L’ASSITO FATALE DI ROMANO PALATRONI

L’ASSITO FATALE DI ROMANO PALATRONI

di Antonio Prenna

INTRODUZIONE

Un’eccellenza della letteratura – non solo marchigiana, ma qui ci interessa anche il fenomeno locale – sconosciuta ai più e da riscoprire. Ricorderà il nome di Palatroni giusto Mario Richter [1] che a Baudelaire ha dedicato anni di corsi universitari, mettendo spesso a confronto le diverse versioni italiane dei Fiori del male. A ben scavare nella memoria ricorderanno quel nome gli ex-ginnasiali come me del Liceo Campana di Osimo che hanno avuto come professore di lettere Marino Marini. Lui sì, il professore, conosceva bene questo ragioniere di provincia, appassionato di teatro, attore dilettante, per niente traduttor de’ traduttori.

Marini aveva addirittura assistito Romano in mortem. Me l’aveva raccontato Plinio Acquabona , fuori intervista, quando cominciavo ad avventurarmi negli anni ’80 nelle prime produzioni televisive. Autore di teatro e poeta anconetano, aveva pubblicato all’epoca dell’intervista – lui vecchissimo- un voluminoso libro con Garzanti, dal sapore spiritualista. Era con Marini, mentre Palatroni moriva nel 1957, neppure cinquantenne per una complicazione infettiva, frequente a quei tempi. Immagino Marini e Acquabona al capezzale dell’amico. Anni di retorica legata al culto dei sepolcri mi hanno sempre aiutato a visualizzare  quella scena.

Palatroni abitava a Osimo lungo il corso principale, a pochi passi dalla casa del professore. Da quando era tornato dal Kansas nel 1945, dov’era stato prigioniero di guerra [2] , era riuscito a pubblicare diverse sue traduzioni in un’antologia del 1950, dal titolo fortemente evocativo: Orfeo. Sottotitolo: il tesoro della lingua universale, antologia curata da Vincenzo Errante [3]. Una raccolta di liriche da tutto il mondo. Romano aveva lavorato sulla poesia  francese. La triade dei maledetti. Verlaine, Rimbaud e naturalmente Baudelaire. Non a caso Errante, traduttore principalmente di Rilke, si era cimentato nel 1932 proprio con i Fleurs.

Il sogno di Romano probabilmente si stava avverando. Vivere di letteratura. Abbandonare le partite doppie e il pareggio di bilancio per dedicarsi all’attività che sentiva davvero propria. Qualche tentativo di traduzione era comparso su una rivista di Roma,  verso la fine  degli  anni ’30 [4]. Sporadiche apparizioni. Timidi tentativi, pur affrontando già allora Rimbaud. Poi segue l’esercito in Libia, per cui lavora. Gli anni della guerra lo vedono in Nord Africa. L’inferno raggiunge Tripoli. Finito il sogno coloniale di una generazione, Romano conosce la prigionia. Prima in Inghilterra, poi in America, dove coltiva la sua passione per il teatro; poi il ritorno e –  in un primo tempo risiede a Milano- la voglia di farcela nel mondo dell’editoria. Qui cresce la collaborazione con un gruppo di intellettuali – professori, giornalisti, studiosi, alcuni marchigiani – oggi anch’essi pressochè dimenticati, come la casa editrice – Nuova Accademia – che nel 1959 pubblicò i fiori malsan,i da lui tradotti.

Una sorta di cenacolo letterario gravitava intorno a Palatroni. Gino Regini era principalmente un traduttore – le note alla prima edizione dei Fleurs tradotti da Palatroni sono sue – , Vincenzo Errante un germanista, curatore della già citata miscellanea ” Orfeo ” che conteneva molte traduzioni di Romano, tra cui l’epico ” il battello ebbro” di Rimbaud . (Marini lo leggeva come si trattasse della creazione del mondo).Altri nomi illustri: Fernando Palazzi – sua l’introduzione alle “Feste galanti” di Verlaine, nella versione di Palatroni del 1957- un giornalista di pagine culturali e autore per Mondadori; Emilio Mariano –altro curatore di Orfeo- ha lavorato per anni sulle carte di d’Annunzio al Vittoriale degli Italiani. Enea Balmas , docente di letteratura francese all’Università Statale di Milano,  curò l’introduzione al volume dedicato a Baudelaire.

Gli anni del secondo dopoguerra erano però assai poveri. La cultura non ha mai pagato, soprattutto in tempi di fame.  Romano ritorna nelle Marche. Inizialmente si stabilisce dalla sorella- maestra- che insegna a Montoro, una frazione di Filottrano. Non ha una vera attività lavorativa, all’anagrafe risulta pensionato. Recita spesso sue traduzioni, soprattutto di Shakespeare – in compagnie locali. Doveva comunque sopravvivere con una qualche attività che kafkianamente non amava. Forse continuando a fare privatamente il ragioniere. Pesandogli moltissimo però. Percepisco l’amarezza di Romano dalle parole del nipote Francesco, rintracciato in modo fortuito grazie a quel paese delle meraviglie che è la rete. L’ho chiamato spesso al telefono – abita a Pesaro – per saperne di più sullo zio. Gli ho strappato una testimonianza interessante che riporto più sotto.

Romano abita nella casa della sorella un paio d’anni. Si sposterà a Osimo – città a metà strada tra Ancona e Filottrano – dove diventerà amico di Marini, professore dell’antico e glorioso collegio Campana [5]. Un istituto così fervido di presenza culturali. Alessandro Niccoli per esempio. Pubblicherà nel 1969 un vocabolario di italiano. Sarà mio preside al ginnasio. La moglie insegnava francese nello stesso periodo di Marini. Cresciuta a Torino, la sua casa era frequentata da Cesare Pavese, Bobbio e tanti altri che amava citare con la sua voce roca da accanita fumatrice.

