CORAGGIO!

 

Nessun incontro, nemmeno sporadico. Villaggio con i suoi personaggi era parte delle domeniche pomeriggio, quel suo scendere forsennato la scalinata del teatro rai con sottobraccio un cammello di peluche.  Andava in onda quando tornavo dal cinema. Generalmente film western o di genere peplum. Si usciva dalla sala buia ancora mezzi indiani, mezzi sceriffi, mezzi romani, in senso lato. La tv in quel periodo trasmetteva prima un tempo di una partita di calcio. Tristissima e in bianco  e nero. Poi c’era questo matto che con accento tedesco (la lingua del nemico) strapazzava il pubblico, col cappello a cilindro tentava giochi di prestigio strampalati. Qualche altra volta entrava in scena Fantozzi(ma non la domenica pomeriggio).

Al liceo film e libro con protagonista Fantozzi. Lo leggeva persino il Prof di Religione.  Al cinema ci andavano tutti allora. Da adulto, molto adulto i trafiletti in prima pagina sull’Indipendente di Giordano Bruno Guerri  intitolati Coraggio!

 

Sono stato un assiduo del forum dell’Indipendente dal quale spesso giordano costruiva interessanti pagine di dibattito, inserendole nell’uscita del giornale del sabato, dal titolo accattivante La Città Che Sale. 

Finita l’esperienza del giornale i frequentatori di quel forum si sono ritrovati in un altro luogo virtuale e colà inserivo argomenti parafrasando lo stile di Paolo Villaggio sull’Indipendente nella rubrica CORAGGIO!.

 

 

I.

Sono salito sul più alto albero del villaggio, nonostante la panza un po’ così di noi che siamo nati a Genova. Da lassù ho visto tutto un lurido brulicare miserabile di poveri cristi, che mi faceva lanciare urli orrendi che nemmeno Tarzan sarebbe capace di tanto.

Ho letto molti libri lassù e anche i quotidiani mi arrivavano, romanzi d’amore, d’avventura, di politica no, erano i giornali a soddisfare la mia sete di conoscenza, davvero ai sazia.

Arrivava sotto l’albero ogni tanto un signore mal rasato che sapevo- lo sapevo d’istinto – essere l’esimio grand.uff.lup.mann. direttore del quotidiano più fico dei quotidiani fichi.

Mi diceva, con il suo parlare stentato ma preciso e con argomenti validi, di scrivere quello che volevo sul suo giornale, che ero in piena libertà di espressione, che lui era come un fratello per me.

Mi deve arrivare la voglia, gli dicevo burbero, tutto quel lurido brulicare miserabile di poveri cristi che corrono di qua e di là come impazziti, senza una logica, senza una meta vera, mi frastorna la mente, sono tutto un subbuglio, mi trema la panza un po’ così di noi che siamo nati a Genova, preferisco i romanzi western o quelli di fantascienza, o quelli mezzi mezzi, di fanta-west, eppoi sul tuo giornale, gli dicevo, non c’è niente di interessante, solo la grafica mi piace, i disegnini, quel colore azzurro tanto fico.
A furia di esser talmente libero di scrivere, non scrivevo niente, ma quello eccolo ancora lì ad insistere, mi ha tampinato assai e per non farmi più tampinare e vedermelo ancora lì sotto ho deciso di scrivere la mia esperienza sull’albero più alto del villaggio. 

 

II.

