VEGLIONE DI CAPODANNO

Veglione ai Settecolli di Filottrano

– mia patria d’elezione –

come ai vecchi tempi

selezione di affettati e formaggi

stavolta i vecchi eravamo noi

sformatino di polenta con fonduta e porcini

Aprile è il più crudele dei mesi, genera

Lillà da terra morta, confondendo

Memoria e desiderio

in una saletta laterale del ristorante

quasi lontano dalla confusione degli oltre 200 ospiti

crespelle alla svizzera

verdicchio all’inizio un rosso indistinto poi

il dj annaspa tra pezzi trash

(“suona” persino Rettore, persino sigle di cartoni d’annata)

e qualche brano house eccita gli animi ma solo per un po’,

rock a tratti, “brigittebardot” e “meuamigo charlie, charlie brown” per iniziare

chitarrine al ragù di faraona

quando tutti sono intenti a sollevar le braccia urlando UAI EM SI EI dei Village People

dico all’amico che indossa una giacca spillata con un tricolore della RSI

che “no, non si può ballare una musica da frosci e pure negri” calcando le esse e le erre

per accrrescere l’effetto enfaticamente stridente

un’orda di ragazzini avanti e indietro si mescola a quelli che vanno a fumare fuori

L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse

Con immemore neve la terra, nutrì

Con secchi tuberi una vita misera.

L’estate ci sorprese

spallino di vitello al forno carrè di maialino arrosto

tutti erano  molto “eleganti” persino io indosso una cravatta verde con dei pallini

la prima tirata via dal mucchio ma “che ci sta benissimo” con la camicia

su un blazer blu anni 80 stile Brian Ferry

le signore che  nei vecchi tempi erano le ragazze per lo più vestite di scuro,

capelli fatti, pelle ritoccata dal trucco, tutti gran sorrisi un trionfo di tubini

cipolline al balsamico patate al rosmarino

all’inizio si balla con i sempreverdi apripista

le stesse trite parole cantate urlate da almeno 40 anni

semifreddo al caffè caffè e liquori

nella saletta su un tavolino i superalcolici, Mcallan, whisky scozzese di puro malto, 

quello che beveva Mordecai Richler fumando un Montecristo,

già mi suona bene la presenza del Macallan, rende “letteraria” la serata,

ma niente grappa

al bar qualcuno prepara finte dosi di cocaina con lo zucchero su un carrello smaltato

l’esibizione si ferma all’arrivo dei bambini,

qualcuno fotografa, qualcuno taggherà quelle foto su Facebook

Quali sono le radici che s’afferrano, quali i rami che crescono

Da queste macerie di pietra?

Figlio dell’uomo,

Tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto

Un cumulo d’immagini infrante

alterno balli con la lettura della TERRA DESOLATA e il Corriere della Sera

trovato sotto un divano

leggo di Johnatan Franzen nell’innamoramento di Paolo Giordano

per l’atteso romanzo “Freedom” che Obama la scorsa estate leggeva in vacanza

leggo di Abel Ferrara tossico criminale a Scampìa

“La prima volta che andai a Scampia non fu per fare sopralluoghi per il film ma per cercare la droga. Ero un tossico e in quanto tale un criminale”.

(intanto adesso sto scaricando da Torrent New Rose Hotel che stenta a partire

downloading 0,01% i picchi di upload ogni tanto compaiono poi spariscono)

Città irreale,

Sotto la nebbia bruna di un’alba d’inverno

dopo la cena servita con un buon tempismo, il prosecco a mezzanotte

quindi i brindisi i baci

arrivano quelli che passavano di qui per caso con i loro giubbotti e sciarpe ben calzate

per affermare loro provvisorietà

continuo a leggere Eliot

La tenda del fiume è rotta: le ultime dita delle foglie

S’afferrano e affondano dentro la riva umida.

Il vento Incrocia non udito sulla terra bruna.

Le ninfe son partite

Dolce Tamigi, scorri lievemente, finché non abbia finito il mio Canto.

Il fiume non trascina bottiglie vuote, carte da sandwich,

Fazzoletti di seta, scatole di cartone, cicche di sigarette

O altre testimonianze delle notti estive.

Le ninfe son partite.

E i loro amici, eredi bighelloni di direttori di banca della City

il “Sermone del fuoco” lo rileggo almeno 3 volte

qualcuno mi guarda leggere e dentro di sè credo si stupisca

che qualcuno abbia l’ardire di leggere qualcosa a un veglione di capodanno

sul Corriere leggo della Costa d’Avorio

di Gabgbo che non cede e resterà al potere

di Alassane Ouattara vincitore delle elezioni di fine novembre

Dalla metà degli anni Novanta, l’epoca della morte del primo e celebrato presidente Félix Houphouet-Boigny, la Costa d’Avorio non è più riuscita a ritornare alla stabilità dei primi decenni della sua esistenza come Stato indipendente. La crisi ivoriana ha origine in quegli anni, nella lotta di successione tra Ouattara, allora primo ministro, e il presidente dell’Assemblea nazionale Henri Konan Bedié

Tuit tuit tuit Giag giag giag giag giag giag

Così brutalmente forzata.

Tiriù

penso a come Ezra Pound, miglior fabbro, ha prosciugato il delirio di Eliot

e a quanto “materiale” avrà cassato con una matita di quelle spesse

per rendere il poema leggibile come è ora

Città irreale

Sotto la nebbia bruna di un meriggio invernale

leggo sul giornale (strano sfogliarlo in questa situazione)

delle “morti” di personaggi famosi

Nel 2010 sono morti Lino Banfi e Lucio Dalla, o almeno questo hanno scritto alcuni siti e letto (e creduto, almeno per un momento) milioni di internauti. Ai tempi di internet il confine tra vero e verosimile può infatti farsi molto sottile: basta un clic e le verità apparenti fanno il giro del villaggio globale

in pochi secondi osservo intanto chi mi sta intorno

chiedo a mia moglie chi è questo chi è quello

conosco tutti e non conosco davvero nessuno

tra i ritardatari che son passati di qui per caso

e vengono a salutare c’è chi si stupisce della mia cravatta

e mi fotografa

con attitudine da criminologo (forse più da antropologo che da giornalista)

cerco di capire i rapporti di chi mi sta intorno

quei due ragazzi sono insieme per esempio?

chi sta con chi?

