La notte di Campana D. / remix

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1.  Ricordo una vecchia città

Quella città in realtà non la ricordo più, di notte  i lineamenti d’intorno si confondono , le dorsali pur vicine sono una linea incerta e fuori fuoco, le sfumature si accentuano, l’impressionismo dilaga. La notte è uno stato d’animo che vivo di rimando, non solo il periodo di buio che si alterna alla luce. La notte è magia bianca, camuffata nei suoi lati poco visibili. La città dove si muove Campana D. – quella vecchia città – è percorsa d’agosto, il mese sublime dei giorni lunghi che si accorciano di già. Vedo archi enormemente vuoti di ponti sul fiume per descrivere ancora un mondo raccontato già  mille volte ancora, vedo una profetica tribù dagli occhi ardenti che bivacca sul fiume, poco lontano dalle macerie di un anfiteatro romano. Languore e mollezze, sagome e forme ‘gnude di ragazzette. Tanto per dire che il tempo non esiste.

« Il tempo?  Se non me lo chiedi so cos’è. Ma se me lo chiedi non lo so più», diceva Agostino d’Ippona.

Non scrivo su la sabbia, scrivo su l’acqua. Ogni parola tracciata si dilegua, come nella rapina d′una corrente scura, lo dice d’Annunzio nel suo Notturno. Il ricordo della vecchia città – rossa e fortificata, piena di torri, su pianure sterminate, torrida, mobile come una festa perenne, anche afona, primordiale, monotona città – mi ricorda mille altri tempi sospesi, fissati in anni, in mesi, in attimi sempre vivi nella sospensione che conosco tanto bene. Quel lasciarsi andare sul flusso delle parole che poco descrivono, creando evocazioni che diventano presente che diventa vita di ora adesso che è presente di notte sempre.

 

2. Fuggitivo lo sguardo di lei, nemmeno ridente forse.

Silenzi selvaggi senza coscienza alcuna.

Il ricordo che si maschera sempre di nostos algos, così da renderne sopportabile la perdita.

La carne presa a morsi – questo lo ricordo bene – e nella mente il suono delle campane come se fosse Dio stesso, in Persona, a parlarti di sere piene di languori, il corpo mollemente adagiato sul Mito dell’eterno ritorno dell’uguale, che inevitabilmente è solo sabbia tra le dita, senza trasformarsi in vera materia. Materia da accarezzare, da osservare con attenzione per diventare parte di te. “Suonavo il piano, nei caffè dell’Argentina, quando non avevo denaro; suonavo nei ritrovi, nei bordelli”.

 

3. C’è sempre un dormiveglia da rispettare, quando li vedi e li senti crepitare davvero i fuochi nel deserto delle città. L’azione non può avvenire secondo coscienza, sarebbe snaturato il senso ultimo di finitezza e sottile piacere del distruggersi le sinapsi in malinconiche aspirazioni, come durante l’adolescenza, quando tutto ti sembrava così impalpabile eccetera.

Non valgono niente le citazioni mandate a memoria dai tempi del ginnasio. Quis contra nos?

Nessuno ci viene contro, gli orologi sui muri non segnano l’ora come nel PostoDelleFragole, sentirsi sempre altrove è una dannazione.

 

4. Si sa ormai che la vita è solo un’ombra che cammina.

Spegniti, spegniti, breve candela…

…un povero commediante si pavoneggia e si agita sulla scena del mondo per la sua ora che diventa notturna, in mezzo a tante altre ombre, una favola piena di rumore e di furore che non significa niente.

Macbeth occhieggia tra i muri rossastri e scalcinati. Dino Campana, il matto delle montagne, vede che il suo corpo non fa più ombra, quell’oscurità rassicurante che dice sei vivo – rimanendone assai turbato.

La luce che non è vita, la luce che non riflette ombre.

E Zarathustra corse e corse ancora, non finiva di correre, ma non trovò più nessuno. Nella solitudine ritrovò però sé stesso e godette e assaporò squisitamente della sua solitudine, e pensò lungamente a cose buone e inutili. Macchine celibi per lo più. Luci soffuse davanti agli occhi. Senza nessuna possibilità di leggere il mondo attraverso qualche rito.

Il rito come superamento della crisi attraverso la coazione cinetica.