Per quanto fosse sonnacchiosa la provincia di quei tempi – almeno fino agli anni ’80- tutti questi intellettuali si frequentavano e usavano una sorta di rete, pubblicando antologie, insegnando, scrivendo sui giornali.

Il metodo stesso che usava Marini per  il suo itinerario di insegnamento, assomigliava ai link della rete. Ipertesti in forma di ritagli di giornale o cartine o schemi di battaglie. Appesi con le puntine da disegno a un cartellone che si trovava in fondo all’aula e che permettevano collegamenti tra le arti.

In una lezione memorabile si portò dietro uno di quei giradischi di marca Lesa o Geloso, quelli chiusi in un cofanetto trasportabile. Una volta aperto si staccavano gli altoparlanti  e il giradischi bisognava appoggiarlo orizzontalmente. Marini, dopo aver letto Il pomeriggio di un fauno di Mallarmè, ci fece ascoltare l’Aprés midi d’un faune di Debussy sul giradischi, mentre sfogliava un libro di quadri di Van Gogh. In quell’esercizio di rimandi, tra le discipline artistiche che si intersecavano, nella misticanza tra letteratura, poesia, pittura, vedo ora il gesto di spostare il cursore del mouse sulla pagina web.

Per seguire i testi che proponeva nei suoi itinerari scolastici – un argomento per esempio era la sera – forniva ai suoi studenti fogli ciclostilati  [6]. Erano vere e proprie escursioni tra autori anche distanti tra loro.

In segreteria c’era quel macchinario rumoroso, usatissimo dal ’68 in poi dai gruppi politici. Marini trascriveva le sue poesie preferite, i brani che riteneva significativi, usando traduzioni particolari, come quelle di Palatroni. In molti casi seguiva il gusto personale arrivando a farsi traduttore egli stesso. Di Baudelaire ci propose l’Albatros,, l’Armonia della sera  in francese per la musicalità – Voici venir les temps où vibrant sur sa tige / Chaque fleur s’évapore ainsi qu’un encensoir– , le Corrispondenze, il Voyage nella versione del suo amico scomparso quasi quindici anni prima.

Quindici anni, giusto la mia età di allora. Sarà stata la suggestionabilità della prima adolescenza, il modo in cui Marini leggeva i brani, spesso commuovendosi fino a vere lacrime, a veri groppi in gola – si interruppe persino per Rosso Malpelo di Verga – sarà stato per l’alone misterico che quel tipo di proposte creava, ma Baudelaire come l’aveva tradotto Palatroni mi sembrava sublime.  Nessun paragone rispetto all’altra traduzione disponibile allora in libreria: quella  di Luigi de Nardis [7]. L’edizione Feltrinelli universale economica, con in copertina un Baudelaire dai colori acidi, ripetuto più volte come in Warhol.

Difficile capire a quell’età il motivo di tanta commozione. Mi chiedevo: possibile che un adulto riesca a raggiungere questi livelli di partecipazione rileggendo brani che conosce tanto bene? La parola scritta ha un potere così forte?

Il libro che qui rieditiamo, Marini lo portava spesso in classe. Con quella copertina rigida e azzurrina dal sapore vintage, i fogli già ingialliti. Negli anni del liceo era introvabile, pubblicato da una casa editrice di Milano – Nuova Accademia – anch’essa dimenticata, cara adesso soprattutto ai bibliofili. Divenuto una rarità, sono riuscito a procurarmene una copia consultando su internet un sito per collezionisti.

La versione di Palatroni dei Fiori del Male uscì postuma. Luigi De Nardis – il famigerato – , nell’introduzione alla sua, cita Romano. Sicuramente per la vicinanza degli anni il confronto era inevitabile. Ho trovato inoltre tracce di Palatroni da qualche altra parte che riporto nella bibliografia, ma, davvero, è materia per studiosi e il compito che m’ero prefisso  era quello di sdoganare il libro dal mercato solo antiquario. Traduzione più bella, meno bella delle numerose altre non importa: l’importante è renderla disponibile al pubblico.

Continuano a stupirmi le numerose versioni italiane, a partire dalla prima di Riccardo Sonzogno del 1893: sono più di quaranta. Dagli anni ’60 si sono misurati con il gran ventre dell’abisso baudelairiano anche grandi poeti: Mario Luzi per alcune poesie, Giorgio Caproni e Giuseppe Bertolucci, con una versione in prosa. Dire quale di queste sia la più vicina allo spirito originario del primo poeta della modernità è un’impresa.  Per me, ormai un collezionista di traduzioni dei Fiori del Male, quella cui rimango più affezionato è naturalmente questa di Palatroni. Ricordo a memoria molti passaggi. Marini –lo ripeto perché era davvero straordinario – ci leggeva Invito al viaggio con le lacrime agli occhi. Sicuramente la mia è nostalgia. La trasfigurazione del ricordo, il rimpianto di un’atmosfera. La meraviglia nel vedere un adulto commuoversi per la lettura di una poesia.

Su Romano mi aiuta il nipote Francesco che abita a Pesaro e che ho rintracciato dopo ricerche quasi da detective. Telefonate a tutti i Palatroni delle province di Ancona e di Ascoli Piceno- dov’era nato nel 1908- ma senza risultati. Ricerche su internet. Clickando la parola-chiave Palatroni, ho scoperto che Francesco ha pubblicato un libro di ricordi,intitolato  Le diciassette notti di San Silvestro, dove è spesso citato lo zio letterato. Questa la sua testimonianza.

