ROSI

L’ho incrociato alla fine d’un incontro drammatico. Il suo ultimo incontro. La mia prima regia d’uno scontro pugilatorio.

In onda addirittura in diretta su un canale nazionale di sport. Solo un’altra volta ho lavorato sullo sport in diretta: era una partita di qualificazioni dei mondiali e la Nazionale di San Marino si scontrava con la Croazia. Mi dicono che nelle terre dalmate hanno visto quella partita numerosi. Questo incontro qui di pugilato non so quanti lo vedranno.

Abbiamo lavorato senza ritorno della diretta. Quasi come lavorare al buio. Il conduttore – m’hanno poi riferito – chiamava immagini, ralenti, cercava particolari che non potevamo rimandare. Sulle immagini del match risaltava il vuoto della platea, come se la boxe non interessasse punto più nessuno. Forse bisogna rassegnarsi. [1]

L’ingresso di Rosi è segnato retoricamente dallo stacchetto di Rocky. Non se ne può fare a meno. We are the champions dei Queen per le vittorie -non importa se sul campo di calcio o sulle piste dei gran premi-, Money dei Pink Floyd quando si parla di soldi e Rocky per ogni buon ingresso sul ring. Non si sfugge. 

I fiati, le trombe…ta ta tadada ta ta sparati dall’impianto nel palazzetto…ma il pugile non è pronto, l’inquadratura è ferma, statica –non muoverti, eccolo, eccolo, dico all’operatore- ferma sul punto da dove uscirà.

Sull’attesa del suo ingresso si consumano minuti che in televisione sono la noia raccontata in tutta la sua azzerante magnificenza di contenuto visivo, segnico, espressivo.

Riparte lo stacchetto dopo qualche incertezza. Rosi, per primo, passa tra le sedie desolatamente vuote. Riprendi stretto, riprendi stretto, stringi su di lui che avanza, dico ancora all’operatore.

Dietro di lui avanza dopo un po’ lo sfidante, Robert Roselia, viso camuso, lungo, con poche espressioni, capelli a spazzola, non si notano tatuaggi, il fisico ben modellato, non tozzo come quello di Rosi che è un quasi cinquantenne.

Poi l’incontro. Le immagini a stacco, dissolvenze solo in chiusura di ripresa, con  la telecamera dall’alto, quella fissa che inquadra il ring (un po’ storto perché non è esattamente centrata, visto che il ring è stato montato prima delle telecamere). C’è anche la ragazza che solleva il cartello con il numero della ripresa. L’incontro è anche avvincente. Due larga su totale va a stringere, la tre già stretta sul piano americano, poi ancora due a figura intera per consentire di seguire il gioco di gambe che è tutta lì la boxe nel gioco delle gambe saltellanti sul ring.

Finito ko Rosi aveva strabuzzato gli occhi, roteato lo sguardo all’interno di sé, costretto a guardarsi l’anima con quella vista interna, in cerca di ossigeno. Nel momento in cui forse la vita ti scorre davanti come i fotogrammi fuori fuoco di un film. Ci aveva messo del tempo a riprendersi il pugile umbro. Il francese l’aveva colpito di taglio poco prima, Rosi aveva mostrato la nuca all’arbitro, il francese – campione anche di kickboxing –  esperto di colpi micidiali, non s’era scomposto, quello che poi con un unodue nemmeno irresistibile l’aveva steso all’undicesima ripresa, l’arbitro sembrava essere dalla parte di quest’ultimo, mai dalla parte di Rosi.

L’immagine del pugile al tappeto che rimandavamo era impallata un po’ da tutti, ho detto all’ operatore sul ring di andargli sotto. Momenti drammatici quelli. L’uomo restava disteso. I medici gli stavano addosso, fornendo le prime cure. Poi Rosi si è rialzato. Gli occhi non più roteanti, ma lo stesso assenti, liquidi, mortificati. Poi l’uscita di scena in ambulanza. Ero accanto all’operatore che cercava la documentazione del presente.

Quelle immagini le ho riviste in un programma sportivo della Terza Rete. Io ero dietro la ripresa e non mi si vede, ho rivissuto la scena perché ero lì a testimoniare giornalisticamente che quanto avviene occorre sentirne il sapore direttamente. 

Sulla Repubblica un articolo parla dell’incontro. Ci sono polemiche successive. Rosi accusa il francese di aver messo una sostanza irritante sui guantoni. Così si spiega una sua congiuntivite che l’ha disturbato durante il match. Non si parla dei colpi di taglio. Forse è difficile dimostrarne l’esecuzione. La Gendarmeria (siamo a San Marino è i carabinieri sono gendarmi) chiede il giorno la registrazione dell’incontro per verificare dubbi e incertezze.

A casa commento l’incontro leggendo  Mi sono fatto una piccola rassegna stampa. Il Giornale ne ha parlato, anche il Messaggero riporta la cronaca, per non parlare della Gazzetta dello Sport ovviamente. Ma l’articolo migliore è quello della Repubblica che si spinge a citare Scorsese. 

Finisce fra ospedali, sospetti e sequestri l’ultimo spettacolo di Gianfranco Rosi. Venerdì sera, al penultimo round della sfida col francese Robert Roselia per la corona intercontinentale  dei medi IBF, un sinistro d’incontro col suo avversario lo trova completamente scoperto. Una botta micidiale che trasforma l’eroico 49enne in un bambolone di pezza. Rosi, che ne ha viste di tutti i colori, smette di vedere qualunque colore e va giù come al cinematografo. Nemmeno Scorsese avrebbe reso meglio un ko.

 Vedi? dico a mia moglie sono meglio di Scorsese.

Mi riferisco ai miei stacchi, alle immagini che il mixer ha composto sul mio chiamare le camere, sul mio vedere il risultato in onda.

Seeeeee, ti piacerebbe eh? dice lei ridendomi dietro.

Ma l’articolo non fa riferimento alla ripresa televisiva eh? insisto io. Mi schernisco, faccio un po’ l’offeso, in famiglia succedono sempre piccole schermaglie fatte di frasi smozzicate.

 Ma s’era capito, che ti credevi eh? taglia corto lei.


[1]        Altri tempi quelli in cui Babbu mi svegliava nel cuore della notte per guardare gli scontri di Cassius Clay, in mondovisione via satellite.

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