TWITTERATURA@MALLARMEANA

Postati in various su 27/01/2012 da antonioprenna

Twitto e studio, sognando il mare.

Mi sento…Spartana…ih ih ih

Ma perchè sono qui? Tante cose da fare, tante cose da vivere. Niente. Vince la voglia di scrivere.

Nel negozio ” Tu usi generalmente la pentola a pressione?” Silenzio “Io…veramente, io veramente non cucino. Non ancora”

Mia madre impazzisce per Il Tredicesimo apostolo e intima il silenzio ad ogni mio passaggio.Non sa che tra pochi mesi  non abiterò più qui.

Il lavoro, già, un privilegio.

No, che poi non è proprio insofferenza è più…noia per le etichette, per i “si deve fare” “si deve dire”, bla bla..

Almeno stasera la Luna aveva quel sorrisino che mi fa venire in mente che nulla è mai come si crede…

Ma la penna è uno strumento rigido[...] È anche dittatoriale: trasforma continuamente uomini qualunque in profeti (Virginia Woolf)

Troverò la strada domani?

Arrivo al martedì sera col coltello in mezzo ai denti.

Sono la non azione, mentre la mia mente si dibatte in dinamiche velocissime.

Volevo essere diversa, combattevo la superficialità.

Da adolescente avevo quell’aria smunta e smagrita delle eroine romantiche.

Sono l’inconcludente, quando, in un altro sogno bohémien, avrei voluto essere l’indecente, o al minimo, l’impertinente.

Le nuvole trasportano pensieri, spesso li disperdono

Manuela B. @mallarmeana_m

TANZ TANGO

Postati in ARTICOLI con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , su 27/01/2012 da antonioprenna

dentro la mucca di floyce  c’è tutto quello che sedimentava in me in quei primi metà 90, quando i ragazzi giù a seattle indossavano camicioni da boscaiolo (le portavamo qualche anno prima anche noi, ripudiandole quasi subito) e  sulle chitarre diventavano furiosi e se si gettavano dal palco sul pubblico si aspettavano  di essere raccolti, tanto i locali erano piccoli e gremiti, come a londra nella mia personale (memorabile) notte del punk raccontata altrove

