SULLA VIA PROVINCIALE PER DAMASCO

 

neri

«E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce…»Atti 9: 3-4

Prima di parlare del libro di Giampiero Neri, Via Provinciale (Garzanti, 2017), riecheggiato nel titolo del mio pezzo, devo raccontare l’antefatto all’origine dell’entusiasmo che provo per la scrittura di questo decano della poesia italiana. Non proprio un cadere a terra, ma udire una voce senz’altro sì. Naturalmente con le dovute proporzioni.

L’antefatto si svolge nel luglio del 2016.

Sono a Rimini per realizzare un reportage televisivo su Parco Poesia, uno dei festival letterari italiani di più lunga vita. Parco Poesia è stato, fin dall’edizione di apertura del 2003, il festival dedicato alla poesia esordiente e giovane. Organizzato con passione da Isabella Leardini, a fine luglio nella corte del castello malatestiano di Rimini arrivano i grandi maestri, ci sono autori contemporanei molto letti, giovani poeti già affermati e le promesse che il festival scopre un po’ ovunque in Italia, attraverso un costante lavoro di scouting.

Armato di telecamera e microfono sono un one-man-band. In veste non solo di giornalista, ma anche di autore delle immagini e del sonoro.

Il set è dentro una sala di Castel Sismondo, accanto al bookshop.Lo sfondo dell’inquadratura è il muro bianco della sala. Quando andrò al montaggio quello spazio bianco diventerà uno schermo. Assomiglia a una pagina di poesia ancora da scrivere.

Intervistare i protagonisti della poesia e della critica letteraria italiana è una bella occasione per approfondire un fenomeno divenuto di tendenza. Scrivere poesia sembra essere diventata un’attività molto diffusa. Il web ha aiutato la diffusione di contenuti lirici che prima rimanevano nei cassetti. Come ha scritto sull’Espresso (gennaio 2017), Fabio Chiusi: “Se le stime parlano di circa tre milioni di poeti nel nostro paese, si comprende che i versi si scrivono più di quanto si leggono. Un problema culturale, certo, ma anche un dato che testimonia come la poesia sia e resti «una necessità profonda», dice all’Espresso uno dei massimi autori viventi, Milo De Angelis (tra i protagonisti di questa edizione di Parco Poesia, ndr), «qualcosa che parla alla nostra sete».

Con il mio speciale voglio provare a capire cosa si nasconde dietro la voglia di esprimersi in versi, come si trattasse di un’urgenza.

Franco Buffoni è uno dei primi che porto sul mio set.

“Un ritmo profondo, un ritmo intrinseco – sostiene con vigore il poeta lombardo- un ritmo che precede tutte le metriche, endecasillabi, metriche di tipo quantitativo o accentuativo, persino il verso libero. Il ritmo è qualcosa che comprende tutte le metriche, qualcosa di profondamente ancestrale, noi nasciamo impastati di un metro, di un ritmo che è poi forse il battito del cuore materno”.

“Forse vale sempre una questione messa in luce da un filosofo nel passato – esordisce Antonio Riccardi, per rispondere a una mia domanda sull’urgenza di fare poesia – la poesia serve anzitutto per chiarirsi le cose. – continua. A se stessi intendo, cioè serve per andare nel profondo di sé, serve per cercare la noce d’oro che ci riguarda. Senza dimenticare che la poesia è un genere letterario, una strumentazione che non si accontenta di andare a cercare qualcosa di sé, ma lo fa per rendere disponibile quella strumentazione di ricerca agli altri, quindi la poesia tende, esige, di diventare universale”.

“Uno si sente chiamato dalle singole parole”, dice alla telecamera Milo De Angelis

Sfilano davanti al mio microfono le menti migliori della mia generazione, hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte.