“che ti importa?” dice mia moglie

arriva il campione locale di ciclismo,

bacio anche lui

di qualcuno cerco di evitare gli sguardi

saluto il sindaco chiamandolo “signor sindaco”

bacio anche il sindaco

quando il dj comincia a cantare “stasera mi butto”

penso sia davvero troppo

dove sono i bei ritmi che ti spingono a muovere il corpo come fossimo tutti sul set di Pulp Fiction?

con l’indice e il medio a v passato di fronte agli occhi?

o con i pugni avanti e indietro intrecciati come in manette?

Nell’ora violetta, quando gli occhi e la schiena

Si levano dallo scrittoio, quando il motore umano attende

Come un tassì che pulsa nell’attesa,

Io Tiresia, benché cieco, pulsando fra due vite,

Vecchio con avvizzite mammelle di donna, posso vedere

Nell’ora violetta, nell’ora della sera che contende

Il ritorno, e il navigante dal mare riconduce al porto

e il risveglio non è traumatico niente più dolori al collo e alla schiena

d’altronde ben sopportati al ristorante

prima azione dell’anno,

ancora accendere la tv a caccia di immagini

stamattina c’è Sodoma e Gomorra,

c’è Totò,

vedo un accenno di “Alice non abita più qui” di Scorsese

nella notte profonda invece

quando a Times Square ormai si sono baciati tutti

e dove vorrei essere almeno una volta nella vita a capodanno

qualcuno saluta qualcuno rivolto alla webcam tra la 46th Street e la 7 Avenue

cerco immagini in tv

vedo i fuochi di Berlino

intravvedo su Current Marco Travaglio

niente mi soddisfa come sempre

su RaiStoria vedo un vecchio servizio Rai

dove incredibilmente il cronista dell’epoca si aggira tra il traffico

fermando gli automobilisti che passano col rosso

il microfono col filo attaccato alla cinepresa (riprese in pellicola)

mi chiedo come faccia ad aggirarsi all’incrocio così abilmente

senza essere investito

Il fiume trasuda Olio e catrame

Le chiatte scivolano

Con la marea che si volge

Vele rosse

Ampie Sottovento, ruotano su pesanti alberature.

intanto adesso è quasi mezzogiorno mia moglie traffica in cucina per preparare l’arista all’arancia

Spremete le arance e grattugiate la scorza, facendo attenzione a non usare anche la parte bianca, che è amara. Insaporite il succo con il rosmarino, la menta, lo spicchio d’aglio tritato e l’alloro.Fate marinare la carne in questo succo, rigirandola per farla insaporire su tutti i lati.Fate sciogliere una noce di burro in una casseruola e rosolateci la carne, sempre rigirandola in modo da farla dorare su tutti i lati.Condite con olio, sale e pepe e irrorate con qualche cucchiaio di succo della marinatura. Cuocete in forno già caldo a 180 gradi per circa 1 ora, sempre rigirando la carne ogni tanto.Nel frattempo filtrate il succo della marinatura e insaporitelo con qualche cucchiaio di aceto balsamico, un pizzico di sale, una macinata di pepe fresco e lo zucchero.Irrorate la carne con questo succo e fate cuocere ancora qualche minuto.Avvolgete l’arista in un foglio di carta stagnola e fatela raffreddare. Nel frattempo fate sciogliere una noce di burro con la fecola, aggiungete il fondo di cottura e mescolate in modo da ottenere una salsa cremosa.Servite l’arista a fettine, cosparsa con la salsa all’arancia.

Forse al veglione mancavano però le donne che andavano e venivano parlando di Michelangiolo.

TERRA_VISTA_DA_LUNA

(scritto con Lya Luft, a sua insaputa)

Stranissimo ritrovarsi dentro le pagine di un libro. Riconoscersi è però impossibile. Quello non sono certo io. E’ una trasfigurazione tra il dire e l’udire, come direbbe Manzoni. Ma tra il leggere e l’interpretare c’è in mezzo la vita quotidiana. Cotidie conditio in simil-latino. Condizione necessaria se non indispensabile dell’esserci. Ma l’esserci nelle parole scritte da altri e stampate è esperienza affatto comune. Altri ch’erano intenti a suggellare la memoria di resoconti e passaggi verbal-temporali che estrapolati dai misteriosi percorsi della mente diventano qualcosa di scritto.

“Parliamo due linguaggi diversi: il mio amico molto più contemporaneo di me, si vede da come si aggira per le vie di Roma, di come non presta attenzione alle cose di strada, mentre per me è un continuo vedere e rivedere situazioni sfumate dieci, dodici, quindici anni fa, quando venivo spesso qui.”

Qui si parla di me. L’amico sono io. il periodo è il 1993 quando lavoravo in via del Babuino, dove adesso c’è un grandhotel che solo il nome (Hotel De Russie) nasconde raffinatezze e agi e lussuose permanenze.

Il brano è contenuto in un volume di racconti e poesie che ha scritto un vecchio compagno dell’adolescenza. Quella è stata una delle ultime volte in cui siamo stati a lungo insieme.

E quello sono io che si aggira per le vie senza prestare attenzione eccetera.

Trovo parole mie in un libro di Lya Luft, Historias do tempo. Si tratta addirittura di una metafora (così il titolo), inizialmente scritto in italiano. Da lei poi tradotto nella sua lingua.

Alguém me conta a història do peixe-voador, que poderìa ser una metafora dos homens-anjos:

O peixe – confinado na sua vida de peixe como qualquer outro peixe deste mundo – no fundo de suas àaguas è tocado pelo rastro do voo de una gaivota. Mas nao è por acaso que essa clara sombra lhe corta a alma: è porque por isso esperava. Deslumbra-se, quer ir, descobre que tem asas, e voa, e vai

E aquila a quem desejou nao se assusta ao ver um peixe-voador, mas abre as suas asas também e lhe diz:

-Vem comigo, vem comigo.

Fundam nos ares e nas aguas (nao importa) a sua bela ilha.

Um dia, o peixe ve refletidos na superficie seus prçprios olhos, e se assusta: revelam extase ou afflicao? Porque afinal ele nao è anjo nem passaro – mas peixe.

Pode-se voar assim? – indaga. Ou tudo tem de estar dentro dos trilhos, controlado no mensuràvel cotidiano? Por quanto tempo serà preciso respirar os mesmos ares para saborear esse novo contato – è preciso repetir uma experiencia para entende-la a fundo?

