi nei locali del Museo della Guerra, quella che doveva essere la nuova residenza di d’Annunzio e che l’accolse soltanto il giorno del funerale. Con una certa apprensione il presidente del Vittoriale cerca la bacchetta da direttore d’orchestra che Toscanini usò a Fiume, dove tenne un concerto, durante l’occupazione dei legionari del Vate. Gli ambienti in cui visse il poeta al Vittoriale, affatto sobri e anzi ridondanti di un gusto lontano dal futurismo, con stanze riccamente arredate, piene di collezioni e di quadri e di damaschi e tappeti e libri su libri, con simboli sulle pareti e scritte in latino dappertutto, potrebbero comunque stonare con Marinetti, che voleva uccidere il chiaro di luna, cioè d’Annnunzio che all’epoca ne era il cantore più appassionato, tanto da divenire proverbiale. Si dice dannunziano per dire decadente. Marinetti invece guarda avanti, non dentro di sé.
L’atmosfera del Museo-dico a Guerri-sarebbe piaciuta a Effetì –come lo storico chiama confidenzialmente Marinetti nella sua biografia-, anche se il museo è successivo-aggiungo-, nella sua forma attuale, alla morte di d’Annunzio.
Guerri si sposta negli ambienti cercando un mobile o una lampada di Giò Ponti che non trova. Si aggiusta la cravatta nera sottile stile punk specchiandosi dentro il bagno che fu del Vate. Gli dico attenzione agli allarmi che possono suonare. Lui sorride compiaciuto rispondendo:  pazienza, sono il presidente no?
Poi si avvicina ad un curioso oggetto di metallo, dove si legge su una targhetta “dono degli Aeroporti Futuristi”. E’ una scultura ready-made, ritrovata in abbandono da qualche parte ed ora orgogliosamente mostrata.
E’ una rarissima scultura, opera di Marinetti, che donò a d’Annunzio durante il loro ultimo incontro, il 10 febbraio 1938, cioè dieci giorni prima che d’Annunzio morisse ed è una doppia leva di un bimotore Caproni e il significato dell’opera è che loro due –Marinetti e d’Annunzio – sono i motori della nuova Italia. E’ stato fatto successivamente perché d’Annunzio nelle sue disposizioni testamentarie scrisse tra le altre cose si creasse un museo della guerra. Infatti ci teniamo ancora questo nome – che non è molto attraente, anzi decisamente respingente-per rispetto filologico ai desideri di d’Annunzio.
Il compito del presidente della Fondazione Il Vittoriale, è un po’ fare la vedova di d’Annunzio, cioè mantenerne la memoria, valorizzarne il ricordo, proteggerne le cose eccetera, cosa che io faccio molto volentieri.
Torniamo a Marinetti.
Effetì tra le sue centinaia di intuizioni – fra cui l’uomo bionico, con pezzi di ricambio eccetera-parlava anche di una rete che avrebbe avvolto il mondo e avrebbe permesso comunicazioni velocissime e simultanee tra gli uomini e fra individui e individui.
Addirittura internet?
E’ internet. Marinetti non avendo gli strumenti linguistici per definire le rete che immagina, usa dei termini anche abbastanza buffi, ma lo spiega, lo preconizza.
Ci spostiamo ancora. Accanto allo scalone che porta allo studio, le eliche di un aereo Caproni e sullo sfondo il gonfalone, della Reggenza del Carnaro, ricordano contraddittoriamente un’epopea che preannuncia i movimenti libertari, inneggiando allo stesso tempo all’unica igiene del mondo, rappresentata dalla guerra.
Dico a Guerri che è difficile entrare nelle corde della mistica della guerra che trasuda da ogni particolare del museo.
Noi facciamo fatica a capire la mistica della guerra sia di d’Annunzio, sia di Marinetti, però bisogna calarsi nell’epoca. Non erano solo due pazzi isolati che invocavano la necessità della guerra. Intellettuali di tutta Europa – anche miti come Thomas Mann e Sigmund Freud- parlavano della ineluttabilità della guerra che doveva porre fine a un’epoca e creare un mondo nuovo. Quindi la guerra veniva sentita come indispensabile da molti e infatti poi molti giovano furono influenzati da questi grandi maestri.
Ci accomodiamo nel vasto studio al piano superiore e ci sediamo alla scrivania di d’Annunzio.
Dico: l’uso della pubblicità in Marinetti è geniale. Tappezza le vie delle più grandi città italiane di manifesti enormi dove c’è semplicemente scritto a caratteri cubitali: F.T.MARINETTI=FUTURISMO. Guerri non si scompone.
