QUANDO ARRIVANO I TEPPISTI

[RECENSIONE MUTA]

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Jennifer Egan con il suo viso affilato. La signora che ha i tratti della ragazza e che si diverte con le trame noir e che sembra trovarle durante la stesura del testo scritto – così dice -quasi in modo casuale e che poi afferma “è successo in maniera naturale”.

La sperimentatrice di formule narrative prese in prestito da Pulp fiction e dai serial tv. La scrittrice che usa le slide in un capitolo del suo romanzo premio Pulitzer.

I salti nel tempo, il lato a e quello b del suo Il tempo è un bastardo [Minimun fax, 2012 pp. 391, 18 euro]come si trattasse di un long playing, ma non uno di quelli tradizionali, dodici o tredici tracce – la terza sempre strepitosa e almeno due pezzi da classifica- , ma addirittura le due facciate di un concept album, come si usava nel tempo dei tempi ed eran bei tempi davvero. Srg.Pepper o Tommy o The Wall o 200 Motels, opere-mondo non canzoni.

Visit from a goon squad. Titolo curioso,  quello originale, da indagare e capire.  Solletica la mia voglia di sapere, Visita di una banda di teppisti sarebbe comprensibile solo da un americano. Mi ci sono arrovellato per diverso tempo. Sembra il titolo di un episodio di Scooby Doo, scrive The Guardian di Londra. ” Gli editori – continua l’articolo -si chiedevano se il titolo costituisse un problema, che cosa è un “Goon Squad”? Poteva diventare un deterrente per le donne, hanno pensato. ”

Ho chiesto spiegazioni del suo significato obliquo e nascosto al mio amico americano Rick. Mi parla subito di gang. Gli chiedo: “Tradurre il titolo con quando arrivano i teppisti può essere plausibile?”. Il titolo potrebbe anche raccontare – continua Rick -le richieste dolcetto/scherzetto di Halloween, ma non ci giurerei, conclude.

C’è quindi molta ironia nel titolo, trasformato da Matteo Colombo in modo brillante nel tempo è  un bastardo, espressione che compare qua e là, ma che inevitabilmente non rende l’immediatezza dell’evocazione della visita minacciosa da parte di bellicosi thugs, che come leggo in una pagina di Wikipedia, definisce la goon squad come il gruppo di intimidatori dirigenti sindacali che aggrediscono i lavoratori non collaborativi verso le direttive del sindacato. Significati multipli come multipla è la narrazione.

Incuriosito dalla particolarità dell’uso del Power Point ho saltato un paio di capitoli per leggerlo subito, ma è come passare da un brano all’altro di un ellepi, perdendo  la continuità del fluxus voluto dall’ autrice, nonostante i capitoli possano essere letti autonomamente.

Tredici capitoli come i brani che di solito compongono un album. Di più diventerebbe un doppio (quando c’erano i doppi), di meno un extended play (quando c’erano). Racconti autonomi -ognuno un accenno di romanzo -che compongono una narrazione corale fatta di personaggi che si inseguono e incrociano e incontrano per caso e si sfuggono e inevitabilmente si incontrano nuovamente tra New York, la California, la Napoli che sembra quella di Malaparte e una capatina hemingwayana in Africa. “Ho amato molto Hemingway: tra i suoi libri, il primo che ho letto è stato Verdi colline d’Africa”, ha detto Jennifer in un’intervista a Francesca Borrelli,  forse la giornalista italiana più entusiasta del libro.

Romanzo postmoderno dai molti livelli e dallo stile che cambia a seconda del punto di vista, prima e terza e anche seconda persona. Romanzo che ricorda De Lillo che ricorda i film dove i personaggi sono tutti protagonisti e comprimari.

Crash di Paul Haggis e Babel di Inarritu e su tutti Short Cuts di Robert Altman, tratto dalla raccolta di racconti di Raymond Carver  e questo non l’ha detto o scritto nessuno nei numerosi articoli che ho letto.

