SVEVO VS PIRANDELLO

Dalla presenza dell’essere alla sua negazione, oh yeah

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“Su, su, cominciamo” (il capocomico, battendo le mani)  (da SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE)

“Scriva, scriva…”  (da LA COSCIENZA DI ZENO)

1. Non è ulteriormente dilazionabile l’evento. I sei personaggi non possono sostenerne l’attesa e aspettare chissà per quanto l’autore sulla bocca/ingresso dell’utero pirandelliano. Il fatuo cordone ombelicale che essi dovranno lasciare attaccato su consiglio del gestante calvo di Agrigento, sarà reciso con le poche parole con cui il padre farà il suo ingresso in scena.

“Cerchiamo un autore”.

Zeno da Trieste – come dire dalle Alpi alle Piramidi – è più fortunato. Prima espulso, poi divorato. Di nuovo espulso e ancora divorato (in Senilità), fino a prodursi praesentia autonoma, dal momento in cui Svevo, versus Pirandello, fornirà al suo personaggio tutta la metafora necessaria per possedere un corpo. Il corpo di Zeno Cosini si forma gradualmente attraverso un attento esame di sé, su richiesta del suo analista, fornendo una sequenza di fatti ritenuti i più importanti nella sua esistenza. Il fumo, invece, su cui inizia la sua analisi (scritta!) descrive un-di-più, un vizio, una manìa, insomma una sciocchezza che non costituisce l’essenza della vita.

Dovrebbe essere il contrario nei sei personaggi, introdotti da un gravosissimo sipario che, per di più, si alza contro la stessa volontà di Pirandello. Qui emerge il primo screzio tra i due mercanti di storie del nostro primo Novecento. L’uno vorrebbe restare a dialogare, o quantomeno a organizzare qualcosa, con i suoi personaggi-ombra. E’ disposto persino a farsi capocomico per raggiungere l’obiettivo. L’altro, soltanto fregiandosi di un epiteto curioso (Dottor S.), si garantisce la possibilità di scomparire, lasciando vivere così il suo personaggio.

L’U.S. è un rite de passage, con tutti i doverosi percorsi che il solerte etnologo francese Arnold Van Gennep ha illustrato a suo tempo. Una separazione dallo stato di cose passato, poi un periodo marginale e infine una aggregazione a una nuova condizione, il momento in cui Zeno segna l’ultima sigaretta è uno stato liminale tra l’essere e il dover-essere. La sigaretta chiude momenti che vedono Zeno in balìa della –non-coscienza d’esistere, in un flusso indistinto di vicende narrate. Ecco che il fumo da elemento marginale – una manìa – non significante, diventa la porta che si apre e si chiude continuamente su avvenimenti che il protagonista vuole ricordare meglio, oppure soltanto dimenticare, pur annotandoli.

L’U.S. è uno stato di morte apparente. Il rito che si vorrebbe compiere sul palcoscenico pirandelliano – quasi al buio e vuoto, perché abbiano, gli spettatori, l’impressione di uno spettacolo non preparato – invece non avviene. Dalla parte di Svevo abbiamo un reiterarsi di scommesse che riattualizzano l’essere nel superamento delle crisi circolari d’identità e nel rapporto col mondo esterno che Zeno segna, riportando l’avvicendarsi di orari, date, anni che passano. Dalla parte di Pirandello abbiamo quasi il tentativo di essere fuori del luogo letterario, la vita data una volta per tutte, il rito che si esaurisce nella forma della commedia.

Finzione! realtà! Andate al diavolo tutti quanti! Luce! Luce! Luce!

2. In Pirandello la struttura del linguaggio scritto – l’opera letteraria che cerca di descrivere una realtà possibile– è identificabile nell’intersezione di due assi ideali, di cui uno rappresenta il livello di informazione raggiungibile da tutti, mentre l’altro l’organizzazione in codice del messaggio. Si tratta quindi di un’astrazione teoricamente argomentabile e praticamente improponibile, perché pretende di fornire una descrizione del movimento su questi due assi. Quasi fosse un viaggio senza ritorno, ottenendo così un allontanamento dalla stessa struttura del reale. Questo pone l’utente o il lettore o il personaggio in una condizione tutta passiva, che fa dell’opera un gioco al massacro. Profondo e acuto jeu au massacre come l’urlo della madre dei sei personaggi. Quindi il testo come opera chiusa all’evento esterno che può ricevere sollecitazioni solo dall’intervento – come semplice presenza – degli spettatori, senza poter intervenire attivamente, senza cambiarne le sorti. Se l’incesto non avviene, per opera della madre dei personaggi, ciò non toglie che la suspence non sia presente a ogni rappresentazione. Naturalmente tutto il contrario in Svevo. Nella coscienza è tutto ovvio, scontato. Il lettore non crea, subisce. Si avverte una certa suspence, cercando di capire prima quanto avverrà in seguito. L’episodio del matrimonio con Augusta è significativo. Zeno accenna alla moglie, senza chiamarla per nome, per poi parlare della corte rivolta a Ada. Racconta così velocemente la situazione, da farci dimenticare se riuscirà nell’impresa e se sarà Ada la futura moglie. Diamo per scontato che il matrimonio si farà con la più bella delle tre sorelle. E invece. Colpo di scena. Vince la banalità in un crescendo di gaffe, dall’Olimpo della freddezza e della determinazione scendiamo nel più ovvio e scontato quotidiano.

Zeno Cosini non sarà mai un eroe. Finzione! realtà! Andate al diavolo tutti quanti!

(tesina scritta con il mio amico Romano G. negli anni ’70 per l’esame  di LETTERATURA ITALIANA MODERNA E CONTEMPORANEA – docente  Walter Pedullà – Università La Sapienza – Facoltà di Lettere – Roma)

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