Sono genialità, invenzioni che anticiperanno anche in questo caso gli studi di Mac Luhan su “il mezzo è il messaggio”. Marinetti trova il modo di suscitare la curiosità, sapendo che la curiosità era il miglior propellente per la conoscenza.
Vedendo una cosa così clamorosa MARINETTI=FUTURISMO su un lenzuolo rosso attaccato in tutta Italia, ci si chiedeva ma che è ‘sto futurismo, chi è ‘sto Marinetti. E’ una cosa che è stata ripresa molti anni dopo e io mi ricordo la sorpresa che all’inizio degli anni 90 suscitò uno strano manifesto che non pubblicizzava niente, dove c’era un neonato su fondo tricolore la scritta FORZA ITALIA.
In occasione del centenario, al futurismo la stampa ha concesso ampio spazio: resoconti delle numerose mostre inaugurate a Milano, Roma alle scuderie del Quirinale, a Rovereto, a Venezia; dell’uscita di una vasta pubblicistica sull’argomento, dei volumi editi, degli eventi organizzati un po’ ovunque in Italia, l’inserto “Tuttolibri” de “La Stampa” titola: futuristi carta straccia, nell’occhiello:innegabile creatività nell’arte, ma per il resto una modestia sconfortante.
Il Domenicale del “Sole 24 ore”. Al galoppo verso il futuro. Su Repubblica il critico d’arte Achille Bonito Oliva scrive:
“il manifesto esplode come una violenta deflagrazione sullo sfondo di un’Italia contadina e analfabeta”; “Il Giornale” propone un’intervista alla figlia di Marinetti- cui il padre dette un nome molto futurista -ALA: “Ricordo che certe notti mio padre aveva delle illuminazioni poetiche, si svegliava anche mia madre che prendeva appunti”.
Ancora un titolo tratto da “La Stampa” di Torino che scrive: il futurismo rifà l’universo, l’avanguardia che accenderà l’immaginario del secolo
E ancora “Repubblica” dove si legge il resoconto delle numerose mostre dedicate al centenario. Cesare de Seta scrive: “il futurismo è tra i pochi eventi del 900 che pone l’Italia in prima fila“.
Giordano Bruno Guerri sul “Giornale” propone in 11 punti (11, il numero fortunato per Filippo Tommaso) un manuale per veri marinettiani: da “automobile” a “velocità” passando per “guerra”, “donna”, “cucina”.
Infine L’OSSERVATORE ROMANO incuriosisce nell’articolo intitolato RITORNO AL FUTURISMO, dove numerosi sono gli apprezzamenti verso un movimento che intendeva addirittura SVATICANARE l’Italia. Che ne pensa Guerri?
Che il Vaticano riconosca oggi l’eccellenza del futurismo credo che lo faccia soprattutto come movimento artistico, non riferendosi alla sua morale o atteggiamento verso la Chiesa, è un segno culturale buono, di riconoscimento di un movimento che comunque aveva valore in sé, e poi la Chiesa è abbastanza generosa con i nemici sconfitti.
«Noi siamo intraprenditori di demolizioni», scriveva Marinetti, quando ha già dato l’assalto iconoclasta contro le «idee-muri da sfondare» ed esibito il rifiuto come biglietto da visita. Il secolo nuovo impone svolte radicali, il passato è un catasto polveroso di abitudini da archiviare. L’avanguardia non può che essere l’ideologia della modernità, esaltata dalla metropoli e dalla tecnologia.
Siamo ora di fronte alla Isotta Fraschini di d’Annunzio, prezioso reperto di un’epoca scintillante.
Secondo Marinetti il futurismo nacque quando lui ebbe un incidente con una Isotta Fraschini simile a quella di d’Annunzio, conservata al Vittoriale, un modello successivo- e da pessimo pilota qual era cadde in un fosso. In realtà è una leggenda che Marinetti ha inventato così come non è vero che l’abbia scritto il manifesto in un unico giorno – l’11 ottobre 1908- lo scrisse in varie rielaborazioni sia in italiano, sia in francese, comunque, indipendentemente da come è stato fatto, stando agli effetti, il manifesto del futurismo è uno dei capolavori letterari del 900, un modello per tutti i manifesti, successivi, non solo futuristi.
Intanto piove a dirotto, il languore decadente che Marinetti voleva sovvertire si registra fortemente di fronte al lago di Garda, in questo 6 febbraio 2009, il giorno dopo la primissima pubblicazione del manifesto su “Il Giornale dell’Emilia” di Bologna. Stringere tra le mani i comandi del bimotore Caproni, è stato certamente un buon modo di festeggiare l’anniversario. Ancora mi chiedo se quello di Marinetti era dalla parte destra o al contrario.