Doveroso fare il verso a Ginsberg, quando parlo con Dino Ignani. Mi racconta del festival di Castelporziano, dove proprio da quella spiaggia iniziò la sua carriera di fotografo di poeti. C’ero anch’io su quella spiaggia e ricordo bene quelle serate che si svolgevano così vicine al luogo-simbolo dove pochi anni prima era stato ucciso Pasolini. Ricordo la delusione mia e di molti per l’assenza di Patti Smith, il palco che crolla sotto il peso di tutta quella folla vociante che doveva assolutamente esprimersi e che di fatto impediva lo svolgersi regolare del festival.

Con Roberto Galaverni, critico del Corriere della Sera, parliamo di diffusione editoriale della poesia. Galaverni dice che i poeti non leggono gli altri poeti, basterebbe che tutti quelli che scrivono poesie comprassero una copia degli altri e ci sarebbe un mercato assai fiorente.

Rosita Copioli è piena di energia: “La poesia ubbidisce a una necessità, Goethe diceva che il mondo ha bisogno solo di poeti grandi, come si riconosce il poeta? Difficilissimo, come si riconosce la bellezza, l’autenticità”.

Con Walter Raffaelli, l’editore riminese di tanta lirica contemporanea, si discute del mercato (a detta sua presunto) della poesia. Raffaelli sostiene che non è importante il numero di copie vendute. “Non dovremmo pubblicare poesia pensando di vendere molte copie, questo lo sappiamo già”.

“L’urgenza della poesia è quella di mettersi in rapporto con il mondo nel quale si vive – è Alberto Bertoni a parlare– e con le persone più care, morte e vive, perché la poesia ha il grande dono di ridare la parola ai morti”.

“Non si va per singole illuminazioni – rincalza Gian Mario Villalta – la poesia sorprende chi la scrive”.

Nel tardo pomeriggio Isabella Leardini, che mi ha seguito per le interviste, mi dice che è arrivato Giampiero Neri. “Devi assolutamente intervistarlo, vedrai, ti stupirà”, dice lei. Non conosco la sua opera, ma so che è il fratello di Pontiggia e questo mi basta come “garanzia”. La questione da cui parto è sempre la stessa. Perché si scrive. Risponde Neri: “Come diceva Manzoni: l’animo umano è un gran guazzabuglio. La poesia non cerca tanto di mettere ordine ma di mettere a fuoco quello che succede, non si nasconde la realtà, la si racconta, la si dice.”

Neri parla molto lentamente, medita sulle parole che sta per dire, sulle singole parole. Dentro di me penso che quel suo ragionare sia poco televisivo, invece al montaggio, mi accorgo che la sua lentezza è come una sospensione che rivela ciò che apparentemente cela, anche qui come per il muro bianco che mi fa da set, lo spazio bianco della poesia.

“Achille ha ragione di essere in lite con Agamennone – continua Neri – ma la ragione non è tutto e a un certo punto anche lui deve abbandonare questa posizione sua, di egoismo, tutti gli altri greci dipendono da lui, dal suo valore, dalla sua capacità di essere un condottiero. E così quindi, per conto mio almeno è così. Vedrei nella poesia la ricerca della verità.”
L’antefatto finisce durante il montaggio del mio pezzo televisivo. Per scegliere le sequenze bisogna guardare – e naturalmente ascoltare – più volte i vari segmenti. Quando Giampiero Neri ritorna sullo schermo mi colpisce sempre quel suo essere in perfetta sintonia con la parola scritta, pur esprimendosi a voce. Attenzione. Non è che Neri parli come un libro stampato, suonerebbe banale, piuttosto: la sua scrittura – così precisa, così densa – descrive mondi in divenire con le parole necessarie. Solo quelle.

