DON TONINI

Nei tardi ’60 Monsignore, magrissimo come sempre, stava per giungere a Macerata per insediarsi come vescovo. Una piccola sosta davanti casa mia per benedire quanti lo aspettavano. Davanti alla Cappellina dedicat a ai caduti che noi chiamiamo Madonnetta c’era una piccola folla capeggiata dal curato del paese. Don Giuseppe nervoso fumava più del normale durante l’attesa. Finalmente ecco il vescovo. Sembrava di vivere la scena dei Promessi Sposi quando Borromeo visita il paese di Renzo e Lucia. Tonini benedice la folla, don Giuseppe è contento, tutti sono contenti. Altri tempi quelli senza il traffico feroce di ora. Anni luce dopo sono al Teatro Titano di San Marino. Monsignore, magrissimo come sempre, sta parlando di bioetica di embrioni. E’ divertente con quella sua voce stridula e sottile. Sono lì non per intervistarlo ma per dirgli se si ricorda di quella volta al mio paese. Certo, figliolo, come posso dimenticare, dice lui. E don Giuseppe era forte eh? Insisto. Altro che, dice lui, lo ricorda con tenerezza con quel suo sguardo sognante che guarda altrove.

Il racconto GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI l’ho scritto per partecipare al premio dedicato a Giovannino Guareschi.

 Ho sempre visto don Giuseppe come un perfetto don Camillo. Gli assomigliava persino a Fernandel. Però ho sempre dimenticato la data di scadenza per spedire in tempo utile il racconto. Ogni anno m’accorgo del concorso troppo tardi (o troppo presto per poi dimenticarmene).

 L’idea di scriverlo m’è venuta dopo l’incontro con Monsignor Tonini, sempre magrissimo.

https://antonioprenna.wordpress.com/2010/01/30/gli-ultimi-saranno-i-primi-racconto/

ROSI

L’ho incrociato alla fine d’un incontro drammatico. Il suo ultimo incontro. La mia prima regia d’uno scontro pugilatorio.

In onda addirittura in diretta su un canale nazionale di sport. Solo un’altra volta ho lavorato sullo sport in diretta: era una partita di qualificazioni dei mondiali e la Nazionale di San Marino si scontrava con la Croazia. Mi dicono che nelle terre dalmate hanno visto quella partita numerosi. Questo incontro qui di pugilato non so quanti lo vedranno.

Abbiamo lavorato senza ritorno della diretta. Quasi come lavorare al buio. Il conduttore – m’hanno poi riferito – chiamava immagini, ralenti, cercava particolari che non potevamo rimandare. Sulle immagini del match risaltava il vuoto della platea, come se la boxe non interessasse punto più nessuno. Forse bisogna rassegnarsi. [1]

L’ingresso di Rosi è segnato retoricamente dallo stacchetto di Rocky. Non se ne può fare a meno. We are the champions dei Queen per le vittorie -non importa se sul campo di calcio o sulle piste dei gran premi-, Money dei Pink Floyd quando si parla di soldi e Rocky per ogni buon ingresso sul ring. Non si sfugge. 

I fiati, le trombe…ta ta tadada ta ta sparati dall’impianto nel palazzetto…ma il pugile non è pronto, l’inquadratura è ferma, statica –non muoverti, eccolo, eccolo, dico all’operatore- ferma sul punto da dove uscirà.

Sull’attesa del suo ingresso si consumano minuti che in televisione sono la noia raccontata in tutta la sua azzerante magnificenza di contenuto visivo, segnico, espressivo.

Riparte lo stacchetto dopo qualche incertezza. Rosi, per primo, passa tra le sedie desolatamente vuote. Riprendi stretto, riprendi stretto, stringi su di lui che avanza, dico ancora all’operatore.

Dietro di lui avanza dopo un po’ lo sfidante, Robert Roselia, viso camuso, lungo, con poche espressioni, capelli a spazzola, non si notano tatuaggi, il fisico ben modellato, non tozzo come quello di Rosi che è un quasi cinquantenne.

Poi l’incontro. Le immagini a stacco, dissolvenze solo in chiusura di ripresa, con  la telecamera dall’alto, quella fissa che inquadra il ring (un po’ storto perché non è esattamente centrata, visto che il ring è stato montato prima delle telecamere). C’è anche la ragazza che solleva il cartello con il numero della ripresa. L’incontro è anche avvincente. Due larga su totale va a stringere, la tre già stretta sul piano americano, poi ancora due a figura intera per consentire di seguire il gioco di gambe che è tutta lì la boxe nel gioco delle gambe saltellanti sul ring.