Ma verso l’ora del meriggio, quando il sole incombeva proprio sul suo capo. Zarathustra passò vicino ad un vecchio albero, curvo e nodoso, tutto intorno il prodigo amore d’un ceppo di vite (l’amore può essere solo prodigo); pendevano dall’albero grappoli dorati.

Visioni, realtà sfuggenti, un’immagine che riporta a altre immagini differenti e contrarie persino, il pomo della discordia – quel famoso e barbaro pomo – perennemente in bilico sul precipizio del mondo che verrà.

Il meriggio che dovrebbe essere magico diventa l’incubo dei fuochi del deserto delle città, occorre quindi – giusto per rimanere all’ombra dei bisogni primordiali che si soddisfano pagando di tasca propria – un rituale adatto per attrarre denaro, che è molto efficace e facile da fare, ma ricordate che i rituali per ottenere i soldi funzionano solo se si crede davvero in loro.

La cosa più importante da fare prima degli incantesimi e rituali per ottenere denaro urgentemente è visualizzare ciò che si vuole veramente.

Il denaro sarebbe l’ultimo dei problemi, la domanda vera è: che cosa voglio veramente io che sono solo un pazzo poeta morto?.

 

6. Chi giù dalla torre? L’io cosciente, presunto cosciente, oppure il sé stesso che quell’io vede come un’ ombra, sempre in lontananza come nei sogni? È un viaggio umbratile lungo e insidioso ai confini del mondo solito, turista a casa propria per scoprire con occhi nuovi ciò che si è sempre conosciuto. Animula vagula che si aggira nelle penombre dei deserti delle città. La ricerca sempre la stessa: un po’ di felicità, anche un attimo solo, per poi raccontarselo con la voce rotta dalla commozione. Oppure un suo presagio. Qualcuno che agita carte magiche per raccontarti ciò che sarà. Di solito vecchie streghe. Qui rivedo una scena raccontata mille volte da mio padre quando rievocava episodi dell’epopea argentina del suo di padre che aveva il mio stesso nome. Lui a cavallo su ‘pianure sterminate’ scorge la casa della strega-indovina, dai capelli neri agilmente attorti sulla testa barbaramente decorata eccetera, inutile citare Campana, non crea assonanze decifrabili. La donna aspetta Antonio sulla soglia di casa sua che lui vede di lontano, un punto prima poi tutto il resto. Quando lui arriva lì da presso, lei gli dice con la voce di tabacco: ‘sapevo che stavi arrivando, hombre’. Quell’uomo che è stato un mio io prima, molto prima del mio ingresso sulla scena della vita sensibile, scende da cavallo, poi entra in casa. Mio padre a questo punto rideva, senza dirmi il seguito. Antonio era pieno di fidanzate. Tutte queste ombre sulla scena e fuori scena, piani sequenza visti come alle spalle del protagonista che insegue il suo altro-da-sé con determinazione, per scoprire chi davvero si rappresenta negli angoli bui e peccaminosi. Per scoprire in fondo che cosa? Il languore del corpo seminudo di una puttana? D’altra parte la mia vita come ombra è piena di puttane, quando suonavo il piano nelle loro case chiuse agli sguardi esterni, dovevi vedere come brillavano quei loro occhi scaltri. Tornavano bambine. Innocenti. Non più puttane.

7. Rimane il silenzio del meriggio a farmi compagnia, quando le ombre diventano le lunghe ombre. À l’artiste pensif ton corps est doux et cher; l’azione si svolge ancora all’interno di ogni nostra Grande Allusione; tes grands yeux de velours sont plus noirs que ta chair. L’importanza delle sfumature, le spalle nude, la pelle di lei che invidia all’ ambra il suo viaggio, la via dell’ambra, che più che di un singolo itinerario, si trattava di un complesso sistema di vie commerciali attraverso le quali l’ambra, una preziosa resina fossile, veniva trasportata dai suoi luoghi d’origine, il Mar Baltico e il Mare del Nord, verso il Mediterraneo.

Te lo dico in greco antico: ἤλεκτρον! La vicinanza di quella pelle d’ambra genera elettricità. Elementi infinitamente piccoli si scontrano nella Città della Mente, provocando la Tempesta d’Amore, di cui tanto si parlava usando le carte dei tarocchi come ventagli di.