Difficile ritrovarsi coniugando immagini e concetti, addirittura in un’altra lingua.

L’incontro con Lya è sporadico e aleatorio per sua natura elettronica. Email intercorrono varcando oceani e alture virtuali, surfando corpo e mente astrali, come si presta all’esserci in senso digitale.

Per qualche tempo Lya ha scritto brevi post a commento del mio ragionare su un blog da me creato (la solita blaterante voglia di renderla in forma scritta, l’emozione):  www.terravistadaluna.blogspot.com.

Ecco quanto scritto insieme.

TERRA_VISTA_DA_LUNA
il pensiero che si forma camminando…eppure adesso sono seduto, proprio ora a cercare la prima parola…

…presto comincerò a scrivere con uno sguardo lontano, la terra vista dalla luna, con uno sguardo disincantato, domande semplici che cercheranno in terre lontane risposte che verranno dal cuore e che d’un balzo torneranno sulla luna e da lì lo sguardo si adagerà sulle distese oceaniche, sulle foreste, sui ghiacciai, addirittura attraversando l’atmosfera…

mi guardo intorno e mi sento spaesato, non riconosco il luogo dove mi trovo: dove sono?

guardare il mondo attraverso lo schermo, inebriarsi di sguardi anonimi, di gesti automatici, delle movenze del corpo fatte senza sapere che da un computer remoto, remotissimo – di là dal mondo e degli oceani – qualcuno osserva quei gesti, quegli sguardi, quegli scarti improvvisi del vivere…

dimmi il colore del cielo di san paolo, scrivi dei profili dei palazzi…dimmi dei pinguini persi sulla spiaggia di rio…

c’è sempre un luogo della memoria dove vorresti tornare…

vedo quel me stesso sempre evanescente osservare il mare, osservare un pesce volante immaginario all’orizzonte, mi vedo mentre lo scrivo e mi vedo mentre sollevo vesti leggere…un attimo in modo cauto…un attimo dopo in modo indecente e l’innocenza è nell’essere proprio evanescente, far finta di non esserci, ma assaporare ogni più picciola (si picciola) piega di realtà, per ricordarlo in sere nebbiose, dove nei fumi toscani ritrovo una certa saudade sottotraccia.

mi guardo intorno e non riconosco il luogo: dove sono?

Una scrittura assente o un palinsesto, dove qualcosa si scrive sopra l’altra, sempre qualcosa accade sopra.

gentile signora, ho avuto la sua e-mail per una via che prima di internet avrebbe richiesto mesi di ricerche, leggevo di clarice lispector ed ero in contatto in quel periodo con un qualcuno di porto alegre che ha il mio stesso cognome, leggendo di clarice ho trovato un riferimento alla sua opera e proseguendo le ricerche ho letto di un suo piccolo libro, pubblicato in uno degli stati più piccoli del mondo…

sembrava materia per una narrazione con un approccio di questo tipo…

poi deve sapere che ho preso passione di questo mezzo straordinario che è il web e soprattutto mi entusiasmano le telecamere sparse per il mondo, allora ho pensato che potevo non solo leggere quel piccolo libro che parla -come lei sa bene- di una delle ali di un angelo (l’ala sinistra, disdegnando l’altra), ma anche riuscire a vederla da qualcuna di queste webcam (ce ne sono anche a porto alegre, ho controllato), magari salutarsi in questo modo inusuale, perdere il senso delle cose, non perdere di vista i paesaggi consueti, amarli per una certa coazione a ripetere il già visto il già detto il già sentito ripetere litanie dentro di sé per non perdere il senso delle cose ripetere il senso delle cose ripetere il senso delle cose il senso delle cose per perdere in questo modo il senso delle cose per perdere così il senso delle cose il senso delle cose, cercare il significato della parola “cosa”non perdere di vista il fine ultimo quel puntino all’orizzonte che diventa sempre più grande e mentre s’avvicina non avvicinarsi assolutamente al fine ultimo allontanarsi piuttosto perdere prospettiva perdere la prospettiva universale guardare gli angoli col solito sguardo obliquo rendere obliquo il senso delle cose rendere obliquo il senso delle cose ultime chiudere la finestra rabbuiarsi chiudendo la finestra chiudersi in sè non parlare più non usare significati noti non usare significanti consueti perdere il senso delle cose…

Carissimo: le cose non devono fare senso, perché senso é limite, e io voglio il non-limite, cosi voglio il sogno e l’arte perché l’onirico dell’arte è la libertà suprema, e questo voglio, e t’invito a venire con me lungo questa strada, in questo bosco non oscuro anzi chiaro i lucente…attimo di una passione senza limite, non c’è più l’aria per respirare, solo si sente il profumo della carne nell’ humore dell’ amore e una machina corre runrunrun, ascendendo a quel luogo stranissimo sopra il sasso gigantesco, come se il mondo fosse una grande stanza buia, il pesce volante è un uomo che non sa se deve nuotare o volare, l’amore può essere fatto d’acqua o aria…vita o morte…decisione difficile… rimanere o partire…quella che aspettava l’uomo/pesce non lo dimentica, ma sa che lui non volteggia nè nuota, sta tra cielo e acqua con suo animo di poeta, suo corpo di uomo, suo cuore di marito e pater amatissimus…e così la vita prosegue nel suo divenire, il fiume incessante sotto il cielo che va dall’adriatico all’atlantico, di cuore a cuore, di bocca in bocca passa il segreto del segretissimo pensiero…

ho fatto uno strano sogno ero al computer scrivevo un testo intitolato LA TERRA VISTA DALLA LUNA, come screensaver c’era l’immagine della luna con un occhio trafitto da un razzo, il film di meliés, tutto attorno ferro e bulloni della “belle epoque”, sembrava di stare sulla torre Eiffel invece ero al computer e avevo in testa un colbacco con una pelliccia di coniglio e alzavo il colbacco e usciva il coniglio… i sogni sono strani per definizione altrimenti sarebbero realtà com’è logico insomma alzo gli occhi e vedo questa luce lontana che racconta di incontri di gruppi di viaggiatori in sosta attorno ad un fuoco, alcuni portano cappellacci impolverati e baffi lunghi, fumando lunghi sigari, non parlano in realtà tra loro ma si scrutano e non vanno verso la stessa direzione, ma sono troppo lontano per capire bene la scena, la luce del fuoco non illumina così bene la scena, colori intensi all’orizzonte, non adesso che è notte ma quando cerco di carpire il segreto della vera sopravvivenza vedo i fuochi vedo i bivacchi ma non vedo gente attorno ai fuochi, sono tutti nelle tende a fumare e fumando cercano l’essenza della vera sopravvivenza- suppongo- li vedo con sguardi estatici scambiarsi sguardi d’intesa come a dire “siamo d’accordo”…

ho adesso un piccolo appartamento sul mare, stiamo sopra una barca altissima, ai nostri piedi, il mare…ieri c’era tempesta, pioggia, vento fortissimo, mare colore grigio, malinconico, umbra profonda… sombra, solombra…pensavo, come tante volte, all’adriatico e tutta la vita, vita brevis però intensissima, vissuta da quelle parti, due volte, tre volte, tante volte, o mai, mai, mai?

