IL MIRACOLO DELLA SCRITTURA

Mi ha sempre incuriosito la magia di come un autore, attraverso la parola scritta, riesca a  ricreare un mondo e renderlo credibile. Immagino che occorra miscelare una serie di fattori: documentazione, frammenti di memoria, vita vissuta, racconti ascoltati, letture di qualsiasi tipo, attenzione alla cronaca, capacità di scrittura, affabulazione. Ma quando  arriva il momento di scrivere e la scrittura diventa letteratura che cosa succede?  Quale alchimia rende possibile questo fenomeno usando uno strumento-la lingua-che è alla portata di tutti? Lo chiedo ad Alessandro Zaccuri, autore di diversi romanzi, uno più diverso dell’altro per ambientazioni e periodi storici illustrati.

Ogni storia la sua voce. E ogni personaggio, all’interno di una storia, ha un suo timbro. Prima ancora della trama, per me un libro si riconosce dalla lingua che lo caratterizza. Parlo dei libri che mi piace leggere e che, fatalmente, fanno da modello a quelli che vorrei scrivere. Magari non ci riesco (una certa quota di fallimento è prevista in qualsiasi impresa umana), ma se proprio devo sbagliare, preferisco sbagliare nella trama anziché nella lingua. Questo vale per tutti i romanzi che ho pubblicato finora.

 Qualche esempio?

Nel Signor figlio l’elemento della scrittura era preponderante, anche perché si trattava di ricostruire l’interiorità di un grande poeta dell’Ottocento, Giacomo Leopardi, e questo impediva di sgarrare. Sia nella scelta delle parole, sia nella modulazione delle psicologie. Infinita notte era invece ambientato nella contemporaneità, oltretutto in un ambiente linguisticamente compromesso come il Festival di Sanremo. Il gioco stilistico era ancora più sottile e a rischio di incomprensioni, che infatti non sono mancate. Insomma, se in Leopardi dice “tabarro” sembra letteratura, se un funzionario Rai dice “audience” sembra giornalismo, ma ciascun termine è appropriato e necessario nel suo contesto. Da questo punto di vista Dopo il miracolo occupa una posizione intermedia: racconta una storia di metà anni Ottanta e si riferisce quindi a un’Italia di ieri l’altro, per molti aspetti simile a quella di oggi, ma niente affatto identica. Il mio tentativo è stato quello di far convivere modi di parlare (e quindi di pensare e vivere ogni esperienza, in particolare quella religiosa) che in effetti erano tutti presenti in quel periodo, alcuni su una linea più arretrata, diciamo contadina e piccolo-borghese, altri proiettati sull’illusione di un’ipermodernità che poi non ha retto alla prova del tempo.

E per l’ultimo da te pubblicato “Dopo il miracolo”?

Anche per questo libro, come già avevo fatto per Il signor figlio e per Infinita notte, mi sono basato su una documentazione molto ampia e, per certi aspetti, un tantino maniacale. Tra l’altro ho compilato un albero genealogico dei personaggi di Dopo il miracolo, una lista delle automobili di cui si servono, una cronologia delle settimane in cui il romanzo si svolge. Ho letto molto, specie per quanto riguarda la teologia del miracolo, ma più ancora ho cercato di circondarmi di immagini, musiche e oggetti di quegli anni. L’obiettivo era conseguire quell’ effetto di realtà che, per me, rappresenta la caratteristica principale di ogni romanzo.

“Preferisco sbagliare nella trama anziché nella lingua” è interessante, l’attenzione alla parola scritta bene, secondo le regole mi piace, una volta ho fatto notare a uno scrittore di successo di un suo errore grammaticale (un con l’apostrofo per un maschile, errore molto comune) e mi rispose che non si può giudicare una trama (la sostanza sua era questa) con quello che riteneva quasi un refuso, invece per me non è così: quando in un libro (anche un saggio) trovo l’espressione “affondare le radici” d’istinto smetto di leggere (lo stesso vale per quello che lo scrittore famoso ritiene un quasi-refuso).

L’esattezza della lingua non si esaurisce nella correttezza grammaticale. Si tratta di qualcosa di diverso, direi quasi di musicale: ti accorgi (o, meglio, se ne dovrebbe accorgere il lettore) che quella parola, quel giro di frase, perfino quell’anacoluto è perfetto per descrivere un personaggio, una situazione, uno stato d’animo. Evitare svarioni è il dovere di ogni scrivente. Evocare un mondo attraverso le parole è il diritto (e la sfida) di ogni scrittore.

L’effetto di realtà non è propriamente il realismo, la “presunzione” di ricreare la realtà e questo lo dico perché un racconto non esaurisce mai la realtà vera, è sempre un filtro.

Chiamo effetto di realtà quello che, di solito, si chiama verosimiglianza. Antico, nobilissimo concetto, sul quale purtroppo si è depositata la polvere dell’equivoco, per cui ogni volta che lo si adopera si è costretti a precisare, distinguere, certificare. Il principio, comunque, è abbastanza semplice: non importa che una storia sia “vera”, ossia accaduta nella realtà. Importa che, mentre la seguo, io la percepisca come vera, che nulla in essa mi appaia forzato o posticcio. Questo riguarda la trama, ma anche il singolo e minimo dettaglio. Per capirci: Tolkien non è uno scrittore “realista”, eppure la sua Terra di Mezzo mi trasmette un irresistibile effetto di realtà. Le mappe, le genealogie, perfino le grammatiche delle varie lingue. Tutto è reale, anche se tutto è stato inventato. Ma senza questo effetto di realtà Il Signore degli Anelli non sarebbe il capolavoro che è.

Quale intuizione ha dato avvio ai tuoi romanzi: un fatto di cronaca, una foto, un libro letto, un racconto ascoltato, una musica?

 In Dopo il miracolo c’è almeno un episodio che proviene dalla realtà, ed è la storia della coppia che, non riuscendo a concepire un figlio, ne promette dodici alla Madonna se otterrà la grazia del primogenito. Mi è stata riferita quasi vent’anni fa in un paesino di montagna, in Lombardia, non l’ho mai dimenticata e per molto tempo ho pensato di ricavarne un racconto. Si è invece rivelata importante come trama “secondaria” del libro, rispetto a quella (“primaria” in ogni senso) del conflitto sul miracolo. A colpirmi non era tanto la questione del voto, ma il fatto che poi quella famiglia vi abbia mantenuto fede, a dispetto delle trasformazioni di società e mentalità.

Alessandro Zaccuri è nato a La Spezia nel 1963. Giornalista del quotidiano «Avvenire»,  vive e lavora a Milano. Ha esordito come narratore con il “reportage visionario” Milano, la città di nessuno (L’Ancora del Mediterraneo,  premio Biella  Letteratura e Industria).  Con Il signor figlio (Mondadori, 2007) è stato tra i vincitori del premio Selezione Campiello. In seguito ha pubblicato i romanzi Infinita notte (Mondadori, 2009) e  Dopo il miracolo (Mondadori, 2012), la raccolta di racconti  Che cos’è una casa (Cittadella, 2009) e l’e-book Il Deposito (40k, 2010). È inoltre autore  di  saggi su temi dell’immaginario contemporaneo:  Citazioni pericolose  (Fazi, 2000),  Il futuro a vapore (Medusa, 2004) e  In terra sconsacrata (Bompiani, 2008).  Suoi contributi sono apparsi sulle  riviste «Lo  Straniero»,  «Letture», «Nuovi Argomenti»,  «Vita e Pensiero», «SatisFiction», «Link – Idee per la televisione».

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