POLVERONE

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parole ritrovate

(frammento da un lettera del 1946 diretta in Argentina del nonno Antonio)

Villa Potenza 9 Febbraio 1946                                                                                    

Carissima Cognata e Nipoti

Dopo molto tempo di silenzio tifo sapere le mie notizie noi grazia iddio stiamo tutti bene di salute come spero che sia di tutti in famiglia.

Cara cognata e Nipoti. Ora vi do le notizie come abbiamo passato durante la guerra.

Durante la guerra la abbiamo passata un po male perché tutti giorni si prendeva paura pei Beoplani che veniva a bobardare ora veniva di cena e ora di un’altra. 

Quel giorno che bonbardato Macerata avreste visto che paura a vedere quella povera gente a…

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Addio alle braccia di Catherine

1.
Partiamo da dove finiva quella mia storia.
Allora saluto la statua.
Ghiaccio sottile sotto i piedi.
Sento che il gelo  sale su per la schiena.
Sale invece di scendere, sfidando le leggi di gravità.
Mi ritorna persino un po’ di  fame.
Prosciutto, uova e birra non mi sono bastate prima.
Non dovrei nemmeno pensarle queste cose di fronte alla statua. Considero che di tutto la colpa è di quel fagotto con dentro  il coniglio scuoiato di fresco, che il dottore mi ha mostrato nel corridoio, quasi con orgoglio.
Ci penso senza partecipazione, come un dato statistico.
Me ne vado dopo un po’, l’ho già detto.
Esco dall’ ospedale e torno a piedi in albergo nella pioggia.
Lungo il tragitto continuo ad aver paura dei numeri sopra il due. Rivedo sempre davanti agli occhi quel maledetto quadrante.
Risento le parole di Catherine.
Dammi, dammi.  
Sguardo basso, ripeto a voce alta, camminando veloce con le mani in tasca,  il mio mantra.
E  se morisse? ma è morta e se morisse?  ti dico che è morta ma se morisse?  tagliati la barba piuttosto, a che ti serve ormai e se morisse per questo?  
Qualcuno si volta, non ci faccio caso.
La tragedia è mia, mica loro.
Incredibilmente, data l’ora, trovo in albergo il barbiere che ancora sfaccenda, con uno straccio in mano.
Gli dico se mi fa la barba.
Mi esce un ghigno, non una voce credibile.
“A quest’ora?”, fa lui.
“Qualcosa in contrario?”, riprendo la mia baldanza.
“Ci mancherebbe, il cliente ha sempre ragione, ma adesso mi sembra un po’ tardi.
Nella notte la barba ricresce.”, dice lui, non senza una certa logica.
Questo però è un momento che non contempla la logica, penso tra me.
Colpa del coniglio scuoiato di fresco che ha distrutto il mio amore.
“Tu pensa a tagliarla, senza troppe domande.”
“Lascio i baffi?,  chiede.
“No, perché?”
 Immagine
2.
Mi rade con delicatezza, in silenzio.
Vorrei che affondasse la lama perpendicolare alla mia gola per lenire il dolore.
Sta zitto ma si vede a miglia di distanza che non aspetta altro che far fluire il fiume di parole che cova dentro.
“Conosci qualche puttana?”, chiedo all’ improvviso, rompendo il silenzio.
“Quelle che vuole, signore, cinesi e negre persino”, fa lui.
Rimaniamo in silenzio, lui è perplesso.
Mi ha visto con Catherine e lei era incinta. Si starà facendo mille domande.
“Una puttana che sappia giocare a scacchi”, lo dico mentre lavora sulle basette. Mi guarda sempre più stupito.
“Mi informo, signore”, risponde lui.
3.
“Continua. Falla crescere. Sarà divertente. Forse sarà cresciuta per il nuovo anno.”
“Ora vuoi giocare agli scacchi?”
“Preferirei giocare con te.”
“No. Giochiamo agli scacchi.”
“E dopo giochiamo?”
“Sì.”
“Bene.”
Presi la scacchiera e misi a posto i pezzi. Fuori continuava a nevicare forte. 
Ernest Hemingway – Addio alle armi – Mondadori 1959 PAG. 297  (traduzione Fernanda Pivano)