“Lo zio Romano era nato e viveva con la poesia. Come spesso capita, questa convivenza era in diuturna lotta con le occupazioni d’ogni giorno ed i doveri da compiere per condurre un’onesta vita, per il che quei doveri pratici hanno in chiunque il sopravvento sugli impulsi dell’anima. Viveva di poesia e d’arte, ma era obbligato a convivere con l’impegno e l’impiego nell’amministrazione dell’esercito dal quale traeva i mezzi necessari per vivere. Visse la prima giovinezza ad Ancona, sino alla sua partenza per Tripoli di Libia ove si dovette recare per motivi del suo servizio nel 1938 (aveva 31 anni). Di lui ricordo la passione per il teatro, per il libri, e la letteratura. Del periodo anteguerra ricordo le sue recite al “Circolo Mussolini”: “Vita di S. Francesco”, “La cena delle Beffe”, “La partita a scacchi” e molto Pirandello. Lo zio come traduttore l’ho conosciuto soltanto al suo ritorno dalla guerra. Venne fatto prigioniero tra gli ultimi degli italiani, in Tunisia nel 1943, da reparti inglesi,  venne così inviato in Inghilterra dove trascorse qualche mese e di cui conservava ricordi assai spiacevoli. Si doleva di quel soggiorno ove, malgrado la sua cultura, era già amante e traduttore di Shakespeare, non riconosceva nei suoi “carcerieri” alcun contatto umano e culturale. Dopo qualche mese venne trasferito in un campo di concentramento americano, mi sembra nel Kansas. Contrariamente al periodo “inglese”, della prigionia in America conservava un buonissimo ricordo. Lì poteva dedicarsi ai suoi studi e “lavori”, come lui li chiamava. Gli fu possibile organizzare una filodrammatica nel campo, alle cui recite facevano da spettatori, non solo chi con lui divideva la vita da prigioniero, ma vi erano spettatori esterni al campo, che giungevano da luoghi sempre più lontani dal campo stesso. Questa sua posizione, gli consentiva di usufruire di “permessi” per uscire dal campo, che lui impiegava esclusivamente con visita alle modeste librerie della piccola città alla periferia della quale si situava il campo. Le autorità locali s’erano fatti promettere il suo ritorno a guerra finita anche per organizzare una scuola di recitazione. Ma quando finalmente la “Liberty” (una delle navi dell’epoca che gli americani vararono a ritmo vertiginoso, per bilanciare i vuoti degli U- Boot) lo sbarcò a Napoli (fine 1945), dimenticò ogni promessa e si dedicò con impegno al suo “lavoro”. Come ufficio era trasferito a Milano; una città che appagava in pieno la sua vita di cultura, ma che era un luogo difficile nel gramo dopoguerra. Appena poté tornò nelle Marche dalla sorella Sira, prima a Montoro di Filottrano, poi ad Osimo. Ricordo le sue compagnie con Gino Regini (Bologna), con Plinio Acquabona (Ancona), con Vincenzo Errante ed altri.”

Ho sentito quasi come un dovere ripubblicare Palatroni almeno da quando, molto casualmente, sono capitato davanti alla sua tomba, nel cimitero di Filottrano, la città dove abito.  Stupito di trovarmelo di fronte dopo le tante evocazioni che avevano percorso i miei decenni, era come ritrovare un vecchio amico. Così ho cominciato la mia ricerca.

Sulla tomba, sotto la fotografia di Palatroni, una semplice parola: SCRITTORE.

COLLOQUIO CON UMBERTO PIERSANTI

Per parlare della traduzione di Romano Palatroni dei Fiori del Male incontro Umberto Piersanti,  il poeta dei luoghi persi (dal titolo di una sua raccolta) che “si distingue per l’estrema carica di emotività, a tal punto da spingere più volte il lettore a sentirsi addirittura schiantato dall’imporsi della realtà presentata dai suoi testi”, come trovo scritto da un anonimo recensore su Wikipedia, con un tono forse  troppo enfatico, ma efficace.  Piersanti ama citare proprio Baudelaire a proposito della sua idea di poesia.

“Chi è il poeta? Una piccola prosa di Baudelaire ce lo dice meglio di ogni saggio antropologico. Il poeta, come tutti gli uomini, è un naufrago in un’isola deserta: aspetta l’alta marea, dunque (come tutti gli uomini) la vecchiaia e la morte. A differenza degli altri prende un biglietto, ci scrive sopra: “Io sono, io esisto”. Mette il biglietto dentro una bottiglia e butta quest’ultima nel mare. La poesia è un grido disperato dell’uomo nella sua lotta contro la finitudine. Lo scontro non è tanto con il sociale, ma con il destino. Siamo consapevoli della nostra transitorietà, ma percepiamo, sia pure confusamente, l’assoluto. Il poeta allora getta la bottiglia nel mare: qualcuno la raccoglierà, così la memoria continua.”

Piersanti insegna sociologia della letteratura nell’ateneo della sua città, Urbino, conosce a memoria l‘Albatro in francese – e non solo- e possiede una sensibilità umana e linguistica fuori misura.

Sono curioso di sapere da te, Umberto, perchè Baudelaire piace sempre tanto e perchè è sempre attuale.

Baudelaire rappresenta fino in fondo il primo poeta moderno. Leopardi forse è più bravo di Baudelaire, secondo me è addirittura più bravo, ma Baudelaire è l’iniziatore della modernità, sto parlando da un punto di vista tematico.

