IL TEMPO NON ESISTE

“Il tempo non esiste”, pensava lei mentre si avvicinava a San Babila.

La pioggia era rada, abbastanza da tracciare qua e là cerchi concentrici dentro le pozzanghere. Si aprivano a fiore, si allentavano ai bordi, svanivano in un tremolio impercettibile, e subito tanti altri piccoli cerchi si materializzavano sulla loro superficie. Due foglie rosse occhieggiavano ai bordi della più grande, d’un rosso vivo e sorprendente, come due pesci dentro a un acquario. “Da dove verranno, quelle foglie?”, si chiese. E subito cercò in alto, verso le larghe terrazze dove architetti alla moda avevano impiantato veri e propri giardini. Su una di esse la balaustrata era scandita da vasi solenni, e alberi alti, perfino un pino marittimo. Ma era troppo lontana.

“Da dove verranno queste foglie?” Avevano un colore come l’acero d’autunno, ma era il secondo giorno di primavera. Un pullman di giapponesi veniva da corso Venezia, rallentò davanti a lei. Una donna la stava riprendendo con la telecamera. Si vide in uno schermo di Tokio, la giacca nera e l’ombrello bianco con le note musicali. Il libro aperto, punteggiato da qualche goccia di pioggia. Chissà se quella donna si sarebbe ricordata dov’era, quando ha fatto quella ripresa. Se avrebbe sentito il bisogno di dire ai suoi amici: “Questa è la piazza San Babila, e qui c’è una donna che legge un libro. A Milano si usa così. Leggono per strada.” O se, invece, la sua immagine sarebbe finita dentro a una girandola di mille altre diverse, si sarebbe presto persa, sostituita da quella della chiesa, così piccola in mezzo a quei palazzi, con la colonna tutta mangiata dalle intemperie, e poi l’incrocio, la prospettiva di corso Vittorio Emanuele con uno scorcio di madonnina. Molto più probabile. Capace che la giapponese non se ne sarebbe nemmeno accorta, di essere in centro, avrebbe continuato a registrare dal suo lato, mentre il pullman imboccava corso Europa, fra edifici tali e quali a qualunque altra città.

Dopo il pullman fu la volta di un camion di una ditta di costruzioni, poi un furgone di fiorista. Macchine anonime. Qualcuno la fissava per un attimo, passando, poi tirava dritto, nemmeno il tempo di chiedersi cosa ci faceva una donna proprio sull’orlo del marciapiede, così in bilico che una macchina più veloce potrebbe portarsela via nel risucchio d’aria. Cosa ci fa una donna che legge un libro, sotto un ombrello bianco? Domanda mai fatta.

Girò lo sguardo sul palazzo di fronte. Non riusciva a vedere dove fosse posizionata la web-cam. Possibile che fosse quella cosa tondeggiante che pendeva sopra le piante di una terrazza? Sembrava piuttosto un lampione. Dalla forma, un poco allungata, le ricordava una piccola lampara, come quelle che i pescatori del suo paese usavano per uscire a pesca la notte . No, la telecamera doveva essere altrove. Ma non si vedeva nulla. Pareti lisce e grigie. Finestre squadrate, tende tirate. Di diverso c’erano solo le vetrine dei negozi e le finestre di una scuola di moda, al primo piano, dove poteva vedere le schiene e i pantaloni a vita bassa delle studentesse, chine sui tavoli, non sapeva se stessero disegnando o se stessero piuttosto mangiando un panino. Era mezzogiorno, ormai. Era arrivata all’appuntamento con dieci minuti di anticipo. Ne erano passati altri cinque. Alla sua velocità, doveva aver letto già quindici pagine. Aveva tempo per altre tre, non di più. Poi doveva andare al lavoro.

Le macchine passavano rade, come la pioggia.

“Chissà dove diavolo si trova lui, adesso”, si chiese.

In macchina. Ero in macchina a quell’ora. Pensavo che era davvero stramba questa maniera di “guardarsi”. Ancora quell’ossessione da PARIS TEXAS. Perché ti era piaciuto tanto quella volta? Che cosa ti aveva affascinato nel fatto che lui guardava lei e lei non poteva sapere chi c’era dall’altra parte del vetro? Eppure lui le parlava con una voce calda e l’altra si commuoveva, sembravano riconoscersi ad un certo punto. O forse è la memory remota che comincia a sfaldarsi. Tutto questo vedere la realtà a frammenti cominciava a fare l’effetto stile STATI DI ALLUCINAZIONE di ken russell o film simili (anche FLASH GORDON quando il dr.zarro tenta di carpire la memoria a gordon, credo)…lunghe flashate di immagini, la vita come un trailer…

 

 

24 marzo 2010

Oggi a mezzogiorno. Piazza san Babila, coi pullman che incrociano gli autobus. Sole pungente, dopo la tempesta di pioggia di ieri pomeriggio, che ha sferzato la città e gli alberi in fiore. Sembrava d’essere tornati all’autunno. Avanzavo con l’acqua alle ginocchia. Ma oggi a mezzogiorno era tutto diverso. È successo che il tempo si è fermato. Me ne sono accorta. È accaduto nell’attimo in cui due bestioni si incrociavano davanti a me. Stavo col naso dentro al libro, e accanto al bidone dei rifiuti – tutto colorato, è piazza San Babila – c’era una bici su cui qualcuno aveva appoggiato giacche e maglie. Poi ho capito che erano abiti di ricambio di un operaio cingalese che lava le vetrine dei negozi eleganti. Poi ho capito, dopo, quando il tempo ha ripreso a scorrere. Ma prima si era fermata ogni cosa, e tutto aveva lasciato il senso che aveva e preso un nuovo significato. Capita, alle volte, di sorprendere la propria immagine dentro a uno specchio, e fermarsi a guardarla, come se fosse quella di un perfetto sconosciuto. E ci vogliono due minuti interi prima di realizzare che quella faccia ci appartiene, quell’espressione è nostra e di nessun altro.