o almeno quel tutto, quell’aleph, che ho sempre inseguito d’istinto, ginsberg e il suo mantra, il kaddish per la madre morta e la grande madre terra atomica del disco della mucca, gli orizzonti verso il mare percorsi da nuvole veloci citazione dalle immagini di un documentarista francese che mi piaceva molto (un’impresa ritrovare il nome del regista scrivendo su google parole-chiave come nuvole velocizzate documentarista francese, tanto non me lo ricordo e quando lo ricorderò sarà sempre troppo tardi), e ancora ci sono le ceneri che tornano cenere sulle immagini del trattamento ludovico van,  ”è buffo come i colori del vero mondo, diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo”,  non sono proprio le stesse, vigliacco se riesco a trovarle quelle esplosioni di stazioni di carburante, quella terra smossa da scoppi intensi sulla musica di bowie, poi ancora il paesaggio di quella magica stagione dopo il giugno 1993, dalle parti di rimini verso arezzo,  con quelle nuvole che scorrono sul letto del fiume detto piccolo mare, marecula, dove tonino guerra  ha ambientato tante sue storie (l’anno era proprio quello delle peregrinazioni in valmarecchia), quelle nuvole che son copiate dalle sequenze di quell’altro regista francese (che tanto non mi ricordo come si chiama) che si vedono poco dopo,  intanto ginsberg continua con il  suo mantra e sfuma verso” atom hearth mother” (la copertina del vinile è inquadrato da una telecamera da studio,  l’immagine della mucca si è un po’ sbiadita per il sole che entrava dall’angolo di san leo nel vecchio ufficio) le chitarre universali dei pink floyd si ascoltano come un refrain (che sempre  miritornainmente lungo i decenni e non perde di smalto) mentre ” una mucca che veniva giù per la strada”, l’incipit inquietante di dedalus e le” belle lose veldi”, la mamma aveva un odore più buono del babbo (questo è joyce) gli suonava una tarantella per farlo ballare eccetera,  eccole arrivare le immagini del regista di cui non ricordo più il nome  e mentre continua  il solito mantra ginsbergiano che ha fatto pure a castelporziano ecc l’ho raccontato più volte, una lama di luce attraversa veloce  l’orizzonte l’immagine è fissa ma accelerata, hey father death I’m flying home hey poor man you’re alone, hey old daddy, I know where I’m going (fine prima parte) nella seconda – realizzata tempo dopo – ginsberg è davvero a castelpoziano con la sua camicia bianca da professore americano, continua inesorabile nel suo blues (serviva in quell’estate del festival dei poeti sulla spiaggia verso ostia a calmare anime ribollenti assemblee universitarie, aule magne piene di fumo dove tutti urlavano “scemo, scemo“),  mentre la ballerina di pina bausch danza nella neve con un vestitino a fiori (nel link si trova  piuttosto in là, a 37′) intanto cominciano a sovrapporsi immagini estranee (abe sada dell‘impero dei sensi, ancora l’infiorata della ballerina tra le neve che scende), poi esplode il tanz tango der sufi pulp pound, ecco tarantino nella sua forma pura (la musica!)  alternato al lamento dell’imperatrice di pina, continua così fino a ezra pound- recuperato da qualche archivio- che legge i cantos sulla musicadi nusrat fateh ali khan dal film maledetto natural born killers, (sempre di tarantino o comunque con il suo tocco, che faceva il paio allora con forrest gump io sono la luna con i piedi sulla falce d’argento (sovrapposte le ballerine di wuppertal che sbattono stracci per terra, alzano polvere, stacchi su pound a rapallo sugli scogli, la ballerina nella neve con la sua musica -proprio sua scelta dalla bausch- ipnotica, seducente avvolgente, la scena è ripresa dalla tv con una camerina high8 che allora sembrava il massimo che c’era, la neve sferza i capelli neri della ragazza dal vestito delizioso), sovrapposizioni da ultimo tango, brando e maria si inseguono con gli sguardi (c’è un effetto elettronico vintage),  intanto ritorna tarantino dal libro di ezechiele  

25:17. “il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te.”  

(ezechiele è detto in inglese mentre le immagini sono ancora quelle decadenti dell’appartamento parigino, peccaminoso e casto, di bertolucci), ma il nome di quel regista francese non lo ricordoproprio e non posso metterlo tra i tag.

TWITTERATURA@MAGDALA

Postati in various con i tag , , su 27/01/2012 da antonioprenna

Mi guardo nell’anima e non trovo nulla su cui discutere con te. Mi sento perfetta così come sono, con le mie debolezze che mi rendono unica.

Oggi mi sono ritrovata intatta. Rinata. Con l’anima piena di dignità. Così voglio svegliarmi ogni giorno di questo viaggio.

Ti guardo e un solo desiderio mi assale: accucciarmi tra le tue braccia e dormire con lo stesso respiro

Dietro ai vetri è arrivato il matttino. Una lama di ghiaccio risplendente di luce. Riflesssi offerti al mondo con generosità disarmante.

…e le carezze del silenzio e la musica dell’amato Bertrand e quell’ovatta tutta mia di solitudine e cura.

E se você estivesse do meu lado, tudo seria perfeito.

Mi piace ascoltare il vento sulla mia pelle…mi guardo dentro e vedo l’universo.

Il tono della tua voce sussurrante all’orecchio carezza i ricordi. Quando ti sento così… dietro di me, con il fiato caldo sul mio collo…

Modifico contorni. Velature purissime. Riempio gli spazi. Il colore passa dalla visione alla tela mediato dalla punta sottile del pennello.

Le immagini arrivano veloci. Sovrapposte. Fanno tremare. Diventano godimento nella sofferenza dell’assenza.

Dal tocco capisci chi ti sta di fronte. Lo sguardo lo puoi manipolare…il tocco mai!

…si va sul sottile? dita affusolate?