Nel bookshop a Castel Sismondo dopo l’intervista, ho comprato il volume di Neri Il Professor Fumagalli e altre poesie, pubblicato nella collana Mondadori ”Lo Specchio – i poeti del nostro tempo”, nel 2012. In seguito ho cercato di recuperare la sua centellinata bibliografia e ne ho presi diversi altri. Le poesie di Armi e mestieri (Mondadori, 2004) mantengono ancora la forma lirica dell’accapo, tutte le altre, comprese quelle di Via Provinciale (pubblicato stavolta con Garzanti) le poesie si esprimono in prosa. L’aveva detto Neri nell’intervista che la poesia non necessita di una forma particolare. Il libro inaugura la nuova collana di poesia della Garzanti, diretta proprio da Antonio Riccardi che nel risvolto di copertina dice: “Di fatto estraneo alla mappa delle tendenze in cui si è articolata la poesia italiana del secondo dopoguerra, Neri ha condotto la sua esperienza letteraria con radicale fedeltà ai principi che l’hanno originata: la memoria, prima di tutto, intesa come luogo minerario da cui estrarre i materiali necessari, indispensabili forse, alla vita attiva quotidiana”.

Ecco. La memoria è la chiave per capire i contenuti delle poesie di Neri, ma secondo me ciò che davvero conta è il tono.

“Un tono familiare..”, sottolinea Giampiero Neri al telefono, raggiunto mesi dopo per dirgli che sto scrivendo questo pezzo. Ci diamo subito del tu e la telefonata si prolunga sulle mie curiosità. Nei discorsi compare Remo Pagnanelli, un poeta e critico maceratese che negli anni ’70 avevo frequentato quando vivevo nella città marchigiana. “È stato Giampiero Neri – scrive Guido Garufi, in un appunto che trovo sul web – ad “accorgersi” di Remo, a supportarlo. Ed è il lessico tonale di Neri che affascinava Remo, una musica di fondo minimale, massimamente espressiva, simile alla indicazione di Montale sul tema della prosa-poesia.”

Ecco un’altra chiave di lettura. La musica.

Queste chiavi sono senz’altro giuste e ne posso cercare mille altre. Testo-traccia per esempio. Proprio Pagnanelli diceva di Neri: “È forse esagerato, ma non inesatto, riconoscere che il di più di queste poesie nasce e vive fuori della cornice della pagina, che i rimandi culturali e empatici sono tali da accreditare la definizione di testo-traccia.”

Per quanto mi riguarda taglio corto. Le poesie di Neri (e Via Provinciale è un’ ulteriore riprova) sono tanti incipit, oppure frammenti di romanzi che possono essere lunghissimi. I suoi libri hanno grandi spazi bianchi, da riempire con quanto riusciamo a raccogliere dal personale lessico provinciale. Il paragone con le Epifanie di Joyce è dovuto. Non ritengo importante il tono oppure la musicalità nella costruzione delle frasi. Leggendo i suoi libri- e questo in particolare che sembra riassumere i temi che gli sono cari – è come entrare con discrezione a casa sua per conversare insieme nella penombra.

 

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A QUESTO LINK E’ POSSIBILE VEDERE LO SPECIALE “PARCO POESIA”

http://www.smtvsanmarino.sm/video/speciali-rtv/speciale-parco-poesia-2016-29-07-2016

Le strade del linguaggio

  •    Che prendono sempre misteriosi itinerari, quando il reiterare di un infinito ripetersi di formule permette combinazioni e superata la zona grigia del nostos eterno, di quel particolare giorno di metà giugno che preannuncia solstizi druidici, oh quanto ci vorrei essere tra quelle vecchie pietre – lo dico come si trattasse di aprire parentesi ben ampie – dopo il rognone a colazione a Dublino o anche a Trieste, anche se puzza di piscia di gatto e berrei del whisky scozzese per annaffiare l’interiors/interiora, viaggi dentro la propria stanza, le parole sovrapposte che nascondono significati altrove irrilevanti, perché c’è sempre una prima volta per tutto e la “gran selva antica della terra” è stata umanizzata grazie alla parola – non una parola qualsiasi, ma la parola poetica, ecco la “discoverta”, motivo di “eterna, immensa gioia” per Giambattista Vico, filosofo visionario d’o sud.

Nostos eterno

Buck Mulligan dall’alto delle scale intona l’introibo

mentre un Buddha indifferente con gli occhi socchiusi

lo ascolta dire a voce alta : “Vieni su, Kinch!”.

La scena si ripete sempre uguale.