Leggevo Grossmann in san Babila, e una frase mi ha fatto fermare. Perché sembrava scritta per me che leggevo. Messa lì apposta per me oggi sulla pagina duecentoquarantaquattro, da leggere solo stamattina, dopo il tuo messaggio di ieri. Lo sai che ho pianto, leggendolo? E non per delusione. Era un’altra cosa. Lo avevo messo in conto, non saresti venuto comunque. Però ho pianto. Per quello che dicevi, per le tue parole simili a quelle di quattro, cinque anni fa. Possibile, sono già passati cinque anni? Eppure sono passati. Dolore, vuoto, nero, disperazione, e poi silenzio, fatica. Tutto passato. Adesso qualcosa affiora nel mio setaccio, mi riposta indietro a quei tempi. Ero diversa. Diverso anche tu. Due anime inquiete, hai detto. Cinque anni fa quelle stesse parole mi avrebbero annientato. Ora non potrebbe succedere più. Però ho pianto lo stesso. Il trucco quella sera si scioglieva e mi pungeva gli occhi. Non era delusione, no. Ma compassione. Qualcosa del genere. Si può piangere su quelli che eravamo e non siamo più, e per quello che invece siamo adesso, per il dono che potremmo essere l’uno per l’altro. Un dono così grande da rischiare di distruggerci, e che ci costringe a riprendere le nostre orbite distanti. Buon viaggio e arrivederci alla prossima congiunzione astrale, fra settant’anni e passa, come la cometa di Halley.

Tiro di lato le mie lacrime nere, come mi bruciano gli occhi. Non importa. Non importa tutto il resto. Gli anni trascorsi, gli errori commessi, il dolore subito e anche quello che mi sono procurata da sola. Niente vale più, oramai. È passato. Rimane questa luce fragile, questa mela luminosa, luce al posto della polpa, che basta poco a rovinare mentre la tengo in mano. Palpita come un cuore umano, è una cosa viva e assurda, come è assurda la vita, certe volte. Dovrebbe essere morta da anni, e invece è qui, in veste nuova. Non assomiglia più a com’era una volta, ha un aspetto nuovo, diverso e ostinato. Se ne infischia del tempo che passa. Il tempo non esiste e, se esiste, è passato, è alle spalle.

Mi stai davanti come una cosa nuova, ti guardo attraverso le parole di pagina duecentoquarantaquattro, fra il pullman verde che incrocia l’autobus giallo ocra, e il sole  arrabbiato che lucida il selciato della chiesa dietro di me. Ti guardo da dentro un romanzo, mentre qualcuno sta guardando me che leggo, attraverso una telecamera puntata sulla strada. Anche i commessi dei negozi qui accanto cominceranno a chiedersi se non ci sia qualcosa di strano in questa sconosciuta che ogni giorno viene a leggere un libro – che sia lo stesso? – in bilico sul marciapiede. Se non sia pericolosa, una kamikaze cecena, una terrorista rossa di quelle di una volta, o una dei centri sociali che studia il territorio in vista di una clamorosa protesta. Chi è mai costei che si mette tutti i giorni in evidenza sulla strada, non sa che c’è una telecamera che ne registra i movimenti ogni cinque minuti? Bella terrorista del cavolo. A meno che non mandi segnali cifrati con la sua sola presenza.

Il tempo non esiste. Non del tutto. Esistono i frammenti di spazio e di tempo che intercorrono fra quelle frasi che mi hanno inchiodato lì a mezzogiorno. Le ho lette, e poi ho desiderato baciarti, e basta.

Questo, l’uomo della web cam non lo sa. E nemmeno glielo dico. Rimarrà convinto di essere l’unico uomo della mia vita, proprio perché è senza volto, e chi non ha volto può essere il tutto e il niente insieme. Chissà cosa direbbe se sapesse di noi. Di quello che c’è stato. Della prima volta che mi hai preso l’alluce in bocca, e hai cominciato a leccarlo, mentre io mi sentivo morire. Gli ho lasciato un messaggio. Ho pronunciato queste parole guardando i vetri della scuola di moda. Magari con un ingrandimento lui riuscirà a leggerle sulla mia bocca. Magari, se l’immagine della telecamera fosse continua e di grana buona. Non è così, ma quelle parole le ho dette lo stesso. Certe volte mi sento di doverle partorirle, le cose, dove mi trovo, come le gatte randagie che si sgravano dei gattini dove capita. Rimane il fatto che sono visibile, forse anche vulnerabile. Lui no, lui non si vede. Potrebbe essere ovunque. Con un coltello dietro le mie costole, o sogghignante oltre le finestre del palazzo difronte. Si darà gomitate con qualche collega d’ufficio, guardandomi ferma sul marciapiede. Forse, lui non esiste nemmeno.

2 pensieri su “IL TEMPO NON ESISTE

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