never say never and anche oggi no dico mai…dico può essere, chissà….la stanza buia assomiglia a questo mare grigio, il cuore grigio , il corpo di fuoco, piacere e tenerezza, e l’addio sopra il letto, come un abatjour triste, come una nebbia sotto la seta dei vestiti…così la vita, fuoco e gelo, neve, neve, neve e questa stranissima lontananza che è come se fosse una cattiva mentira, mensonge si dice in brasile, dimenticato la parola italiana……mentira…

il tempo è mentira, la realtà non esiste, esiste la sensazione di una presenza/assenza che mai ritorna perché mai sta assente… allora scrivi, racconta, come sai fare così bene, non dimenticare le parole, racconta…ero frente al atlantico questo fine settimana e pensavo come è strano che una vita umana possa sembrare cosi importante, comunque tutto è sempre lo stesso nel mare: la stessa plagia, li stessi sassi,la stessa acqua…forse le stelle di mare sono figli, nipoti, di quelle che, quando ero bambina, trovavo sulla spaggia? non so, ma é possibile….un po’ triste che adesso il vecchio “farol” di ferro sia modernissimo,e mi va di piangere ricordando un vecchio cimitero abbandonato che c’era sopra il monte del faro, e dove, quando piccolissima, con mia nonna io poneva fiori rosa per l’anima dei morti, soprattutto di una bambina di 6 anni come me, morta più di cento anni fa.

cosi, lì tutto per me è ancora magico, e le anime dei morti afogados piangono. parlando nel rumore del mare quando é notte alta e nessuna stella si vede dal mio balcone vetrato, da dove sembra sempre che sto come in un barco altissimo e nulla esiste tra me e l’acqua… l’acqua che sospira e sussurra come una persona, mille persone morte nel fondo….come nel fondo di mia memoria, il mare è un racconto infinito, le onde sono frasi sempre interrotte, mai finito è il lungo discorso del mare, sussurra di tempi lontanissimi quando gli esseri proteiformi che sarebbero diventati mammiferi e si sarebbero trascinati sulla terra ferma comunicavano con sguardi e singulti e si muovevano nell’acqua agili cercando risposte senza domande, sembravano sirene prima che la parola “sirena” avesse il significato che riporta a cannibalismi durante dolci melodie e parlavano di semplici concetti come “perché siamo qui?”

VANITAS… lei continuava a parlargli di spreco e diceva: è tutto uno spreco
lui rispondeva indicandogli l’orizzonte…
uno spreco perchè? chiedeva lui
abbiamo così tanto tempo davanti a noi
oppure meglio dire attorno a noi?
il tempo è un concetto o è qualcosa di tattile?
puoi toccarlo il tempo? diceva lei
sai che in questi casi mi viene sempre in mente keats, diceva lui
cosa?
l’attimo fuggente
ah quella vecchia storia, diceva lei
oppure mi viene in mente l’altro luogo comune sempre efficace
quale?
cogli l’attimo,
l’attimo dovevi coglierlo al momento giusto mio caro…quanto spreco…
hai toni biblici con quello sguardo
naaaaaa shit, toni biblici non direi, sono molto terrena invece…
terrena? di questa terra?
si, di questa terra
ma lo sai che lo sguardo obliquo significa per me vedere la terra vista dalla luna?
uno sguardo sempre lontano?
un altro spreco disse lei…

VANITA’ DELLE VANITA’ …sono dialoghi che non finiscono mai e continuano in macchina spesso e me li porto dietro dai tempi del liceo quando facevo dialogare galileo con satana, immaginando che questo dialogo avvenisse la notte dell’abiura, la notte in cui il povero galileo sarà stato fortemente e pervicacemente combattuto tra l’uniformarsi al sentire comune –quindi salvarsi-e il cedere all’istinto della scienza che ricerca sempre la verità…
a tratti il dialogo continua incessante, si parla di sprechi assomiglia ad alcuni passaggi dell’ecclesiaste quando si fanno riferimenti alle eterne vanità del quotidiano e viene rimarcato il senso di spreco, usando piccoli sbuffi, all’angolo della bocca, li vedo quegli sbuffi e gli occhi che calano dall’alto con sufficienza… ma il chiacchiericcio è troppo intenso, persone tutti parlano, radio accese vomitano news, niente musica solo rumori di fondo stanchezza diffusa…

invece adesso la melodia è quella dei tasti colpiti a forza ma con sottofondi armonici, c’è un suono di clarinetto, ci sono violini, c’è sempre una contingenza da rispettare, questo è vero, fuori il mondo sembra scomparso, è visibile appena la sagoma degli abeti più prossimi, il paesaggio è scomparso in questa fitta nebbia, la mia consueta skyline fatta di emergenze rocciose venute su come funghi nel corso degli eoni…le divisioni, le somme, i conteggi, i numeri in testa ci sono sempre, un modo immediato per non disperdere saperi avviluppati nella magia delle successioni numeriche: tre è prima di novantanove, insieme diventano centodue che diviso per quattro diventa venticinque e cinque, un quarto e un po’, così mi ricordo del modo maya di dividere il tempo: periodi del conto lungo: 5125 anni, l’intero ciclo della storia sempre raffigurati da glifi e suddivisi in tun (l’intero anno solare, senza però calcolare cinque giorni considerati sospesi), composto a sua volta da diciotto uinal (il ciclo di 20 giorni)… sommando 20 tun si raggiunge l’unità di un katun che, moltiplicato ancora una volta per venti, diventa un baktun (400 anni maya)…dieci periodi del conto lungo saranno stati sufficienti per questi funghi rocciosi che adesso non vedo più?