E’ un giorno di metà giugno a Dublino.

Eternamente il 16 giugno.

Ti chiedi perchè quando apri l’Ulisse di Joyce

ti viene sempre voglia di mangiare rognoni a colazione.

TANZ TANGO

La fine del mondo: c’è niente di più bello? Per uomini e donne è un fondaco da strapazzo, ma per gli innocenti e per gli sprovveduti è il bazar delle meraviglie; non foss’altro per la cannuccio di finto avorio dove si vede il leone di San marco; mentre rovesciando il posacarte, nevica su San pietro anche d’agosto. Tutto c’è di tutto: un lume a petrolio, il cavaliere del Cigno e Otello che strangola Desdemona; sul banco tra la bottiglia coi baffi del Re galantuomo e la caraffa bianca col ritratto di Pio IX, fra almanacchi e lunari, lo Speculum lapidarum di Camillo Lonardi pesarese, dedicato a Cesare Borgia, specchio d’ogni virtù. E ben in vista, ma nessuno abboccava, la tabacchiera di Napoleone. [Fabio Tombari, Fine del mondo Ercole al bivio, Editrice Fortuna 1986]

Dentro la mucca di floyce  c’è tutto quello che sedimentava in me in quei primi metà 90, quando i ragazzi giù a seattle indossavano camicioni da boscaiolo (le portavamo qualche anno prima anche noi, ripudiandole quasi subito) e  sulle chitarre diventavano furiosi e se si gettavano dal palco sul pubblico si aspettavano  di essere raccolti, tanto i locali erano piccoli e gremiti, come a londra nella mia personale (memorabile) notte del punk raccontata altrove, la suggestione sedimentaria  partiva da quel brano di Tombari posta in esergo, il libro me l’aveva regalato nel dicembre 1987 proprio il grande vecchio di Rio Salso, ero andato a intervistarlo per la Rai di Ancona e quel suo pezzo l’avevo letto in trasmissione,   l’avevo in mente quando ho pensato al mio guazzabuglio video successivo

