AL BAR CON BRUNO

Bruno Osimo (Milano, 14 dicembre 1958) è uno scrittore, docente e teorico della traduzione italiano. È docente di traduzione presso la Fondazione Milano . Allievo di Peeter Torop, ha conseguito il dottorato all’Università degli Studi di Milano; da allora si è dedicato allo studio della traduzione a partire da una prospettiva semiotica, in particolare studiando le fasi mentali del processo traduttivo e la valutazione della qualità della traduzione. (Wikipedia)

 

Di cosa parliamo quando parliamo di libri?

Il libro come sponda. Il libro è liquido, e quando lo leggi lo bevi e lo  assimili: puoi smettere di leggerlo, o sputare fuori il primo sorso, ma non  puoi berlo e poi fare finta di niente. Quando lo bevi non ti appesantisce
perché è liquido, ma poi ti accorgi che lascia il segno. Il libro è un amplesso tra le parole dell’autore e le parole del lettore, che si  avvinghiano, si rivoltano, si rigirano e, a volte, si detestano.Il libro è anche valutazione delle espressioni sdoganate e, per gli scrittori mediocri, sdoganamento forzoso per fare bella figura. Lo stile dell’autore come persona e lo stile dello scrittore come personaggio devono fare i conti
l’uno con l’altro, e la frequentazione delle scuole di scrittura dove  insegnano le ‘tecniche’ rischia di produrre scriventi tecnicamente abili,  ingegneri della codifica, che hanno poco da dire ma lo dicono lo stesso. E questo rischia di non essere piacevole per i lettori. I lettori sono un lenzuolo che ognuno vuole tirare dalla propria parte, sia imponendo doveri,  sia elargendo diritti. ma l’unica cosa che il lettore può fare è essere
libero, dalle mode, e avere un tubo digerente allenato, ed essere pronto a sputare e interrompere se sente un sapore sgradevole o si accorge di non avere più sete di quella bevanda lì.

Per scrivere i tuoi libri hai bisogno di silenzio, oppure al contrario  immergerti nella realtà?

Ho scritto il mio romanzo Bar Atlantic tutto al Bar Atlantic di via Palizzi a Milano, all’Esselunga di Certosa. mi serviva una sponda mobile per i miei pensieri, un filtro per i miei movimenti fisici e mentali, uno stimolo continuo di tipo sonoro, visivo, olfattivo, tattile, gustativo. Il bar ci metteva il bombardamento sensitivo, io reagivo scrivendo. Così ho pensato di chiamare il romanzo, un nome fintamente inglese, pretenziosamente straniero, sbadatamente sincero.

Curioso metodo, Bruno, hai sempre lavorato così? per le traduzioni non credo tu abbia bisogno di una full immersion nella realtà...

Beh, le traduzioni hanno l’originale a cui appigliarsi, quindi è diverso. Comunque la solitudine del traduttore può rivelarsi una colossale fregatura, e in parte è un mito. Il traduttore non è mai solo per il semplice fatto che c’è l’autore con lui. Senza usare le parole preferite dalle maestrine della traduzione italiana, che mi danno la nausea, di certo s’instaura un dialogo con l’autore, anche se è morto. Per tradurre il libro che sto facendo adesso, non vado più al Bar Atlantic. Vado in un altro supermarket dove c’è il wi-fi. In ogni caso il contesto (o il decontesto) mi serve a non prendere troppo sul serio sia il lavoro che faccio sia me stesso, e a ridimensionare il senso dell’indispensabilità della mia mission (lo dico in inglese, così non si capisce se sto parlando aziendalese o se ho visto la luce).

Sei un docente di traduzione, insegni agli altri i segreti del mestiere? come si insegna traduzione?

Occorre innanzitutto avere consapevolezza della differenza tra le idiosincrasie e i problemi di comunicazione. Insegnare traduzione è insegnare semiotica applicativa. Le regole vere e proprie non ci sono. È complesso perché più che insegnare un metodo si insegnano visioni del mondo, e i modi per trasferire le une nelle altre. Occorre molto affiatamento umano con gli studenti per riuscire a raggiungere un livello di comunicazione buono, e da qui si parte per capire insieme come risolvere i problemi. È fondamentale lavorare sempre a testi non visti in precedenza dal docente.

