IL CONFINE MEDIATICO (44)

ROMA – Sette ore, 35 minuti e 8 secondi: se volete vedere tutta la mostra di Bill Viola, la prima grande esibizione in Italia del più importante videoartista contemporaneo, (Palazzo delle Esposizioni, fino al 6 gennaio) dovete avere molto tempo a disposizione. Ma non spaventatevi: potreste anche non accorgervi dello scorrere delle ore. Se c’ è una cosa che l’ arte di Viola trasmette è una diversa percezione temporale. Tutti i suoi video sono una vera e propria lezione di lentezza: che assorbe e ipnotizza lo spettatore. Ho visto a Venezia persone restare rapite, immobili per più di un’ ora davanti alle tre pale d’ altare digitali che l’ artista aveva montato nella chiesetta di San Gallo, durante la Biennale: era Ocean without a shore (Oceano senza una riva, una delle più belle definizioni bibliche di Dio).

Meditazione sulla nascita e la morte, anzi sulla soglia – una cascata d’ acqua – che segna il passaggio dall’ uno all’ altro mondo: di qua, nel regno della vita, il colore, la precisione dei contorni, lo stupore, il dolore, l’ emozione. Di là il bianco e nero, lo sfumato, la lontananza fino alla sparizione nel mistero. Una teoria di donne e uomini, giovani e vecchi – uno a uno, ciascuno attendendo il proprio turno, – infrangono lentamente la porta d’ acqua per venire alla luce, apparire nell’ intensità dell’ esistenza terrena, e poi essere richiamati indietro, nell’ ombra e nel buio, come spinti dal ritmo inesorabile di un’ onda oceanica. Una di quelle tre pale chiude il percorso espositivo romano, degno sigillo ad una mostra – curata dalla moglie dell’ artista Kira Perov – che racchiude tutte le ossessioni di Viola: l’ accettazione del dolore e della morte, la trasformazione del processo vitale, la consapevolezza di sé e delle proprie passioni, l’ esperienza del mistero. Artista sciamano, Viola lavora al centro esatto di un incrocio spazio-temporale: dove si intrecciano Oriente e Occidente, passato e futuro. Esplora le più avanzate frontiere tecnologiche (grandi schermi ad altissima definizione, riprese in slow motion, un sonoro perfetto che ci immerge nel crepitio del fuoco o nello scrosciare dell’ acqua) con uno sguardo che ha invece radici antiche: di chi ha vissuto in Italia e in Giappone, ha studiato il pensiero zen, i mistici orientali e occidentali (parla spesso della via negativa di Meister Eckhart, della notte oscura di San Giovanni della Croce, del poeta persiano Rumi), di chi ha assorbito la lezione della pittura europea. In alcuni lavori cita esplicitamente Pontormo (The Greeting), Masolino (Emergence) una predella di Andrea di Bartolo (Catherine’ s Room) negli altri, l’ impronta della nostra storia dell’ arte precipita naturalmente nelle sue riprese dove spira un’ eco di Caravaggio, di Antonello, di Bellini. Le sue opere hanno il coraggio della semplicità: proiettare immagini su nove garze (The veil) è il modo più diretto e chiaro – ma non per questo meno forte – per mettere in scena l’ ingannevole mutevolezza del velo di Maya. Corrono il rischio dell’ evidenza didascalica: come in Bodies of light, dove una luce passa ripetutamente lungo (o all’ interno di?) due corpi, che via via si assottigliano, si scarnificano, anzi si disincarnano, fino a scomparire del tutto nella liberazione finale. Quanti artisti contemporanei parlano ancora di “contenuto”? Viola va controcorrente: «L’ arte non è al primo posto nella scala della mia vita. Certo, è il mio lavoro e mi dà da vivere, è anche la mia professione. Ma ricordiamoci che l’ arte è un recipiente vuoto. Puoi applicarla a molte, molte cose, così come puoi mettere molte cose in una tazza. Ci possono essere artisti che rappresentano un vasto numero di aspetti del mondo e per molte differenti ragioni, e tutto questo è arte. Ma se guardiamo al contenuto, a cosa c’ è nel contenitore che chiamiamo arte, allora per me è una cosa molto particolare e precisa. Non sono interessato a tutto. A me interessa l’ aspetto dell’ esperienza umana che riguarda la natura del movimento del fluire della coscienza, la consapevolezza, la possibilità di perfezione e di liberazione del sé». La consapevolezza: ecco quelle riprese così lente, in cui un’ emozione (dalla più banale alla più intensa) viene scandagliata in ogni dettaglio, ogni movimento di ogni muscolo viene registrato, pantografato e restituito sullo schermo. Il colloquio tra le tre donne di The Greeting durava 45 secondi, sono diventati dieci minuti in cui possiamo fare esperienza del piacere di un incontro, della sicurezza che ci dà la confidenza con un’ amica, dell’ imbarazzo per l’ arrivo di un’ estranea: perché ogni più piccola sensazione ha il diritto di essere assaporata. La slow motion è uno strumento per ridestare l’ attenzione assopita di uomini che corrono veloci dimentichi di sé. E se la tecnologia visiva è diventata la più grande arma di distrazione di massa, Viola riesce a rovesciarla: facendone uno strumento di concentrazione individuale. Egli vuole creare un’ esperienza estetica radicale che aiuti lo spettatore a “rientrare in se stesso” al qui e ora degli insegnamenti buddisti. Per questo ha bisogno del tempo. «La durata è per la coscienza ciò che la luce è per l’ occhio», dice. Senza durata, non c’ è profondità. La velocità è, per definizione, il trionfo della superficialità. Per questo, se andrete a vedere la mostra di Bill Viola, la prima cosa da fare – come dice una visitatrice illustre, Lorenza Trucchi – è gettare via gli orologi. – GREGORIO BOTTA

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