ognuno ha i suoi bei tempi… anzi ognuno ha il diritto di dirsi (ma solo a sé stessi) che i suoi bei tempi erano proprio quelli giusti… non importa l’età o dove si vive…sguscia via il pensiero camminando…

in cammino il pensiero è allo stato puro, di un qualcosa ancora informe, o almeno non formato alla perfezione… questa non-cosa non proviene dalla lingua, dal cuore o dal cervello ma da tutto il corpo che nell’atto del camminare si esprime nella sua pienezza…

di qui il pensiero si forma in un modo del tutto particolare e la ricerca di una forma che assomigli ai fonemi, alle sillabe, alle vocali ecc. di quel momento porta a volte a usare non- lingue, un miscuglio di lingue… il caos linguistico ma organizzato…

la veglia di finnegan può essere un esempio che illustra bene questa non-cosa, non-lingua, anche se in quel caso si tratta di pensiero che si forma nel dormiveglia…
la scrittura automatica dei surrealisti può essere presa come altro esempio, ma siamo sempre in presenza di una sorta di vagabondare dell’inconscio…il pensiero si deve formare nell’atto di camminare…camminando si è ben svegli, tutti i sensi all’erta, come ho letto in una poesia…pronto a cogliere le sfumature mentre cammino di lena lungo questo sentiero di campagna… il pomeriggio è accaldato…umidità nell’aria…guardo dritto davanti a me, intento a cercare di interpretare quello che la strada rappresenta: non solo un segmento da percorrere a piedi, un passo appresso all’altro; ho immagini di film in mente naturalmente, perché ormai –nei tempi della riproducibilità tecnica dell’ingegno artistico -non posso che ragionare in un modo visivo, una sequenza già montata, magari proprio un piano- sequenza e per staccare – come si trattasse di uno “stacco” fotografico- chiudo gli occhi come in una dissolvenza in nero… ecco, lentamente chiudo gli occhi per poi volgere lo sguardo verso quei pioppi là che costeggiano il fiumiciattolo che sto per attraversare…

non c’è narrazione primitiva senza un flusso di pensieri autonomo: ma come può il pensiero formarsi senza un background, senza un qualcosa che deve esserci prima?
come cercare l’innocenza del pensiero senza un sentimento di colpevolezza anche solo presunto?

ai miei bei tempi ciò che accadeva nei giorni lunghissimi dell’estate non era mai predeterminato, pensato prima, organizzato: si andava la mare, si percorrevano scoscesi fino al mare, ci si tuffava dagli scogli più alti con noncuranza, si cercava l’amore (che era in verità sempre al centro delle nostre ricerche) e solo nell’abbraccio dell’acqua il pensiero si annullava in quel muro (mare/muro) d’acqua che era facile attraversare con i piedi in avanti, nell’atto del tuffarsi…non è così semplice fissare nella memoria il pensiero che fluisce… le prossime volte che andrò a camminare devo dire i miei pensieri a voce alta così da memorizzarli…recitarli come una preghiera…

ascoltare voci dal passato che ripetono gli sproL.H.O.O.Q.ui del tempo presente è triste, davvero triste, le ascolti quelle voci come fossero sincere e capisci che quello è giornalismo, sguaiato giornalismo, non il giornalismo presunto glorioso- così si favoleggia- anglosassone o francese o tedesco dove sembrerebbe non ci siano servilismi, dove tutto quello che si racconta è verità…

rivedere vecchie immagini che appartengono ad un periodo – anch’esso- presunto felice, un periodo ancora denso d’innocenza, non imbastardito dal nervosismo del presente che non porta da nessuna parte, immagini come quelle del fotografo tedesco wilhelm von gloeden mi creano inquietudine…qualcosa poteva essere diverso da com’è ora, bastava che il volo della farfalla nella foresta amazzonica deviasse dal volo stabilito per un qualche accidente, per sovvertire lo spazio-tempo, potentemente carico di energia…von gloeden però era in gamba, un vero artista, peccato per tutta quella gayezza ostentata…

il leviatano si riprende quello che ho tentato invano di far mio, il suo tempo è devastante, immenso, incommensubile, il mio è solo umano, piccolo piccolo, stupido stupido…
il leviatano ridacchia accorgendosi della mia incredulità, perchè ci casco sempre nel suo gioco spietato, non m’accorgo mia della mia piccolezza, penso sempre che la mente è capace di tutto…illusioni…chimere…gioco di specchi…specularità…

ma quello che vedo nello specchio è deformato…

piove in miacasa…sento un tic tic regolare dallo stanzino sottotetto…mi tornano in mente le paurosissime paure delle soffitte esorcistiche…rumori strani, strane parole…apro la porticina senza nulla temere che ormai son grande assai…una goccia assassina quasi una tortura cinese ad intervalli regolari crea irregolari umidità in miacasa…nessun esorcismo, nessun lucifero…solo pioggia, solo pioggia, sempre pioggia da due giorni…una chiazza che sembra un frattale avanza da un’altra parte della soffitta, ci ho messo un segno a matita a futura memoria…intanto continuo a pregare molto nei dormiveglia…prego usando mantra catto-nichilisti…

quando si dice sinchronicity…ieri incontro questo artista qui che fa le terrecotte e che ha riempito delle sue statue il film di bertolucci con la figlia-dalle-labbra-enormi-come-il-padredel, il cantante simil-jagger degli aerosmith…l’atmosfera del film era bellissima…quelle notti d’estate che vorresti non finissero mai…pure la morte arriva in estate ma non è drammatica….l’artista mi dice del metodo di bernardo che si basa sulle improvvisazioni degli attori e comunque aspetta che il film avvenga, nonostante la sceneggiatura…poi c’è il momento topico dell’intervista –sono qui per un servizio- che a me piace fare sempre non canonica…gli dico che le sue terrecotte ricordano gli etruschi…gli sposi sdraiati visti al louvre in agosto…nonostante il suo aplomb tipically inglisc vedo che comincia ad entusiasmarsi…l’intervista non è di quelle chi-come-quando-perchè…finisce che non si rivolge più nemmeno a me…guarda direttamente in macchina…la figlia è documentarista e conosce quindi il mezzo…vorrei farmi regalare un suo disegno ma non trovo l’aggancio giusto per chiederglielo…dimentico anche di farmi firmare il catalogo come chiedo sempre a tutti gli artisti che intervisto…beh la sinchronicity…


