Mario

Padre Mario, un vero uomo-mito che non vedevo dal 1972. Avevo quindici, sedici anni quando ero interno al Collegio San Carlo di Osimo e lui era padre spirituale, il vicedirettore di un casermone e una torre e un campo di calcio e una chiesa ancora da finire. Un luogo retto dagli Scalabriniani, abitato per lo più dai figli dei migranti del sud che stavano su in Germania o in Svizzera. Siciliani, abruzzesi, calabresi sulla rotta Palermo-Ancona. Lui, Toffari Mario con la stessa tempra e energia di allora, quando giocava al calcio con grande impeto e le sigarette le succhiava avidamente, ognuna come fosse l’ultima. Era il prete di Brescia che risolse una storia di migranti dei tempi nostri, abbarbicati su una gru nel 2010. “Grazie alla paziente mediazione e al cuore generoso di padre Toffari, Rashid, Sajab, Jimi e Arun sono scesi dalla gru e posto fine a una lunga e dolorosa protesta”, scriveva un giornale web della città. Gli telefonai allora dopo aver trovato il numero sul sito della diocesi (per i preti la privacy non esiste) dicendogli: “Ti do del tu, Padre, perché adesso sono molto più grande di te, quando eri al San Carlo”. Incontrarsi è stato commovente, lui grosso e invecchiato faceva finta di niente, come se ci fossimo visti il giorno prima. Poi ha detto messa, c’erano tanti altri ex ragazzi di cui mi ricordavo i cognomi per me esotici a quei tempi. Braico, Longo, Adamo, Laucella. Ricordavo anche le fisionomie, sedimentate nella memoria. Toffari ha detto nell’omelia: “Sono contento che tu esista” e poi: “Voglio che tu esista”. Ho fatto una delle letture della messa con gran gesti delle mani e un tono da vero lettore, come quando leggo i testi per la TV o sono in diretta. Con le pause giuste. Scandendo le parole. Del brano che parlava di Davide e della moglie di Uria l’Ittita ho capito ben poco, attento com’ero all’interpretazione. Nella lettura dei salmi ho sbagliato invece i tempi e non riuscivo a coordinare le risposte. Mi sono voltato verso Toffari e ho detto: “Sai, sono poco avvezzo a tutto questo.” Padre Mario, finita la messa, mi ha poi regalato un libro su Scalabrini, il fondatore della sua congregazione religiosa, io il mio “Alfabeto privato”. “Perché privato?”, mi chiede. Gli dico: “È un linguaggio così personale che alla fine non si capisce niente”. “Ah bravo, allora non sei cambiato”, mi ribatte. Il luogo era Loreto, la città della Madonna Nera.

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