Addio alle braccia di Catherine

1.
Partiamo da dove finiva quella mia storia.
Allora saluto la statua.
Ghiaccio sottile sotto i piedi.
Sento che il gelo  sale su per la schiena.
Sale invece di scendere, sfidando le leggi di gravità.
Mi ritorna persino un po’ di  fame.
Prosciutto, uova e birra non mi sono bastate prima.
Non dovrei nemmeno pensarle queste cose di fronte alla statua. Considero che di tutto la colpa è di quel fagotto con dentro  il coniglio scuoiato di fresco, che il dottore mi ha mostrato nel corridoio, quasi con orgoglio.
Ci penso senza partecipazione, come un dato statistico.
Me ne vado dopo un po’, l’ho già detto.
Esco dall’ ospedale e torno a piedi in albergo nella pioggia.
Lungo il tragitto continuo ad aver paura dei numeri sopra il due. Rivedo sempre davanti agli occhi quel maledetto quadrante.
Risento le parole di Catherine.
Dammi, dammi.  
Sguardo basso, ripeto a voce alta, camminando veloce con le mani in tasca,  il mio mantra.
E  se morisse? ma è morta e se morisse?  ti dico che è morta ma se morisse?  tagliati la barba piuttosto, a che ti serve ormai e se morisse per questo?  
Qualcuno si volta, non ci faccio caso.
La tragedia è mia, mica loro.
Incredibilmente, data l’ora, trovo in albergo il barbiere che ancora sfaccenda, con uno straccio in mano.
Gli dico se mi fa la barba.
Mi esce un ghigno, non una voce credibile.
“A quest’ora?”, fa lui.
“Qualcosa in contrario?”, riprendo la mia baldanza.
“Ci mancherebbe, il cliente ha sempre ragione, ma adesso mi sembra un po’ tardi.
Nella notte la barba ricresce.”, dice lui, non senza una certa logica.
Questo però è un momento che non contempla la logica, penso tra me.
Colpa del coniglio scuoiato di fresco che ha distrutto il mio amore.
“Tu pensa a tagliarla, senza troppe domande.”
“Lascio i baffi?,  chiede.
“No, perché?”
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2.
Mi rade con delicatezza, in silenzio.
Vorrei che affondasse la lama perpendicolare alla mia gola per lenire il dolore.
Sta zitto ma si vede a miglia di distanza che non aspetta altro che far fluire il fiume di parole che cova dentro.
“Conosci qualche puttana?”, chiedo all’ improvviso, rompendo il silenzio.
“Quelle che vuole, signore, cinesi e negre persino”, fa lui.
Rimaniamo in silenzio, lui è perplesso.
Mi ha visto con Catherine e lei era incinta. Si starà facendo mille domande.
“Una puttana che sappia giocare a scacchi”, lo dico mentre lavora sulle basette. Mi guarda sempre più stupito.
“Mi informo, signore”, risponde lui.
3.
“Continua. Falla crescere. Sarà divertente. Forse sarà cresciuta per il nuovo anno.”
“Ora vuoi giocare agli scacchi?”
“Preferirei giocare con te.”
“No. Giochiamo agli scacchi.”
“E dopo giochiamo?”
“Sì.”
“Bene.”
Presi la scacchiera e misi a posto i pezzi. Fuori continuava a nevicare forte. 
Ernest Hemingway – Addio alle armi - Mondadori 1959 PAG. 297  (traduzione Fernanda Pivano)

MUSH MELLOWS: VEDI ALLA VOCE MAESTRA

VEDI ALLA VOCE MAESTRA
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La maestra ci ha chiesto di raccontare la nostra famiglia usando solo immagini. Le parole, ha detto in quel suo modo ogni tanto esaltato, arriveranno dopo, se arriveranno, ha aggiunto dopo una lunga pausa (almeno a me è sembrata molto lunga).
Ha tirato fuori dal suo cassetto segreto della cattedra pennelli, pastelli, striscioline di carta colorata, forbici tante di quelle con la punta arrotondata, matite su matite. Infine ha distribuito gli album da disegno fatti a Fabriano perché ognuno di noi bambini dovevamo rappresentare l’idea della famiglia, più che le persone fisiche. Sbizzarritevi anzi imbizzarritevi, nitrite forte, fatemi sentire il vostro creare. La maestra sembra proprio matta in quei momenti, ma è così divertente. Ha continuato parlando di un pittore olandese che era arrivato alla suprema forma della rappresentazione attraverso pochi colori fondamentali, distribuiti sulla tela in modo geometrico. Poi di un altro pittore spagnolo ma che stava sempre a Parigi e che disse una frase famosa che adesso è famosa anche per noi e la usiamo sempre quando giochiamo a nascondino invece di dire “tana” diciamo “io non cerco ma trovo”.
Infine ci ha detto di un metodo per fare poesie, che facevano degli esuli in Svizzera, ritagliando giornali per ricomporre poi le frasi dopo averle estratte da un cappello. Ho chiesto alla maestra se il cappello dev’essere un cilindro, perché a me sembra proprio magico poter diventare tutti poeti così facilmente.
Per ultimo ha detto “datevi da fare, bambini e soprattutto divertitevi”. Tutti ci eravamo portati da casa delle foto familiari per farne dei collage o della composizioni.
A me son venuti fuori un sacco di mush mellows.

hr

PS
A me piace nascondere perché solo nel nascondimento avviene la rivelazione. Anche questo ci ha detto la maestra, prima l’ha detto in tedesco che leggeva da un libro antico (sarà anche moderno ma a me i libri grossi pieni di pensieri mi sembrano tutti antichi) poi ci ha tradotto quella cosa del nascondere che molto mi ha colpito l’immaginazione.