OBITUARY FACEBOOK

Quando si cercano amici nel famigerato “libro delle facce”- uno dei fenomeni mediatici del momento, sinonimo di “fancazzismo”, secondo il ministro Brunetta- che d’ora in poi chiameremo con la sigla FB – compare una schermata dove si allineano i possibili candidati a quella sorta di elettro-fratellanza, che permetterà di dividere foto, testi, video, link, posta, giochini, test scemi , motti e mottetti, a cominciare da quello che stai facendo nel momento in cui sei collegato. Probabilmente la funzione più inquietante perché si deve usare la terza persona, per esempio: “Antonio sta scrivendo un pezzo per Periodico Italiano”, il nome compare sempre quindi non suona bene scrivere “Antonio sto scrivendo ecc.”.


La stessa schermata compare per qualsiasi altra ricerca che serve ad individuare un particolare qualsiasi contenuto nelle “info” o nelle altre cartelle personali, come i film preferiti, scuole frequentate, religione, citazioni.
Ebbene l’impressione è di trovarsi in un cimitero di guerra, con le croci allineate tutte uguali, che nella loro sistemazione simmetrica affratellano i morti in una stessa tragica sorte.
Quelle foto-tessera poste accanto al nome sembrano lapidi telematiche.
Qui naturalmente non si consuma nessuna tragedia e bisogna anche dire che il “facebook”- come libro di fine corso scolastico- è una tradizione tipicamente anglosassone, quindi quello che a me appare cimiteriale, altrove è una consuetudine.
Le immagini, poste accanto al nome nella sezione chiamata profilo, sono piene di fantasia.
Ognuno cerca le pose migliori oppure le più fantasiose o significative o emblematiche o suggestive o evocative, oppure interpretazioni di se stessi così particolari tanto da rendersi interessanti, accattivanti, insomma la mission è quella di porgersi, raccontare il proprio mondo attraverso una immagine che non necessariamente sia una foto con la propria faccia.
C’è poi chi si nasconde con le mani o nel fuori-fuoco, chi mette uno scatto della propria infanzia.
Generalmente però l’immagine è quella che potrebbe stare su una carta d’identità.
Immagino la difficoltà della scelta quando si opta per un ritratto.
Questa no, troppo seria, questa neppure, è ripresa dal mio lato sbagliato. Sorridente o rassicurante?
Sguardo in macchina o proteso verso l’infinito che di solito è posto dietro le spalle di chi guarda?
Qualcuno opta per immagini neutre, senza una raffigurazione personale che si esaurisca in una posa, rappresentandosi con un simbolo, oppure usa foto particolari usata come bandiera, come nel caso della guerra di Gaza dove molti hanno usato una stessa immagine, oppure Stefania Craxi ha usato un’immagine del padre, nella ricorrenza della scomparsa il 19 gennaio (notizia riportata da molte agenzie).

Per quanto mi riguarda- per tentare di aggirare il carattere obituary del mio profilo su FB- ho scelto una foto della mia ombra, fatta con il cellulare la scorsa estate, in una sera magnifica di caldi colori crepuscolari.

Le parole che Shakespeare mette in bocca a Macbeth, descrivono alla perfezione il perché di questa scelta: “la vita è solo un’ombra che cammina: un povero istrione che si dimena, e va pavoneggiandosi sulla scena del mondo, un’ora sola: e poi, non s’ode più”.

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