GROSSMAN

Chiedo allo scrittore israeliano quale libro consiglierebbe di leggere per capire l’orrore della guerra, a un soldato del suo paese e a un palestinese kamikaze.

Mi dice che deve pensarci e che lo farà durante la conferenza stampa.

Siamo a Rimini, alle giornate di studio del Centro Pio Manzu’ , un organismo in status consultivo generale con le Nazioni Unite  che opera per l’approfondimento dei temi di interesse cruciale per il futuro dell’umanità, come recita piuttosto pomposamente il sito ufficiale.

David è insieme a Tahar Ben Jelloun, famoso per i numerosi interventi da opinionista sui giornali italiani e per un suo libro, dove spiega il razzismo alla figlia.

Segue la conferenza stampa.

Sono curioso di sapere la proposta di Grossman, Jelloun invece mi aveva liquidato subito bofonchiando che l’intervista potevo fargliela solo dopo la conferenza stampa, senza aggiungere altro.

Mentre i due illustrano i loro futuri interventi, mi piace pensare  Grossman  alle prese non solo con la memoria dell’olocausto (tema del suo intervento), ma con la sua personale.

Mi aveva molto colpito la sensibilità del suo romanzo epistolare Che tu sia per me il coltello.

Grossman appena si libera della conferenza, mi dice subito it’s a good question e  gli dico qual è la sua risposta, non mi fa ripetere la domanda. Ci aveva pensato su.

Con fare grave e puntuale lo scrittore israeliano indica  LA STORIA di Elsa Morante come suo consiglio di lettura.

La stessa questione la propongo poi anche a Tahar Ben Jelloun. Con lui non avevo parlato prima. Con Grossman, per quell’occasione e anche altre in seguito, compone una coppia arabo-israeliana di sicuro impatto mediatico, facile a connubi e dialoghi e confronti, utili a superare quel fenomeno che dall’11 settembre  viene chiamato scontro di civiltà tra mondo arabo e occidente.

gross

Tahar, meno emotivo di David, non si scompone, risponde in modo freddo ma preciso e dice che i fanatici – di qualsiasi parte – non leggono libri, quindi inutile consigliare letture.

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