o almeno quel tutto, quell’aleph, che ho sempre inseguito d’istinto, ginsberg e il suo mantra, il kaddish per la madre morta e la grande madre terra atomica del disco della mucca, gli orizzonti verso il mare percorsi da nuvole veloci citazione dalle immagini di un documentarista francese che mi piaceva molto (un’impresa ritrovare il nome del regista scrivendo su google parole-chiave come nuvole velocizzate documentarista francese, tanto non me lo ricordo e quando lo ricorderò sarà sempre troppo tardi), e ancora ci sono le ceneri che tornano cenere sulle immagini del trattamento ludovico van,  “è buffo come i colori del vero mondo, diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo”,  non sono proprio le stesse, vigliacco se riesco a trovarle quelle esplosioni di stazioni di carburante, quella terra smossa da scoppi intensi sulla musica di bowie, poi ancora il paesaggio di quella magica stagione dopo il giugno 1993, dalle parti di rimini verso arezzo,  con quelle nuvole che scorrono sul letto del fiume detto piccolo mare, marecula, dove tonino guerra  ha ambientato tante sue storie (l’anno era proprio quello delle peregrinazioni in valmarecchia), quelle nuvole che son copiate dalle sequenze di quell’altro regista francese (che tanto non mi ricordo come si chiama) che si vedono poco dopo,  intanto ginsberg continua con il  suo mantra e sfuma verso” atom hearth mother” (la copertina del vinile è inquadrato da una telecamera da studio,  l’immagine della mucca si è un po’ sbiadita per il sole che entrava dall’angolo di san leo nel vecchio ufficio) le chitarre universali dei pink floyd si ascoltano come un refrain (che sempre  miritornainmente lungo i decenni e non perde di smalto) mentre ” una mucca che veniva giù per la strada”, l’incipit inquietante di dedalus e le” belle lose veldi”, la mamma aveva un odore più buono del babbo (questo è joyce) gli suonava una tarantella per farlo ballare eccetera,  eccole arrivare le immagini del regista di cui non ricordo più il nome  e mentre continua  il solito mantra ginsbergiano che ha fatto pure a castelporziano ecc l’ho raccontato più volte, una lama di luce attraversa veloce  l’orizzonte l’immagine è fissa ma accelerata, hey father death I’m flying home hey poor man you’re alone, hey old daddy, I know where I’m going (fine prima parte) nella seconda – realizzata tempo dopo – ginsberg è davvero a castelpoziano con la sua camicia bianca da professore americano, continua inesorabile nel suo blues (serviva in quell’estate del festival dei poeti sulla spiaggia verso ostia a calmare anime ribollenti assemblee universitarie, aule magne piene di fumo dove tutti urlavano “scemo, scemo“),  mentre la ballerina di pina bausch danza nella neve con un vestitino a fiori (nel link si trova  piuttosto in là, a 37′) intanto cominciano a sovrapporsi immagini estranee (abe sada dell‘impero dei sensi, ancora l’infiorata della ballerina tra le neve che scende), poi esplode il tanz tango der sufi pulp pound, ecco tarantino nella sua forma pura (la musica!)  alternato al lamento dell’imperatrice di pina, continua così fino a ezra pound- recuperato da qualche archivio- che legge i cantos sulla musicadi nusrat fateh ali khan dal film maledetto natural born killers, (sempre di tarantino o comunque con il suo tocco, che faceva il paio allora con forrest gump io sono la luna con i piedi sulla falce d’argento (sovrapposte le ballerine di wuppertal che sbattono stracci per terra, alzano polvere, stacchi su pound a rapallo sugli scogli, la ballerina nella neve con la sua musica -proprio sua scelta dalla bausch- ipnotica, seducente avvolgente, la scena è ripresa dalla tv con una camerina high8 che allora sembrava il massimo che c’era, la neve sferza i capelli neri della ragazza dal vestito delizioso), sovrapposizioni da ultimo tango, brando e maria si inseguono con gli sguardi (c’è un effetto elettronico vintage),  intanto ritorna tarantino dal libro di ezechiele  

25:17. “il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te.”  

(ezechiele è detto in inglese mentre le immagini sono ancora quelle decadenti dell’appartamento parigino, peccaminoso e casto, di bertolucci), ma il nome di quel regista francese non lo ricordoproprio e non posso metterlo tra i tag.

CONSIDERAZIONI SEMPRE INATTUALI

spendere parole e valutarle sottocosto

sussultare ascoltando espressioni piene di luoghi comuni

non sopportare certe parole come “assolutamente” o  “postazione”

svegliarsi con il mal di testa dopo sonni inquieti e lampi di “inception”

pioggia battente, cimiteri infiniti, furti subiti, anelli enormi

fare egosurfing per trovare connessioni impensate

toda la información sobre antonio, con antonio prenna alla guida, il catania non va oltre l’1-1 (ma quello certamente non sono me)

ascoltare solo musica “rumorosa”, passare le sere solitarie a leggere tex

e abbandonare il nipote di wittgenstein al suo destino

ricordare ricordare ricordare  momenti “estremi”

il maglione bordeaux che indossavo

in quel giorno palindromo e assolato di gennaio

quando giulia respirò per la prima volta

la lunga attesa alla stazione di lione secoli fa

senza perdere di vista,  nella sala d’aspetto, l’orologio impassibile.  sinistra divinità catto-pagana

oppure cercare di capire il mistero dei sei lenin sulla tastiera

del pianoforte di dalì al beabourg di parigi

tradurre poesie dal portoghese parola per parola con il vocabolario

indossare  una cravatta memphis disegnata forse da ettore sottsass forse da nathalie du paquier

chiedersi “chi diavolo sono i visitatori della terra_vista_da_luna”

percorrere itinerari mentali sempre uguali sempre inattuali

teseo e il minotauro, labirinti, dissonanze, cerchi concentrici, james joyce, foster wallace, la solita confusione,i consueti banali eclettismi