stamattina m’arrivano qui in casa persone che vengono da lontanissimo…dall’altra parte del mondo…mi lasciano un libro per regalo…un libro su ezra pound…sfoglio le pagine piene di fotografie…trovo poud con indosso la sciarpona gialla con cui mi sono fatto fare delle foto quando sono stato a brunnenburg secoli fa per un documentario…poi c’è una foto di ezra pound a spoleto nel 1969…è in compagnia proprio del padre dell’artista delle terrecotte “etrusche” intervistato ieri…stranissima la vita…

rettangoli di spazio, collocati su un fondo colorato, dai contorni indefiniti che ne rendono ambigua la collocazione… sospesi, essi avanzano verso l’osservatore, o retrocedono in uno spazio poco profondo. ..i rapporti cromatici e la loro interazione all’interno del rettangolo e dello spazio danno luogo a un lieve ritmo pulsante…il dipinto costituisce il punto focale per la meditazione dell’osservatore che viene coinvolto in uno spazio che oggi chiameremmo “virtuale”…

…e insomma rothko ha elaborato quella stanza fatta tutta di sfumature rossastre alla tate gallery di londra, la tate sul tamigi, non quella grande alla centrale elettrica…

anni fa ci capitai in quella stanza che l’artista volle fortemente realizzare, quasi come un’urgenza..li ho visti quei colori sfumati, ci sono entrato quasi dentro…ero parte di quei colori…

è freddo in times square vedo uomini solitari passare veloci sotto le webcam, occhi sul mondo, vedo passare persone che non rivedrò più e mai incontrerò davvero…incrocio spesso gli sguardi di donne e ragazzi ma adesso a times square è notte e passano soltanto uomini infreddoliti…

ogni tanto mi prende di guardare una webcam che si trova a times square …vedo rari passanti e numerosi taxi tagliare l’incrocio…la mia camera preferita tra le tante è quella proprio sulla 7^ avenue…si vedono dei telefoni e delle cartacce per terra..la camera è posizionata sopra un ristorante in cui prima o poi mangerò…entusiasmante è sintonizzarsi nel momento dell’apertura della saracinesca…ma i momenti che preferiscono sono quelli come ora che è notte colà e si vedono solo rarefatte figure apparire e scomparire, le immagini non sono in sequenza perfetta, c’è sempre uno scarto di un paio di secondi…parvenze di uomini e donne dell’america che passeggiano nella notte di times square…si recano a qualche festa o anche stanno tornando da qualche festa oppure tornano a casa dopo un qualche cavolo di turno notturno di lavoro o chissà quali storie contengono quelle figure che passano veloci e scompaiono velocissime…ma per lo più la scena è vuota…ad una certa ora passano gli spazzini che tolgono la cartacce per terra…la cartaccia che adesso vedo vicino ai telefoni sarà tolta tra qualche ora da un omino vestito di arancione che con molta meticolosità la toglierà dalla strada…

è una estetica alla AMERICAN BEAUTY –quando il ragazzo filmava momenti insignificanti, riempiendoli di grande interesse proprio per la loro eccezionale mancanza di significato ma meritevoli di attenzione, è un’estetica che riempie spesso le mie solitudini…

ho visto tre ragazzine guardarsi intorno a times square, con passo deciso sono scese dal marciapiede e si sono avventurate tra la folla, si tenevano per mano…

la realtà spesso non soddisfa l’immaginario: occorre narratività, perbacco!…presto fatto…è semplice…basta avviare il time-lapse e rivedi il giorno precedente con intervalli tra un’immagine e l’altra di dieci minuti…cioè non è che ci mette dieci minuti a passare da un’immagine all’altra…la scansione intendo…le immagini scorrono e sono la registrazione dei frammenti di realtà timessqueriana più pura di un giorno qualsiasi e quel giorno qualsiasi lasciato in memoria in genere è solo quello precedente…la scansione parte alla mezzanotte e arriva alla successiva metà della calda notte newyorkese di inizi giugno…vedi il sole muoversi veloce sulle ombre dell’insegna del ristorante friday’s…vedi il mobiletto delle cartoline ruotare tra un’immagine e l’altra…ci sono dieci minuti in mezzo…di vita vera, cristo!…

vedi il solito tipo che s’affaccia alla webcam sapendo che qualcuno lo vede da lontano, c’è un qualche amico o parente che l’osserva da un computer da qualche parte là fuori…è un’umanità in movimento…solo io sto qui fermo ad osservare tutto quell’agitarsi sulla strada più famosa del mondo…

ci sono di quei giorni che non vorresti uscire dai sogni anche se i sogni qualche volta sono la realtà stessa o almeno uno specchio della realtà, stamattina pochissimo prima di svegliarmi sognavo una situazione simile a quelle che si vivono sul luogo di lavoro e per fortuna che mi sono svegliato, insomma il sogno non era molto meglio della realtà, nonostante l’affascinante paesaggio che poteva dirsi jungeriano –le scogliere di marmo -e nonostante la percezione dei vasti possedimenti immateriali in dentro mia testa…

sveglia tardi nel grigiore di questo novembre, notte dove si dice per non dire… sogni di camminate sull’acqua di un canale verso una casa in collina in toscana o forse nelle marche, lungo un viale alberato, attorno c’è dell’acqua, in fondo al viale un cimitero festoso e pieno di luci…

stamattina in autostrada l’ombra di un aeroplano da turismo ha incrociato la mia traiettoria e prima di vederlo davvero atterrare all’aeroporto di falconara ho seguito ancora l’oscura umbratile sagoma del velivolo percorrere veloce i campi della pianura, poco dopo altre ombre, questa volta di gabbiani, hanno attraversato il mio sguardo…

alle 2.30 mi sono svegliato con le solite litanìe in testa e l’audio della radio acceso e -curioso- anche la tv era accesa, è la prima volta che mi capita questa contemporaneità di media diversi attivi nel mio rem…la radio era sul letto senza il tasto di protezione e rigirandomi nei miei deliri notturni devo averla accesa…dopo non c’era verso di riaddormentarmi…la notte era calda, il temporale di stamattina di là da venire, solo qualche macchina sfrecciava incurante di me e di tutto intorno…ho preso allora a leggere IL SANGUE DEI VINTI, un resoconto sul dopoguerra, iniziato ascoltando il “tannhauser” da bayreuth…tutti quei fascisti ammazzati come cani…tutte quelle esecuzioni m’hanno conciliato il sonno dei giusti che come si dice è stato senza sogni…i sogni li lascio per la veglia…

