Domenica delle salme

Trasporto sassi da un cimitero all’altro.

Nel primo lascio fiori secchi grassi del deserto, in un vasetto. Terra umida per poco, una foglia irregolare.

Lego il vasetto alla lampada votiva contro i venti impetuosi insieme a un vaso più grande e rigoglioso. Uso un laccio rosso di quelli per incartare regali. I due vasi sembrano padre e figlio.

Raccolgo il sasso all’ingresso.

Lo metto in tasca. Camminando lascio che faccia rumore sbattendo con le chiavi unite da un moschettone, poi percorro strade dove sono-tutti-morti, la domenica delle salme, in una primavera che è già estate.

Nel secondo cimitero, dentro la cappellina de ziu, busso sulle tombe meno la più alta che nemmeno saltando ci arrivo e mi segno le date di nascita e di morte, conteggio gli anni vissuti, il 1964 un anno cruciale, gli ultimi anni li ho già dimenticati.

Lascio come fosse un gran rito il sasso raccolto nel primo cimitero sul campo dei morti, ha un colore diverso rispetto agli altri tutti bianchi, copro il mio con quelli bianchi, il sasso scompare e diventa una preghiera sotterranea.

Leggo nomi pieni di polvere. La Ragazza Carducciana, Uckmar, ziu Ernesto, zia monnìca, Gabor che era un poeta.

Vedo i tumuli, calpesto marmi, mi segno continuamente il cuore, quasi di nascosto, con un gesto di croce del pollice destro.

Mi avvicino a una piramide nella parte vecchia e terremotata, dove giace l’uomo dal cognome che è un nome e cognome, la piramide un codice tra fratelli muratori.

Fu lui a far venir su uve, lui per primo su queste colline, uve di Sangiovese, usando le moderne tecniche dell’agricoltura, il positivismo nel suo farsi merce; il libro aperto di un altro poeta poco vicino; una pista dove correre con le moto Guzzi più in là.

Tutto di pietra dura.

Lascio la città dei morti per raggiungere quella dei vivi. Attraverso il corso d’ingresso da est lentamente, cercando tracce della sparatoria di marzo.

In piazza compro un libro di Anselm Kiefer, lo apro a caso dove cita Ingeborg Bachmann: se una parola confina con me, la lascio fare.

A casa nel silenzio del sole a picco medito. Nel piccolo libro nero leggo: “Che significa  Noi ora vediamo come in uno specchio?

L’ora di pranzo si avvicina. Affamati si è più filosofi.

 

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