T.S. Eliot  ritiene Baudelaire “il più grande esempio di poesia moderna” e nel suo capolavoro “La terra desolata” si ispira fortemente al dandy parigino.

Si, certamente, Eliot naturalmente ha colto nel segno. Non poteva essere altrimenti, vista la sua grandezza. Baudelaire è il primo poeta in cui si racconta la metropoli, il primo che racconta il fango, il pezzente, la prostituta, il flaneur, quello che cammina senza una méta. C’è anche – ahimè- quella che è diventata l’idea più banale di poesia. Amore e morte, il cadavere della donna amata che sarà spolpato dai vermi. Tutto questo oggi è diventato addirittura kitsch. Quanto è divenuto spesso ridicolizzato e ripetuto, in Baudelaire ha il suo archetipo. Comincia tutto da questo suo “libro atroce”. E’ il primo poeta che non canta la siepe, gli uccelli canori, lo sguardo sulla campagna, l’amore in un certo modo.

Una certa sensibilità attuale si nutre dell’estetica baudelairiana, penso a Jim Morrison per esempio, oppure, sempre per banalizzare, mi viene in mente il gusto tenebroso degli “emo”. Penso ai vampiri di “Twilight”, anche se sono dei vampiri romantici.

Perchè i ragazzi, parlando di poesia, citano quasi soltanto i poeti maledetti? Perchè il poeta maledetto è diventato un luogo comune? Il poeta che assomiglia all’albatro che quando è deposto sulla tolda diventa goffo? Tutti i miti sulla poesia della modernità sono già in Baudelaire. Fino al XIX secolo il poeta era un cortigiano, al servizio del signore, non proprio per la verità fino a Baudelaire, ma almeno fino al ‘700 inoltrato, il poeta è un cortigiano come il musicista, come il pittore – il pittore però era considerato di meno perchè era un lavoro manuale. Il poeta aveva una certa sua funzione. Elegiaca. Quando Ariosto realizza il suo grande poema scrive dei versi più o meno belli, e così deve fare Tasso, così Boiardo. Scrivono con intenti ben precisi. L’arte è relativa, anche se dev’esserci comunque. Tutti loro hanno un posto in quella società, perchè il poeta cortigiano dipende pressochè in modo totale dal favore del principe, il poeta ritiene che solo nella corte possa venire consacrata la sua fama, dove riesce a trovare un pubblico capace di apprezzare la sua arte. Poi arriva la rivoluzione industriale. L’arte non è più così importante. Non è più così totale, in particolare la poesia -il romanzo fin dall’inizio è considerato più di intrattenimento- il poeta perde la sua posizione di prestigio e si allontana dalla società , diventa un ribelle, un nemico della società. Occorre dire che c’è comunque una grande divaricazione tra questa parte dell’occidente europeo e il suo versante orientale. Mentre il poeta ungherese o polacco o russo continua a essere l’alfiere, il rappresentante di un popolo – Puskin su tutti- con un valore nazionale, considerato un punto di riferimento -anche da noi Manzoni riveste un ruolo simile, ma da quelle parti è qualcosa di più complesso del poeta civile- invece il poeta della società borghese occidentale è un diverso, lontano dal ciclo del lavoro, dedito alla bellezza, al sovrappiù. Questa bellezza diventa di tipo nervoso, una bellezza tragica, mortuaria, di chi ormai è lontano dal cuore di ciò che davvero conta. Baudelaire è il primo che racconta il mito del poeta diverso, alternativo, del poeta-albatro, e non è un caso che sia il più letto nel mondo. E’ un po’ come per i quadri di paesaggio: non esistono fino al 1500 inoltrato e magari da quei quadri – i nostri veneti per esempio– siamo arrivati, banalizzando, ai quadri che si vendono nelle fiere. Ogni ragazzotto che scrive una poesia scopiazza Baudelaire o Rimbaud, si sente un arrabbiato. Questo atteggiamento indica la forza tremenda di quella poesia. I due poeti più amati dal mondo giovanile sono proprio Baudelaire e Rimbaud -quest’ultimo rappresenta la rivolta pura-, ma è Baudelaire a inventare il poeta-contro.

Pur usando mezzi linguistici tradizionali, l’alessandrino e il settenario.

Non solo mezzi linguistici abbastanza tradizionali. La sua poesia è piena di mitologia classica. Ci sono tanti di quei riferimenti anche ai miti minori, anche ai personaggi poco frequentati dei miti- non parliamo di Proserpina o Persefone – ma tutti quei personaggi e quelle divinità minori citate…

Basta sfogliare le pagine di questi fiori malati: Sisifo, il Lete, Pan, signore d’ogni messe, Febo, il padre dei canti, Cibele, le Danaidi, d’altro canto il libro è dedicato a Théophile Gautier, uno degli autori del “Parnaso contemporaneo”.

