IO SONO TUO FIGLIO E TU SEI MIO PADRE

Linnio è un amico, o meglio stava due classi sotto la mia al liceo, quindi rimarrà una sorta di mascotte per me. Non riesco a evitare gli stessi lazzi di millenni fa quando ci incontriamo, anche se naturalmente ormai adulti, “certi” comportamenti non hanno più lo stesso pesospecifico di allora. Cerco di evitare i leitmotiv nei comportamenti, le frasi gergali (anche perchè ormai dimenticate), gli sberleffi tipici dell’età dell’oro. Leggere il suo libro quindi era d’obbligo, l’ho persino comprato, spendendo di mio (un giornalista per giunta marchigiano, da bravoprenna, come diciamo  in famiglia,  avrebbe aspettato di farselo spedire dalla casa editrice o direttamente consegnare di sua mano dall’autore, le occasioni di incontro però sono poche ecc ecc ecc ecc  insomma l’ho comprato).

Il libro di Linnio è terribile con un fondo di umorismo nero che lascia presagire il suo tipico sorrisetto amaro che gli scivola via quando vuol commentare un qualcosa senza parole. Si legge in un pomeriggio. Cerchi la storia, una trama, un plot che non arriva mai e sai già come finisce, perchè si racconta delle ultime fasi della malattia del padre. Ormai siamo nell’età in cui ci muoiono gli ascendenti e sappiamo di cosa si tratta ma al peggio, si sa, non c’è mai fine (lo so, lo so che questo è un tremendo  luogocomune del linguaggio, di quelli che di solito cerco di evitare,  ma questo peggio qui è  l’inaspettato, ciò che desta  attenzione, racconto di esperienze dirette dove non vorrresti mai incappare).

Come sia riuscito a esternare una vicenda così delicata e privata e “schifosa” e intima e chenonsiracconta e infondochecefregaancheseappartieneatuttimeglioevitare è il consueto mistero della scrittura,  quando solo con parole messe una dietro l’altra, senza una struttura grafica che non sia la composizione della pagina e i caratteri tipografici,riesce a ricostruire una porzione di mondo, l’atmosfera vissuta e a regalarci momenti che diventano paralleli alla nostra vita (anche e soprattutto quando le storie sono inventate).

Scorrendo le pagine mi dava fastidio inizialmente l’assenza di una strutturanarrativa, un avvicendarsi di fatti che portassero da qualche parte, quel girovagare tra profumi&colori&strade&persone&fatti dei libri che preferisco (o che loro, i libri, preferiscono me perchè non seguo nessun canone nelle mie letture, sono i libri a chiamarmi per essere letti), poi tra l’alternarsi dei brani stampati in caratteri diversi (uno è il courier, l’altro potrebbe essere un semplice times new roman, ma non ci giuro) si compone quella magia che prima ho chiamato mistero.

Magia orrorifica in una narrazione a due voci, la sua e quella del padre. Accentuata da alcuni sinantropismi (Linnio è un professore e vuole sempre che si corra al vocabolario – noi andiamo su google però) e da gustosi “crimini di pace” (li chiama così), dove si descrivono per lo più animali spiaccicati dal traffico (di qui i ricci del titolo).

Il fenomeno del sinantropismo invece è l’attrazione di specie parassite non desiderate che possono portare alla diffusione di infestazioni nella popolazione umana. Così recita Wikipedia. E si spiega il senso di questo libro coraggioso. Linnio mi aveva detto che stava scrivendo, ma dove immaginavo descrizioni di ansie e avventure di un intellettuale moraviano in crisi nella mezza età oppure resoconti di viaggi della mente e del corpo o una storia gialla o una stupida storia d’amore, ho trovato invece questo.

Ricci chiude proprio con un sinantropismo. Il terzo, dove si descrive di un nido abbandonato su un leccio, fatto solo di terra e fili d’erba, enorme, pesante, massiccio. Il nido abbandonato riporta alla mente dell’autore certi paesini di montagna con le case ormai vuote, non più abitate ma lasciate in buon ordine che sembrano aspettare l’ospite che ritorna.

Il tentativo – riuscito credo se non per l’autore almeno per chi legge – è stato quello di rimettere ordine in una vita devastata dalla morte del padre. Anzi de IL  padre. L’ha fatto in un modo apparentemente scanzonato, sdrammatizzando la tragedia. Non ci sono quasi refusi (forse uno), troppi francesismi, ma è il suo stile. Bella la chiusa.

Un pensiero su “IO SONO TUO FIGLIO E TU SEI MIO PADRE

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...