Finito ko Rosi aveva strabuzzato gli occhi, roteato lo sguardo all’interno di sé, costretto a guardarsi l’anima con quella vista interna, in cerca di ossigeno. Nel momento in cui forse la vita ti scorre davanti come i fotogrammi fuori fuoco di un film. Ci aveva messo del tempo a riprendersi il pugile umbro. Il francese l’aveva colpito di taglio poco prima, Rosi aveva mostrato la nuca all’arbitro, il francese – campione anche di kickboxing –  esperto di colpi micidiali, non s’era scomposto, quello che poi con un unodue nemmeno irresistibile l’aveva steso all’undicesima ripresa, l’arbitro sembrava essere dalla parte di quest’ultimo, mai dalla parte di Rosi.

L’immagine del pugile al tappeto che rimandavamo era impallata un po’ da tutti, ho detto all’ operatore sul ring di andargli sotto. Momenti drammatici quelli. L’uomo restava disteso. I medici gli stavano addosso, fornendo le prime cure. Poi Rosi si è rialzato. Gli occhi non più roteanti, ma lo stesso assenti, liquidi, mortificati. Poi l’uscita di scena in ambulanza. Ero accanto all’operatore che cercava la documentazione del presente.

Quelle immagini le ho riviste in un programma sportivo della Terza Rete. Io ero dietro la ripresa e non mi si vede, ho rivissuto la scena perché ero lì a testimoniare giornalisticamente che quanto avviene occorre sentirne il sapore direttamente. 

Sulla Repubblica un articolo parla dell’incontro. Ci sono polemiche successive. Rosi accusa il francese di aver messo una sostanza irritante sui guantoni. Così si spiega una sua congiuntivite che l’ha disturbato durante il match. Non si parla dei colpi di taglio. Forse è difficile dimostrarne l’esecuzione. La Gendarmeria (siamo a San Marino è i carabinieri sono gendarmi) chiede il giorno la registrazione dell’incontro per verificare dubbi e incertezze.

A casa commento l’incontro leggendo  Mi sono fatto una piccola rassegna stampa. Il Giornale ne ha parlato, anche il Messaggero riporta la cronaca, per non parlare della Gazzetta dello Sport ovviamente. Ma l’articolo migliore è quello della Repubblica che si spinge a citare Scorsese. 

Finisce fra ospedali, sospetti e sequestri l’ultimo spettacolo di Gianfranco Rosi. Venerdì sera, al penultimo round della sfida col francese Robert Roselia per la corona intercontinentale  dei medi IBF, un sinistro d’incontro col suo avversario lo trova completamente scoperto. Una botta micidiale che trasforma l’eroico 49enne in un bambolone di pezza. Rosi, che ne ha viste di tutti i colori, smette di vedere qualunque colore e va giù come al cinematografo. Nemmeno Scorsese avrebbe reso meglio un ko.

 Vedi? dico a mia moglie sono meglio di Scorsese.

Mi riferisco ai miei stacchi, alle immagini che il mixer ha composto sul mio chiamare le camere, sul mio vedere il risultato in onda.

Seeeeee, ti piacerebbe eh? dice lei ridendomi dietro.

Ma l’articolo non fa riferimento alla ripresa televisiva eh? insisto io. Mi schernisco, faccio un po’ l’offeso, in famiglia succedono sempre piccole schermaglie fatte di frasi smozzicate.

 Ma s’era capito, che ti credevi eh? taglia corto lei.


[1]        Altri tempi quelli in cui Babbu mi svegliava nel cuore della notte per guardare gli scontri di Cassius Clay, in mondovisione via satellite.

CARLSON

Rivedere le vecchie interviste non si dovrebbe. Ma lì ci sono le vere parole dette. Le espressioni degli occhi. Non i miei che sono sempre fuori campo. Le mie parole si sentono però. E’ stato un dicembre di nebbie. Quando c’è la nebbia giù in basso San Marino sembra un’isola sospesa. E San Leo è un’isola. questo ha visto dal suo albergo Carolyn, guardando quello spettacolo ha scritto quattro poesie.