Infatti alcune poesie di Baudelaire entrano nelle raccolte poetiche pubblicate in quegli anni da questa corrente anti-romantica, che voleva recuperare il clima di un passato classico perso nel mito – il monte Parnaso nell’antica Grecia era consacrato al culto apollineo. Uno stile e delle tematiche che servono per sfuggire a un presente ricco solo di malinconia, di spleen, per dirla proprio con il termine inglese che usa Baudelaire. Baudelaire ha uno stile ancora classico. Per questo è molto difficile renderlo in un’altra lingua. In francese però è uno stile non paludato, perchè l’alessandrino per i francesi, cioè due settenari contrapposti, è un po’ come per noi l’endecasillabo, è la loro espressione più normale. E’ una lingua colta: però Baudelaire la usa in un modo fresco, nuovo. Questa è la difficoltà terribile della traduzione. Baudelaire usa una lingua antica con una impostazione assai moderna, alla fine diventa un francese diretto. Se prendi per esempio l’inizio dell’Albatro… “Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage/ Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,/ Qui suivent, indolents compagnons de voyage,/ Le navire glissant sur les gouffres amers”, ti accorgi che è una lingua molto sciolta, il francese è una lingua molto musicale. Anche l’italiano lo è, anzi forse l’italiano lo è anche di più, se io comincio con A Silvia… “Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale,/quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu…”… non credo ci sia una lingua più musicale. Anzi Leopardi sosteneva che noi, essendo più vicini al latino eravamo molto più musicali dei francesi, che posseggono una lingua più moderna. Il problema è un altro: il nostro traduttore – veniamo a Palatroni – fa fatica a rendere questo stile classico e moderno allo stesso tempo, usando parole antiche e facendo dei giri qualche volta contorti. Spesso in alcuni momenti riesce a essere efficace, in altri annaspa dentro il classicismo. Baudelaire invece dà al classico una vivacità tutta moderna, ha una lingua sciolta, spesso per distrarsi gli uomini dell’equipaggio fanno prigioniero un albatro ecc come lo traduce Palatroni? In un modo piuttosto arzigogolato.

Curioso, “arzigogolato” è un termine che usava spesso Marini, quella parola gli si arrotolava sul palato.

Davvero? Sarà un vezzo da professori, allora. Comunque… l’ assìto per Palatroni è davvero fatale, lo dico con simpatia, qui è un classicismo antico, suona come una frase da 1600. Les planches che altri traducono semplicemente tavole oppure plancia o anche ponte, qui diventa assìto fatale. Palatroni immerge Baudelaire in una dimensione classicistica, mentre la classicità di Baudelaire è tutta moderna, il bisogno di tenere una lingua oltre misura alta lo porta a degli eccessi, prosastico, perde la musica che potrebbe rendere meglio in italiano, troppo esplicativo.

Da Riccardo Sonzogno, il primo a tradurre i Fiori del Male nel 1893 a Rondoni nel 2010, passando per Caproni, De Nardis, Raboni, Bufalino, Bertolucci, Frezza, l’elenco è davvero lungo, sono più di quaranta: moltissimi hanno affrontato questi fiori malsani. Perchè tante traduzioni di Baudelaire in italiano?

Non è così strano, visto che Baudelaire è il poeta più letto nel mondo, è anche il poeta più interpretato. Le traduzioni, a differenza degli originali, subiscono di più il gusto del tempo, tanto è vero che la traduzione di un poeta anche più antico lo rendiamo sempre un po’ più moderno. Lo ha detto anche Franco Buffoni, un maestro della traduzione, c’è chi vorrebbe Dante in chiave più moderna, addirittura traducendolo in italiano. Ti sembra possibile?

“The horror! The horror!”, direbbe Kurtz, con la voce di Marlon Brando. Per Buffoni la traduzione è un genere letterario, una scienza addirittura empirica, arriva a definirla un’arte.

Ha ragione Buffoni. Bisogna comunque rispettare il senso dell’originale – dire senso però è riduttivo – perchè può portare a libere interpretazioni rispetto all’originale , non bisogna far diventare la traduzione un’altra cosa, una cosa propria, come ho già detto. Quando Palatroni dice che l’assìto è fatale, preannuncia la goffaggine dell’albatro, non più maestosamente in volo. Nel testo questo non c’è: c’è solo una tolda.

Davvero fatale allora.

Ciurmaglia ignava, per esempio. Parlo di linguaggio. Ancora l’Albatro. Il difetto principale – forse meglio dire lo scarto – di questa traduzione è l’ansia poetica che a volte si avverte. Rimane lo spirito baudelairiano quando è più letterale, più diretto, meno ricercato, Anche il poeta, un albatro: dalle nubi egli sfida la tempesta e l’arciere nella sua corsa franca, è tradotto meglio anche se quel franca non va bene.

Cosa deve avere una traduzione -che non può sostituire mai l’originale- per non far rimpiangere la mancata conoscenza della lingua in cui è stato scritto?

Nessuno ti può far rimpiangere la mancata conoscenza dell’originale. I due rischi principali della traduzione sono, i più grossi, o una traduzione molto pedissequa – la famosa brutta fedele – o una traduzione altamente infedele e allora anche se è bella, diventa qualcosa d’altro. La traduzione deve trovare un equilibrio tra il fatto che è anche un lavoro di servizio, perchè quando è troppo alta diventa un’altra poesia. Magari alcuni traduttori hanno fatto cose bellissime, dicono che Carducci sia stato anche più bravo di Heinrich Heine, allora qual è il rischio?  Se tu hai un poeta con una forte tensione musicale,  devi cercare di renderla, senza esagerare, senza strafare, senza cadere nel ridicolo. La traduzione è un miracoloso processo di equilibrio, tra fedeltà, fantasia, ricreazione, senso del testo. Posso essere un cattivo traduttore perchè sono banale, sono un cattivo traduttore perchè non rendo proprio nulla dell’atmosfera sonora, o perchè non c’è più il poeta che traduco, allora diventa qualcosa di mio. La traduzione è un perfetto equilibrio tra una serie di elementi. Nessuno arriverà a rendere il testo originale, ma è un discorso di approssimazione, non una approssimazione semplice alla fedeltà alla parola, alla fedeltà della poesia, non alla fedeltà della parola intesa in senso letterale, è alla fedeltà all’insieme della poesia, è questo…

Che opinione hai delle traduzioni in genere, per quanto inevitabilmente infedeli per loro natura?