8. Qui non si tratta di vedere. La vista comporta un’azione o almeno la sottintende. Qui si tratta di ascoltare il canto delle sirene. Quel Killing me softly con le unghie smaltate di rosso acceso. Quanto c’era di primitivo e anche di automatico si trasforma in pose indecenti e ieratiche. Come un gatto che sembra tranquillo ma in ogni momento pronto al Gran Balzo in Avanti. È la fine del meriggio. La fine del silenzio. Voci si sovrappongono, il fumo del tabacco rende per niente spontanea la scena. È un teatrino del piacere pieno di sorrisi e smancerie. La natura invece è un tempio, una sfinge accovacciata sul limitare dell’orizzonte, dove le colonne sono vive e qualche volta emettono parole piene di confusione e inquietudine. Solo gli sguardi degli amanti rendono l’aria rarefatta, quasi liquida. Galleggiare nei tuoi occhi, amore. Quante volte l’ho sognato.

 

9. È successo quel che doveva succedere. La notte è arrivata. Arruffata, dolente e colma di aspettative. Il sangue placato, la terra anch’essa pacificata dopo i barbari sussulti del fiato spezzato, dentro l’oscuro-ventre-che-tutto-ingloba. Come si trattasse di conquistare aree e territori e superfici per l’Impero, in nome di Guglielmo II, l’ultimo re liberty di Prussia, quello che gli bastava muoversi impettito e mettersi in posa facendo tintinnare la sciabola nel fodero, quello che desiderava solo sentirsi come Napoleone senza combattere battaglie. Lo diceva Churchill, sbuffando fumo impaziente. Una vera battaglia privata invece si è consumata in quelle stanze chiuse della vecchia città e non ci sono parole adatte per dire della confusione creata da tutto quell’agitarsi. Mancano le precise parole poetiche. “Chiedere amore” è un modo per sviare il vero problema dell’esistenza. I can’t get no. Muovi il bacino, ondeggia il tuo corpo sinuoso, rendi perfetto questo momento, così pieno di inganni. L’ambra del suo corpo non basta ricordarne il sapore, se non si può descrivere, nemmeno con le parole e le visioni dei classici. Il pittore Michelangelo e il poeta sommo che ripetono a gran voce “non ti muovere”. Questo è paradiso. Ucciso dolcemente dall’odore forte dei fiori secchi, supino con la bocca semi-aperta in un rantolo apparentemente come di animale ferito. Questa è la morte. Questo è paradiso. Tutto questo è la conquista dell’ancella dal volto trasfigurato dall’istinto che si rende manifesto. Non muoverti. Non muoverti. Resta immobile.

10. La notte é appena iniziata. La notte è piccola e già piena di bottoni di madreperla. Ci sono ancora avventure da raccontare. Varcare ponti, varcare confini, spingersi oltre i cancelli della mente-che-tutto-oppone. Argentinee opposizioni. Corpi che si ribaltano, la tenerezza di quel rinchiudersi in castelli per sentirsi finalmente liberi. Libertà assoluta di sfogare gli istinti, nella penombra e in silenzio. La luce che filtra dalle tende è composta di istinto. L’amore se non è istinto, non c’è altro modo per definirlo. L’amore è senza ponti, confini, cancelli. Si insinua dappertutto come le ombre. Le vecchie città di cui mi ricordo hanno strade strette e pulite, dalle finestre proviene sempre una musica piena di seduzioni. Bisogna però dirlo con vigore. La seduzione non si basa sul desiderio o sull’attrazione: tutto questo è solo filosofia meccanicicistica e fisica carnale, nulla di interessante. Per la seduzione il desiderio non è un fine, ma un’ipotetica posta in gioco. Non si capisce meglio sé stessi se non quando, rinchiusi nel Castello del proprio volere, l’istinto si trasforma in desiderio.

