“VERBALE INTERROGATORIO PETRIGNANI SANDRA”

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scrivere è come specchiarsi?
no, è come stendersi su un lettino e guardarsi non frontalmente, ma dentro
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sandra allo specchio guarda verso la camera, anzi un po’ più su leggermente, ha il braccio sinistro alzato, sembrerebbe  essere lei a scattare, però si intravede un braccio, qualcuno alle sue spalle o accanto, sandra ha un accenno di sorriso, forse con il braccio si appoggia alla parete, la foto in realtà è di pasquale comegna, l’ho trovata sul blog di sandra, in un’intervista di gianfranco gramola per “voce romana” che comincia così: Quando è nata la passione per la scrittura, chi te l’ha trasmessa? «Ero molto piccola, non andavo ancora a scuola. Mi raccontavo storie fra me e me per riempire la solitudine, una forma di gioco. Facevo teatro con i pupazzetti, parlavo da sola, inventavo poesie che poi mi facevano declamare su uno sgabello davanti all’albero di Natale. In famiglia dicono che ho preso da una bisnonna, la nonna di mio padre, Edvige (mi chiamo così di secondo nome: Sandra Edvige). Era una maestra creativa: componeva poesie in rima per insegnare ai bambini la storia, la geografia, l’aritmetica… Questa inventiva orale si è poi naturalmente trasformata in scrittura quando ho saputo tenere la penna in mano».
la scrittura quindi è l’argomento che mi interessa di più approfondire con l’autrice di LA SCRITTRICE ABITA QUI e E IN MEZZO SCORRE IL FIUME,  che spesso pubblica sul FOGLIO di ferrara appassionati e appassionanti articoli, la scrittura che crea quella magica commistione con la vita, raccontarsi storie tra sé e sé, come faceva da bambina

l’idea dell’intervista è nata attorno al novembre del 2011, sandra andava in spagna per la traduzione del suo IL CATALOGO DEI GIOCATTOLI, poi ci siamo dispersi un po’ nella rete e nei giorni del grandefreddo sull’italia centrale, forse d’istinto sandra risponde alle mie domande. chiamandole poi sulla mia bacheca di facebook “gentilissimo interrogatorio”, di qui il titolo dell’intervista scherzosamente poliziesca, con il cognome prima del nome

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il tuo approccio alla scrittura è “tranquillo”? 
A volte mi vengono idee folgoranti, magari in sogno, che purtroppo, per pigrizia, spesso faccio cadere. Purtroppo o per fortuna, chissà. Altre volte studio e rimugino per anni, hai letto bene: anni, anche dieci (è capitato) prima di decidermi che quella cosa, quella storia, la scriverò. Mi piacciono le commissioni, con una scadenza precisa e l’anticipo da onorare, perché è l’unico modo per sbrigarmi.
scrivi quello che hai elaborato con ricerche e meditazioni varie?
Limo e rilimo (anche gli articoli per i giornali). Mi fermo quando vedo che a furia di tornarci su, su una parola, una frase, un concetto, sono tornata al punto di partenza.
oppure “soffri” limando i concetti? 
Sì, anche questo è capitato, ma in genere mi pare che il mio sia un lento avvicinarmi a quell’idea di perfezione che ho in testa e che significa semplicemente il modo più chiaro e privo di cliché per dire una certa cosa con meno parole possibili, nella maniera meno involuta, comprensibile a tutti, ma non banale, non già sentito.
scrivi di getto? 
ti soddisfa quello che hai scritto oppure devi tornarci su spesso?
Capisco quello che ciò che ho scritto è buono quando, rileggendo per l’ennesima volta, non ho più bisogno di cambiare nulla, nemmeno la punteggiatura.
quando capisci che quello che hai scritto è buono?  
quando è pubblicato sei soddisfatta?
Rileggo i miei vecchi libri solo quando è necessario: se mi chiedono una revisione per una riedizione o una traduzione, per esempio. E ogni volta mi sorprendo di due cose: 1 mi sembra di leggere un’altra persona  2 cambio pochissimo, qualche ridondanza nell’aggettivazione (era un mio difetto una volta), la punteggiatura
offline i pensieri non occupano spazio virtuale e non si trasformano in file, l’ho scritto sul mio blog https://antonioprenna.wordpress.com/2011/11/12/offoff/ 
volendo intendere questo:
i pensieri non hanno un peso specifico in sè, possono essere sfuggenti anzi sono sfuggenti per lo più, ma quando diventano scrittura allora sì che acquistano consistenza (essere online comunque è un concetto relativo, non significa necessariamente essere collegati alla rete, è anche quando si scrive, il termine lo uso in senso lato); insomma voglio chiederti quanta elaborazione mentale di ricerca ecc c’è stata nel tuo libro sulle case delle scrittrici per esempio, raccontami quello che c’è prima della scrittura  
Sono una fissata con le case, gli indirizzi. Quelle del libro “La scrittrice abita qui” le ho visitate negli anni. Faccio sempre fotografie e tengo diari. Dunque quando la Neri Pozza mi ha chiesto un libro di viaggio, avevo il lavoro preliminare praticamente pronto. Le scrittrici le conoscevo bene, avevo letto la maggior parte delle biografie oltre le loro opere. Mi mancavano Deledda e Blixen mi pare. Non ho fatto che ricostruire il tutto quasi si trattasse di un unico viaggio. Il libro è una piccola magia irripetibile. Nè da me, nè da altri. Vedo che ogni tanto qualcuno cerca di imitare l’idea. Ma non si può, perché c’è dentro l’imponderabile che ne ha fatto un racconto unitario, come fosse un romanzo. Io stessa se volessi fare un sequel di quel libro non ci riuscirei. Verrebbe fuori qualcosa di meccanico, senza l’anima. Dovrei inventarmi una struttura diversa.
La tua è una scrittura a metà tra giornalismo e letteratura, è puntuale nei riferimenti come vuole il giornalismo ma si permette passaggi letterari, quali sono i tuoi autori di riferimento? 
E’ vero, a volte uso gli strumenti del giornalismo a fini letterari. Ma proprio perché conosco molto bene sia il giornalismo sia la letteratura non penso che la mia scrittura stia in mezzo o «a metà». Sono giornalista quando devo e scrittore senza altre qualifiche accanto. Scusa la precisazione, ma con l’imperversare di giornalisti che si improvvisano scrittori, tengo molto a rivendicare il primato della letteratura sul giornalismo nella mia storia personale (non andavo ancora a scuola e già inventavo storie). Detto questo, siccome credo che il romanzo tradizionale sia ormai identificabile quasi esclusivamente con operazioni commerciali (anche molto sofisticate e interessanti a volte), preferisco contaminare. I miei libri sono difficilmente classificabili in un genere, proprio perché sfuggono la definizione di genere: sono narrazioni che utilizzano l’autobiografia, il mito, il viaggio, l’intervista, la memoria, gli oggetti. Una forma letteraria di «arte povera» se vuoi.