Hai pubblicato anche con Guaraldi, Mario è un amico…ma i tuoi studi sono preferibilmente dati alle stampe con Hoepli, come dire dove  le radici affondano nella manualistica dell’800, spirito pedagogico…

 Ulrico Hoepli nacque da una famiglia contadina nel piccolo villaggio di Tuttwil (frazione del comune di Wängi), nel Canton Turgovia, in Svizzera. Emigrò a 15 anni, andando a lavorare prima a Zurigo, come garzone presso la libreria Schabelitz, e poi, successivamente, a MagonzaTriesteBreslavia e il Cairo, dove fu incaricato dal kedivè d’Egitto di riordinare un fondo bibliotecario. Nel 1870 rilevò per corrispondenza la piccola libreria di Theodor Laengner a Milano, nella Galleria De Cristoforis, presso il Duomo, e si trasferì nel capoluogo lombardo. La libreria divenne rapidamente un punto di riferimento della borghesia colta milanese, che vi poteva trovare sia preziosi libri di antiquariato sia testi, in particolare scientifici e tecnici, in tutte le principali lingue europee.(Wikipedia)

Guaraldi mi è capitato per puro caso, in quel periodo  era stata acquistata dalla Logos per la quale lavoravo al corso di traduzione on line… ma è stata una parentesi breve. Con Hoepli mi sono sempre trovato bene proprio perché la tradizione della manualistica valorizzava il mio lavoro e non, come alcuni potrebbero pensare, la svalutava affatto. Ho sempre detestato l’accademismo, e pubblicando con Hoepli questo rischio non l’ho corso. Mentre facevo il dottorato, dovevo nascondere le mie novità editoriali perché i docenti del consiglio del dottorato consideravano le pubblicazioni didattiche uno scadimento rispetto a quelle scientifiche, che a volte secondo me sono esercizi di autoreferenzialità.

Interessante differenza di vedute, accademismo vs ricerca…e la narrativa che tipo di urgenza insegue?

Era “naturale” che la tua scrittura si sviluppasse in questo senso? vista la frequentazione assidua di altre narrazioni attraverso la versione in italiano? oppure volevi da sempre essere anche narratore

Ho sempre scritto poesie, anche se non ho mai voluto darle in pasto a nessuno, e sotto sotto ho sempre saputo di voler sperimentare forme espressive diverse dalla traduzione. Ho preferito cominciare con la narrativa, perché mi sembrava che esordire come poeta a 52 anni fosse un’impresa titanica di cui non sono all’altezza, ma così come intendo la narrativa in senso molto lirico, facilmente scivolo sulla lirica vera e propria (come succede per interposta persona in Bar Atlantic con le poesie di Hum Mugdal, veri punti cardinali del tessuto narrativo).

Di certo le migliaia di pagine che ho tradotto in trent’anni (nel periodo 1987-1992 ho anche tradotto decine di manuali software-hardware che ovviamente non compaiono nel mio CV perché in Italia è previsto vantarsi solo dei “libri”, ma di cui io vado orgoglioso, tanto quanto  della narrativa e della saggistica tradotta) mi hanno dato strumenti tecnici inizialmente spontanei, poi sempre più consapevoli che ora sono la mia cassetta degli attrezzi quotidiana quando scrivo. Però non ho avuto il periodo dello “scrittore frustrato”, perché il mio primo testo (se si fa eccezione per un’avventurosa partecipazione alla prima edizione del premio Calvino nel 1985) è stato accettato dal primo editore cui l’ho proposto.

Luoghi-cartolina & nonluoghi mi sembrano argomenti sostanziali della tua produzione, la scrittura che si produce di passaggio, rumori di fondo, muzak, attraversare i luoghi come un’ombra, senza lasciare traccia, c’è sempre qualcuno che poi ripulisce e disinfetta.

Credo che i nonluoghi spaventino le persone che non hanno idee, perché hanno paura di perdercisi. Ma chi ha idee, chi si sente una sorgente a getto continuo, nei nonluoghi ha modo di avere a disposizione rocce su cui versare la propria acqua. I rumori di fondo sono stimoli a volte fondamentali per vincere le barriere dell’inconscio. In effetti per la poesia ritengo che l’accoppiata vincente sia stanchezza fisica e nonluogo.

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