La zona grigia

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Caro Vladimir, devo dirti che la zona grigia dritta dentro l’occhi tua, mi mette proprio a disagio.

In basso a sinistra, pur dove il grigio è persistente e uniforme  e senza l’ambiguità di quel tuo sguardo doppelganger, non riesco a notare qualcosa di interessante, nient’altro che una qualche miserabile serie di incertezze diffuse.

L’ importante è concentrarsi sulla zona dell’occhio che in realtà non si vede, ma che si può facilmente percepire. Il terzo della serie. Proprio in mezzo alla fronte, come l’occhio di un dio maldestro. Quello che sta dentro, invisibile ai più.

Il terzocchio, lo chiamavamo così da ragazzi, sembrava quasi uno scherzo del destino pieno di presagi, quando si tentava di conoscere il futuro con l’I Ching, tirando le tre monete con su inciso il fluido abbraccio grafico  di yin e yang, la metafora essenziale di una scopata, l’azzardo mascherato da vita quotidiana.

Come fosse tutto normale. Il fluxus che mai conoscerà intervalli. Simultaneità era la parola-chiave per capire quel lontano linguaggio dei sentimenti. Tutto e subito, senza concessioni alla gentilezza, una delle regole. La voracità faceva il resto.

C’erano molte assonanze nelle parole sottintese e naturalmente inespresse in quel tempo magico, con tutto quel muoversi continuo e nervoso e con quel dimenarsi nei locali da ballo della domenica pomeriggio in provincia, con la voglia di sbranare gazzelle, noi giovani leoni inesperti.

La vita insegnerà alle bestie che eravamo una grande verità: scendere a patti con la realtà è ineluttabile, occorre fare più di una mediazione per non lasciarsi travolgere da tutto quel Volere.

E non farsi trascinare nel delirio da tutto quel  Potere che giustifica a volte il lasciarsi andare, allora con il vigore della giovinezza che si concede così generosamente ai repentini cambiamenti di programma, adesso con i silenzi che caratterizzano la maturità.

Sempre tuttavia con spontaneità e senza chiedere nulla in cambio, se non rallegrarsi con leggerezza per il tempo concesso in dono. Dopo i gridi “motore, ciak, azione”, che troncavano di netto il bailamme provocato dal chiacchiericcio, quel ribadire incessante io-ho-quel-che-ho-donato era tutto meno che un teatrino di guerre solitarie, come sbagliando pensa chi ha una visione romantica – ma romantica in modo dolciastro – della propria realtà.

Quella concessione di tempo regalato  – così nobile perché  fine a se stessa –  verrà vista solo attraverso il filtro oscuro delle zone non rivelate della coscienza, né grigie né niente.  Chi poteva capire si è tappati l’occhi, preoccupandosi solo di soddisfare le proprie stanche voglie, perdendo tutto alla fine del giro di giostra.

E tu Vladimir, campione di Nessuna Zona Mai Grigia, perché ti sei voluto ammazzare? Non ti piaceva anche solo respirare?

Nota bene: i tagli sulla faccia strappata di Vladimir descrivono tre diversi suoi momenti, ma non so dove si colloca temporalmente uno dei tre, quando scriveva “S’io fossi piccolo come il grande oceano, mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l’alta marea, accarezzando la luna”, mentre il coltello tra i denti di Abe Sada indica un momento particolare del Percorso Fuori Dalla Zona Grigia, in un pomeriggio del secolo scorso, quando ancora le sale cinematografiche erano in centro città e le immagini in movimento sullo schermo erano vera vita.

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