La traduzione è un male assolutamente necessario, come faresti a conoscere un poeta bulgaro o polacco o cinese? Ho letto traduzioni bellissime di poeti lontani dalla nostra lingua. Almeno abbiamo un’idea di quello che ”racconta” il poeta, perchè nessuno di noi può essere totalmente poliglotta, anch’io per esempio sono stato tradotto in alcune lingue anche inconsuete. Sono stato tradotto in fiammingo, in arabo, in israeliano, in ucraino, naturalmente non capisco una parola di quelle lingue, non capisco nemmeno i caratteri, però sono fiero di sapere che un israeliano possa conoscere i miei versi. Le Cesane, i luoghi persi in Ucraina.

Qualcuno mi ha detto che ripubblicare la traduzione di Palatroni è un’operazione per specialisti, per bibliofili.

La riterrei una pubblicazione per “filatelici” della letteratura, per coloro che vogliono vedere i diversi approcci alla poesia di Baudelaire. Risponde a una riscoperta della cultura locale – Palatroni era nativo di Ascoli Piceno, ha vissuto in Ancona e in Osimo, è sepolto a Filottrano…

Questo te l’ho raccontato io, Umberto. Ho scoperto la sua tomba per caso, girando per il cimitero di Filottrano, dove abito. C’è il suo nome, le date e sotto il nome è specificata la sua attività: scrittore. In fondo è da quella scoperta che nasce questa pubblicazione, ti ho interrotto, scusa…

…niente scuse, è una storia commovente…dicevo…la riscoperta di un certo gusto di leggere e di vedere, può avere anche un sapore sociologico, di un certo modo di leggere Baudelaire.

Enea Balmas nell’introduzione all’edizione del 1959, scriveva: “Una traduzione che vuol essere essenzialmente poetica…nei confronti del modello”.

E’ quanto ti dicevo prima sulla sua intepretazione personale dei Fiori del Male. E’ chiaro che la novità di Baudelaire è l’immediatezza di questa sua lingua. L’italiano è già classico per conto suo. Palatroni ha tradotto con grande impegno, a volte riesce. Sicuramente fa risaltare l’aspetto aristocratico della poesia di Baudelaire, questo senso della classicità. Si permette delle libertà poco necessarie in fondo, in Baudelaire infatti c’è una modernità che ha fatto i conti fino in fondo con la tradizione: tradizione e modernità si sposano perfettamente in Baudelaire, anche questa è una sua grandezza, all’incrocio di queste due dimensioni.

Forse per una deformazione di derivazione scolastica, dove ci si sofferma, per ovvi motivi, su pochi brani, quelli più famosi, si tende a non leggere una raccolta per intero, ma I Fiori del Male bisogna leggerlo tutto insieme, non poesie staccate. Tutto insieme è un vero delirio.

Questo vale per ogni grande raccolta, c’è un antico pregiudizio che lo sostiene…anche di Leopardi noi conosciamo quattro o cinque poesie. Certamente è vero che questa raccolta è ai livelli massimi, però in una grande raccolta anche i testi minori, anche quelli meno riusciti hanno un senso nell’economia del libro. In un romanzo è la trama che regge le fila del discorso, l’ambientazione, invece in poesia sono proprio le risonanze psicologiche affettive, i rimandi da poesia a poesia, simbolici, le referenze, ma c’è un’unità di atmosfera. I Fiori del Male in particolare quando li hai letti tutti ricrei l’atmosfera di quel mondo, di quella Parigi, di quelle situazioni, di quella realtà. Se è vero che vale per tutte le raccolte, per questa raccolta grandissima vale anche di più, ha un titolo che è tutto un programma, e che solo quando hai letto tutte le poesie e ti aggiungo di più, le devi leggere una dietro l’altra, perchè sono messe secondo un ordine non casuale, solo allora riesci a comprenderne il valore generale. C’è una bruttissima abitudine diffusa di leggere la poesia pensando che non vive dentro il corpo della raccolta. Anche “Ossi di seppia” di Montale letto tutto insieme è infinitamente più forte, anche “Allegria di naufragi” di Ungaretti. In “Ossi di seppia” in particolare acquistano un senso anche le poesie minori, persino quelle che troviamo più faticose.

Ancora Palatroni per chiudere.

Palatroni si avvicina con grande amore a Baudelaire, è una traduzione di cuore la sua, direi di impatto, anche se vuole essere molto precisa, è una traduzione in cui c’è un tentativo di rimanergli fedele, sia nella lingua che nelle tematiche, solo che in qualche occasione – l’ho già detto ma questo aspetto mi sembra da rimarcare – traduce questa fedeltà in termini classicistici. Questo però potrebbe anche essere un motivo di estremo interesse. Dopo Palatroni Baudelaire è stato tradotto in modo diverso.


[1] Cfr. http://www.provincia.padova.it/comuni/monselice/traduzione/28-30%20pdf/richter.pdf

[2] lo racconta più sotto il nipote pesarese Francesco cfr.  F.PALATRONI – LE DICIASSETTE NOTTI DI SAN SILVESTRO- Romano viene chiamato zio Zikipaki, come il titolo di una vecchia canzone, nel libro un intenso ritratto dello zio

[3] AA.VV. – ORFEO, IL TESORO DELLA LIRICA UNIVERSALE INTERPRETATO IN VERSI ITALIANI – Sansoni Firenze 1950 (a cura di Vincenzo Errante e Emilio Mariano) Gigantesca raccolta di liriche arabe, armene, assiro-babilonesi, bulgare, catalane, cèche, celtiche, cinesi, croate, danesi, ebraiche, egiziane, estoni, fiamminghe, finlandesi, francesi, belghe, antillane, georgiane, giapponesi, greche antiche e moderne, inglesi, statunitensi, indiane, islandesi, latine, macedoni, norvegesi, persiane, polacche, portoghesi, provenzali, romene, russe, serbe, slovacche, slovene, spagnole, messicane, cubane, peruviane, cilene, nicaraguensi, uruguaiane, argentine, svedesi, tedesche, austriache, svizzere, tigrine, turche, ucraine, ungheresi e uto-azteche.