Quassù sull’albero più alto del villaggio in realtà non succede mai niente di importante. Quanto tempo è passato da quando mi sono arrampicato sull’albero di fico qui vicino per poi appollaiarmi qui in solitudine? Ormai non me lo ricordo più perché mi sono voluto arrampicare quassù sull’albero più alto di questo schifo di villaggio. Me ne sto qui ad osservare tutto quel casino che con aria serena, sembro un vecchio buddha, nascondo però le emozioni e di solito cerco di assumere un atteggiamento assolutamente da stronzo. Mi viene così bene mi viene che spesso penso di esserci proprio portato a fare l’attore. E’ venuto un tipo che voleva farmi un’intervista da mettere su un sito nuovo che continua quel forum di matti che stava nell’altro sito, quello del giornale del mio amico direttor de’ direttori.
Mi ha fatto domande generiche perché – blaterava tra sé il poveretto – un’intervista genuina deve nascere come per caso tra una parola e l’altra. Si deve instaurare un qualche rapporto, diceva lui. Dentro me pensavo, rapporti con chi? Con te? Ma chi ti conosce a te chi ti conosce? Sei tu che vuoi parlare con me mica viceversa? Pussa via, gli ho detto come si fa ai cani. Scalciavo io persino, proprio come un cane, giusto per fare il transfert che per noi attori nati è il pane quotidiano . Invece lui niente, rabbioso è rimasto tutto il pomeriggio, fino al tramonto è rimasto a gingillarsi con le sue parole. Abbiamo visto il sole che veniva giù insieme. Lui mi diceva, ti piacciono i tramonti? È vero che ti commuovi quando vedi il sole che viene giù? E’ vero che in fondo hai un animo romantico?
Gli grugnivo le mie risposte acide, acide come il quasi lillà acido che il sole descriveva all’orizzonte. Chissà perché mi veniva di vederlo con quel colore il tramonto di quel pomeriggio. Forse mi si scaturivano ricordi dei tempi di quando mi crogiolavo con la panza un po’ così di noi che siamo nati a Genova, nella casa al mare su in Liguria. Il mare di fronte. Quella solitudine. Il rumore del mare. Quelle cose lì di noi inguaribili romantici che però vogliamo apparire stronzi a prescindere. Quel tipo poi mi dava ai nervi mi dava. Quando s’è stancato di parlare è rimasto zitto zitto mogio mogio s’è appoggiato all’albero qui sotto e l’ho visto che scacciava le persone che son cominciate ad affollarsi da un po’ di giorni qui intorno. Dicono che ho poteri taumaturgici, che posso guarire con l’imposizione delle mani – figurati tsè, io poteri taumaturgici? Ma non stanno mai zitti tutti questi animali umani e il tipo dell’intervista li scacciava con una pertica in una mano e una canna di bambù nell’altra, sbuffava stanco di parole e di cercare di carpirmi qualche senso logico dai mugugni e dai miei sguardi assassini. Fallo per me, mi diceva, anch’io ho un direttor de’ direttori che vuole questa intervista a tutti i costi, se non ritorno con uno straccio di intervista quello mi ammazza. Allora mi è venuto il colpo di genio – tutti sapete quanto sono geniale. Gli ho detto allora, intenerito, “guarda lontano, guarda dentro di te, guarda che lillà acido è quel tramonto là, ho detto hugh” poi zitto, con la bocca cucita, l’espressione un po’ così di noi che siamo nati a Genova. Al che lui s’è alzato in piedi di scatto sempre agitando la pertica e il bambù per scacciare tutti quegli sfaccendati che aspettano chissà cosa da me e ha gridato “Grazie, maestro, grazie, con un po’ di copia&incolla il pezzo mi verrà benissimo” poi se n’è andato. Tutti hanno cominciato a gridare ritmando l’urlato con un gran fragore di battiti di mani e piedi “Ti-tì- nun- ce -lascià – Ti- tì-nun-ce-la-scià-Ti-tì-nun-ce-la-scià”. Era il caos totale, qualcuno ha cominciato a sparare fuochi d’artificio, alcuni addirittura mi sfioravano. Era un bellissimo spettacolo, perché come un domino anche dalle parti del tramonto, hanno cominciato a sparare fuochi d’artificio. Adesso l’orizzonte era davvero lillà acido. Chissà –forse- ce li ho davvero i poteri, tanto da capire in anticipo quello che poi potrebbe succedere. Quelli continuavano a gridare “Ti-tì-nun-ce-la-scià-Ti-tì-nun-ce-la-scià”. Pochissimo dopo-il tramonto ormai non si vedeva più- è cominciato un temporale inaspettato. Gli scalmanati sotto la pioggia battente continuavano a gridare e a battere mani e piedi. Qualcuno ha cominciato a rotolarsi nel fango che la pioggia formava. Vaglielo a spiegare a tutti che hanno sbagliato film.

 

III.