Anna Maria Maddalena

@MagdalaD


Francesca Mazzucato

@eroticnotes

GALLIZIO

Postati in interviste con i tag su 25/01/2012 da antonioprenna

il tuo esordio sul palcoscenico della neoneosocietà dello spettacolo, negli anni doppiozero, quelli che vedono imporsi un crossover sempre più prepotente tra i media, fino a diventare Uno…la premessa può contenere tutto il testo… ecco però partiamo da pinot gallizio, poi arriviamo   alle piattaformi emotive http://blog.grazia.it/?s=gallizio -diretta derivazione-che stannno diventando una realtà (ironico chiamarle così) come path tuimbo (racconta origini nomi ecc) dimmeli tu i nomi di questa psicogeografia ecc ecc

gallizio, il mio personalissimo sequel a Pinot, nasce con un cortocircuito: non c’è più tempo per le nostalgie passivo-aggressive, molto più veloce imbracciare il mito. Direttamente. Mito di un uomo che nel Manifesto della Pittura Industriale vaticina di una inflazione di valore che incepperà il capitalismo. È il 1959, ma già è una delle dichiarazioni più sensate sulla parabola del digitale. Rotoli di pittura che preludono alle scritture liquide sui social media: fluide e impubblicabili, letteralmente.

Piattaforme di scrittura al posto dei cataloghi, flussi che debordano dalla pagina, emozioni che fluttuano nei luoghi. La scommessa editoriale è inventare nuovi generi letterari, se ce n’è. Nuove narrative portatili che sarebbero tanto piaciute a Marcel Duchamp, l’uomo che migrò l’arte su vetro ne Le Grand Verre (touchscreen dal 1913) e reinventò la valigia come spazio di pubblicazione. 

[CONTINUA]

http://www.gallizioeditore.com/

 

CRONACHE IMMATERIALI 01

Postati in CRONACHE IMMATERIALI con i tag , , , , , su 21/01/2012 da antonioprenna

l’impressione di essersi perso qualcosa nel frattempo in cui non si è online- drammaticamente inesorabilmente off- e senza vedere l’ultima foto scattata un attimo prima  dall’astronauta dalla stazione orbitante oppure obama in gif che accenna I’m so in love with you (muto ma con sottotitoli) oppure il link del concerto dei devo il giorno prima

 

BUCO NERO

Postati in poesia su 19/01/2012 da antonioprenna

Gli scienziati hanno detto

se non mettiamo tutto il mondo elettronico

si fa un grandissimo buco nero nell’ universo

 

(da un tema di seconda media)

ULYSSES

Postati in various con i tag , , , , su 16/01/2012 da antonioprenna

voglia di rileggere l’ulisse (nella nuova traduzione)

#MARINES

Postati in ARTICOLI, IL CONFINE MEDIATICO con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , su 14/01/2012 da antonioprenna

Guardo le immagini dei quattro marines in Afghanistan che si “rilassano” dopo una dura e assolata e probabilmente sudatissima giornata di normale e disperata guerra e non mi stupisco più di tanto.

Quante porcate simili saranno state compiute nella storia dell’umanità che crudelmente si affronta da millenni con la armi in pugno?  Posso immaginarlo con facilità.

Il mio problema non è l’indignizione del gesto in sè, ma se sia opportuno trasmetterle in tv e sui media in genere, ma in tv è diverso. E’ certamente una notizia da non trascurare e bisogna parlarne, ma mostrare quelle immagini mi sembra un inutile precipitare nell’orrore di Kurtz. Non si può che morire subito dopo. Proprio come Kurtz. “The Horror! The Horror”.

Il dilemma è nato per l’inserimento di quelle immagini nella sezione internazionale della news room della tv dove lavoro. Ero contrario a trasmetterle così come sono, le avrei almeno oscurate come hanno fatto in molti.

Meglio ancora non le avrei proprio messe in onda,  dichiarando l’orrore mediatico di chi le trasmette, tanto più per un’azione che viola una delle norme della Convenzione di Ginevra, che vieta espressamente la profanazione dei resti del nemico. La replica ai miei dubbi è stata che tanto l’hanno trasmessa in tanti, su youtube tutti possono vederla (ma ci sono delle restrizioni), mostrarle è una sorta di condanna.