[4] A.RIMBAUD – LE VOCALI – «Meridiano di Roma», III, 31, 31 luglio 1938 – T. KLINGSOR –LA NUBE -«Meridiano di Roma», IV, 28, 16 luglio 1939

[5] Nel centro storico di Osimo, in corrispondenza di piazza Dante, si affaccia il Palazzo Campana, sede dell’omonimo Istituto per l’Istruzione Permanente e luogo di conservazione della biblioteca comunale, (fondata nel 1667 da Francesco Cini, Vescovo di Macerata e Tolentino), dell’archivio storico comunale, della biblioteca storica del collegio, e di altri istituti come il museo civico con annessa sezione archeologica.
L’edificio prende il nome dalla nobile famiglia osimana dei Campana, famoso per gli uomini di gran valore della famiglia, tra cui Cino, giurista insigne e docente in molte prestigiose università del tempo, e Fabrizio suo fratello. La famiglia si estinse alla fine del XVII secolo, con la morte dei due fratelli Muzio (1685) e Scipione (1698), discendenti di Federico, famoso uomo d’armi, che lasciarono un testamento nel quale si chiedeva che una volta estinta la famiglia, il palazzo e tutti i beni della stessa venissero devoluti alla Compagnia della morte, per l’istituzione di un convento di monache cappuccine nello stesso palazzo.
Il volere testamentario fu invece commutato in un nuovo progetto che portò la formazione di un collegio educativo per giovani, inaugurato nel 1718, la cui nuova destinazione comportò una serie di cambiamenti nell’edificio originario. La nuova istituzione divenne in poco tempo di gran fama tra le città dei dintorni per la validità degli insegnamenti e per l’alto livello d’apprendimento degli allievi, e questo permise di avere tra gli insegnanti, famosi letterati, poeti ed oratori, ai quali corrisposero allievi altrettanto illustri come i Papi Leone XII e Pio VIII, Aurelio Saffi e molti grecisti, storici e poeti. La destinazione del palazzo rivolta alla costituzione di un notevole e riconosciuto centro culturale quale si dimostrò, rese la città di Osimo nel XVIII secolo una delle più colte e preparate del territorio circostante, in grado di assumere una tale fama e reputazione da permettere un’affluenza continua di uomini prestigiosi nella storia culturale del nostro paese che dovevano essere ospitati in una struttura capace di onorarli e in grado di soddisfare una funzione diversa dalla destinazione originale. È per questo che il palazzo Campana venne radicalmente modificato per mezzo di demolizioni e ricostruzioni di almeno cinque proprietà limitrofe acquistate per l’ampliamento della struttura al fine di conferirle l’aspetto attuale.  Ideatore di gran parte del progetto fu l’architetto Andrea Vici di Arcevia, allievo del Vanvitelli, che compose una nuova facciata del palazzo dall’aspetto unitario ed omogeneo nonostante la struttura venne realizzata con diversi complessi riadattati. La presenza di un’istituzione educativa, che purtroppo cessò l’attività nel 1967, e l’autorevole sede architettonica progettata per l’occasione, rappresentarono per la città un’importanza culturale notevole, che fu in grado di influenzare l’intero ambito cittadino per secoli, continuando ad essere considerato fonte inestimabile di storia e cultura anche nella società odierna. L’intero centro storico, formato nei secoli da continui cambiamenti strutturali prodotti da diverse influenze storico-artistiche, è stato costruito sopra una struttura di conformazione tufacea fatta di gallerie e cunicoli, che si estende dalla sede della cattedrale al rione San Marco, come un vero percorso sotterraneo che collega un edificio all’altro, raggiungibile da ogni palazzo.
Palazzo Campana oltre ad essere la sede di importanti istituti, si riconosce tra gli edifici costruiti sulla città sotterranea, come luogo appropriato per la conservazione di un percorso a labirinto esteso per tutta la sua lunghezza e formato da cunicoli e grotte ancora percorribili, che funge da inestimabile tesoro naturale e culturale, non da tutti conosciuto.  Inoltre, la particolarità dell’edificio prescinde il fatto di essere costruito su un terreno speciale, per considerare invece, la presenza di bassorilievi scolpiti nella pietra arenaria delle gallerie sotterranee, raffiguranti immagini misteriose, la cui origine è ancora oggi del tutto sconosciuta.