Da quando sono salito sull’albero più alto del villaggio ho capito tante cose. Dall’alto si ha una visione più di insieme, ecco. C’è meno meschinità su questo albero. Posso scrivere quello che voglio. Nemmeno tanto per provocare. Solo scrivermi addosso. Provocare è facile, basta trovare le corde giuste per far incazzare qualcuno, è facilissimo. Sono in una posizione invidiabile. Bisogna salire prima sull’albero di fico qui vicino ma io con una pertica che mi son portato posso far perdere l’equilibrio a chi vuole avvicinarsi. Anche gli urlacci notturni aiutano a tener lontani i postulanti. Ce ne sono tanti, c’è da crederci.
C’è sempre quello che mi chiede minaccioso“dacce li sordi tua, che ce n’hai tanti”, è sempre lo stesso con una faccia da beduino che lo possino ammazza’.
Mi sa che me ce l’ha mandato il direttor de’ direttori proprio per provocarmi, per vedere se cedo alla tentazione di mostrami un pochino umano.
Gli rispondo “ ma tu co’ li sordi mia che ce faresti?” e lui : “ce farei la porca vita comoda tua che tu te fai”
“ma se sto su st’arbero zozzo che vita comoda vòi che faccio?”
“adesso si, ma prima?” rincalza il beduino
“ah bello mio, prima non conta, conta solo il presente, e mi sa che da quassù non scendo, proprio no”
“ma allora se non scenni, co’ li sordi che ce fai?” mi dice lui sempre più ‘mbufalito.
“me li tengo pe’ fatte schiatta’ de rabbia, ecco”
Gnente, gnente appena il beduino si allontana eccoti il direttor de’ direttori che dice “ se quello ti infastidisce dimmelo che chiamo le guardie e non ci viene più qui a romperti le scatole, così scrivi quello che vuoi”
“aridaglie co’ tutta sta libertà, quello che voglio è anche la libertà di non scrivere gnente” gli rispondo.
“ e io che ci metto nella rubrica?”
Ragazzi, ci credete? Ancora non s’è accorto che il giornale lo dirige un altro, ha perso la cognizione della realtà, ha perso.

 

IV.
Da quando sono salito sul più alto coso del coso ho qualche problema che mi cosa i refusi, mi vien fuori CORSAGGIO invece di dire cosaggio, anzi no villaggio anzi no coraggio ecco.
Qui sto bene, c’è solo il fastidio di quel tipo che mi viene a trovare ogni tanto, il gran direttor de’ direttori dei cosi, che è comunque una persona simpatica, ridacchia un po’ troppo sotto i cosi e quando meno te lo aspetti ti lancia un coso, un quesito, da buon coso voglio dire giornalista.
Si picca se lo chiami coso, se lo chiami giornalista perché lui più di tutto di mestiere è un coso, uno storico è.
Allora non può esimersi con quel suo modo finto-antipatico (ma è simpaticcismo credetemi quando ci vediamo al coso, ci vediamo al ristorante) e m’ha chiesto “ma cosa fai?” io che ci sento poco da quel coso, da quell’orecchio gli ho risposto “cosa?”

 V.

Invece io che sto quassù appollaiato sull’albero più alto del villaggio no non sono incazzato come una bestia (la parola “bestia” occorre pronunciarla con la faccia scema di Boldi) e non mi va di farmi pagare per tutto quello che scrivo anche per i biglietti d’auguri.
Tanto che valori vuoi che abbi qualcosa di scritto, è immateriale dicono gli scienziati, mica si mangia quello che hai scritto.
“Mangi, dottò, mi dii le scorze dottò, mastichi piano le pagine, dottò”, è un posteggiatore abusivo qui sotto l’albero che mi tira su delle arance come ai carcerati.
Qualche volta devo fare attenzione, si entusiasma il poveretto, ha un occhio coperto da una benda nera, assomiglia ad un pirata e le arance le tira troppo forte.
Sembra di essere a Ivrea a carnevale, mi tocca mettermi l’elmetto in quei momenti lì.
Gli dico sempre “quando ti fai un tatuaggio con il teschio?”
“Aspetto l’estate così poi si vede il teschio, ma lei, dottò, mi dichi che ci fa costì sull’albero più alto de sto cavolo de villaggio?”
“Mi guardo la panza, caro e leggo i giornali che mi porta quel tipo pelato che ogni tanto si vede giornzolare qui attorno”
“Buone notizie?” dice lui
“Mica tanto, il Genoa continua a perdere fuori casa”

VI.

Strano mondo quello che brulica qui  sotto il più alto albero del villaggio su cui mi sono appollaiato, schifato di tutti e tutto, indifferente ai tramonti, alle emozioni, a  tutto questo correre e comunicare in tempo reale.