Tristemente noto che un paio di giorni dopo la diffusione delle immagini, la notizia è come sparita. Assuefazione all’orrore naturalmente. Al peggio non c’è mai fine.

Ho posto la questione su twitter in questi termini:  opportuno o barbarie trasmettere le immagini dei 4 #marines?

Queste le risposte ricevute:

 è una inevitabile barbarie. Ma non si può evitarlo. È una notizia. E anche molto importante.

Maurizio MolinariMaurizioMolinari@Maumol

opportuno, al fine di accertare in fretta le responsabilita’. Il corpo dei Marines tiene molto alla disciplina

penso che sia opportuno commentarle e spiegare che non si tratta di popoli più civili meno civili ma del bisogno di prendere psicologicamente le distanze dai crimini commessi. se fosse la mia TV, non le farei vedere, perlomeno non complete
Opportuno, per mostrare, appunto, la barbarie dei 4#marines
I soldati americani che pisciano sui talebani torturati e uccisi lo fanno per esportare la democrazia e noi spettatori siamo loro complici
Pura barbarie.
Da cretini fare quello che i 4 (tiratori scelti) hanno fatto. Un professionista non fa queste scemenze.
La vera barbarie è la guerra. In guerra, tutte le vacche sono nere, e urinano. La censura è l’infida sorellastra della guerra
La domanda è: ha senso vedere quella scena? Aggiunge qualche informazione? Aiuta a capire? Ecco, hai capito
;)

purtroppo la gente deve vedere, per credere. E’ la legge dell’informazione da sempre. Con Bin Laden sono stati arroganti!

diciamo che l’inopportunità è iniziata ben prima dei 4 marines

diritto di cronaca o buon gusto / buon senso? Il video dei #marines non lo trasmetterei ma quello di Bin Laden era d’obbligo!

opportuno
credo sia sempre opportuno trasmettere qualunque testo/immagine/dato
:)
un’opportuna barbarie. Ho scelto di non vederla.

dipende dove (quale media) e quando viene trasmesso. Col web diventa ancora più facile: chi le vuole le può trovare.

due barbarie con un solo servizio 1 farlo 2 farlo vedere

 


L’UOMO A DUE DIMENSIONI

Postati in various con i tag , su 04/01/2012 da antonioprenna

Passeggiare lungo la via principale di Flatlandia è un privilegio per pochi. Salutare una Linea Retta con un gesto vago della mano alla fronte, mischiarsi con difficoltà tra la folla dei Triangoli, tanto acuminati sono i loro vertici, è in fondo uno spasso. Incrocio Equilateri, Pentagoni, Esagoni. Ci sfioriamo appena, sguardi bidimensionali mi attraversano: sono parte di questo mondo da quando, un pomeriggio in cui il sole andava e veniva, ho riflesso la mia ombra su una tela bianca a grandezza naturale e Thea con gesti veloci ha tracciato i contorni del mio corpo sulla tela bianca.

Sentirsi a due dimensioni, percorso dalle proprie parole. Linfa vitale, l’ignoto mi divora, onoff ripetuto tante volte forse per farlo capire meglio. L’unico limite il bordo della tela, di là l’incertezza dello spazio non più tutto bianco, puro, senza fronzoli, solo la realtà tridimensionale e piena di colore.

L’opera  realizzata  da Thea Tini  fa  parte di una serie intitolata THEDARKSIDEOFTHELIGHT.

LA MAIONESE DI BRAUTIGAN

Postati in ARTICOLI con i tag , , , , , , , , , , su 03/01/2012 da antonioprenna

Era il giorno prima del mio compleanno. Agosto è sempre magico. Profuma di aria aperta, almeno dentro la mente. Guardai la mia giornata – cito Brautigan in modo spudorato-  continuare  confusa come quel giorno prima di nascere, quando non potevo sapere cosa sarebbe successo di così primario qualche decennio dopo, se non altro per i miei orizzonti letterari. Pesca alla trota in America mi occhieggiava tra gli scaffali di una libreria di San Marino (ho ancora lo scontrino dove è segnata l’ora:14.26) con la sua copertina essenziale e il codice a barre sotto il titolo e l’autore. Metalinguaggio tra gli infiniti linguaggi trasversali, la casa editrice italiana èun codice a barre, diretta da Massimo Coppola e che per presentarsi indica dieci punti – la casa editrice non Coppola ma forse è stato Coppola a stilare il decalogo, sentendosi probabilmente tal quale il Dio terribile&biblico avvolto nella nube della non-conoscenza eccetera. Al punto 8 si legge: la nostra concezione del tempo è vettoriale, tuttavia ciò che sta per accadere è già accaduto. Riconoscere il nuovo è dissezionarlo (passando d’un sol balzo alla legge successiva):

