IN CAMMINO I SENSI ALL’ERTA


In cammino i sensi all’erta Ascolto i grilli, mi stupisco di sentirli a quest’ora serale L’odore dell’erba tagliata è penetrante Evoca le estati in campagna lungofiume viali di pioppi pesca con le mani bagni nell’acqua corrente Vedo un gatto rannicchiato nel campo ai margini della strada sterrata Raccolgo un sasso – non si sa mai si trattasse d’un gatto selvatico ma non ne ha L’aria Impugno il sasso con fare minaccioso e penso che la natura può essere spesso crudele La natura non accetta le regole e le consuetudini umane Lancio il sasso lontano dal gatto Non voglio fargli male, che diamine Versi uccelleschi provengono da ogni dove Il rumore dei passi si raddoppia in una specie di eco, in prossimità del dosso Mi inoltro nel bosco prendendo una strada secondaria rispetto a quella asfaltata Raggiungo presto un chiaro del bosco Una lichtung, un’apertura di luce, come m’insegna Mastro Heidegger Come pure m’insegna -sorella nel cammino -Maria Zambrano I sensi all’erta, annuso l’aria, mi guardo intorno, ascolto l’assenza di rumori meccanici Continuando per questa strada chissà dove arrivo Vedo un passero sui fili della luce Uno solo, fischiettare la sua canzone alla sera Tanti insieme appollaiati sui fili diritti farebbero una nota musicale su una partitura La terra è umida ma il temporale posso evitarlo per ora Il temporale arriverà mentre inizio a scrivere (proprio poco fa) a proposito de Il pensiero che si forma camminando Pensiero puro slegato da tutto, dalle contingenze, legato solo ai sensi all’erta Non ci sono elaborazioni successive alla formazione del pensiero periclitante Che avviene nell’atto stesso del mettere un passo appresso all’altro Accanto alla locanda dove poco dopo andrò a mangiare odori di cucina lontani Mangerò verdure cotte e il ripieno di un animale accompagnato da finocchio selvatico crudo La mia bevanda sarà una birra fresca che consumerò a piccoli sorsi facendomela bastare Fino alla fine del pasto veloce, run run run fino alla sazietà Dopo il cammino una doccia calda L’acqua scende copiosa sul taglio di capelli recenti Ma sono ancora –la doccia calda verrà dopo – sul tragitto, un circuito immaginario, vizioso, tutto mentale, creato Improvvisando una traiettoria Scendo per questo tratturo (Ma so che non si chiama tratturo e sicuramente i contadini di qui non lo chiamano così) Sul crinale della collina, evito sul ritorno la doppia curva -con frana- dell’andata La strada tra i campi mi riporterà Seguendo un training che superi la mezzora Al punto di partenza di questo Circuito immaginario Verso il limite dei trentacinque minuti (qui esiste solo il tempo di percorrenza Non il Percorso) riprendo la strada principale Incrocio un paio di carabinieri fermi ad un incrocio strategico per i loro controlli di routine Li saluto con un buonasera Quello che impugna il mitra mi risponde con un cenno del capo L’altro che scrive sul cofano della camionetta le targhe delle auto fermate e l’orario, mi dice salve Percorro in salita il viale del cimitero con tutti quei foscoliani cipressi Davanti al cimitero mi segno e prego a mani giunte guardando verso le tombe che si scorgono Alzando lo sguardo sul muretto – luogo circoscritto di eternità e infinito nella finitezza della carne Evito di entrare nel luogo santo dove i morti sono diventati uomini e donne tutti uguali Il cancello cigolerebbe in modo sinistro come nelle migliori situazioni lovecraftiane Vorrei lasciare nell’edificio chiuso che funge da chiesuola una fotocopia che ritrae mio padre sorridente Nel giorno della Cresima della nipote grande e che sta sulla sua tomba Lontano da qui, verso sud Lascio la fotocopia sempre nel portafoglio Prima o poi la metterò insieme alle immaginette dei cari morti altrui sulll’altarino nell’edificio Dentro il cimitero così saprò per chi recitare le mie preghiere Anche se i morti sono tutti uguali perchè nella morte diventiamo tutti uguali Voglio dire potrei pregare rivolto a qualsiasi tomba anche a quella Lucia che sta in alto passando Vedo la sua tomba costeggiando il muretto del camposanto Sarebbe come pregare per tutti i miei morti, soprattutto per mio padre Vorrei questo qualcosa in più, un’immaginetta iconica cui rivolgermi Ormai sono vicino alla fine del mio giro Mi tolgo le scarpette comode e le lascio nel bagagliaio della macchina All’andata ho incrociato solo tre macchine Al ritorno -sono sicuro- qualcuno mi ha visto e riconosciuto e prima o poi me lo dirà Ti ho visto da quelle parti, eri proprio tu Si, sto seguendo un mio training che comprende cammino e pensiero che si forma In cammino I sensi all’erta, gli dirò

I morti parlano ai vivi attraverso enigmi dentro sistemi comunicativi anche eterogenei certamente eterodossi comunque estranei al comune sentire, Devo porgere l’orecchio con attenzione, sporgermi persino, il corpo si sbilancia, porre una mano a conchiglia sul lato del capo più propenso a sentire – attento pervicace ascoltatore che non perde una battuta, sempre informato, costantemente in linea on line –propenso a captarli gli enigmi raccontati con essoterico richiamo Quasi come una poesia ma non proprio con metodo poietico Sono come vasi comunicanti i liquidi raggiungono lo stesso livello così i messaggi passano dai morti a me cercando un equilibrio nella visione del passaggio d’un aereo in una coincidenza, un refuso, una parola che non riesci proprio a dire in una frase captata nella programmazione televisiva di una docu-fiction protagonista Tupac Shakur che dice – a me è capitato davvero – se dopo la morte non c’è niente il problema non si pone alla domanda che fonda il dire stesso dell’essere si contrappone negativismo e debolezza di pensiero forse assenza di soggetto se c’è qualcosa – continua Tupac – qualcosa di spirituale allora saremo angeli dopo la morte L’espressione Che voglio chiamare sentenza addirittura aforisma mi apparteneva già di suo Avevo usato le stesse espressioni – ma proprio le stesse – sul balcone di casa fumando un antico toscano

Questo ho continuato a mischiare all’odore dei campi nelle disorganiche congetture del cammino lungo un Percorso nuovo che ha toccato i confini della Repubblica Titanica, la mia mano, si, ha toccato il monolite posto lì, sul limite riconosciuto, nel lontano 1911 e ho visto la prospettiva della linea ideale che separa le competenze territoriali e il diritto del sangue e della terra Il Percorso ha conosciuto l’erba tagliata, cani abbaiavano in lontananza, la giornata di giugno era già più corta di quella precedente, quella dell’ultimo solstizio dei miei quaranta anni

Un pensiero su “IN CAMMINO I SENSI ALL’ERTA

  1. Seguire il formarsi dei pensieri durante una camminata e allinearli, giustapporli di seguito, concatenarli insieme alle citazioni evidenziando il sè e il proprio retroterra culturale, unendo vivi e morti, l’affetto filiale in un percorso lungo quasi quanto il leggere, in un volo ch’è catarsi d’anima. Queste sopra scritte le mie impressioni, per quello che possono valere, ad una prima concentrata lettura. Michele Prenna.

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