Qualche sabato fa c’è stato un gran viavai. Gran casciara dappertutto dopo un silenzio improvviso seguito dallo scalpiccio di tutti. Era un sabato come tanti: c’era si dell’agitazione, in lontananza arrivavano notizie dell’urlo muto del papa che non era riuscito ad impartire il suo urbi&orbi a parole ma solo gesticolando. Ho pensato subito a quell’altro urlo, quello di munch, quel quadro con i colori acidi dell’omino che si tiene la testa tra le mani. Ho anche pensato al  poeta americano, quello che insieme ai suoi amici su di giri   “si accucciava in mutande in stanze non sbarbate, bruciando denaro nella spazzatura e ascoltando il Terrore attraverso il muro”. Pensieri anche vaghi, di sicuro confusi da quella cantilena che continuava da non so più quanti giorni “I-I-U-E-A-A”. poi come ho detto ci fu un silenzio improvviso in quel sabato di inizio aprile. Alle 21.37 la folla si è ammutolita. Tutti all’unisono. Alle 21.38 sono cominciati i segnalini dei cellulari per i messaggi sms ricevuti. Per un minuto incredibile le più varie suonerie hanno fatto a gara a segnalare la notizia delle notizie, quella che, dicono, tutti aspettavano, da diverse ore.

 VI.

Ma tu guarda se quella povera crista doveva diventare vittima di una telecamera sgangherata e costringersi a piangersi e compiangersi in quella inquadratura con troppa aria in testa. Da quassù, dall’albero più alto del villaggio, vedo tutto, ascolto tutto, tutto conosco, mentre giù le formicole si dannano in movimenti convulsi e non stanno mai ferme. Me li immagino quei beduini mettere a fuoco la telecamera, inquadrare la povera crista e tener ferma la mano per non fare una ripresa troppo mossa ma che troppo mossa è rimasta, perché con l’altra stringevano il kalashnikov .
A un certo punto è arrivato pure lui: il direttore dei direttori che direttore non è più. M’ha detto non infierire ti prego, con quella sua parlata strascicata, figurati, gli ho detto io, è un’altra delle mie tante figlie. Hai visto il padre? Gli ho detto al direttore dei direttori che direttore non è più, mi assomiglia anche un po’. Lo abbraccerei in quel suo dolore composto, gli abbraccerei la panza che assomiglia a quella di quelli come noi che sono nati a Genova. Tanti poi dicono ma che c’è andata a fare ma come gli dico è una giornalista no? Ma te lo immagini te che rapivano quel Pino lì con la patata sempre in bocca? Oppure che si prendevano la Lilli? Queste sono domande che m’ha posto quel puzzone del direttor de’ direttori, che cercava il titolo ad effetto per il giornale che non dirige più. Quando ha visto che mi grattavo la panza e che continuavo a rimirarmi l’ombelico se n’è andato. Irregolare, gli ho gridato dietro con un versaccio tremendo che quasi non si capiva se era un “non te ne andare”. Si è girato e m’ha sorriso con quel suo sorrisetto ambiguo. Strana la vita.
 

VII.

Ieri sera c’è stato un gran codazzo di studiosi qui sotto: c’era l’antropologo culturale, lo psicologo, l’entomologo, il linguista c’era e il fonetico sperimentale c’era, c’era anche il critico d’arte e l’archeologo, il fisico, il chimico, anche un teologo, con la sua aria bastonata, infine c’era il musicologo, perché tutto partiva da quel buon uomo, mezzo piegato in due, anche lui con l’aria bastonata, con la barba bianca e lunga, un vecchietto simpatico che vorrebbe capire come questa nenia ormai insopportabile sia cominciata, perché è cominciata e soprattutto perché non smette. È che poi sono cominciati ad arrivare i marocchini, i pakistani, i rumeni, gli albanesi, i filippini, i cinesi, gli indiani, ognuno con uno strumento tipico del paese d’origine, la nenia si è trasformata in una gran caciara di suoni, non sempre per la verità perché ogni tanto smettono quando si danno il cambio. Quindi occorre capire le tonalità, il ritmo, il timbro, il perché e il percome.

 

 Ma io voglio rimanere quassù sull’albero più alto del villaggio.

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