 Lo stupore della mia questione iniziale, la natura aleatoria breve impercettibile sfuggente puff è già passato oplà dei momenti che son tutta una vita e l’infinita serie di gesti tutti uguali rifatti nelle stesse modalità da moltitudini di soggetti tutti diversi, l’eternità dell’attimo per sua natura effimero.

 …

 M’ero commosso quella sera allo spettacolo di Carolyn Carlson ma commosso davvero mentre riprendevo con una telecamera digitale le sue scritture sull’acqua (l’operatore con la macchina beta registrava altre inquadrature che miscelate una al ralenti, l’altra a velocità normale, creeranno un insieme strano, comunque vedibile con la presunzione di far rivivere quella commozione).

A fine intervista Carolyn mi ha regalato un libricino con sue poesie scrivendoci sopra qualcosa.

 …

Lei la commozione l’aveva presa prima durante l’intervista. Mi ha detto domande simili nessuno al mondo me le ha poste mai. E’ divenuto per me proverbiale dopo quella volta iniziare un qual discorso con le espressioni apparentemente contraddittorie effimero ed eterno, espressioni dette con una certa sospensione successiva, come a simulare il gesto di porgere il microfono, magari facendo finta di. Si simula di impugnare quel coso che registra e si ruota la mano davanti, con naturalezza, senza slanci.

 …

 Nel 1977 ero a Londra e all’Ica a Saint James’s Park danzava Pina Bausch. M’aveva colpito la locandina vista su Time Out, la rivista settimanale bollettino della cultura della città. Lo spettacolo era sold out e mi rimase sempre il rimpianto di quell’incontro mancato. Anni dopo a Roma a Villa Medici c’era Carolyn Carlson, ero col mio amico Sandro che gli raccontavo per strada sulla scalinata di Trinità dei Monti mentre andavamo su di quella volta a Londra dieci anni prima se non più, anzi più di dieci anni prima. Salimmo la scalinata di Villa Medici, c’erano candele ai lati delle scale, l’insieme era assai promettente. Anche qui però all’ingresso l’ingrata notizia del tutto esaurito. Altra possibilità sprecata. Peccato. L’occasione si ripresenterà, dico fiducioso al mio amico. Lui respira avido il fumo della milionesima sigaretta, lui che fuma come un dannato e annuisce.Puntualmente – ma ci mise degli anni la Sorte per consentire il rendez-vous – l’ opportunità si presenta in forma di spettacolo- già presentato alla Biennale Danza- in scena al Teatro Nuovo di Dogana. Incontro Carolyn nel camerino. E’ tardo pomeriggio. Prima dello spettacolo che si chiama Writing on Water. Vorrei farle vedere il mio montaggio anche se rivederli i vecchi servizi non si dovrebbe.

GRASSO

Questo è un incontro a distanza, senza un contatto diretto e per questo il buon provinciale si esalta vieppiù.

Ho comprato anche la ristampa- negli Oscar Mondatori -del libro del professore milanese, intitolato La tv del sommerso. A pag.159 si parla anche di me e del mio lavoro presso la tv di San Marino.

Grasso (o chi per lui) parla anche di Senza Parole, delle Fiabe e Racconti di San Marino, di Viale Kennedy 13. Titoli di programmi realizzati con ore di montaggio, giornate spese a combinare suoni immagini parole, mensa andata e ritorno a piedi percorrendo il viale dedicato a Napoleone, fumando al ritorno un toscano, il caffè poi alla macchinetta, l’alternarsi dei montatori, giorni si, giorni no, la nebbia in testa quando mi si affollano troppi argomenti all’attenzione. Immagino il critico in un giorno di prima estate (l’inchiesta sarà vecchia di lì a poco e adesso è addirittura una caricatura di quello che poteva essere), lui che si aggira nei locali della tv, nelle salette, appresso il fotografo che cerca di rubare un sentimento, un’espressione significativa dello spirito del luogo…un’immagine commenterà il servizio sul magazine del Corriere, nello studiolo del tg vari colleghi assiepati come una squadra di calcio in posa prima della partita, da quel servizio proviene il capitolo del libro.