Comunque si sa che sono i libri a chiamarti per essere letti.

Insomma quel libro mi aspettava da diverso tempo. L’avevo già notato. Qualcuno me ne aveva parlato come di un’esperienza psichedelica, capace di aprirti la mente come un paracadute, come ama ripetere il mio amico Giordano Bruno Guerri. Forse me ne aveva parlato proprio lui una volta- sempre d’estate, parlando di Maria Goretti, la santa bambina su al Vittoriale-ma non ci giurerei. Anzi di sicuro non era lui.

“Devi leggerlo”, ripeteva quella voce dentro la mente.

“Gli obblighi mi sono sempre stati antipatici”

“La mente ti si apre come un paracadute”, non era certo Giordano ma usava una sua tipica espressione. Chissà chi era.

Insomma aspettavo l’occasione giusta per comprare quel libro dal titolo singolare, l’occasione giungeva in quel dopopranzo, che per me è sempre stata  un’esperienza quasi erotica –intendo il dopopranzo.

L’occasione era il compleanno. Farsi un regalo di un certo livello, sentirsi parte di un club, tirar su una canna da pesca con tutto l’armamentario di esche, galleggianti, mulinello, il retino.

Anche se soltanto immaginari.

Lo sfoglio un po’. La seconda di copertina è descritta nel primo capitolo del libro-più-strano-che-abbia-mai-letto-in-vita-mia. La copertina è una foto scattata di pomeriggio tardi ecc., l’inizio lo conoscete se l’avete letto, se non l’avete letto, fatelo e il gioco degli incastri potrà continuare all’infinito, come l’illusione che si crea negli specchi delle barbierie, uno di fronte all’altro. Vedrai il te stesso perdersi in fondo all’infinito, ti vedrai piccolo piccolo se solo aguzzerai la vista, fino a non vederti più.

La parte buffa è che l’acquisto per me non segue mai necessariamente la lettura. Ho aspettato fino all’inverno successivo. L’inverno del nostro scontento che non s’è mutato in luminosa estate grazie al sole di York, per via di tutte quelle storie di default dietro l’angolo, così sapientemente amplificate dai massmedia nell’ultimo periodo, dopo gli anni zero.

Insomma la lettura-le divagazioni sono d’obbligo cercando di trovare un modo brautiganiano per recensire il libro-più-strano-mai-letto- è stata tutto uno scoppettìo di invenzioni: si affastellavano in ordine sparso Dillinger, l’FBI, la California selvaggia, la voglia di avventurarsi per ruscelli e laghi –Hayman Creek, Grider Creek, il lago Josephus-Walden e il desiderio di anarchia così tipicamente americano, motel lungo la strada, la baia di San Francisco, il gatto che si chiama 208, in un linguaggio piano, realistico, come se Brautigan ti raccontasse storie vere.

“Ma sono vere”, ripete la voce dentro.

“Seeeee, quelli erano gli inizi dei 60, c’erano ancora i beat in circolazione”.

Non sarei voluto arrivare a leggere la parola “maionese”-la parola chiave che conclude la pesca delle trote- ma inevitabilmente, come succede per la vita di ciascuno, s’inizia a morire quando si nasce e quel giorno dell’acquisto ricordava prepotentemente il giorno prima della mia nascita, vorrà pur dire qualcosa.

Sono due giorni che qui piove ormai e, in mezzo agli alberi, il cuore smette di battere, no?

(SCRITTO CERCANDO DI IMITARE L’INIMITABILE RICHARD BRAUTIGAN)

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