Mi chiedi i miei autori di riferimento:

Beckett è con Kafka, Virginia Woolf e Vladimir Nabokov l’autore che ha più contato nella mia formazione. Sono autori che ho letto fra i tredici e i vent’anni, dunque particolarmente importanti per la formazione di un immaginario narrativo. Poi, siccome sono una lettrice onnivora, potrei citarti autori anche molto distanti fra loro. Degli italiani ho amato soprattutto D’Arzo, Calvino, Morante, Natalia Ginzburg, Lalla Romano, Volponi. Meno la Ortese, della quale amo le cronache di viaggio e i racconti, ma detesto Il cardillo e un po’ anche L’Iguana. Dimenticavo Pavese, che è stato un amore generazionale: al liceo ce lo facevano leggere per forza, ma non mi dispiaceva per niente. E dimenticavo il Moravia della Noia, del Conformista, dei Racconti Romani. E chissà quanti ancora sto dimenticando…

928 parole -comprese le sedici di questo titolo- sul liceo campana di osimo, quand’era in centro


è una storia lunga che spesso ho raccontato, per non dimenticarla…forse comincia in una soffitta del centro storico di una città della provincia marchigiana nell’inverno 1970, sfogliando un catalogo di opere di modigliani… con quelle donne-giraffa tutte nude, dagli occhi vitrei…al cinema avevo già visto l’odissea di kubrick e l’alba acida di hendrix a woodstock e i cannibali di liliana cavani, con tutti quei morti della tragedia grecia, stesi su strade di città e per conto mio letto qualche racconto di poe e guardato in tv il processo di kafka, nel film di welles e a teatro, da un palco nel buio (esperienza davvero nuova) ammirato carmelo bene, sputare in aria per farsi ricadere addosso la saliva e con una rumorosa armatura tentare di crocifiggersi, scandalizzando i “borghesi” della “piccola città, bastardo posto e ancora avevo canticchiato la ballata degli impiccati di de andrè e letto quindi villon e quando mi capitava sorriso con le strisce di linus…

ma di studiare neanche a parlarne…quell’anno la quarta ginnasio della piccola sonnolenta città marchigiana fu falcidiata di alcuni elementi poco consoni al metodo della classicità…

c’ero anch’io nel mucchio di quelli che nei pomeriggi incendiati da crepuscoli vermigli preferivano frammenti beat all’idrogeno alla severa disciplina delle regole della lingua…a giugno la catastrofe…

