MENZIO

Ho in mente, per il mio servizio sull’ ArteFiera di Bologna (uno dei tanti) una stupidaggine generica che possa permettere alla lingua di schioccare sul palato, quel tanto capace di creare maraviglia.

Chiedo quale lo stato dell’arte, l’intenzione è quella di richiamare il film di Wenders (vedi). Ma è un richiamo debole, non so quanto percepibile, con quell’arma micidiale che ho in mano, un enorme radiomicrofono con il cappuccio antisoffio e un manico grigio scuro, seguito da un guardaspalle altrettanto armato, se non peggio. Con quella telecamera che emette un ronzio sottile sottile, quella luce rossa accesa, segno d’una persistenza della memoria, certe volte senz’altro a sbalzelloni (a seconda dell’operatore), ma adatto a lasciare una traccia. Poi tutto dipende dal sottofondo musicale eccetera, dico tra me.

Incontro vecchie glorie. Un gallerista di Roma che stava dietro Piazza Navona, dove c’è la libreria Shakespeare & company. Anche a lui chiedo dove va l’arte, cosa ci facciamo noi lì, le solite baggianate che impongono sempre una risposta estremamente sofferta, proveniente da chissà quali meditazioni e digestioni, quei dopopranzo a fumare prosaiche sigarette nervose, vedendo o non vedendo che i propri artisti hanno o non hanno un mercato (quello è il punto principale per tutti, le teorie vengono sempre dopo) e le forme e i fantasmi dietro i segni sulle tele e la voglia di farsi notare per quel tale colore, per quella riga che attraversa le bianche pareti della galleria. Documentandomi potrei risalire al nome del gallerista. Ferrante, credo o Ferranti. Ci andavo sempre col mio amico pittore Sandro (vedi S.Acquaticci), entravamo in quelle grandi stanze bianche timidamente quasi, senza sapere davvero cosa avremmo trovato. Con l’animo benevole verso il lasciarsi stupire da nuove proposte. Il gallerista non si faceva vedere mai, almeno in quelle occasioni. Si ascoltavano voci dalle stanze sul retro. Poteva essere chiunque.

Invece  nel suo spazio all’ArteFiera il gallerista sembrava assente. Lusingato dall’attenzione d’una telecamere, ma non davvero presente nel GrandeDibattitoSulloStatoDellArte. Forse non c’è dibattito tutto sommato, era una mia forzatura giornalistica per avviare una qualche ragionevole sequenza di voci (avevo infatti intervistato già molti artisti e espositori). 

Poi arrivo allo stand di Eva Menzio, gallerista in Torino, che espone oggetti primitivi d’uso comune, con raffigurazioni simboliche varie.  Scatta in me l’antropologo, mi ritornano su i rigurgito degli studi demo-etno-antropo dei bei tempi dell’università, gli esami di CiviltàIndigeneDellAmerica,  ReligioniDeiPopoliPrimitivi (cattedra della laurea) e il caro buon vecchio Levi Strass con le sue ricerche sul campo e il metodo strutturalista e i confronti e il modo e il metodo. Registrare registrare registrare per poi riportare conclusioni.

Chiedo alla Menzio senza mercato non c’è arte. La signora se ne risente. Accoglie la mia affermazione con un modo provocatorio per sminuire la portata artistica delle sue proposte (canoe, totem, legni vari, statuette, piatti). Dice non è vero assolutamente, lo dimostrano queste opere che ho portato qui all’ArteFiera, nei luoghi di origine di questi oggetti il loro valore è nella loro utilizzabilità in senso mistico/rituale e nella quotidianità, non è vero, qui non c’è competizione. Ribatto si, ma intendevo anche il loro successo nell’uso, il valore di mercato in questo caso è nella richiesta della piccola comunità che gode di questi manufatti. La gallerista non si arrende, l’argomento la infervora, ci crede a quello che espone no, no, chi ha realizzato questi oggetti non pensava a nessun tipo di mercato, è una sua proiezione occidentale. Insisto comunque la richiesta è quella che conta, senza richiesta non ci si attiva, la richiesta stimola persino la creatività, le forme provengono poi dal mondo spirituale. La signora Menzio molto elegantemente mi lascia con un sorriso di compiacenza. Mi dirigo altrove, armato col guardaspalle silenzioso ma attento a quando gli dico gira e lui gira.

Sono ancora convinto che senza mercato, comunque lo si voglia chiamare il diffondere forme e segni, l’arte non esiste però.

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