Scrive Grasso[1]:  Per intanto, sugli schermi, sta scorrendo un serioso documentario di… (qui c’è il mio nome e lo faccio vedere a quanti capitano a casa mia) “San Marino. Storia di un territorio. Storia di una comunità”. Ricostruisce il primo statuto comunale promulgato nel 1295, chiama a raccolta, in veste di consulenti, tutta l’intellighenzia sammarinese, chiede a Sergio Anselmi una prefazione come se si trattasse di un libro: “…Da allora la complessa vicenda degli sparuti gruppi clanici del superbo e imprendibile monte si fa storia di un territorio e della comunità che lo umanizza. La roccia diventa terra di pastori, legnaioli, cavatori di pietra che danno vita al castrum, cresciuto nei secoli fino a diventare respublica, impegnata a conservare le proprie libertates insidiate dai potenti vicini della montagna e della marina.

San Marino è un “luogo di mezzo che resiste”, è stato scritto e questo per l’abilità e la prudenza dei suoi reggitori, che danno corpo a uno Stato, piccolo si, ma riconosciuto e rispettato da tutti. Ora la vicenda di questa repubblica va come suol dirsi “in televisione” grazie al lavoro di specialisti…”. Su una rete  nazionale – continua il testo di Aldo Grasso – un programma così non alzerebbe di molto gli indici di ascolto, ma nella comunità del Titano è tutta un’altra storia.”

 Bel colpo no? Finire in una qualche probabile bibliografia…pensare al futuro studente di comunicazione che vedrà il mio nome e potrà dirsi Chi era costui con cotanta praefatio dell’illustre prof di storia locale?

Bello dirsi tra sé magari si spinge su google e trova qualcosa, tipo questo, relativo ad un convegno di secoli fa, svoltosi a Gradara, che persiste impertinente in pagine web ben impostate graficamente :

L’EDITORIA SPECIALIZZATA E LA COMUNICAZIONE SUI BENI CULTURALI
(coordinatore Salvatore Giannella)

LA NUOVA PRODUZIONE MULTIMEDIALE E I BENI CULTURALI
(coordinatore Arnaldo Bibo Cecchini)

LA COMUNICAZIONE SUI BENI CULTURALI ATTRAVERSO LE MOSTRE E LE ESPOSIZIONI
(coordinatore Giovanni Pinna)

CULTURA COME SEDUZIONE – I TEMI E I MODI DELLA PRODUZIONE CULTURALE ATTRAVERSO LE ATTIVITA’ COLLATERALI E INDOTTE
(TURISMO, ENOGASTRONOMIA, FESTIVAL, ECC.)
(coordinatore Piero Meldini)

Al convegno si affiancherà una rassegna sulla comunicazione multimediale: La rassegna sarà suddivisa in tre parti:

“Comunicare sogni” di Tonino Guerra a cura di Antonio Prenna e Francesco Zingrillo in collaborazione con San Marino RTV Programmi

“Comunicare le Marche” a cura dell’Assessorato al Turismo alla Cultura della Regione Marche

“Comunicare ad arte” a cura di Giunti Multimedia

 Bel colpo incassare persino le parole di Sergio Anselmi,riferite al mio lavoro. Per un provinciale come me, il cui divertimento è rapportare al proprio vissuto il lavoro,  non si può chiedere altro.

Sergio Anselmi siederà accanto a me durante la presentazione del documentario di cui parla Grasso nell’inchiesta, assisteranno alla visione –una riduzione, visto che tutto il documentario dura quasi tre ore-anche gli Eccellentissimi Capitani Reggenti e per me, affatto abituato, a parlare in pubblico, la presenza dello storico sarà rassicurante. Purtroppo Anselmi scomparirà poco tempo dopo ed io spedirò una copia della registrazione alla famiglia, come segno di partecipazione, sempre per immettere elementi di vissuto nel mio lavoro.

 

 


[1]A.GRASSO – LA TV DEL SOMMERSO – MONDADORI, 2006 

[2] Sergio Anselmi siederà accanto a me durante la presentazione del documentario di cui parla Grasso nell’inchiesta, assisteranno alla visione –una riduzione, visto che tutto il documentario dura quasi tre ore-anche gli Eccellentissimi Capitani Reggenti e per me, affatto abituato, a parlare in pubblico, la presenza dello storico sarà rassicurante. Purtroppo Anselmi scomparirà poco tempo dopo ed io spedirò una copia della registrazione alla famiglia, come segno di partecipazione, sempre per immettere elementi di vissuto nel mio lavoro.