l’anno scolastico successivo -cioè pochi mesi dopo, il primo ottobre – eccomi “ripetente”…ancora mi umilia solo dirlo…è un’onta che ho riscattato solo molto tempo dopo (ma l’ho riscattata)…

il primo giorno di scuola, in un’altra città di un’altra provincia -ma sempre marchigiana, anzi confinante con la prima: dal liceo leopardi di macerata al campana di osimo- il prof che sembra un po’ charles m. schultz (giusto per rimanere in tema), un po’ enzo biagi (che aveva diretto o dirigeva il tg2 ), con gli occhiali spessi e un’aria allampanata da docente yankee ci fa rispondere ad un questionario…

lo scopo è quello di testare i nostri gusti, il background, le conoscenze acquisite, le curiosità, per carpire, impossessarsi un po’ di noi ragazzi (per lui bambini ma allora non lo sapevo)…

quel questionario sarà la mia salvezza fino alla terzo liceo, il nerosubianco che mi consentirà di ovviare alla mia scarsa voglia di studiare, quell’accidia dei pomeriggi uggiosi che rimarrà fino all’esame di stato per scomparire poi con l’università…

memorabile, durante la mia prova di esame orale alla maturità, il momento in cui entra il ragazzo del bar per portare la colazione ai professori della commissione… appena mi supera, alzo il braccio e con un tono deciso chiedo a mia volta un caffè, mentre la commissaria interna si mette le mani nei capelli per la disperazione…

nel questionario del prof. di ginnasio –il mitico marino marini- scrivo di conoscere kafka e di cosa si racconta nel suo “processo”…

questo fu sufficiente per quell’uomo straordinario: se conoscevo kafka o comunque citavo kafka un po’ valeva la pena perdere del tempo con me e tentare di insegnarmi qualcosa di buono…

il liceo campana di osimo era di quelli con una tradizione da consegnare alle generazioni successive…il preside aveva lavorato alla stesura di un vocabolario di italiano e la moglie, nostra prof di francese, nella sua casa di torino –frequentava cesare pavese e natalia ginzburg…

sotto il palazzo della vecchia sede del liceo (adesso trasferito tristemente, ma comodamente- per i trasporti- in periferia, proprio vicino all’istituto san carlo, dove per i due anni di ginnasio sono stato interno) c’erano e ci sono delle grotte misteriose che collegavano le varie parti dell’antica città, da cui pompeo magno era partito per muovere la guerra fratricida a cesare e dove cavalieri templari, secoli dopo, scavavano ancora il tufo non solo per creare nuovi passaggi, ma per riempire le pareti di simboli arcani…

questo l’avrei saputo molto tempo dopo, voglio le notizie precise…sapevo delle grotte e un compagno di classe che abitava sulla piazza dell’edificio, una volta mi aveva portato a vedere l’ingresso delle sue, sotto casa…si scendeva una ripida scala, cui si accedeva da un armadio…

allora le mie sensazioni erano molto di superficie, mascherate da una qualche conclamata e roboante profondità (ricordarsi che più qualcosa si grida, meno si è convinti dell’intimo nobile valore di quanto urlato)…

il mio prof avrebbe detto arzigogolata profondità…ero “interno” nel collegio di preti scalabriniani, adesso dismesso e poco distante dall’attuale sede, io che mi dicevo nichilista, quello contro tutto e contro tutti che per alleviare alla pesantezza di quella “prigionia” – comunque volontaria, quasi come era volontaria per i mezzi matti del cuculo di milos forman – insomma mi inebriai della letteratura che il prof dai capelli a spazzola proponeva…

dino campana, verlaine, cardarelli, manzoni, prevert, il gran meaulnes, i malavoglia, dostojevski, oblomov, il colpo di dadi che non abolirà mai l’azzardo di mallarmè, goffredo parise, il battello ebbro, qualche americano, steinbeck, london e naturalmente i fiori del male di baudelaire, che già nel titolo andava fuori dagli schemi e dai codici…

il prof distribuiva dei volantini ciclostilati–le fotocopie erano di là da venire – che non contenevano proclami rivoluzionari, come si usava distribuirne all’uscita delle scuole, ma critica letteraria e testi sconvolgenti…

dei “fiori del male” leggeva le traduzioni di romano palatroni che il prof riusciva a leggere solo fino ad un certo punto, per interrompersi nei momenti di intenso lirismo, perché non riusciva ad andare avanti tanta intensa era la commozione…
se interrotto, da rumori esterni, si torceva come rattrappendosi e spezzava matite e penne…diceva “eh mamma mia cara” oppure “vivaddio”…

rintracciare quei ciclostilati e riscriverli per poi inserirli su queste pagine sarebbe un’operazione degna…

(nel link i ciclostili postati tempo dopo)