magari qualcosa avviene oggi di solenne che ti risvolta la quotidianità d’un botto…

ora crepuscolare…passaggi liminali… non tutta luce, non tutta ombra… ci si può nascondere facilmente con questa luce…nascondere sentimenti, sguardi,occhiate oblique…si può far finta di non provarla più l’emozione di esserci…scomparire in un soffio azzurrino: il toscano con fumo prepotente…e guardare lontano per scoprire laggiù lo sfumato leonardesco rendersi evidente con naturalezza, naturaliter, naturlische…qualcuno le ha chiamate “emozioni”, cercando una melodia che le accompagnasse…non ho nemmeno sfogliato i giornali di oggi…fatto chilometri invece…tanti chilometri…ragionato sulla dura strada, segnandomi con la croce quando toccavo la latitudine, laddove passò la furia della guerra…o quando passo accanto al fiore rosso,sempre alto svettante, che ricorda la morte di una bambina pakistana, sbalzata fuori dall’auto proprio in quel punto, non lontano da miacasa…o dove l’asfalto ha strisciato sull’anima di un vecchio uomo dallo sguardo stupito per tanta morte stupida, dopo senigallia e che ho visto ben in volto strisciare sull’asfalto…pensieri di morte no però che l’ora ammette anche lo scherno…

ma le ombre lunghe presto diverranno uniformi e stasera aspetterò i barbari con coetzee…
ci sono quei momenti che ti sembra di non vivere davvero ma di essere raccontato da qualcuno, ascolti quelle voci con indifferenza, ti diverti persino, questa sensazione assomiglia ad una qualche schizofrenia che vorresti evitare, in realtà quelle voci fastidiose ti danno anche un certo fastidio, non ti lasciano riposar bene la mente, diventi litigioso, le voci si sovrappongono all’audio anche distorto di televisioni e radio acccese qui e là, tutte insieme, allora cerchi di isolarti con le cuffie, ma le voci diventano un’unica voce. predominante e fastidiosa di cui non ami il timbro…insomma raccontarsi non è facile, raccontare il quotidiano -mentre sta avvenendo per giunta- è un’impresa…rileggersi poi è sempre un dramma…

ho visto la folle corsa dei tori a san firmino, ho visto il cavallo più piccolo del mondo, ho visto gli anelli di saturno, ho visto una coppia di indiani sposarsi via internet, ho visto gorilla, panda, coccodrilli, robot, speedway sul ghiaccio, un castello costruito nel ghiaccio, sfilate di calvin klein, ho visto la street parade di zurigo, ho visto i carri passare con la musica techno a tutto volume, ho visto le ragazze con dei nastri neri sui seni e altre con i seni dipinti che si dimenavano a ritmi indiavolati e sentivo il desiderio desiderante crescere ma rimaner lì, ho visto eruzioni e polvere cadere, ho visto tifoni, gente che si picchia, che incattivita mostra i pugni, cani mordersi, bambini chiedere in silenzio un po’ di cibo, chiederlo solo con lo sguardo, ho visto tutto questo naturalmente da freddi monitor televisivi…

nella prima metà dei 70 sono stato a parigi e non avevo ancora ventanni, nella prima parte del viaggio trascorsi diversi giorni sulla costa adriatica a vendere collanine fatte con i sassi del monte conero e disegnate a china con motivi presi dalle figure inventate da una ragazza giapponese, poi arrivai fino a domodossola con un biglietto del treno regalatomi da un parlamentare, da lì il gran balzo verso la capitale francese con un treno notturno dove dormii lungo il corridoio, a parigi trovai subito la comunità degli hipsters che allora si trovava in ogni grande città, dormivo sotto il pont neuf col sacco a pelo e c’erano cinquanta, sessanta persone accomunate dall’irregolarità di quei tempi, di giorno andavo in giro a raccogliere bottiglie vuote con i clochard e mi divertivo così ad essere un outsider, non volevo fare il turista a tutti i costi ma al centre pompidou ci andai e di fronte a un quadro di dalì trascorsi un paio di intensissime ore, non so perchè proprio quel quadro mi colpì così tanto…operazioni di visioni dilatate le sperimentavo assai, nel viaggio di ritorno rimasi di fronte all’orologio di una sala d’aspetto della stazione di lione per tre ore di seguito senza staccare gli occhi dall’inesorabile scorrere del tempo…

è passata come una furia la dura pioggia
picchiava sui vetri
gocciava veloce sui vetri
mi diceva sono qui
da molto non ci vediamo
non è che mi piace così tanto vederti, rispondo
ma ti ho visto sai?
dove? mi dice lei
ti ho visto a parigi prima di entrare alla tomba di napoleone
e come mi hai trovato? rincalza lei
ti ho trovata come sempre affascinante ma non così gradita e poi lo sai a parigi hai tutta un’altra faccia
e che faccia avrei? mi fa lei
uscivamo dal museo d’orsay
quello che era una stazione, dice lei
brava, le dico
però mi stai sviando dal mio discorso iniziale anzi m’hai proprio confuso
è la mia natura, dice lei…
adesso all’orizzonte c’è una striscia di sereno, e mi orna il solito pensiero di quando sono in volo
cioè che sopra le nuvole è sempre sereno…
per noi nati d’agosto la pioggia non ci è così tanto amica…

strano fenomeno l’avambraccio s’è messo a vibrare fuori dal mio controllo, la mano protesa su questo coso che serve per muovere le parole e orizzontarsi sullo schermo che proprio non mi viene come si chiama, alla radio ascolto musiche barocche, quest’ anno il RING da bayreuth me lo sono perso, l’altra radio trasmette scarsi intervalli da cabaret, con un sacco di risate registrate, l’avambraccio intanto continua a vibrare
scrivere non aiuta così tanto come credevo un giorno
poco fa mi sono ricapitate tra le mani vecchie carte di anni e anni fa ancora ben sigillate in uno scatolone ho stracciato tutto non con rabbia ma con metodo ho salvato solo i francobolli uno è bellissimo con una farfalla degli emirati