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CRONACHE IMMATERIALI

#IONONCISTO

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La notiza da #cronacaimmateriale (fondamentale il cancelletto prima delle parole legate insieme) non è tanto la morte del presidente emerito Scalfaro e nemmeno di quanto bailamme si sia scatenato su twitter con i vari hashtag  (tutti giù a dire scalfaro di qua, scalfaro di là, dividendosi in numerosi rivoli , mipiace nonmipiace siperò senzasesenzama:  #Scalfaro lo beatifica, mentre #IoNonCiSto è per le critiche e l’indifferenza,  cfr. http://www.cadoinpiedi.it/2012/01/29/morte_scalfaro_twitter_si_spacca_in_due.html ) e nemmeno perchè per una volta la rete (proprio twitter in questo caso) ha dato la notizia prima delle agenzie.

La notizia da confine mediatico è tutta nei dubbi sorti sulla sua attendibilità in qualcuno attorno alle 9 del giorno della morte, quando non esisteva una conferma ufficiale;  uno di questi  è  Mario Adinolfi, un altro Ferruccio de Bortoli che prontamente –confermata la notizia- si sono guardati bene dal lasciare i loro dubbi eternati in un post, cancellandoli ignominiosamente.

Mario era ospite in diretta di Omnibus su La7 . “Devo stare ancora un’ora in diretta a Omnibus a sentire le minchiate sparate dalla Mussolini. Per stare calmo ripeto:ora e sempre resistenza”, twitta accorato attorno alle 9, poi raccoglie il cinguettio  relativo a Oscar Luigi e dice: “Twitter e Wikipedia danno Scalfaro per morto , ma per l’esperienza che ho della rete si tratta di un fake” cioè un falso.  De Bortoli replica qualcosa masempre con un tono incerto,  non sono riuscito a trascrivere o memorizzare, come ho fatto con l’altro riprendendolo dalla pagina di un amico di facebook. Poco dopo la conferma. Corriere e Repubblica titolano la notizia e i tweets perplessi spariscono.

Interessante notare che proprio Wikipedia ha “trasmesso” la notizia: qualcuno ha inserito la data di morte di Scalfaro nella sua biografia senza commenti e probabilmente il primo in assoluto a dare la notizia è stato  Alberto Maria Gambino, giurista idealista (come si legge sul suo profilo twitter) che sembra aver aperto un account solo per  dare la trista nuova.

cfr. http://elvirapollina.wordpress.com/2012/01/29/twitter-e-la-morte-di-scalfaro-cosa-e-successo-e-perche-il-giornalismo-non-e-morto/

http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/440344/

IO SONO TUO FIGLIO E TU SEI MIO PADRE

Linnio è un amico, o meglio stava due classi sotto la mia al liceo, quindi rimarrà una sorta di mascotte per me. Non riesco a evitare gli stessi lazzi di millenni fa quando ci incontriamo, anche se naturalmente ormai adulti, “certi” comportamenti non hanno più lo stesso pesospecifico di allora. Cerco di evitare i leitmotiv nei comportamenti, le frasi gergali (anche perchè ormai dimenticate), gli sberleffi tipici dell’età dell’oro. Leggere il suo libro quindi era d’obbligo, l’ho persino comprato, spendendo di mio (un giornalista per giunta marchigiano, da bravoprenna, come diciamo  in famiglia,  avrebbe aspettato di farselo spedire dalla casa editrice o direttamente consegnare di sua mano dall’autore, le occasioni di incontro però sono poche ecc ecc ecc ecc  insomma l’ho comprato).

Il libro di Linnio è terribile con un fondo di umorismo nero che lascia presagire il suo tipico sorrisetto amaro che gli scivola via quando vuol commentare un qualcosa senza parole. Si legge in un pomeriggio. Cerchi la storia, una trama, un plot che non arriva mai e sai già come finisce, perchè si racconta delle ultime fasi della malattia del padre. Ormai siamo nell’età in cui ci muoiono gli ascendenti e sappiamo di cosa si tratta ma al peggio, si sa, non c’è mai fine (lo so, lo so che questo è un tremendo  luogocomune del linguaggio, di quelli che di solito cerco di evitare,  ma questo peggio qui è  l’inaspettato, ciò che desta  attenzione, racconto di esperienze dirette dove non vorrresti mai incappare).