11. Anche la mia estate dei fuochi – sulle colline fuori Firenze, fuochi e scintille e saette che vennero fuori all’improvviso nella notte – fu un’estate torrida. Anch’io hipster allora, vagabondavo nel centro Italia. Ricordi appannati. Avevo diciotto anni e non permetterò a nessuno di dire che questo è il periodo migliore della vita, anche se in realtà lo era. Gli odori che ricordo sono un misto di polvere e acqua, acqua versata sulla polvere delle strade, in fila alla mensa dell’Ente Comunale di Assistenza, per raccogliere un pasto gratis. Metodi hippie. Ci si riconosceva dall’odore forse. C’erano dei tipi di Como che poi avrei incontrato di nuovo – per caso e senza appuntamenti di sorta – a settembre al Vigorelli di Milano per un concerto memorabile di Frank Zappa – così memorabile che ricordo poco niente, le chitarre, le luci sul palco, la pista del velodromo, il crepuscolo di una Milano che avrei dimenticato. Ecco con quei tipi dopo il solito strascicarci sui marciapiedi di Firenze, ci avventurammo sulle colline poco fuori città. Sacchi a pelo per dormire. Polvere. Odore di campagna. Dopo un breve sonno ipnotico ecco i fuochi sulla collina di fronte, per niente scheletrica, come definisce il mondo nel peggiore dei folli incubi il Campana Dino, poeta appenninico, hobo lungo le vaste pianure argentine, con gli occhi di bragia nei caffè di Firenze. I ricordi di amori lontani, la memoria che svanisce, i fiori secchi, l’idea di un progresso inevitabile che si trasforma in routine, la realtà statica dei panorami visti con occhi ancora giovani, i giorni dell’estate torrida che sembrano infiniti, finiti invece chissà dove.

12. White light goin’ messin’ up my mind Don’t you know, it’s gonna make me go blind White heat, goin’ down to my toes Lord have mercy, white light had it, goodness knows, la prima parola-chiave è “luce bianca”. Attenzione. Non luce livida che racconta di altri momenti, ci sono anche qui delle baracche sullo sfondo, ma non di quel tipo che il matto di Marradi dice e che il prof di ginnasio ci leggeva con lacrime all’ occhi la piagarossalanguente (un ottimo hashtag) mostrando (lui che odiava i gerundi) le stelle che son bottonidimadreperla (idem) nell’altra famosa notte stellata di Van Gogh (quella famosa-famosa) e ascoltando con un vecchio giradischi di quelli che si chiudevano a valigia l’APRÈS MIDI D’UN FAUNE di Debussy che mi faceva sognare a occhiusaperti l’Arcadia. La seconda parola-chiave è “battaglia”. Mentre Dino volle bere come un porco e abbrutirsi con le ciane, in Manciuria si combatteva tra il 21 febbraio e l’11 marzo 1905, nelle zone della cittadina di Muckden, in Manciuria (oggi Shenyang, capitale della provincia cinese di Liaoning), per via della guerra russo-giapponese che imperversava in quelle lande: scontro decisivo sul piano terrestre di tutto il conflitto, la battaglia vide le armate giapponesi del maresciallo Ōyama Iwao assalire la linea difesa dai russi del generale Aleksej Nikolaevič Kuropatkin, riuscendo infine, al prezzo di duri combattimenti e molte perdite, a obbligarla al ripiegamento e all’abbandono di tutta la Manciuria meridionale. Nomi dimenticati, forse mai conosciuti se non ci si fosse messo di mezzo il Campana Dino e i suoi deliri notturni. La terza parola è “panorama”. La percezione della bellezza è un test morale (dal Diario di Thoreau, 21 giugno 1852). Nessun test morale per Dino e per tutti noi. Quando il panorama è il deserto delle città e vagabondare without a cause non serve più a dimostrare di essere ancora vivi – sentirsi ancora uomini – e la “baracca” si trasforma nella “cantina buia dove noi respiravamo piano” e tutto si risolve nelle solite scheletriche moine. Allora, solo allora quando le romanticherie ti fan perdere il senno, ecco che diventa urgente uscire prima che si può dalla visione di quei fuochi vorticosi nel cielo. Si direbbero peccati di gioventù. Tornare quindi con i piedi ben piantati per terra, in questo mondo comunque scheletrico (un’ossessione per il ns poeta appenninico, un’ossessione per tutti).

13. Una lanterna magica più magica di quella vera del numero progressivo dodici, quello-che-precede. Stretto, stretto che ti attrae con la forza della carne saporosa di una malabarese. How you would weep for your free, pleasant leisure, if,  With a brutal corset imprisoning your flanks,  You had to glean your supper in our muddy streets  And sell the fragrance of your exotic charms,  With pensive eye, following in our dirty fogs  The sprawling phantoms of the absent coco palms!

yubfyuf

 

 

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