ho sognato il fuoco che divampava
da una casa vicino alla mia, mi sono alzato di scatto,
le fiamme erano così realistiche

gentile signora lya luft
ho fatto una ricognizione (che brutta fredda parola) ricercando le webcam di porto alegre ed ho visto che sono tutte invariabilmente lontane dai soggetti, mi piacerebbe invitarla davanti ad una di queste webcam per poterla vedere perchè dopo i nostri primi messaggi e la lettura del suo piccolo libro sull’angelo la curiosità è veramente forte
ormai queste visioni da lontano fanno parte della mia vita quotidiana non un’ossessione per carità però la mattina in ufficio se arrivo molto presto quando mi collego con la webcam di times square posso fantasticare su volti anonimi che passano distratti ma non mi emozionano più come un tempo
mi piacerebbe rendere vivida questa mia passione
so che in lei (ma continuerò a darle del lei per quanto tempo ancora?) c’è la sacra passione della poesia e penso che riuscirà a capire questa mia ambizione di portarla da qualche parte davanti ad una qualche webcam per poterla vedere
a presto quindi

ORFEO NEGRO
(allegato)

ci sono infiniti inizi, ogni volta è un ricominciare dall’inizio, da quando ci eravamo lasciati con un senso di rammarico senza capire perché…
poteva dirsi soddisfacente la vita di a.
riusciva ad esprimere le sue idee, il suo modello di vita quotidiana, insomma resistere alle urgenze della realtà attraverso un lavoro fatto di piccole cose da mettere insieme come un intricato puzzle con i pezzi dallo stesso colore ma di forma ovviamente differente, simile ma differente…
si lamentava spesso di quanto sia lacunoso il modo di memorizzare i momenti assoluti, quelli che valgono una vita, una mezza vita, lo scopo dell’esserci in una parola…
presunzione forte ma supportata da un modo scanzonato di procedere attraverso il tempo, gli anni non l’avevano così distrutto, né nel fisico né tanto meno nella spigliatezza dei ragionamenti…
farsi piacere tutto, amare qualsiasi forma delle espressione umane: dall’artigianato alla pittura astratta fino alla cucina alle musiche trasmesse dalla radio ma non sempre è un pregio, si rischia il collasso degli argomenti, la frustrazione di non riuscire ad approfondire certi passaggi della storia, certe tendenze artistiche, certi saperi…
a. senza perdersi d’animo, pensava che l’accumulo riuscisse a colmare l’approfondimento: non tanto la quantità a discapito della qualità, ma un archiviare brandelli di conoscenza qua e là con la consapevolezza che prima o poi sarebbe tornato utile conoscerne i contorni…

ogni tanto capitava questo e a. era molto felice delle intuizioni avute, del suo fare sempre due più due più uno più tre, fino ad una somma che oltre all’accumulo comprendeva illuminazioni veloci come intuizioni…

era la prima volta che voleva avventurarsi in un qualcosa di suo, costruito per la sua gratuità, futilità, natura effimera quanti mai, le movenze di un ballo, i gesti delle mani danzando…
che significava danzare allora?
o comunque veder danzare qualcuno?
lo stesso per i film, le letture, addirittura lo scambio di idee tra colleghi diventava l’occasione per mettersi in gioco…
mettersi in gioco, è una frase che aveva sentito spesso…
trascorreva i pomeriggi del sabato, fuori dal lavoro, solo in casa a disegnare il suo attimo di eternità: fuori dalle interviste consuete, il lavoro ordinario per la tv in cui lavorava, voleva realizzare un film artistico da usare come lasciapassare, come n specie di password, la parola non gli era chiara (e per la verità nemmeno lo scopo) di questa operazione…

era provvidenziale questa conoscenza via web con la scrittrice brasiliana (la gentile signora) solo un suo piccolo libro -“perdite e guadagni” -era disponibile in italiano, nemmeno tradotto così bene in italiano, ma quello che cercava non era un testimonial, pur d’eccezione come l’autrice gaucha lya luft…

attraversate le sue ricerche trovava una persona sensibile cha aveva avuto le sue traversie, qualcosa traspariva dalle e-mail, ma si manteneva circondata d’una aura solare che probabilmente è tipica in brasile…

a. non sapeva niente del brasile, quello che si può sapere se non ci si è mai stati…
da piccolissimo aveva visto un film che raccontava la storia di orfeo che per amore di euridice discende all’ade per ritrovarla, la storia del mito trasportata in brasile, attori non professionisti e location esotiche, il film era in bianco e nero…

lya luft conosceva bene le cose del brasile e tentare di farsele raccontare era come vedere la terra dalla luna, come gli astronauti del luglio 1969 tra un saltello e l’altro fuori gravità vedevano il nostro pianeta da lassù, dal nostro satellite…

vita e morte per la gentile signora potevano essere un tutt’uno nel realismo magico che caratterizzava il suo scrivere

la gentile signora parlava di un’anima della terra come soffio universale

riusciva a guardare così l’altra parte del mondo che non aveva mai visto e che non poteva nemmeno immaginare, la donna lo diceva ad a…
“non te lo puoi nemmeno immaginare il candomblè”
“sono abituato ai modi consueti nel rapportarsi col reale e con l’ultrarealtà, magari un prete, una candela accesa…” rispondeva lui
“non te lo puoi nemmeno immaginare il respiro del mondo, il sangue dell’animale sgozzato che rigenera gli uomini…”

VIDA – Vida é esse processo misterioso da gente estar jogado no mundo. Esse aprendizado maravilhoso. Desde muito criança tenho o desejo de entender um pouco esse mistério – as relações humanas, a natureza, o destino do homem. Sou muito tocada pela sensação do mistério, da transcendência da vida. Acho que a vida é mistério, transcendência e processo.

la morte come proiezione della notte

MORTE – Não sei, saberemos depois de estarmos nela . Acho que ela é tão natural como a vida. Mas nunca estamos preparados. A grande fragilidade humana é exatamente esta. Estamos pouco preparados para as coisas naturais. A civilização nos tornou seres pouco naturais. A educação, a civilização são cortes da natureza. A gente está se afastando da natureza. Você deixa de ser um animal puro, quando se educa, se sofistica, se intelectualiza. E este afastamento da natureza traz aquilo que Freud chamou de mal-estar da civilização E nisso está inserido a questão da morte, que para nós é estranha porque não somos naturais.