Come sia riuscito a esternare una vicenda così delicata e privata e “schifosa” e intima e chenonsiracconta e infondochecefregaancheseappartieneatuttimeglioevitare è il consueto mistero della scrittura,  quando solo con parole messe una dietro l’altra, senza una struttura grafica che non sia la composizione della pagina e i caratteri tipografici,riesce a ricostruire una porzione di mondo, l’atmosfera vissuta e a regalarci momenti che diventano paralleli alla nostra vita (anche e soprattutto quando le storie sono inventate).

Scorrendo le pagine mi dava fastidio inizialmente l’assenza di una strutturanarrativa, un avvicendarsi di fatti che portassero da qualche parte, quel girovagare tra profumi&colori&strade&persone&fatti dei libri che preferisco (o che loro, i libri, preferiscono me perchè non seguo nessun canone nelle mie letture, sono i libri a chiamarmi per essere letti), poi tra l’alternarsi dei brani stampati in caratteri diversi (uno è il courier, l’altro potrebbe essere un semplice times new roman, ma non ci giuro) si compone quella magia che prima ho chiamato mistero.

Magia orrorifica in una narrazione a due voci, la sua e quella del padre. Accentuata da alcuni sinantropismi (Linnio è un professore e vuole sempre che si corra al vocabolario – noi andiamo su google però) e da gustosi “crimini di pace” (li chiama così), dove si descrivono per lo più animali spiaccicati dal traffico (di qui i ricci del titolo).

Il fenomeno del sinantropismo invece è l’attrazione di specie parassite non desiderate che possono portare alla diffusione di infestazioni nella popolazione umana. Così recita Wikipedia. E si spiega il senso di questo libro coraggioso. Linnio mi aveva detto che stava scrivendo, ma dove immaginavo descrizioni di ansie e avventure di un intellettuale moraviano in crisi nella mezza età oppure resoconti di viaggi della mente e del corpo o una storia gialla o una stupida storia d’amore, ho trovato invece questo.

Ricci chiude proprio con un sinantropismo. Il terzo, dove si descrive di un nido abbandonato su un leccio, fatto solo di terra e fili d’erba, enorme, pesante, massiccio. Il nido abbandonato riporta alla mente dell’autore certi paesini di montagna con le case ormai vuote, non più abitate ma lasciate in buon ordine che sembrano aspettare l’ospite che ritorna.

Il tentativo – riuscito credo se non per l’autore almeno per chi legge – è stato quello di rimettere ordine in una vita devastata dalla morte del padre. Anzi de IL  padre. L’ha fatto in un modo apparentemente scanzonato, sdrammatizzando la tragedia. Non ci sono quasi refusi (forse uno), troppi francesismi, ma è il suo stile. Bella la chiusa.