[6] in appendice proponiamo alcuni di quei fogli ciclostile

[7] I FIORI DEL MALE – Feltrinelli Milano 1964 (traduzione di Luigi de Nardis)

BIBLIOGRAFIA SU ROMANO PALATRONI

Traduzioni, poesie e riassunti

A.RIMBAUD – LE VOCALI – «Meridiano di Roma», III, 31, 31 luglio 1938

T. KLINGSOR –LA NUBE-«Meridiano di Roma», IV, 28, 16 luglio 1939

AA.VV. – ORFEO, IL TESORO DELLA LIRICA UNIVERSALE INTERPRETATO IN VERSI ITALIANI – Sansoni Firenze 1950 (a cura di Vincenzo Errante e Emilio Mariano)

P.ACQUABONA – DIECI CONDIZIONI POETICHE – Bucciarelli 1957 (a cura di Plinio Acquabona)

P.VERLAINE – Feste galanti e altre poesie – Ceschina Milano 1957 (a cura di Fernando Palazzi)

AA.VV. – TRAME D’ORO –  ENCICLOPEDIA DI LETTERATURA NARRATIVA. CAPOLAVORI DI TUTTI I TEMPI E DI TUTTI I PAESI NARRATI DAI MIGLIORI SCRITTORI ITALIANI – IDEATA E DIRETTA DA FERNANDO PALAZZI, MARINA SPANO, ALDO GABRIELLI. – Utet 1958

C.BAUDELAIRE – Poesie – Nuova Accademia Milano 1959 (a cura di Enea Balmas, note di Gino Regini)

AA.VV. –LA MUSA CELESTE, un secolo di poesia inglese da Shakespeare a Milton– San Paolo 1999 (a cura di Paolo Ruffilli)

 

Su disco

Charles Baudelaire : poesie dette da Renzo Ricci / Nuova Accademia disco, 1961 – La voce del padrone

 

Citazioni

M.PRAZ- La casa della fama: saggi di letteratura e d’arte – Ricciardi 1952

Bollettino delle pubblicazioni italiane ricevute per diritto di stampa, Edizione 1 – 1957

Studi francesi, Volumi 10-12 – Società editrice internazionale., 1960

F.Petralia – Bibliographie de Rimbaud en Italie – Institut français de Florence, 1960

Italian books and periodicals, Volume 5 – 1962

  • I FIORI DEL MALE – Feltrinelli Milano 1964 (traduzione di Luigi de Nardis)

  • I FIORI DEL MALE E TUTTE LE POESIE – Newton Compton 2005 (traduzione di Claudio Rendina, a cura di Massimo Colesanti)

Libri e riviste d’Italia, Volume 16,Parte 1 – Presidenza del Consiglio dei Ministri 1964

Contributi dell’Istituto di filologia moderna: Serie francese, Volumi 7-8 – Vita e pensiero 1972

M.LUZI – L’IDEA SIMBOLISTA – GARZANTI 1976

Bibliographie de Verlaine en Italie – Sansoni 1976

Francofonia, Edizioni 28-29 – 1996

Le carte e i libri di Riccardo Marchi nella Biblioteca comunale Gaetano Badii di Massa Marittima – Vecchiarelli 1998

Sugli epistolari a Oreste Macrì -Bulzoni Roma 2002

G. Zaccaria,C. Benussi – Per studiare la letteratura italiana -Bruno Mondadori 2002

M.RICHTER – CONSIDERAZIONI SUL PROBLEMA DI TRADURRE. LES FLEURS DU MAL – Atti del trentatreesimo Convegno sui problemi della traduzione letteraria e scientifica -XIX volume, Edizioni del premio n. 34-35 acura di Gianfelice Peron, Monselice 2007(disponibile in rete: http://www.provincia.padova.it/comuni/monselice/traduzione/34-35%20pdf/relazione%20giuria%202005.pdf)

Le letterature straniere nell’Italia dell’entre-deux-guerres. Atti del Convegno (Milano, 26-27 febbraio e 1 marzo 2003)  a cura di E.Esposito – Pensa Multimedia Milano 2004

La forma del fuoco e la memoria del vento: Gabriele Baldini saggista e narratore a cura di Viola Papetti – EDIZIONI DI STORIA E LETTERATURA Roma 2005

Gli «Irregolari» nella letteratura. Eterodossi, parodisti, funamboli della parola – Atti del Convegno (Catania, 31 ottobre-2 novembre 2005) – Salerno 2007

D.DAZZAN -MUSICA COME GIOCO – ILMIOLIBRO.IT – 2009 (disponibile in rete: http://www.dadazz.com/liberi/MUSICACOMEGIOCO%20.pdf)

Cenni biografici

F.PALATRONI –DICIASSETTE NOTTI DI SAN SILVESTRO

 

TRADUZIONI ITALIANE DE “I FIORI DEL MALE” 

R. SONZOGNO – 1893

G. TEDESCHI – 1913

V. ALOYSIO – 1914

P. BUZZI – 1917

D. CINTI – 1928

S. ALONZO – 1930

A. LIBERTINI – 1931

V. ERRANTE – 1932

A. MOROZZO DELLA ROCCA – 1933

C. SOFIANOPULO – 1937

L. G. TENCONI 1946

E. V. PANUNZIO – 1946

A. PRESTA – 1948

A. AIROLDI – 1952

D. CINTI – 1952

G. LA SELVA- 1958

R. PALATRONI – 1959

L. DE NARDIS -1961

T. FURLAN – 1962

G. CAPRONI – 1964

F. DI PILLA – 1970

G. BUFALINO – 1984

C. MUSCETTA – 1984

A. BERTOLUCCI – 1985

D. MELDI – 1988

B. DELMAY – 1990 VERSIONE ISOMETRICA

M. RICHTER – 1990

L. FREZZA – 1991

M. BONFANTINI – 1992

A. BERTOLUCCI – 1995 VERSIONE IN PROSA

D. RONDONI – 1995

C. ORTESTA – 1996

G. RABONI -1992

A. PRETE – 2003

L. LEONINI – 2004

G. P. BONA – 2005

C. MUSCETTA – 2005

M. VERONESI – 2006

R. SAVI – 2008

A. GARIBALDI – 2008

F. DEL MORO – 2010

N. CIERI – 2010

D. RONDONI -2010

N. MUSCHITIELLO – 2012