IL FATTO E’ LA SCRITTURA

Fino all’ultimo capitolo – di cui non parlerò per non guastare la sorpresa della lettura- mi sono chiesto perché Massimo Fini avesse scelto un titolo come “Il dio Thoth” al suo primo romanzo (e già nell’essere questo un esordio nella narrativa-dopo tanta saggistica e giornalismo- è comunque un motivo di interesse). Apparentemente, nello sviluppo di questa “metafora di un futuro stralunato insensato, desolato che è già qui, fra noi” -come recitano le note di copertina-, il dio Thoth sembra non avere un ruolo particolare, anzi non viene mai neppure nominato. Thoth è il nome greco della divinità degli antichi egizi che ha inventato la scrittura e in quella complicata e affascinante teogonia è considerato anche come creatore del mondo.
Nel “Fedro” platonico, in un breve apologo di Socrate, Thoth viene citato per contestare -leggo su Wikipedia – “l’importanza della scrittura, a favore dell’oralità, che permetterebbe all’uomo di “possedere” nella propria memoria quello che la fredda scrittura fissa invece su supporti materiali”.
“Il filone del libro –dice Fini in un’intervista -è quello della fantascienza orwelliana e del Mondo Nuovo di Huxley. Non ci sono né alieni né extraterrestri. La fantascienza siamo noi”. L’universo descritto è dominato dall’informazione, anzi modellato dalla presenza costante dei media. Tutti girano con le cuffie in testa e in ogni dove ci sono dei monitor che rimandano notizie in tempo reale. Chi non accetta questo sistema è un UnInformed, considerato un nemico e represso di conseguenza. Al centro della città domina una torre dove una scritta luminosa ricorda giorno e notte la filosofia che sorregge un mondo drammaticamente simile al nostro: LA NOTIZIA E’ IL FATTO – IL FATTO E’ LA NOTIZIA. Se insomma un fatto non diventa notizia non esiste. Quasi come avviene spesso nella nostra attualità.
L’epoca raccontata è quella della New Era. A capo di tutto c’è un Grande Fratello chiamato la Grande Mousse. Nel mondo si svolge una guerra reale e virtuale insieme tra Oriente e Occidente. Particolari che ricordano troppo da vicino il 1984. Questi evidenti rimandi non sembrano però impensierire Fini. La tensione è sempre rivolta all’epilogo a sorpresa.
La vicenda di Matteo Sereno – nome emblematico che contrasta con la tragedia incombente- in fondo è solo un pretesto.
“Il dio Thoth” –come già accennato- è il primo romanzo del polemico editorialista, autore di tanti saggi contro la modernità, di quel brillante giornalista dell’epoca d’oro del glorioso settimanale “L’Europeo” e del mai dimenticato quotidiano “Il giorno” che rivoluzionò il modo di raccontare la realtà.
E’ una storia che Fini cova da un trentennio, con una prima stesura nel 1978 e che solo adesso prende la sua forma definitiva, ma per quanto il suo occhio acuto possa essere stato anticipatore, i vari “Blade runner”e “Matrix” nel frattempo hanno fatto inevitabilmente diventare il suo libro un deja-vu.
Sembrerebbe tutto poco degno di nota e l’unico motivo di interesse risiederebbe nella curiosità di leggere un Fini narratore.
Matteo è testimone di delitti, gioca ai cavalli (ma vere corse non si volgono più da anni), incontra addirittura la Grande Mousse, polemizza con i colleghi, arriva sempre in ritardo al lavoro.
Qualcosa di importante avviene nell’epilogo. Insomma la vicenda è plausibile, l’attesa degli eventi è garantita, ma il plot –bisogna riconoscerlo-non è originale.
Acquista una certa originalità nel ribaltamento finale, dove si accende la curiosità.
L’autore utilizza un tipico cliché della fantascienza.
Un esempio è il famoso racconto breve di Fredric Brown intitolato “Sentinella” dove il protagonista, un soldato di una guerra interplanetaria, si trova a cinquantamila anni luce a combattere una guerra lontanissima. Quando il nemico si avvicina, il soldato lo vede e lo uccide. Il racconto spinge il lettore a identificarsi con il punto di vista del narratore; nelle ultime frasi, avviene il colpo di scena. Mentre il soldato descrive con disgusto l’aspetto “orribile” del nemico (“con solo due braccia e due gambe e la pelle di un bianco ributtante e senza squame”), il lettore si rende conto che il soldato è un alieno e chi è rimasto ucciso un uomo.
Il finale a sorpresa di Fini riscatta il già letto altrove, di cui non si sentiva la necessità se non per il valore metaforico alla base dell’intento morale dell’autore.
Il messaggio infatti–senza svelare comunque la sorpresa- è che esiste una speranza nella comunicazione, quando questa ritorna alla sua primitiva funzione del dare un nome certo alle cose del mondo e non quando è solo un modo per alterare i fatti attraverso una sovrabbondanza di informazioni che portano soltanto al loro azzeramento.
Leggere per credere. Il “divertimento” è assicurato.